Archive for giugno 2016

Adoro le patate al forno 

30 giugno 2016

Sono passato a trovare i miei prima di partire. Lo faccio sempre se devo affrontare un viaggio.

“Che hai? Non ti senti bene, ciccio?”, ha esordito mio padre.

“Forse ho un po’ di febbre, pà. Ma tanto lo sai. Io parto lo stesso.”

Si è avvicinato. Mi ha sfiorato la fronte con le dita e ho provato quella sensazione infantile di una mano fredda sulla fronte tiepida. Come se non bastasse, poi mi ha invitato ad abbassare la testa e si è poggiato sullo stesso punto con le labbra. Ne ho subito percepito le minuscole screpolature. Come se avesse masticato tutto il tempo del mondo per risputarlo da qualche parte. Chissà dove. 

Per qualche istante sono rimasto immobile. Quasi pietrificato. Poi mi ha fatto segno di “no”, accompagnando il gesto con una piccola smorfia della bocca.

Io gli ho sorriso. 

“Visto che Italia ieri? Il resto, come va?”, mi ha chiesto.

“Va, diciamo che va”, gli ho risposto. 

Mio padre porta il cappello anche dentro casa, sembra Colto Maltese. Guardava il giornale, ma non lo leggeva davvero. Sfogliava e respirava in mezzo alle pause tra una pagina e l’altra. “Se va, allora è già qualcosa”. E mi ha sorriso. 

Poi si è alzato e mi ha messo una mano sulla spalla, forse perché non arriva più a scapigliarmi i capelli. Forse perché non ho più abbastanza capelli da scapigliare. Lui ha ancora quello sguardo in grado di trasmettere fiducia. Lo stesso di quando mi ha insegnato ad andare in bicicletta. Uno sguardo a volte monumentale. 

Ma stavolta è passato oltre. Aveva le mani in tasca. Ha acceso la televisione e poi è uscito con la cagnolina che adora. Su Sky c’era “Il cavaliere oscuro”. L’ultimo film di Christopher Nolan sulla saga di Batman. 

Ho pensato, ma perché fa così? Accendere la televisione e poi uscire. Ma che senso ha?

Intanto alla TV scorrevano le immagini di Alfred che legge il biglietto lasciato da Rachel a Bruce Wayne. Michael Caine, che attore formidabile.

“Caro Bruce, devo essere sincera e chiara. Io sposerò Harvey Dent. Lo amo e voglio passare il resto della mia vita con lui. Quando ti ho detto che se Gotham non avesse più avuto bisogno di Batman noi saremmo potuti stare insieme, dicevo sul serio. Ma ora sono sicura che non verrà mai il giorno in cui tu non avrai più bisogno di Batman. Io mi auguro che arrivi. E se succederà sarò al tuo fianco. Ma come tua amica. Mi dispiace deluderti. Se perdi la fiducia in me, ti prego, almeno mantieni la fiducia nella gente. Con amore, adesso e per sempre. Rachel.”

Non parlo. No emetto un suono. Forse nemmeno respiro. Lo fa mia madre dalla cucina.

“Papà non sopporta il silenzio delle case grandi.” 

In questa casa si legge il pensiero, penso io.

Ma non le ho risposto. Ho lasciato la TV accesa e sono salito in camera. Ho percorso il corridoio guardando le maioliche del pavimento. Facendo bene attenzione che a ognuna di esse corrispondesse un passo preciso. Poco prima di entrare ho gonfiato il petto con un respiro profondo. Poi ho chiuso gli occhi. E per qualche istante ho pensato al tempo che passa. A mia madre che taglia le patate con gli occhi lucidi sussurrando “maledette cipolle”. 

E a mio padre che non mi guarda più negli occhi. Ho pensato a queste cose e poi ho immaginato che c’è qualcosa di strano nelle stagioni che scorrono, qualcosa che stona con la realtà. Come se l’amore della gente comune non fosse abbastanza e ce ne volesse di più. Ce ne volesse infinitamente di più.

Dalla finestra ho guardato la tela di un piccolo ragno nascere e morire nel giro di pochi minuti. E mi sentivo stanco. Ho fissato lo specchio pensando alle cose che ogni tanto scrivo. Ho sorriso e ho fatto spallucce, come se potessi scrollarmi con una mossa tutto il passato di dosso. 

Mi sono sdraiato sul letto e l’ho fatto vestito. Sono rimasto, non so quanto tempo, a guardare la mia vita scorrere proiettata sul soffitto. Alla fine ho chiuso gli occhi e mi sono svegliato a 12.000 chilometri di distanza.

