Archive for aprile 2016

Relatività galileiana

29 aprile 2016

Un treno non può andare più veloce di una testa pensante. Un paesaggio può sfuggire. I pensieri no. Stamattina i ricordi sono dipinti a olio. E sono sempre lì. Ben esposti. Appesi a un muro fatto di tempo e piccole cicatrici. Perché il passato ha i bordi taglienti. Si sa. Bisogna fare attenzione. E occorre avere anche molta pazienza. 

Le opere d’arte le puoi osservare, ma non puoi toccarle. Al limite puoi limitarti a svenire come il più dilettante degli Stendhal. Ma oggi non ho ancora un piano per sembrare così sorpreso. 

Chissà qual è stato il primo colore al mondo. Forse il bianco. L’azzurro. O magari nessun colore, ma solo perché qualcuno adorava creare di notte.

Non si può riprodurre due volte la medesima emozione. Non puoi subire due processi per lo stesso reato. Eppure ci si può arrabbiare per lo stesso motivo. O sentirsi rivolgere due volte la stessa domanda. Dalla stessa persona. Anche se a quella domanda hai già risposto. 

A volte vorrei seguire l’esempio dalle meduse. Rispondere con un liquido urticante. Oppure piombare inaspettatamente sulla schiena di qualcuno e poi finire in terra. Spiaggiato sul bagnasciuga. O magari comportarmi come in inverno sotto il piumone. Rispondere con i piedi freddi. 

Potrei anche seguire l’esempio dello stretto di Messina. Presentare un progetto non approvato di ponte irrealizzabile. E convincere tutti che gli spazi vuoti si possono superare con un bel salto e una lunga rincorsa. Giusto per vedere qualcuno bagnarsi un po’.

Il mio è un universo semplice. Di architettura galileiana. Fatto di legami invisibili che uniscono tutte le cose. Dove non puoi recidere una rosa senza turbare una stella. 

Un posto dove le cose meno importanti di te continuano a orbitarti intorno. E tu vai avanti senza nemmeno sapere il perché. Convinto che fuori sia tutto fermo e che in fondo. Ma proprio in fondo. Alla fine vada bene così.

  

La sottile linea rotta

27 aprile 2016

Chissà se esiste davvero. Quella linea che unisce testa e cuore. Che separa le scelte giuste da quelle sbagliate. E che si manifesta un attimo prima di scegliere. Dentro di noi. I filosofi ne parlano spesso. Il bene e il male. I buoni e i cattivi. Tutta teoria. Niente di tangibile. In fondo non c’è nulla da vedere. Io stesso non ho mai visto niente. Eppure esiste. È lì. Inquietante. Silenziosa. Tagliente. 

Ma separa davvero le scelte giuste da quelle sbagliate? E unisce proprio mente e cuore? Non credo. 

Piuttosto li separa.

In ogni persona. Voi. Me. In ogni essere libero e pensante. Esistono due voci. Due emisferi della stessa coscienza. Due atteggiamenti interiori profondamente diversi. Uno che tiene conto delle conseguenze di ogni azione. L’altro invece no. 

Uno è ragione pura. L’altro è istinto primordiale. Uno è controllo. L’altro reazione. Il primo è fiducia. Il secondo è fatalismo. Non si può decidere se averli, o meno. Ci sono entrambi. Coesistono. Separati proprio da quella linea sottile. Possiamo però non avvertirla. Ed è un’ignoranza caratteriale ricca di conseguenze negative. Io lo so. Ci sono passato più di una volta. E ogni volta ho sofferto. Ogni volta ho benedetto e poi maledetto quella linea.

La differenza tra una scelta giusta e una sbagliata sta nel saperla percepire. Poi si può anche sbagliare ad assegnare il significato. Ma tutti quei sentimenti a cui lasciamo libero sfogo. A cui diamo, diciamo il “via libera”. Per egoismo. Per amore. Per necessità. Poi alla fine crescono. Si moltiplicano per forza e intensità. Sono come un parassita. Tutte quelle emozioni che riusciamo a controllare invece decrescono. 

