Posts Tagged ‘Pensieri’

Quelli spontanei

28 gennaio 2018

Una delle cose che ho sempre amato di Alice era quella sua capacità di celare universi complessi dietro a espressioni di disarmante semplicità.

Un sopracciglio che improvvisamente si alzava in modo interrogativo. Oppure quello sguardo ironico che accompagnava un “sine”, o un “none”. Questo e quel costante senso di velata malinconia che la avvolgeva ogni tanto.

Sembra un discorso banale della domenica mattina. Ma lo sarebbe di più parlare della metafisica gotica e di Edgar Allan Poe?

C’era negli occhi di Alice un senso di trasparenza, di semplicità, di linearità minimale che mi catturava e affascinava.

Una sola vita e tanti differenti piani di sensibilità. Universi non paralleli ma, piuttosto, convergenti. Sentieri che collegavano il suo mondo a volte fluttuante, a volte reale, al mio.

Esperienze che talvolta determinavano un’intersezione. Un punto di fuga dal quale partivano le mie fantasie più sfrenate, i sogni impossibili e le incertezze. Quelle che compromettevano la mia percezione del vero, o della verità.

Alice risiedeva in ciascuno di questi mondi. In ogni realtà possibile. In ogni fantasia. Era lei la mia personale raffigurazione dell’ordine, della bellezza e della disciplina. E il suo sorriso sconfinava spesso in un atto di fede.

Che poi, alla fine, sono sempre i sorrisi la chiave di tutto. Quelli spontanei. Quelli che spuntano al mattino con una buona colazione. E rinascono la sera, davanti a una bella storia.

Staccarsi con dolcezza 

25 aprile 2017

Le parole si leggono. Si ascoltano. Oppure si pensano e si pronunciano. O meglio ancora, si scrivono. Si cantano. E sono quelle le più difficili. Quelle che creano il mondo all’interno del quale un pensiero potrà essere condiviso da tutti nel tempo. 

Mario Biondi saluta il pubblico. Gli applausi non lo toccano. È lì con il microfono in mano. La musica da il tempo e lui la prende reagendo con tre impulsi che partono dai piedi e gli attraversano tutto il corpo. 

Al terzo impulso i suoi movimenti diventano canzoni e musica.

Mario Biondi, nome d’arte di Mario Ranno, è un cantante, un compositore e arrangiatore italiano. I suoi genitori si chiamano Concetta Porto e Giuseppe Ranno. Ma questo non interessa davvero a nessuno.

Quando la luce stacca sul suo primo piano riesco osservare da vicino l’espressione del volto. 

“Love is a temple”.
“L’amore è un tempio, Non darlo per scontato, e quando succede, è il momento di scrivere la tua storia.”

Gli occhi si aprono un varco tra le note. I pensieri prendono vita. Seguono la strada indicata. Il corpo comincia a vivere, a farsi abitare dalla musica e questo è un passaggio straordinario. 
È il miracolo che l’uomo può arrivare a compiere. 

Mario si lascia passare la musica nelle spalle, che prendono a seguirne il movimento. Non sono movimenti che fa. Sembrano piuttosto movimenti che gli sfuggono via. Ha un perno fisico, una focalizzazione che tiene con una disciplina da militare. Non stacca gli occhi da un punto indefinito della platea. Forse cerca qualcuno. Oppure segue soltanto il flusso delle parole. 

C’è un rigore assoluto nella semplicità e nella verità dell’azione che sta compiendo. E la disciplina fa sì che la vita possa scorrere e fluire. Il suo corpo è musica e il suo sguardo tiene l’azione di profondità. Il perno che solleva il mondo. Il baricentro.
E il suo fisico è quasi contratto. Muove il braccio destro e il movimento lo aiuta nell’esecuzione. 