Oggi fa caldissimo in questo posto dimenticato da Dio. Però ci sono nuvole. Magari più tardi si metterà a piovere. O forse no. Non saprò mai se ciò che faccio è il meglio. Se è la cosa più giusta al momento più opportuno. O se è la decisione migliore possibile. Ma so che nel momento esatto in cui lo faccio, per me è così. È questo mi solleva di gran lunga dalle conseguenze di tutti i miei errori. 
E poi a me non piacciono le cipolle. Ma adoro le patate al forno.

Il gigante buono

28 giugno 2016

“Ad un certo punto la gente, in Italia, pensava che mangiando fagioli si diventava forti. E durante gli anni 80 vendettero tanti di quei borlotti che mi proposero come testimonial.

Unico rammarico che ho e non aver dato tante botte a chi davvero se le meritava. Ancor oggi c’e’ troppa gente che spende una vita a offendere il prossimo.

Con suprusi, con diavolerie, con violenza fatta non di schiaffi e pugni…Ma di parole e di silenzi.

Io e Terence ne abbiamo date… Ma mai una bestemmia, mai una volgarita’, mai un odio totale verso i cattivi.

Solo quei mezzi sorrisi come dire…non farlo piu’…oppure… fai il bravo e vedrai che non ti facciamo nulla. Oggi si parla poco e si mangiano pochi fagioli. Si attua una violenza che va oltre un pugno o un calcio.

Oggi ci si ammazza di cose senza senso che forse nemmeno io o il piu’ grande uomo che possa esistere potrebbe far nulla per migliorare una situazione.

Oggi il mondo e’ cambiato.

Cambiato in peggio…

Prima era un ”Altrimenti” ci arrabbiamo…

Oggi tante cose sono senza ”altrimenti”…

Non hai piu’ chances…

Prima con un ceffone imparavi a non fare piu’ errori.

Oggi gli errori si fanno e ci si accarezza con quella grande mediocrita’ che i piu’ anziani non capiscono. E i piu’ giovani fanno l’errore di non assaggiare un po’ di sano malessere.

Si vive viziati, agiati, coccolati da genitori sempre piu’ imbecilli che vietano senza spiegazioni.

Invece si dovrebbe provare a scegliere…

O piedipiatti o farabutti. O le prendi o le dai.Invece degli aperitivi…Si dovrebbe prendere un bel tegamino…E farsi i fagioli…Che ti rendono pieno di energia…E ti fanno sorridere anche quando un cazzotto ti prende in faccia…

Perche’ non esiste dolore se a qualcuno hai dato un insegnamento… E non esiste ricordo se domani, per un motivo o per un altro… Ci si ricordera’ di quante scazzottate si avrebbe voluto fare con qualcuno… Vi auguro piu’ lividi e sorrisi che sangue e lacrime. Divertitevi piu’ che potete. E’ la piu’ bella vita.”
di Vegas De Laroja

Improvvisare esistenze

27 giugno 2016

Roma è un’altra cosa. A Roma ogni finestra ha il suo gatto. E le illusioni si vedono meglio. Qui a Las Vegas invece il mondo è un deserto disonesto e pulito. Ed è tutto così extraterrestre. 

Forse dovrei iniziare a temere il mio modo di scrivere. Ad averne paura, ma no, niente di così pericoloso. La scrittura è una pistola giocattolo che spara tappi di sughero. Solo che certe parole non hanno ancora il tappo inserito. E quando la vita se ne accorge ti spara per prima. Così non hai nemmeno il tempo di dirle “No dai, stavo scherzando. Non volevo, non si arrabbi, la prego, non mi porti dal preside!” 

Scrivo così come viene e non so quando viene. Sto facendo di tutto per darle piacere, ma ho idea che la mia sia una mente un po’ caotica. O forse ho soltanto il cuore in divieto di sosta. 

Alcuni operai intanto lavorano nel cantiere sul grattacielo di fronte. Sembrano in attesa di un Mosè che li traghetti oltre un Mar Rosso da divaricare e poi da richiudere sulle loro giornate. Quando stasera torneranno a casa. Chissà dove. Chissà come. Racconteranno storie. Mangeranno cose. 

Guarderanno il sedere alla moglie, oppure la baceranno. Giocheranno con qualche ragazzino provato dal caldo, o resteranno soli con una birra ghiacciata in mano. Sbattuti su un divano dalla tempesta di pensieri. Troppo lontani dalle cose che avrebbero voluto e che non hanno mai avuto. Capaci solo di fissare un soffitto e di contare le vene della solita crepa nel muro. Non so. Li vedo così.

Intanto continuano a scivolarmi le cose di mano. Gli edamame. Le bottiglie. I pensieri. Le altre mani. È che non ho più i riflessi di una volta. È che dovrei vorrei restare giovane. È che non ho confidenza con le cose dense, ma solo con quelle melmose. 