È colpa delle emozioni se alla fine siamo giudici tutt’altro che imparziali delle nostre scelte. Se non assegnamo sempre un significato alle nostre azioni. Se non riusciamo a dare comunque un senso a ognuna di esse. 

Eppure dipenderebbe solo da noi far prevalere quello che siamo. L’io vero dentro. Quello che ci identifica. 

Per questo è importante percepirla quella linea. Restare in ascolto. Riflettere e distinguere ciò che apre alla fiducia, da tutto quello che invece ci reclude in noi stessi. 

L’incoscienza, il fatalismo e l’ignoranza rompono la linea. Quando questo succede si perde. E quando perdiamo non è mai contro gli altri. Ma contro noi stessi.
  

Il tempo che conta

25 aprile 2016

I fori Imperiali. Li attraverso mentre il sole tramonta e manda in dissolvenza le prospettive di un impero che oggi non esiste più. A volte vorrei viaggiare indietro nel tempo. Attraversare con gli occhi un passato che ignoro e che posso solo immaginare. La Roma dei Cesari. XXV-IV-XXXIV ac.

Oggi il mio imperatore combatte una battaglia in qualche sperduto territorio di barbari. Si dice al nord dell’Europa. Quanto vorrei conoscere i dettagli di ogni singola pugna.

Invece resto in città. Con il mio onesto lavoro da fabbro. Alle prese con il solito gladio da forgiare. Mentre le tasse ogni giorno si intensificano. Ed è frustrante andare avanti.

Deve essere proprio per colpa degli esborsi di questa guerra. Costa assai cara la gloria del mio impero. Poi però un giorno l’imperatore torna a Roma. Si dice vittorioso. Ci sono festeggiamenti e per mesi si celebra l’esito trionfale. Debellati i barbari. Finalmente, mi dico io. Ma abbiamo vinto? È proprio vero?

Boh. Chi lo sa? Ci dicono di festeggiare, perché in fondo dubitare? 

Questo è un periodo di festa. Ed è a spese dello stato. Si mangia. Si beve. Si guardano spettacoli truculenti al Colosseo. È tutto così meravigliosamente perfetto. Anche se la guerra potrebbe essere stata un completo disastro, difficilmente lo saprò mai. E poi in fondo non mi interessa saperlo. E anche volendo come potrei farlo.

Nella mia dom si sta bene, ma non ho la radio e non esiste una web tv. Non l’hanno ancora inventata. Non c’è internet e non ci sono Bruno Vespa e i suoi plastici a prendermi in giro. Però le fogne funzionano. La cloaca Maxima è un capolavoro di ingegneria perfetta. La pozzolana. Il calcestruzzo. Il vetro soffiato. Le gru. I sistemi di drenaggio. Tutte meravigliose scoperte di cui andare orgogliosi.

Eppure nessun giornale. Niente da leggere. Ma tanto non saprei nemmeno farlo.

Poi però una mattina mi sveglio e ho i barbari in casa. 

Ma non li avevamo debellati? 

Non si erano assoggettati a Roma Caput Mundi? 

Vabbè cosa importa. Sopravviverò anche a questa. E poi è soltanto un sogno. Un pensiero. Solo che a volte mi viene il dubbio che “prendere in giro il popolo” sia uno sport che dura da millenni.

Ho ancora voglia di passeggiare tra le rovine dei fori imperiali. Di giocare a tornare indietro nel tempo e magari toccare a mani nude la solennità di un Colosseo stanco. Sentire quella pietra fredda sotto il palmo della mia mano privarsi delle vibrazioni generate dal passaggio dei tram.

Ricordo quel giorno a Caracalla.

I giochi di luce sulle vecchie terme.

Roma è stupenda, ma forse non mi occorre viaggiare nel tempo.

Forse l’unico tempo che conta è quello che mi appartiene oggi. Per sempre.