“Take me up and let me down, Hold me when I’m sad, Take my eyes to look around, Take my ears to listen to the stars, This is what u are, Knock me down knock me out, Make me feel shy,But when you hold me in your arms, I can just forget the tears I’ve cried, This is what u are”

Questo è quello che sei? Davvero?
Un uomo diverso, non come noi. Il suo baricentro è l’esecuzione. È la musica. Il suo punto di focalizzazione nasce lì. Ed è un triangolo meraviglioso. Lui. Noi. Le parole.  
Nessuna regola, né il ritmo, né la melodia, né il palcoscenico permettono di separare le frasi dal loro significato. Dalla loro energia. 
Rimango a guardarlo rapito e penso alle sue capacità. A quel cappello che soltanto lui potrebbe indossare. Al talento che trasforma le “regole assolute” in “regole del gioco”. 

Penso che mi stia indicando un altro modo di amare. Non di certo una donna. Non di certo gli altri. Ma me stesso.  

È una serenità che mi nasce da dentro e che rivela un altro luminosissimo orizzonte. La capacità di saper contenere le emozioni. Non di negarle, non di reprimerle, né viceversa di cedere loro un timone cieco. 

Catturare le emozioni. Nel senso di sapere che ci sono e di controllarne il flusso. Essere liberi di viverle, di farle vivere e di contenerle nella partitura della canzone. Le canzoni sono la colonna sonora di tutta una vita. 
Ormai la strada è segnata verso la fine e anche questo passaggio così difficile risplende di serenità. Ritmo e musica con le loro regole sono ormai digeriti e diventano sangue che mi scorre dentro miscelato a respiro. 

Qui. Ad altezza cuore. In questo punto più che negli altri, secondo me, esce la qualità fisica profonda. La compostezza. Sono padrone di me stesso e completamente libero.
Mario saluta e ringrazia. Nessun compiacimento, solo piacere. Questo finale mi ricorda qualcosa che ho già scritto in passato. 

“È impossibile quando ti tieni forte, aggrappato a qualcosa con tutto te stesso, staccarti con dolcezza”.

Essere sepolcro. Essere culla.

18 aprile 2017

Le aree dismesse esistono fuori e dentro di noi. Il tempo ne traccia i confini. La domenica pomeriggio. La fine di un viaggio. Di una vacanza. La fine di una relazione. Una moltitudine di “fine” e a ogni fine corrisponde il vuoto. Un brutto posto esistenziale dove andare.

Naturalmente più si diventa grandi e peggio è.

Ieri sera ho fatto due passi partendo dal lungomare di Ostia. Di settimana in settimana adesso la luce del giorno rimane più a lungo a impressionare le cose che vedo. Poi sono entrato nella pineta di Castel Porziano. In alcuni tratti un vero luogo di abbandono. 

La luce ieri sera illuminava la natura, ma anche l’immondizia, i detriti, i ciuffi d’erba tra le buste abbandonate. Chissà quando. Chissà da chi.

La luce. La luce è più interessante di ciò che illumina. Partendo dalla decisiva funzione di uno sguardo al buon funzionamento degli occhi. 

A ogni pensiero siamo sepolcro e culla. I miei occhi in fondo raccontano le storie molto meglio di me. Imparassi da loro a essere così oggettivo. Così pragmatico.

Perché le cose che scrivo non sono altro che il luogo della trasformazione di tutti gli sguardi della mia vita. Così come la “fine” di un bel giorno, di una relazione, di una semplice vacanza, non sono altro che un posto scomodo dove stare a pensare. 

A volte mi trovo a ricordare qualcosa che ho già scritto e mi chiedo come sia mai arrivato in passato a scrivere cose che oggi magari non penso. 

Si può cambiare ancora quest’idea? Come ci sono arrivato? Che strada ho percorso? In quali luoghi mi sono trovato a cercare le parole per scriverlo? Come mai oggi dico cose così diverse da anni fa? 

Scrivo per dare forma a un processo. Un’azione depurativa degli eventi che vivo. Estraggo vitamine e ferro arruginito dai giorni. Ingoio frustrazioni e restituisco ossigeno in una sorta di fotosintesi sommersa e silenziosa. 

Ora la spiaggia. Una bicicletta col cestino della spesa. Il sole scivola via e accarezza con la stessa grazia tanto i posti belli, quanto i luoghi dove non esiste la serenità. 

