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Senza accontentarsi mai

1 agosto 2017

Mi piaceva il suo modo di passare dalla malinconia all’umorismo. Forse non era un attore formidabile, ma sapeva scrivere. Sapeva scrivere bene. Peccato che di tutti i suoi libri solo un paio siano stati tradotti in lingua italiana. E devo dire di aver apprezzato anche le sue interpretazioni in parecchie pellicole.

Sam Shepard. Una volta ho letto di come strutturava il suo lavoro durante l’arco della giornata. Un capitolo al mattino, appena sveglio. Poi una pausa, palestra, un giro da qualche parte. Un pranzo leggero e un capitolo il pomeriggio. Poi basta.

“Perché ogni singola pagina merita le mie energie migliori”. 

C’era da credergli, visto come scriveva.  
Ecco. Dovrei disinnescarla la mia provocatoria retorica, ma è più forte di me. È irritante. Sfacciata. 

Stamattina mi sono alzato e ho scritto un capitolo del mio terzo libro. Si perché il secondo è finito da un pezzo e non ho voglia di cambiare più nulla. E quindi? Quindi l’ho fatto? Scriverlo intendo.

Ora ricca colazione, poi mi aspetta uno stillicidio di piccole intolleranze nel traffico di Roma. Caldo torrido. Code reiterate. E un paio d’ore in una filiale alla Balduina tra impiegati che verificano se gli F24 sono ben compilati. Oltre a quelle domande sui numeri di conto corrente, impossibili da ricordare. Impossibili come il titolo dei romanzi di Sam Shepard.

Impiegati di banca. Non sto parlando della professione più faticosa del mondo. Ma insomma cosa dovrebbero dire gli addetti allo sportello del proprio lavoro. Che ogni cliente merita le proprie energie migliori? Che tra un versamento e un estratto conto meglio farsi un giro? E in un negozio? E in una scuola? E i tassisti, che poi sarebbero, già di loro, sempre in giro?

Eppure scrivere sembrerebbe estremamente più faticoso. E credetemi, lo è. Per quanto sfrontata e priva di senso potrebbe sembrare questa mia affermazione. Per comprenderlo pensiamo a cosa capita ascoltando una canzone. Una di quelle in grado di toccarci dentro. 

O quando rimaniamo inebetiti davanti a un capolavoro del cinema. O quando finiamo un romanzo che ci ha coinvolti. Travolti. Appassionati. 
Quando ci rendiamo conto che qualcosa di molto profondo e dormiente è stato risvegliato dentro di noi. Che esiste qualcuno che si è preoccupato di conoscerlo e raggiungerlo. Nonostante le code nel traffico e le beghe della quotidianità. 

A volte mi sento come se mi fosse stato fatto un regalo. Un percorso che qualcuno ha scavato nella materia più insidiosa che esista. Il cuore.

Per essere credibile su che tipo di fatica è scrivere, dovrei scrivere per vivere. Ma non è quello che faccio. Scrivo per scrivere. E succede quasi ogni notte. Quasi ogni mattina. A volte sorserggiando un tè caldo sul gradone di una vecchia fontana del centro. Quando non passa più nessuno. Quando il sonno è così adorabile da far sembrare la vita una cosa perfetta. 

E invece la vita è in qualche vicolo buio che ti aspetta. E bisogna continuare a svegliarsi. A camminare. Qualche volta addirittura a correre. Senza mollare mai un metro. Senza accontentarsi mai. 

Pregiudizi

10 settembre 2012

Ci sono pregiudizi che non vorrei mettessero mai piede nella mia testa, ma che ogni tanto sono costretto ad ospitare. Per fortuna si limitano a stare dietro le quinte, senza mai andare in scena.


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