Mi manca una figurina. Una sola. E ho finito la pagina dell’album della malinconia. Poi manderò una mail di quelle arrabbiate alla Panini per chiedere il perché dentro “certe bustine” non mettono qualcosa che rassomigli a una gioia. 

Chissà di quale scrittore potrei essere il personaggio oggi. Del Manzoni? Di Dante? Di Bukowski ? Chissà se so di cosa parlo quando scrivo d’amore? Che poi mi aspetto sempre succeda qualcosa quando scrivo per provare certe emozioni. E alla fine, magicamente, non succede mai niente.

Oggi mi merito una nota. Ma professoressa le giuro. Io non c’entravo nulla. Mio padre mi accompagnerà dal preside come di consueto e risolverà tutto mentre io me ne starò con le braccia conserte a condannare il mondo alla mia insoddisfazione perenne. Poi scuoterò la testa e mi cadranno i miei sedici anni dagli occhi e dalla memoria. 

Lo sai? Ho insegnato ai ricordi a dare la zampa e quando succede do loro un croccantino a forma di cuore. Qualcosa di muscolare insomma. Qualcosa che li obblighi a mordere, a masticare, il passato va tenuto in esercizio costante.

Quanto vorrei che la vita mi parlasse di te. Sarà che io ho già parlato abbastanza. Ma senza fretta. Posso aspettare. Ho tutta l’esistenza davanti. 

E quindi? Quindi niente. Continuo a camminare lento sul tapis rulant. Faccio due passi. Mi piace fare due passi, e le storie d’amore io le chiamo “fare due passi”. Sempre meglio che continuare a far finta di niente, improvvisando esistenze. Come mi succede di fare ogni tanto. 

Il punto di partenza

26 giugno 2016

Esiste in ognuno di noi una parte sommersa. Una parte che teme gli scogli, ma che non sonda il mare con la giusta attenzione.
Stanotte fa troppo caldo per le camminate in strada. Così giro per i corridoi di questo hotel come farebbe uno straniero che fa finta di non conoscere la lingua del posto. La fantasia è la mia compagna fedele, ma non è semplice darle soddisfazione.
Avrei bisogno di un progetto di fuga. Di un piano di evasione degno del miglior Steve McQueen. 

Rileggo spesso quello che scrivo. Mi rileggo e mi piace farlo mentre cammino. Di solito impiego poco a innamorarmi anche di un ricordo. Mi basta trovare il ricordo giusto da leggere. Ma stanotte mi sono inoltrato in pensieri che sono terra di nessuno. Storie senza movimento. Immagini senza prospettive. 
Esiste un deserto dentro di noi. Un posto dove le cose che vedi succedere agli altri ti sembrano tutte ben riuscite. E appaiono tutta un’altra cosa rispetto alle tue.

Così guardo in basso e provo a edificare castelli sulla moquette, come fosse sabbia. Sempre meglio dei soliti quattro merli costruiti in aria. Poi mi siedo ai margini di una fontana fasulla che spara getti d’acqua teleguidati. Faccio due conti. Non lo faccio mai. Forse me li fa fare la stanchezza. C’è sempre una storia che ami e che vorresti raccontare. Ma questa non posso proprio raccontarla. Tanto non farebbe ridere e nemmeno piangere nessuno. Al massimo si limiterebbe a far pensare. 

In fondo è sempre stato così con tutto quello che ho scritto. Ho passato gran parte della mia vita a osservare gli altri che mi sorpassavano. A contare le occasioni perdute. I viaggi mai iniziati. Gli incontri mancati. Le relazioni impossibili. A volte soffermandomi troppo a studiare il profilo delle persone. Senza mai scoprire quale fosse il punto di origine di ogni decisione presa. Giusta o sbagliata, poco importa. Perché alla fine è solo questo che delimita il confine tra le “strade diverse”. Il punto di partenza. 

Per raccoglierli tutti…

25 giugno 2016

E’ notte a Las Vegas. Una di quelle notti apparentemente diversa eppure sempre troppo simile alla precedente. Centinaia di volte sono fuggito da notti come questa e centinaia di volte sono tornato indietro anche se solo con la testa, perchè dietro a queste notti si nasconde sempre una delusione che non ti aspetti. Io conosco solo un modo per fuggire e tornare così veloce. Scrivere. 

Mi affaccio alla finestra. Vedo un castello che non è certo uscito da un libro di fiabe. Poco più in là una piramide scura. Una sfinge in materiale plastico e luci bianche impegnate a tagliare la notte, come il raggio di un’astronave aliena in una complicata manovra d’atterraggio.