  

“When doves cry”

24 aprile 2016

Si può attraversare di notte ponte Sisto anche al buio. Alcuni lampioni sono spenti. Altri tossiscono luce. Ondeggio come un guerriero stanco al ritorno dal suo logorante conflitto. Disegno con lo sguardo traiettorie alcoliche sui sanpietrini. Stanotte metabolizzo la morte di Prince come fosse vodka. Al solito. Mi perdo nei vicoli di Roma. Mi accompagna la sua musica. Ma non riesco nemmeno a terminare l’ascolto di “Purple Rain”. 

Salto il brano. Evito un passante assonnato. Poi mi perdo tra le note di “When doves cry“. Appoggiato agli infiniti muretti di lungotevere, rifletto sul concetto di canzone semplice e perfetta. Due persone che si attraggono. Ma i loro caratteri sono troppo diversi. La quotidianità li allontana. Non stanno bene vicini. E neanche lontani. Ma una passione che non può essere consumata è dolorosa. È frustrante. È inutile. È contraddittoria. Sono note e parole. Una chitarra che suona. Due colombe che piangono. Prince e Susan.

È la musica che mi riporta comunque a casa. Pochi i lampioni accesi. Troppi i pensieri. Via dei Giubbonari è ispirata da una luna quasi piena. Lunatica come qualunque donna ubriaca. Allungo il passo. Porto a estinzione prima la vodka, poi le canzoni e infine le distanze. Ma nessuno dei dubbi di tutta una vita.

  

 

L’universo imperfetto

21 aprile 2016

Ogni incontro che definisci importante corrisponde alla frattura di una simmetria. Uno squilibrio. Una rottura nell’ordine naturale delle cose. Entrare nella vita di qualcuno corrisponde a una vera forzatura. Per questo due perfezioni non si troveranno mai. A meno che una delle due non accenni a diventare imperfetta.

Ogni imperfettibilità ha quindi una sua profonda motivazione di esistere. Incastrarsi in qualche perfezione e diventare un tutt’uno. 

Che struttura meravigliosamente incomprensibile è l’universo della filosofia. Pensieri monocromatici che silenziosamente scherzano con la ragione, nascondendosi dietro a un velo di lucida follia.

  
 

Prima di scrivere 

19 aprile 2016

Impossibile ingannare il tempo. Molto più semplice è prendersi una pausa da se stessi. Quando diventa difficile tenere il ritmo. Quando quello di cui si sente davvero il bisogno è camminare parallelamente al tempo. Restare un po’ ai margini di ogni confine. Di ogni ruolo. Di ogni dovere. Senza inciampare. Senza pensare. Trascinati quasi dal profumo di un “altrove” migliore che sa di posto meraviglioso.
Ogni sentimento ha le sue traiettorie. Alcuni credono si tratti di fisica. Altri di chimica. Altri ancora di filosofia. A me in realtà sembra tutta balistica. In fondo la storia che desidereresti vivere non è mai quella che stai vivendo. Però vai avanti lo stesso. Accetti sentenze. Giudizi. E a volte raggiungi anche obiettivi ambiziosi. 

Si vive comunque all’interno di un universo fatto di presenze, di responsabilità, di malintesi, di scelte. E perché no, di sbagli. A volte figli di ragioni fraintese. Ma sul bisogno di fare determinate scelte siamo tutti d’accordo. Perché comunque il tempo passa e non da controprove. Le illusioni rimangono illusioni. Le differenze restano differenze. Le solitudini si sostituiscono a nuove solitudini. E la vita che è andata rimane vita che non torna più. 

Malinconico ? Forse. 

Chi usa le parole troppo spesso, vuol dire che ne ha più bisogno degli altri. Io mi ci perdo nelle parole. Mi ci racconto. E se chiudo gli occhi la mente ancora indugia. Ricorda. Accarezza il segno profondo lasciato dal giudizio delle persone. Ma anche il bisogno della presenza costante di chi quel giudizio l’ha espresso. E viceversa.