Stasera permetto alla luce di entrarmi dentro. Alle parole di fare il proprio percorso. A volte l’esistenza è più consapevole di noi di quanto non potremmo esserlo noi stessi. L’esistenza sa. Il passato trasforma il nostro passaggio in memoria. 

Non so perché, ma questo pensiero mi trasmette una spietata allegria. 
Mi fa sentire parte di qualcosa di immenso a cui appartengo secondo qualche legge che non ho ancora capito.

Essere sepolcro. Essere culla. Essere un uomo in grado di trasformare qualche detrito abbandonato in un tramonto. E una discarica in vita.

Sottrazioni 

20 agosto 2016

Hai davanti agli occhi Roma. Magari sei seduto sul bordo di una fontana e la osservi di notte. Quando non gira più nessuno. Eppure non ti senti affatto solo.

Intorno hai tutto e tutti che si muovono. La storia. Il tempo. I profumi. Le atmosfere dei giorni passati. Cosi chiudi gli occhi e la tua vita si trasforma in un infinito ologramma a cielo aperto.

Migliaia di pensieri arrivano a difenderti dal resto del mondo. Come se la tua quotidianità lasciasse una scia che sei in grado di guardare solo tu. 

C’è sempre un minuscolo punto di vista all’interno del tuo campo visivo totale. Una prospettiva che avevi dimenticato. Ed è questo che ti fa entrare nel senso delle cose, nel sapore, nella dimensione invisibile di quello che vorresti a tutti i costi condividere. Un volto riflesso, un dettaglio, un ricordo.

Stanotte mi accorgo che è stupefacente la quantità di cose che mi porto addosso senza saperlo. Cose invisibili. E mi stupisco quando mi rendo conto che la strada per arrivare a notarle sia fatta di “sottrazioni”.

Mi spiego. Per vedere in profondità quello che c’è dentro un ricordo forse bisognerebbe rinunciare a tutti gli altri. Guardare attraverso il tempo. Frugarci dentro. Alla fine è solo un fatto fisico. Una disponibilità a cercare davvero quello che stai ricordando. 

Perché l’unica cosa che vale la pena ricordare non sono le persone, o i fatti del passato. Ma il tuo rapporto con le persone e i fatti del passato. In fondo non esistono immagini che abbiano senso, senza le emozioni che le hanno accompagnate.

La fine del tunnel

17 agosto 2016

L’intangibile stanchezza di certe mattine. Il cielo in un caffè. Una strana sensazione di allineamento. Immagini di un tempo vissuto. Lavorato. Guadagnato. Tutta l’energia di cui ho quotidianamente bisogno che si nasconde in un sorriso. Intanto il mio meccanico tentativo di partecipare ai discorsi che non mi interessano, fallisce. Si esaurisce in una smorfia. Come quando in sogno vorresti smettere di precipitare, ma non si può. E quindi ti svegli. Ma non c’è nessuno che ti aspetta con la colazione a letto.

Buon ferragosto 

15 agosto 2016

Una mattina ti svegli e il mondo è tutto ordinatamente al suo posto. I tetti delle case nel sole. Il cielo privo di nuvole. Le foglie verdi degli alberi. Le campane indisciplinate di una chiesa. Il battente della finestra che si apre e che sembra non volersi chiudere più. Gli uccelli. I passanti. Quel rumore appena accennato di tazzine che giunge da un bar. Il mio volto riflesso, attenuato dalle trasparenze di un vetro. Niente confusione. Nessun paragone. Non mi manca nulla. Sono le evidenze di un ferragosto di festa. Un giorno sereno qualsiasi che si contrappone all’inintelligibilità di ogni altro giorno. 