Poi c’è una strada prigioniera di profezie al neon e decine di schermi rotanti su cui scorrono onirici messaggi di improbabili felicità e convenevole fortuna. 

Guerrieri, cantanti, fate danzanti, attori e maghi si alternano nella luce scintillante di un tracotante, povero e invitante nulla. Ogni due ore c’è una eruzione senza fuoco. Ogni due ore c’è un vascello pirata che affonda e riemerge tra acque sporche. Incurante dello sguardo incredulo di ingenui passanti.

Ogni due metri c’è un santo, un profeta, un barbone, un sogno infranto e un miracolo da inventare. Ma mai una mano da stringere con palpitante disinteresse, o un’emozione diversa che abbia il sapore di un sentimento vero o di una vittoria. Anche stasera tutto ha un prezzo e il prezzo non è mai quello giusto.

C’è un deserto disincantato intorno e dentro questa città senza cuore. Figlia di un miraggio che non incanta e di milioni di dollari che si muovono per passare di mano in mano come una droga spacciata a saldo, che insudicia e intossica un’aria troppo calda e apparentemente irrespirabile.

Qui non si viene per vincere. Si viene per perdere. Ed è un segreto che questa città custodisce da sempre. Lo protegge come fosse il più prezioso dei suoi tesori. Un segreto nascosto così nel profondo che quasi sembrerebbe non esistere.

Sono davvero pochi gli uomini che possono raccontare di una notte magica in cui sbancarono a Las Vegas, perchè alla fine gli uomini giocano, ma è Las Vegas a vincere sempre.

Credo che le luci e i suoni di questa città servano solo a coprire tanti improbabili mugugni, figli di speranze miseramente implose davanti a quei colpi che hai solo lo zero virgola x percento di possibilità di perdere. Una rarità.

E non c’è un dio che si preoccupi e che ti protegga. L’unico prototipo di dio possibile qui, ha acceso il giochino e se n’è andato a spassarsela incurante della notte. Di un universo mosso dal caos e di un silenzioso ed assordante rumore di fondo. Lasciando tutti in balia di questo allucinatorio, rumoroso e logorante miraggio notturno.

Eppure, malgrado tutto questo disciplinato disordine, c’e ancora spazio per allungare una mano nell’aria e afferrare un pensiero. Un desiderio normale. Non uno di quelli capaci di risolvere una situazione, o di aiutarti a realizzare un grande sogno, ma pur sempre un pensiero positivo. Quei pensieri positivi che trovo molto più simili a una moneta con cui giocare in aria che a un sasso da lanciare in uno stagno.

Provo a tirarlo in alto con un colpetto di pollice. Lo vedo prima disegnare un arco e poi rimanere sospeso a dispetto di ogni legge della fisica nota. Lo vedo fluttuare, rallentare e fermarsi quasi per non voler fare ritorno. Forse ha paura di questa città. Ha il fondato timore di essere condannato a rimanere qui per sempre.

Nella vana attesa del rumoroso impatto frugo ancora nella mia testa e ne trovo un altro. Lo afferro. È un pensiero enormemente più grande. Lo accarezzo come farei con il profilo di una donna incantevole. Ha i lineamenti irreali di un sogno e nasconde impronte che non somigliano affatto a quelle di un uomo.

Immerso in un oscuro stupore, tra nuove speranze e vecchi ricordi da cancellare, allungo ancora una volta lo sguardo sulle rovine di questa nuova avventura. Raccolgo le mille traballanti certezze abbandonate sul mio vecchio cammino. Sono tanti i petali strappati dal tempo al mio fiore più bello. E forse sono arrivato fino a qui solo per raccoglierli tutti.

E poi

21 giugno 2016

E poi un giorno ti accorgi che lei è diventata così grande da invitarti nei gruppi su whatsapp. Da darti le risposte alle parole crociate. Grande da leggere il libro che hai scritto e che era poggiato sullo scaffale in salone. Grande da cercare da sola le soluzioni. Da cantare i ritornelli delle canzoni in inglese. Da apparecchiare e sparecchiare senza che nessuno lo chieda.

Grande da dimenticare Dora, Sponge Bob, Winnie the Pooh e i Barbapapà. Da scegliere cosa comprare. Da fare le facce buffe davanti allo specchio. Da vestirsi da sola. Ma non così grande da lasciarmi la mano davanti alle sue amichette. Quando sei arrivata, dodici anni fa, hai trovato uno sprovveduto con l’aria sognante e gli hai insegnato a fare il papà. 