Che bel vocabolo “viceversa”. Credo derivi dal latino. Vice, vabbè intanto versa.

Chissà perché non riusciamo a parlare delle nostre battaglie più intime e severe senza sembrare simpatici, ma troppo malinconici. Chissà perché quello che ci lascia svegli la notte spesso il giorno non ci fa affatto paura. 

Chissà perché la mia mente quando non si esprime riflette in romanesco azzardato. Forse anche la coscienza ha un suo dialetto. Io mi ci faccio sempre qualche risata prima di scrivere. Prima di tradurre i pensieri in parole, simulando di saperlo fare.

  

Non passa nessuno

16 aprile 2016

Un po’ alla volta. Supero con coraggio prima un muro di persone e poi un divanetto alla deriva per i corridoi. Inciampo in qualcosa. Mi appoggio al bancone. Resisto. “Cosa preferisci bere?”. La ragazza si avvicina con il labbro inferiore all’infuori e quell’espressione creativa di chi non ha capito assolutamente nulla. Il volume della musica supera quello dei pensieri. Io sorrido. Non la conosco benissimo, però è carina quando fa le faccine. 

“Ho detto, che prendi?”

“Ah, una vodka lemon.” 

“Perfetto. Anche io.” 

Vodka finlandese. Poi si avvicina di nuovo. “Va tutto bene?” 

“Le genti inciampeno.” Le rispondo io. “Ma tutto bene.” 

Improvviso prima un giro di montagne russe con gli occhi. Poi una smorfia.

“Non mi sembri convinto.”

“Non lo sono.” Le rispondo senza sbiadcicare.

“A che punto sei con il coso?”

“In che senso?” Sorrido.

“Lo chiamavi così prima, no? Il coso, quello che scrivi.”

“Ah già. Niente. A nessun punto.” Stavolta ho perso per strada qualche vocale. Colpa dell’alcool.

“Ti va di parlarmene?”

“Assolutamente no. Mi va di bere.”

Sono le due e mezza. Questo posto fa schifo come al solito. Come tutti i posti colmi di persone fino all’orlo. Pieno di alcol e di quotidianità lasciata a macerare dentro i bicchieri. La vodka è discreta, ma solo quando la musica funziona come si deve. Altrimenti viene fuori una cosa trasparente e calda che della vodka ha solo il nome. Una specie di medicina indefinibile che, se non altro, ha il potere di mandarti al bagno a vomitare la cena. 

Stasera mi reggo al bancone come se si trattasse del mio migliore amico. Bere il venerdì sera mi aiuta, è terapeutico. Mi sfalda i neuroni quanto basta per riconfigurarne le sinapsi e rimodulare i pensieri. Certo la distorsione della realtà è appena accennata. Niente botta. E la testa non ondeggia come quella negli addii al celibato. Credo sia colpa della mia spietata voglia di restare sobrio. Di osservare comunque le cose che cambiano. Che poi, a dirla tutta, io questa voglia di guardare la realtà nemmeno ce l’ho mai avuta.

Sono le due e trentuno. Esco in strada. Il neon viola sulle finestre dona al palazzo un profilo borghese. Mi accendo una sigaretta. Poi la spengo. È meglio. Fumare mi fa schifo da morire. Mi manca invece quel profondo e irrinunciabile desiderio di fare l’amore. Dev’essere questo il motivo per cui mi sono messo a scrivere invece di bere ancora. Ho sempre avuto la supponente immodestia di credere di poterne sempre essere capace. In ogni posto. Ad ogni ora. Qualunque sia la mia compagnia. In treno. In auto. La notte. Per le stradine di Roma. Oppure su una di quelle spiagge semibuie di Ostia. 