Domani

23 agosto 2013

Passiamo la vita pensando a come saremo domani. Lo progettiamo il domani. Cerchiamo anche di prevederlo il domani. A volte preghiamo per il nostro domani.
Pregare.
In questo mia madre è maestra.
Pregare fa parte delle nostre speranze più folli e non è detto che renda il domani migliore, ma su una cosa mia madre ha ragione. Non puó assolutamente cambiarci in peggio.
È giusto darsi degli obiettivi e correre per conseguirli, ma ogni tanto vale la pena fermarsi, respirare e guardarsi intorno. Abbracciare gli affetti. Ricambiare i sorrisi delle persone che ti vogliono bene. Godere di ogni cosa perché la vita è “ogni cosa” e non dura per sempre. Forse se ultimamente dormo poco è anche per questo.
In fin dei conti, se non sapessi che in tutto ciò che faccio esiste una luce, anche piccola che illumina lo sguardo di qualcuno, forse non lo farei.

Il gioco delle bambole di pezza

12 aprile 2013

Noi che giochiamo agli imprenditori, agli uomini di successo, agli innamorati, ai vincenti. Noi che siamo fidanzati, mariti e amanti insoddisfatti. Che non somigliamo per niente ai nostri genitori, ma nemmeno ai nostri figli. Che ogni mattina ci osserviamo, ci misuriamo e valutiamo il nostro piazzamento rispetto a ció che ci circonda, a quel che siamo e che facciamo.
Noi, eternamente in gara contro tutto e tutti, tranne che con noi stessi. Ed è una folle corsa verso il basso. Quella di chi precipita e si compiace di accelerare.
Prigioniero anche io di questo sconsiderato gioco delle bambole di pezza, oggi sento che dovrei provare a scusarmi per tutte quelle volte che ho giocato e mi sono trovato a precipitare, convinto di dover solo staccare gli altri.
Chiedere scusa alle persone che amo e soprattutto a me stesso. Ma il monologo delle scuse potrebbe essere lungo e molto impegnativo. Per questo mi limiterò a rilasciare un sintetico: “perdonatemi, quello non ero io”. Un pugno di assordanti parole sussurrate sottovoce per pochi interessati.
Un colpo sferrato allo stomaco.
Forse la nostra esistenza è molto più simile alle favole che si raccontano ai bimbi, piuttosto che al mondo spietato, complesso e variopinto delle persone adulte.
Forse basterebbe solo provare a esserci di nuovo accettando tutte le nostre imperfezioni. Totalmente, esclusivamente, senza paura, dedicando questa nuova versione di “noi stessi” a noi e a tutte le persone care.
Tornare finalmente in contatto con le cose importanti e abbandonare questo comune e insensato, ma umano bisogno di esorcizzare le paure acquistando e ostentando un inutile, insipido prestigio.

La rabbia del cacciatore di se stesso

10 marzo 2013

La rabbia di una piuma che non riesce ad attraversare l’oceano mi si condensa addosso, mentre una febbre licantropa scava le unghie dentro la carne delle mie mani.
ll rumore di denti che si spezzano contro altri denti è l’unico silenzio che riconosco in questa prigione di pensieri, dove ogni dubbio è un macigno che mi tiene schiacciato a terra e mi impedisce di parlare.
Certe volte lascio che in quello che penso cadano alcune parole maledette, alcune parole alle quali non sono abituato.
Cerco risposte e alla fine mi accorgo che non ho nemmeno una domanda giusta da fare.
Mi guardo intorno cercando un segnale in una pupilla che si dilata quel millimetro di troppo, in una testa che si volta con l’eccessiva velocità di chi vuole nascondere il proprio interesse.
Il mio arco scocca una freccia e io la vedo conficcarsi sulla parete alle mie spalle.
Cacciatore e preda si fondono all’interno della stessa storia ed è il paradosso di chi non può in alcun modo uscirne vincente.
Conosco due tipi di persone: quelle che giocano per “vincere” e che, per “vincere”, sarebbero disposte a perdere anche la dignità. E quelle che giocano solo per il gusto di giocare, che alla fine ripongono tutti i pezzi del puzzle nella scatola e “vincenti” o “perdenti” se ne vanno a bere una birra con gli amici, perché domani sarà comunque un altro giorno.