Da quel giorno non c’è mattina che io non mi chieda se sia stato all’altezza di questo ruolo. Se sia riuscito a capire qualcosa anche dai miei sbagli. Dalle mie profonde incertezze. Non è stato facile. Ma se in qualcosa sono riuscito è stato anche merito dei tuoi sorrisi.

E’ il mio irrinunciabile esame quotidiano e so che durerà tutta la vita.

Grimilde

18 giugno 2016

A me piace sparire ogni tanto. E non è per quel desiderio che tutti abbiamo di essere cercati. È che adoro anche stare da solo, tutto qui. Poi però torno. Succede sempre. Un po’ per merito mio, ma anche di quel lupo che nel bosco aveva probabilmente di meglio da fare. 

Adoro i personaggi delle favole. Il loro essere così dettagliatamente scontati. I buoni che un giorno si svegliano e vivono felici e contenti. E tutti quei cattivi che invece  “muorono” con una frequenza inquietante. Eppure con una certa categoria di cattivi, che definirei opportuni, ci perderei del tempo. 

Con Grimilde per esempio. Io trascorrerei anche ore seduto sui muretti di lungotevere. Dietro Ponte Sisto. A guardare l’acqua che scorre e le automobili sfidare il solito semaforo che dura 4 minuti. Magari chiacchierando con quel tono colloquiale che pochi sanno usare. 

Le domanderei dove ha trovato lo specchio. Se per caso usa il Siri. Se conosce i vicoli più nascosti di Roma. Sarei curioso di sapere cosa legge. Che cosa ascolta, o magari che film le piacerebbe andare a vedere. Oppure resterei in silenzio. Senza la necessità di imbastire per forza una conversazione.

Il mio libro, una mela e mezza minerale ben stretti tra le gambe. Poco importa che succeda all’ombra, o sotto il sole. Di mattina, oppure a notte inoltrata. In un qualsiasi giorno della settimana, in sogno, oppure in un posto dove uno sguardo e un cenno d’intesa si sostituiscono alla parola giusta da dire al momento giusto. 

Chissà quanto Grimilde si fiderebbe di Roma. Lasciandosi amare di rimando da una città che, al contrario di lei, non ha mai avuto bisogno di specchiarsi nel tempo.

La tendenza

15 giugno 2016

Ogni mattina ti accorgi che i giorni cominciano tutti alla stessa maniera. Aprendo gli occhi. Un Nespresso. La radio. La finestra spalancata. Le voci che arrivano dalle case vicine e dalla strada. Il ghetto di Roma è un paese all’interno della città. E anche gli altri in fondo si svegliano. Lo capisci dal rumore delle stoviglie.

C’è una specie di disciplinata rassegnazione in tutto questo. Come se svegliarsi fosse una linea sottile da tracciare obbligatoriamente al mattino. Un confine con la notte. Quasi si trattasse di fare il punto su tutti quei sogni che non hanno ancora deposto le armi.

Non rivendico mai la correttezza di ciò che penso. Mi limito a scriverlo. Racconto solo quello che accade. Senza uscire troppo da me stesso. 

Ci vuole un talento diverso per raccontarsi e farlo correttamente. Cercando di non essere altro, insomma. Perché la tendenza che ho avuto sempre, anche nella vita, è stata quella di adattarmi a tutto. 

Pensavo a questo ieri pomeriggio. Mentre lanciavo un accendino rotto cercando di centrare il cestino dell’immondizia. Sorridendo come un cretino.

Incerte distanze

14 giugno 2016

Eppure sono convinto che se non scrivessi la vita mi scivolerebbe via. Ricordo come ero una volta. Ricordo che mi spaventavano certe culture. Che non mi ritenevo in grado di inserirmi in una qualsiasi società. Troppo buono. Troppo generoso. Insomma troppo. Oggi invece lo sarei quasi per tutte. Pronto intendo.

Strano che uscendo da una pizzeria a pochi passi dal Colosseo ti vengano in mente certi pensieri. Comunque sempre meglio che ricordare i volti di quella coppia seduta accanto. Occhi che si guardavano da una distanza temporale di gran lunga maggiore di quanto fosse la realtà. Un metro a volte può sembrare un anno. Oppure trasformarsi in una deprimente eternità. 

Volti privati delle loro storie. Di quella serenità a cui, a un certo punto della vita, sembriamo addirittura tutti destinati. Dita che palpeggiavano un cellulare. Che giravano con moderato scetticismo un cucchiaino nella tazzina di caffè. Senza pensare che nel caffè migliore, non va messo lo zucchero. Sguardi a volte persi in direzioni diverse. Universi nei confronti dei quali non si può fare altro che guardare altrove.  