Scrivere è diventata la mia nuova evasione. Scrivere di me e di tutti gli eccessi possibili. Ogni nuova pagina di questo blog è un’avvenente signora che mi cattura tutte le notti. Mi sorride. Mi seduce. Poi mi lega al significato delle frasi che scrivo. E mi possiede con forza. Senza un senso, senza un vero costrutto. In un’orgia di parole che non riesco nemmeno a descrivere.

“Lo sai? Dovresti essere meno bukowskiano.”

“Vuoi che rientriamo?”

“No voglio starmene qui fuori. Magari passa.”

E poi non so scrivere. Mastico sensazioni. Butto fuori la vita che mi si annida dentro lo stomaco. Di più non so fare. Solo che ora il “coso” mi ha preso la mano. E non riesco ad andare avanti. Non senza bere. Non senza quell’annichilimento della ragione che precede la quarta consumazione. 

Sono le due e trentacinque e lei non c’è. L’ironia. Ma so che se ci fosse sarebbe bellissima nel suo vestitino nero. Magari lo faremmo alla svelta. In un vicolo. Sul cofano della Mercedes. “Devi deciderti. O ridi di me. O ridi con me.” Ma poi che importanza ha?

Avere o non avere qualcosa che somigli a un sorriso. Se non posso averlo subito. Se non posso averlo adesso. 

Che bella però Roma. Il vento ridisegna il profilo delle piante sulle finestre. La luce della luna le attraversa come uno sguardo. Roma ha gli occhi neri. Bello qui. Sembra un presepe e io il Gesù Bambino che se ne frega. Tanto la stella cometa non passa mai da queste parti.

Sono le due e quaranta. Lo sono ancora per qualche secondo. Il tempo di scriverlo. Un fotogramma. Poi quando riapro gli occhi e alzo lo sguardo è già tempo di un altro drink. 

“Si può sapere che hai?”

“Niente, ho bisogno di bere ancora.”

“Forse stai esagerando.”

“E allora lasciami esagerare.”

La notte è un posto incantato. I personaggi più strani abitano dentro le loro fortezze borghesi, lontano dal bosco. C’è un gabbiano sul lampione che costeggia via dell’Orso. Un altro sta tagliando in due un sacco dell’immondizia. Lo trascina in strada e porta in giro gli scarti di vita delle case qui intorno. Mi stendo un attimo qui sulle scale. Non passa nessuno. La botta arriva piano piano. Non passa nessuno. Una mano mi accarezza le tempie. Non passa nessuno. Che meraviglia. Stasera il cielo è pieno di stelle. Non passa nessuno. Non passa…

  

Rischiare

13 aprile 2016

La caratteristica che mi affascina del verbo rischiare è l’immediatezza. Rischiare è il “presente”. Non si rischia al passato e nemmeno al futuro. Si rischia ora. Per cui solo chi ha avuto il coraggio di prendersi un rischio totale ha respirato il significato più profondo della parola vivere.
  
 

Fino in fondo

13 aprile 2016

La notte è un oceano profondo dove non fa paura perdersi un po’. Per necessità, più che per volontà. Lo so. Ho un brutto carattere. Sogno. Desidero. Immagino. Qualche volta ottengo. Tiro le somme e alla fine mi giudico. 

Mi costringo a fare, o a non fare qualcosa. A dire, o a incamerare silenzi.

Se parlassi la metà del tempo che dedico alla scrittura sarei un tipo particolarmente espansivo. E invece. Invece sono contratto. La verità? Sono un introverso. A me gli introversi piacciono molto. Per quella loro capacità di ascoltare. Mi piace anche chi ha una sensibilità particolare. 

Stamattina il mio cuore è uno specchio appannato che trattiene segretamente tutto quello che scrivo sulla sua superficie. Le parole si confondono col mondo intorno, ma non spariscono mai del tutto. Certi sogni rimangono. 

Perché noi introversi siamo così. Assorbiamo emozioni. Incassiamo illusioni. Digeriamo giudizi. Freddezze. Distacchi. 