La piccola luce

11 febbraio 2013

Passiamo la vita pensando a come saremo domani. Progettiamo il domani. Cerchiamo anche di prevederlo il domani. A volte preghiamo per il nostro domani.
Pregare fa parte delle nostre speranze più folli e non è detto che renda il domani migliore, ma su una cosa mia madre ha ragione: “Non può assolutamente cambiarci in peggio”.
È giusto darsi degli obiettivi e correre per conseguirli, ma ogni tanto fermiamoci, respiriamo e guardiamoci intorno. Ci sono affetti da abbracciare e sorrisi da ricambiare, quelli delle persone che ti vogliono bene.
Se oggi cerco di godere di ogni cosa e scrivere ogni cosa è perché la vita è “ogni cosa” e non durerà per sempre. In fin dei conti, se non fossi convinto che in tutto ciò che faccio esiste almeno una piccola luce, probabilmente non lo farei.

Non sarebbe vita

30 gennaio 2013

Dolore, rabbia, odio, desiderio, amore, stupore, meraviglia, tristezza, malinconia, noia. Emozioni che non si sa come coltivare, mantenere, stimolare o cancellare. Eppure, senza non sarebbe vita.

Un esame lungo una vita

27 gennaio 2013

Quando sei arrivata, otto anni fa, hai trovato uno sprovveduto con l’aria sognante e gli hai insegnato a fare il papà.
Da quel giorno non c’è mattina che io non mi chieda se sono stato all’altezza di questo ruolo.
E’ il mio esame quotidiano e so che durerà tutta la vita.

Un inutile sabato

26 gennaio 2013

Insieme, notte, sorriso, tempo, viaggio, roma, caso, gennaio, benvenuto, distanza, identità, amicizia, soldi, accordo, devastante, perdono, ecco, sicurezza, sole, neve, solitudine, reazione, natura, troppo, abbastanza, qualcosa, tutto quello che non ti aspetti.
E poi arriva un altro inutile sabato da ricostruire, come le sorprese che trovi nelle uova della kinder.
Piccole, stupide, inutili opere di ingegneria, che poi butti nel cestino della spazzatura insieme a un sorriso e al tempo perso per realizzarle.