Fuori invece è tutta un’altra musica. Roma ti abbraccia. Roma è possente. Roma è eterna. Come le rovine di questo monumento senza età, sfuggito alla catastrofe di un impero. Ma se lo sfioro. Se lascio posare le mie dita sulla pietra. Se chiudo gli occhi. Mi sembra che non sia passato nemmeno tutto questo tempo da quel giorno. È come se una vibrazione da dentro mi avvisasse che non si è mai al sicuro nemmeno a certe distanze.

Stanotte mi sento più osservabile di quanto io riesca a immaginare. Come se qualcuno. Da qualche parte. Incurante dello spazio e del tempo. Lo stesse facendo da sempre. 

I sorrisi sopra

13 giugno 2016

A volte ho la sensazione di una presenza anche se non sto necessariamente guardando lo specchio. Sono io. Sempre io. Che ogni tanto perdo il contatto con il mio riflesso, come si perde la consapevolezza che qualcosa, o qualcuno sia davvero fondamentale. 

Forse non è il tempo a scegliere le azioni da fare. Eppure c’è. È presente in ognuna di esse. Dalla più nobile, alle peggiori in assoluto. 

Ci sono momenti in cui mi rendo conto che il tempo in fondo ci usa. E in quegli istanti mi cerco allo specchio. Fingo di avere io il controllo. Che so, alzo un braccio. Faccio una smorfia. Mi assecondo. 

Fisso quel riflesso che ha la mia stessa faccia. Lo stesso colore degli occhi. Lo stesso sguardo. Lo osservo e gli assegno meriti e colpe. Mi congratulo e lo rimprovero per tutto quanto di insolito mi succede.

Anche stamattina mi sono cercato. È durato qualche secondo. Poi ho chiuso gli occhi e quando li ho riaperti il mondo era esattamente allo stesso posto. La finestra era aperta. I raggi di luce si affrettavano a disegnare ombre sulle pareti del bagno. E io invidiavo  il modo in cui il sole faceva di tutto per risultare attraente. 

Mi sono passato le mani sul viso. Mi sono stropicciato un po’ gli occhi. E ho indossato un’altro sorriso. Sorridere al mattino è una virtù rara, nota solo alle persone che coltivano l’ottimismo sul balcone di casa.

Io purtroppo non me la sono mai cavata benissimo col giardinaggio. Però so costruire pensieri. Sono un sedicente architetto. E stamattina ho progettato un universo parallelo. Colmo di dilettantismi. Un posto dove io sono un finestrino appannato e qualcuno si diverte a disegnarci un sorriso sopra.

E quindi ?

10 giugno 2016

Una volta le nuvole avevano un non so che di rassicurante. Oggi non più. O almeno non qui. Stamattina è così dannatamente grigio là fuori. Per fortuna ho le scarpe gialle, la borsa azzurra e un ombrello verde. Mi distinguo nel tempo che passa. Anche se non è un bel tempo. 

Ho i capelli dritti e lo sguardo spiazzato di uno che si è appena svegliato. Lo specchio nell’ascensore mi guarda in un modo strano. Mentre attendo che si aprano le porte lui mi indica qualche nuova imperfezione. Non temo certo i giorni che passano. Tanto passano lo stesso. Mi spaventa il modo in cui a volte mi guardano. Lo fanno come se mi chiedessero di raccontare qualcosa. 

Allora faccio un passo indietro e mi invento una scusa per scrivere. Sorseggio un caffè. Saluto un cliente. Metto in fila due parole. Intorno intanto solo pioggia. Nuvole grigie e tanti colorati tentativi di fare a meno di una parte dell’universo. Quella malinconica.

Ho un modo discreto e squisitamente personale di saper stare al mondo. Tanto penso che bisogna starci comunque. Però mi piace sapere che certe persone ci sono. E lasciamo perdere che non siano più qui e non so dove siano. Esistono perché le ricordo. La fiscità non è rilevante ai fini della mia transazione. In fondo il tempo è denaro, quindi tutto, ma proprio tutto diventa una transazione. Anche immaginare. Anche ricordare. Anche aspettare un taxi.

Il caffè è meravigliosamente bollente. Sorrido. Mi bagno le labbra. Poi, dopo un altro sorriso, un nuovo, “sì, in fondo va tutto bene”, e un educato, “no, niente, soltanto pensavo che…”. Ricomincio a scorrere nella mia quotidianità. Ora che ho 46 anni credo sia arrivato il momento di avere finalmente un’infanzia felice.

Non c’è rimpianto. Non c’è malinconia. Non del tutto, almeno. Colpa anche di certi “avrei dovuto”, che la sera mi fissano e mi piantano qualche morso. La verità è che amo il passato, perché lì tutte le mie fantasie e tutti i miei desideri sembravano davvero realizzabili. Mentre il mio atteggiamento preferenziale di fronte al presente è un, “e quindi?”. 

