Archive for gennaio 2019

La nostra più grande solitudine

16 gennaio 2019

Si può essere vicini. Si può essere nello stesso tempo, nello stesso emisfero, nella medesima città e addirittura nella stessa stanza. Ma tutto cambia il senso senza simultaneità. La simultaneità è una vibrazione empatica.

Due corde di pianoforte accordate sulla stessa nota vibrano nello stesso identico modo. Simultaneità è riuscire a percepirlo.

Ipotizziamo di essere seduti al bar con una persona che ci confida una cosa che ritiene molto importante. Ma supponiamo di capire e di realizzare veramente questa cosa solo diversi anni dopo.

Ebbene è in quel preciso attimo che siamo simultanei. È solo in quel maledetto istante che ci troviamo davvero seduti a quel tavolo. Solo e unicamente in quel momento di molti anni dopo.

Anche se la realtà fisica può essere variata nel tempo. Anche se l’altra persona potrebbe non esserci, o non riconoscerci nemmeno più.

Il piano della percezione è completamente diverso rispetto al piano fisico. E a volte un ritardo nel capire qualcosa di importante diventa il ritardo di tutta una vita. Un disallineamento del nostro essere. La nostra più grande solitudine.

Eri incanto

4 gennaio 2019

Di tutte le parole ho scelto questa. Incanto. Decine di ricordi riflessi in un pensiero indimenticato. Un colpo di tosse. Un calzino spaiato. Dieci palloncini gialli. L’istante che precede ogni parola sussurrata.

Era incanto accarezzare coi polpastrelli un menù stellato, immaginando cosa avresti ordinato. Oppure inventare un dono. Ricavarne una sorpresa, un abbraccio, un rifugio, o un anfratto nascosto nei tuoi occhi. Riuscivi a dare un senso altissimo e introvabile ad ogni attimo trascorso in silenzio.

Si, eri tu. Eri tu. Sei tu.

Che camminavi in un tacco altissimo come si cammina in una scarpa slacciata. Che non portavi con te nuvole grigie, ne tantomeno un cielo sereno.

Ed erano uniche quelle mille scomodità. Quelle dei vagoni contaminati di un treno regionale. Le docce. I gusci. O il sonno in un’auto parcheggiata a caso. Sotto casa o lontano da casa.

Erano incanto la tua schiena. I tuoi capelli raccolti in fretta. La colazione pronta. Le gocce di cioccolata. Il plum cake alla vaniglia. Le notti lunghissime e mai perfette.

Eri incanto tu e il tempo che non voleva mai scrollarsi di dosso quei momenti.

Un incanto che cominciava da dentro. Dalle profondità di un sogno attraverso l’universo, che pulsava al ritmo del battito del tuo cuore.

Un incanto come nessuno, fino ad allora, era stato mai.

#31 dicembre

3 gennaio 2019

È la fine di dicembre. Ma non un giorno a caso. È proprio la fine. L’ultimo giorno. L’ultima notte. Quella dove tutti festeggiano la routine. Anche chi non avrebbe un bel niente da festeggiare.

Ultimamente mi sono reso conto che prima di scrivere penso in bianco e nero. Forse in una scala infinita di grigi la cose accadono più lentamente. E comunque le cose accadono. Anche nelle favole.

Che senso avrebbe un cappuccetto rosso senza lupo. Una bella addormentata nel bosco senza arcolaio. O una Biancaneve senza la strega cattiva. Dalle favole però ho imparato a fuggire. E l’ho fatto tante volte, ma sono sempre tornato, convinto che prima o poi sarei rimasto. E invece ogni volta sono ripartito. Scappato.

Anche stanotte ho fatto ritorno nei miei pensieri più intimi. Senza muovermi. Senza spostarmi di un centimetro. Immobile sul divano di una stanza circondato da cose. In compagnia dei miei silenzi. A tratti spiato da un soffitto curioso.

La notte ogni pensiero è la pagina di un diario. La notte ogni ricordo mi ruota intorno. E per un istante la mia mente diventa il centro copernicano di un universo che orbita al contrario. Sono tornato. Forse per sussurrare a qualcuno un “mi manchi”. L’ho fatto in modo scontato. Quasi didattico. Eppure era la verità e lo è anche ora che sto ripartendo.

Stasera alzerò un calice per brindare a tutto quello che non sono riuscito. A tutto quello che non posso e che non voglio. A tutto ciò che non importa a nessuno e che per me è importante. A tutti i desideri che vorrei indossare ancora. E a tutti quei meravigliosi errori che mi piacerebbe strapparmi di dosso.

Del resto che rimane farò invece una pallina di carta da gettare via con un impreciso colpo di tacco. Guardando negli occhi i miei genitori e abbracciandoli non come fosse l’ultima notte al mondo. Ma come per dire semplicemente, Auguri.


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