Certe distanze esistono anche se a volte non le senti, anche se spesso non le vedi. Eppure in un momento spariscono. Me ne accorgo in quell’attimo preciso. Quando qualcuno mi sorride senza un vero motivo. Quando si alzano quei castelli di carte che nascondono l’ironia e qualcuno mi invita a soffiarci contro.

Suppongo tu conosca quale sia il mio problema col mondo. O forse no. Sono un improvvisato Bukowski la cui unica attività è quella di dissacrare la bellezza nelle pieghe dei giorni. 

Metto in gioco il cuore. Senza imbarazzi e opportune incoscienze. Sembra strano detto da uno che beve poco, eppure amo ubriacarmi degli universi che mi catturano il cuore.

Amo le cose semplici, innocue. Camminare per le stradine del centro. Mischiarmi con la gente. Una mano che mi raggiunge e non mi fa domande. E io che la stringo in un “anch’io” silenzioso.

Nonostante le delusioni, nonostante i litigi, nonostante gli eccessi, nonostante me.

A volte il buio nasconde, ma anche una luce fortissima ti impedisce di guardare la realtà. Ed esistono persone che sono entrambe le cose. Luminoso buio. Oscura incandescenza.

Non sarà semplice. Non è mai stato facile. Magari sarà tutto sbagliato e a me un giorno mancheranno le parole da scrivere. Ma se non altro lo avrò vissuto. Sarà accaduto. E io non avrò smesso di provarci.

Alla faccia di quei due monosillabi, che ogni volta mi trema la voce e che non riesco a non dire. 

Sia chiaro. Non voglio stupire. Non ero, non sono e non sarò mai Charles Bukowski.

“Se hai intenzione di provare, vai fino in fondo. Altrimenti non cominciare neanche. Potrebbe voler dire perdere la ragazza, la moglie, i parenti, il lavoro, e forse anche la testa. Potrebbe voler dire non mangiare per tre, quattro giorni. Potrebbe voler dire gelare su una panchina del parco, potrebbe voler dire la prigione, potrebbe voler dire la derisione, lo scherno, l’isolamento. L’isolamento è il premio. Tutto il resto è un test di resistenza, per vedere fino a che punto sei veramente disposto a farlo. E tu lo farai. Nonostante i rifiuti e le peggiori probabilità di successo, e sarà meglio di qualunque cosa tu possa immaginare… Se hai intenzione di provare, vai fino in fondo. Non c’è una sensazione al pari di questa. Sarai da solo con gli Dei, e il fuoco incendierà le tue notti. Cavalcherai la tua vita dritto verso una risata perfetta. È l’unica battaglia buona che ci sia.” (Charles Bukowski, Factototum)

  

Sottosopra

12 aprile 2016

Ti scrivo spesso, ma non mi sono mai fermato a contare le volte. Lo faccio di continuo, in maniera quasi vigliacca. Getto le parole e poi nascondo la mano. Amo supplicarmi di farlo. Sono un codardo. Accatasto pensieri, appallottolo idee, scarto, rimugino, riformulo. Esagero. Abbandono. Riprendo. Mi viene da ridere. 

Ho la mia comoda linea di galleggiamento, ma amo affondare in un senso di inadeguatezza rivelandoti ciò che sento. La stessa sensazione che si prova annaffiando le piante, anche se sta piovendo. Così, perché fa molto uomo disciplinato. 

Eppure c’è tanto del me stesso che apprezzo in quello che scrivo. C’è una passione grandissima per le parole. Un rabbioso affetto. Una forza arcana. Quel desiderio di essere letto e compreso da una persona che fa detonare i sentimenti nel cuore. 

Anche oggi il tempo si posa sulle nostre vite come la polvere e io la osservo con la pazienza di un Indiano. Seduto ai bordi del canyon. Immobile. In bilico su uno sperone di roccia. 

Intanto ho imparato a declinare il verbo amare al passato. 