Magari se ci rendessimo conto che siamo di passaggio in questo universo, saremmo tutti più tolleranti e positivi nei confronti della vita. E ci risponderemmo in modo semplice. Sorridendo. Sussurrando un, “quindi niente! Avanti adagio, anche oggi navighiamo a vista!”.

Il viaggiatore

8 giugno 2016

Sono un attento frequentatore dei miei pensieri. Un viaggiatore. Un turista imperfetto. Uno di quelli che trova piacevole soggiornare nei lati oscuri della sua mente. Laddove c’è un’incertezza, mi trovi. E mi sono chiesto spesso che senso abbia scriverlo. Che senso abbia anche chiederselo.

Stanotte il mio universo è perfetto per i punti interrogativi. Tante direzioni e nessuna rotta. Molti passi e nessuna impronta. Cammino in circolo mentre guardo fuori e sbircio solo dentro di me. Urtando le cose. Urtando i pensieri. Urtando i passanti. 

Esiste un confine che separa il mio modo di sentirmi sereno dalla mia idea di serenità. C’è sempre una parte di me che si guarda allo specchio con il solo intento di giudicarsi.

A volte mi domando dove sono le stelle. Anche se alzo la testa il mio riflesso non sarà mai in grado di guardarlo un cielo.

Non lo so. Io a volte ho anche paura delle stelle. Corpi celesti morenti che mi spiano. E ci illudiamo che guardarle sia vita? 

Non sono altro che un ricordo. Qualcosa che ha già cessato di esistere. Qualcosa che forse sta per esplodere per creare un altro buco nero capace solo di inghiottire anche la luce che resta. La teoria del tutto. La teoria del niente.

Mi piace invece immaginare un cielo fatto di stelle che osservano me. Che esprimono un desiderio ogni volta che mi sfugge un edamame al ristorante giapponese. Ogni volta che una donna incantevole illumina lo spazio con un suo sorriso. Non lo so. Non posso saperlo. 

Ma non saperlo sta diventando una scusa più che una condizione. Un rito pagano tutto mio che esige sacrifici e rinunce. 

Stanotte ho voglia di lasciare alcuni piccoli riferimenti a caso. Attaccare post it sul frigorifero della cucina come dei promemoria per orientarmi nella scelta delle parole da scrivere domani. 

Le parole di oggi mi portano in direzioni diverse. Mi strappano i pensieri a metà. Mi confondono sul “chi sono”. Sul “cosa ci faccio qui” e sul “dove sto andando”. Mentre sui “perché” scende una cortina di nebbia fuori stagione.

Forse ogni tanto dovrei dire dei “no”, per ottenere dei sì che ritengo importanti. 

Tutto quello che scrivo e che trasmette un significato ora, può voler dire il contrario domani. Anche un buongiorno. Anche un sorriso. Anche un abbraccio.

Buongiorno ai frammenti di quel me stesso che ancora non riesco a mettere insieme. Buongiorno alle parole che dicono e disfano. Buongiorno a quel mio primo pensiero di quando apro gli occhi al mattino e all’emozione profonda che provo nel riconoscermi ogni giorno in lui.

Vengo a darti un bacio 

7 giugno 2016

Spesso mi chiedo cosa ci vuole per sentirsi uno scrittore. Non basta certo scrivere qualcosa ogni tanto. Non basta sentirsi padrone della grammatica. Della punteggiatura. E non basta saper palpeggiare sistematicamente parole su uno smartphone illuminato a giorno. Esiste un luogo chiamato “dentro”. Un posto dove accadono cose e dove la realtà non riesce ad entrare. 

Uno scrittore conosce la strada che conduce in quel posto. Conosce la via che permette di fuggire della quotidianità. Di tradurre i sentimenti in lettere. Oppure di immaginarsi sbronzo, in una Lamborghini giallo canarino, a duecento chilometri orari sulla route 66. 

Ormai ho imparato che i sogni stanno tutti lì “dentro”. Insieme alle parole. Basta soltanto andarli a cercare. Guardarli con la curiosità e l’incoscienza di un bimbo che, per la prima volta, impara ad andare in bicicletta senza rotelle. 

E quindi? Quindi niente. Io ho ancora le ginocchia sbucciate.

La visione del mio mondo è sempre stata una visione romantica. Il mio è un “romanticismo ciclopico”. Ma non per il fatto di essere solo così “dannatamente” grande. Bensì anche “spietatamente” cieco.