Esiste un posto dentro ogni giocatore

16 gennaio 2013

Mi fermo sempre a rileggere gli appunti dei miei viaggi e ogni volta mi sorprendo di quanti pensieri sono in grado di immagazzinare in testa.
Immagini impresse di un giocatore che non demorde mai. Che attende, elabora, spesso mente e poi affonda il colpo sempre sicuro delle sue azioni, anche quelle imperfette.
La testa si svuota quando l’uomo gioca sull’uomo ed è uno di quei momenti in cui nessuno si vergognerebbe di ammettere la propria lucidità, perché il vero scopo non è mai partecipare, ma vincere.
Anche quando la lettura è perfetta, la strada principale che porta al successo passa comunque attraverso un’isola pedonale fatta non di statistica, ma di emozioni.
Devo percorrerla a piedi e raggiungere l’assoluta inerzia della mente.
A volte mi trovo lì, a passeggiare simulando quella forza che so’ di non avere. Una sfrontata sicurezza che devo, ripeto, devo ostentare.
Mancano solo 10 minuti alla fine del day2, presto so che avrò una risposta.
Tutti mi fissano. Mi seguono con lo sguardo, ma non sanno che conosco molte delle loro storie, forse da sempre.
Non ho il volto angelico e sereno di un giocatore a cui si può raccontare tutto. Non potete sperare che io vi creda. Non potete credere davvero che io lo faccia ora.
Poi le prime tre carte cadono a terra, occhi negli occhi del mio avversario, ma è solo un istante.
Lui abbandona la presa, abbassa lo sguardo, ma punta lo stesso.
Sei debole amico mio. Esiste un posto dentro ogni giocatore che si riempie di paura e quando questo succede, sei morto.
Al mio turno accendo uno dei miei più insignificanti e luminosi sorrisi. Qualche frase di convenienza precede il movimento che accompagna tutto quello che ho oltre la linea di gioco.
Si chiama “All in”. “Ora se puoi, vieni a camminare con me, ma lascia i tuoi sogni parcheggiati fuori.”
Quando rifletto, e l’adrenalina è in circolo, nella mia testa rimbombano azzardati pensieri in romanesco.
Forse anche la mente ha un suo colorito dialetto. Io l’ascolto, rido a fior di labbra, sorrido dentro e attendo.
Il cuore dell’orsetto batte irregolarmente, il corpo trasuda, la mente ribolle, percepisco un aroma naturale di vittoria, lo sento di pensiero in pensiero ed è un desiderio con le ali che sta diventando ormai certezza.
Vorrei vedere le sue carte volare in mezzo al mazzo, ma lui tentenna e non molla.
Si agita. Riflette. Crede che io non sia così forte e si dimentica di considerare la cosa più importante. Che non ha nulla in mano.
Non posso rallentare la mia camminata, sono rimasto indietro, isolato, i suoi dubbi mi hanno lasciato solo l’illusione di godere le bellezze nascoste di un magnifico piatto vinto.
Non posso parlare. Verrebbe interpretato come un chiaro segnale di debolezza, posso solo guardarlo negli occhi in deciso tono di sfida.
Non funziona.
Alla fine lo vedo trascinare la sua pila di chips più preziosa al centro.
Ho due over cards e un monster draw. Lui gira bottom pair e limitate speranze di vincere il piatto, ma parto dietro.
Le ultime due carte cadono spietate, in silenzio. Quel silenzio che alla fine potrei riempire solo con l’amarezza.
Quando si perde un colpo si spegne in ogni qualsivoglia tentazione.
Ogni goccia di pensiero positivo evapora e quello che hai intorno si spopola. Tutto ti fa letteralmente schifo.
Io penso. Inesorabilmente penso.
Giocare è rischiare, ma anche vivere è un rischio che si rinnova continuamente.
Vincere. Perdere. E comunque lottare sempre per esserci.
Accettare un verdetto per quanto spietato, anche quando perdere vuol dire solo il 39% di possibilità che questo accada, è come trovare il barattolo della nutella vuoto.
Può darsi che questa sia l’ultima, ma non l’ultima, di tante giornate che mi urteranno il sistema encefalico.
Cesso di pensare. Parlo in fretta. Pronuncio frasi vagamente sconnesse, ma dura poco. Saluto i ragazzi al tavolo, il dealer, abbraccio Costantino Russo. Ho solo voglia di andarmene a camminare in lungo e in largo in questo angolo di villaggio, dove gli abitanti si contano su due mani e vedi facce a intermittenza. Ho voglia di tornare a parlare di calcio, di politica e di ammiccanti ragazze e questo interesse precario per le cose che mi circondano mi fa stare male. Di colpo si ribella anche la testa.
Ritiro il mio premio.
Raggiungo velocemente la macchina e mi rimetto in viaggio. Un nuovo viaggio, ma stavolta verso casa.
In auto rifletto ancora su questa nuova occasione persa e finisco col perdere la cognizione del tempo, ma è anche probabile che l’abbia già persa nel momento esatto in cui ho spinto tutto quello che avevo oltre la fatidica linea che segna il punto di non ritorno.
Il tempo occulta le mie aspettative di ritrovare intatto il passato e mi introduce al futuro. Quello che è stato non lo posso cambiare, ma potrò comunque farne tesoro.
Aspetto che la ruota giri nel verso giusto, continuo a domandarmi come soffierà il vento domani senza mai sorprendermi di quale foglia farà cadere.
Vivo quel soffio di assurda bellezza che ogni volta mi riporta tra le braccia di mia figlia e le impalpabili soddisfazioni di ogni giorno, senza alcuna amarezza o rimpianto.
Esiste un posto dentro ogni uomo, fatto di piccole gioie, che nemmeno il giocatore più vincente riuscirebbe a riempire mai.

Il fascino di quello che non posso sapere

7 gennaio 2013

Spesso sento un’irrefrenabile voglia di tuffarmi in una strada senza necessariamente conoscere prima dove mi condurrà. Sarà per questo che nessuno mi sceglie come compagno di viaggio.
E’ colpa delle calamite che ho nello stomaco.
Ogni tanto ce n’è una che mi attira verso qualcosa che non posso vedere, ma per fortuna dura solo per un po’.


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