Io mi innamoro delle idee, dei progetti. Mi innamoro delle persone particolari. Dei sorrisi. Di certe espressioni del viso. Dei luoghi. Dei sapori. Di un sospiro. Di una trasgressione. Di una musica. Ma soprattutto dell’ironia e del mio stesso romanticismo che vedo esistere negli altri. Non in tutti gli altri ovviamente. In alcuni.

Quel romanticismo un po’ vintage fatto di sentimento, di passione, di poesia e troppa sensibilità. E la “sensibilità” é una vera condanna, perché è uno stato di percezione purissima. Non è mai una questione di testa, ma di cuore, di nervi e pulsanti scoperti. Scosse continue.

Colpa di una vocina che da “dentro” mi sussurra senza fermarsi: “Dai. Fallo. Deludimi adesso. Altrimenti passo ancora il confine di quel finestrino e vengo a darti un altro bacio”. 

Bastava respirarlo 

5 giugno 2016

A volte gli universi si ignorano. Altre volte si contendono gli spazi vuoti. A me piace quando il mare è calmo. Quando c’è un sottile strato di nubi a segnare il confine col paradiso. Ma anche quando la marea sale e nasconde certi scogli. Quando piove a giugno e non fa nemmeno così caldo come dovrebbe. 

Sarà perché ci sono cose che non piacciono a molti. Sarà perché amo farmi piacere anche quello che le persone guardano, ma che non si fermano a osservare. Anche se poi è ciò che osservi a raccontarti storie.

Il punto è che non esiste un punto da mettere. Scrivo come parlo e quando parlo ultimamente tendo a nascondermi un po’. Soprattutto da me stesso.

Stamattina etichettavo dettagli del mio passato e all’improvviso mi è tornata alla mente mia nonna. Una donna d’altri tempi. Ricordo l’odore del sugo ritornando dalla spiaggia in estate. Quel suo immancabile cucchiaio di legno e il grembiule a fiori. Sono ancora lì. In cucina.

Per terra le maioliche bianco latte sempre assediate dalle formiche. E all’angolo la vecchia cucina a gas. Io passavo. Annusavo. Ci tuffavo dentro una rosetta di pane. E lei sorrideva. Sorrideva e poi contava con il pugno gli spaghetti. 

Aggiustava di sale. Agitava ancora il suo cucchiaio come farebbe un vecchio indiano che dissotterra l’ascia di guerra. C’era odore di olio d’oliva e basilico fresco nell’aria. Anche adesso. Tutto, ogni ricordo, ha quell’odore. 

Era  così semplice. Così meraviglioso. E non c’era bisogno di dirlo. Bastava respirarlo. Ho nostalgia di tutte le cose che nella mia vita non sono state. Ma tutto quello che è stato e ho perduto, mi manca molto di piu.

Tutto questo vivere

2 giugno 2016

Quando si termina di scrivere un libro la prima cosa che si fa è rileggerlo. E mentre sei lì che ti perdi nel dedalo di correzioni. Tra i vizi della punteggiatura. I refusi. Le
“d” eufoniche. Ti chiedi da cosa abbiano avuto origine tutte quelle parole pensate e scritte. Magari un’emozione. Un desiderio. O forse semplicemente il bisogno di colmare un vuoto. E se tutti questi pensieri poi non lo raggiungessero davvero un cuore? Te lo domandi a ogni pagina che scorre via. 

Quante parole perdute. Quante storie che se ne sono tornate indietro da dove erano venute. A testa bassa. Come quelle vecchie lettere spedite a un destinatario scomparso, o trasferito. Mi chiedo se l’affanno di scrivere valga davvero la soddisfazione di aver raccontato qualcosa. Oppure il tutto si esaurisca con il presuntuoso tentativo di schivare una realtà pesante e svogliata. 

Vale la pena farlo? Non c’è una risposta giusta, e neanche una sbagliata. In fondo esiste un momento giusto e uno sbagliato per tutte le cose. Non lo so. A volte rifletto con la consapevolezza di un sasso piatto. Uno di quelli che da bambino tiravo sul pelo dell’acqua.

Rimbalzo. Rimbalzo ancora. Rimbalzo e mi allontano. Mi allontano e poi affondo. Perso tra un arcobaleno di tartarughine e pesci rossi vinti al luna park e abbandonati nello scarico di un water. Colori. Finché non hai visto una ragazza arrossire non puoi certo dire di conoscerli tutti. Anzi, ti sei perso il colore più bello.

Tutto questo vivere. A volte soffocante. Tutto questo esistere raccontato bene da una foto piena di filtri. Io invece lo dipingo così. Scrivendolo. Sperando di non soffocare nessuno e magari di far sognare qualcuno.


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