Mi piaceva di te che definivi i confini delle mie percezioni, che conoscevi la risposta alle domande che non sapevo fare. Esistono tutt’ora momenti, del tutto cardiaci, in cui mi sento davvero scorrere dentro. Potrebbe essere vita, potresti essere tu. Sorrido. Alzo il volume dei miei pensieri e abbasso le pretese. Anche il cuore ha una sua periferia dove amare è possibile e costa anche meno. Una strada da percorrere nonostante tutti i dubbi del mondo. 

Un po’ di vapore si attacca allo specchio mentre resto ad ascoltare il rumore che fanno le possibilità quando scivolano sul vetro.

Stridono. Quel suono mette i brividi.

Eppure riesco a vederti anche da qui. 

Alzi il sopracciglio. Improvvisi un broncio. Cerchi l’universo dentro la borsa. Poi ti mordi il labbro inferiore. Ti sdrai sul letto. Guardi il soffitto. 

Vorrei che risolvessi i tuoi problemi solo sbattendo le ciglia. Vorrei trovarti a pagina 46 della settimana enigmistica, tra le soluzioni. 

Sai, è un anno difficile. Avremmo dovuto condividere più tempo insieme. Avremmo dovuto ricominciare a leggere, a scrivere, a passeggiare, a sperare, a viaggiare, a progettare e lottare insieme. Avremmo dovuto. 

Ma tu da tempo non sorridi e il tempo è cosa inutile senza i tuoi sorrisi.

Ogni sentimento che si rispetti comporta il rischio di un’insoddisfazione paralizzante. È un diritto di tutti correre questo rischio. Una volta mi hai prospettato l’ipotesi del tasto “Rewind”. Dimenticarti.

Non lo so. Non credo ne sarei capace. Ma se un giorno trovassi il coraggio di fare quel passo indietro, sarebbe solo per poter prendere una rincorsa più lunga. E saltare di nuovo nel tuo universo. Sottosopra. Senza nemmeno provare la paura di guardare giù.

  

Serenata

11 aprile 2016

Come quando fuori ancora non piove, eppure in lontananza senti i tuoni. Come quando inizi a pronunciare il suo nome e le tue labbra non si toccano più fino a quando non hai terminato. Come quando guardi il cellulare al mattino e non ti rendi conto se stai ancora dormendo.

Una volta nelle conchiglie sentivo il rumore del mare, poi alzavo gli occhi al cielo e guardavo le stelle. Oggi finalmente gli occhi non sono più prigionieri dello schermo di un iPhone, ma di quel cielo non resta che guardarne il riflesso. Nessuno riesce nemmeno a immaginarlo quale universo avevamo intorno. Alcuni non saprebbero nemmeno indicare il nord. 

Ogni mattina apro gli occhi e inizio a cercarti. Poi mi ricordo che è già passata un’eternità e lascio perdere. Passo a chiedermi il perché succeda, ma non so  darmi una risposta attendibile. Non importa. Non sono mai partito con l’ambizione di trovare una risposta giusta a tutto. Però alla fine ti penso. E ti trovo sempre in fondo a qualche ricordo.

Questa notte eri accanto al divano. Ascoltavi musica classica. Forse Vivaldi. Preparavi una sigaretta seduta in terra e una palla di pelo ti sonnecchiava vicino. Poi mi hai invitato con gli occhi a seguirti in balcone e siamo stati per un istante indefinibile a parlare di dolci, di viaggi e forme di chalet. Avevi una maglia lunga. Un cachemire color crema, col collo largo. Lasciava intravedere la scollatura del seno e il collo stesso. Non ricordavo lo avessi così lungo. Modigliani purissimo. 

Della tua pelle ho sempre amato la sensazione al tatto. Quel tuo essere così sensibile sfiorandoti con due dita. Quel tanto che bastava ad accendere i desideri. Mi piaceva la tua ironia e il modo con cui l’accompagnavi con gli sguardi e i “controsguardi”. Credo fosse la parte più bella di te. Magari ti stavo solo sopravvalutando. Probabilmente mi piace pensare che fosse così.

Mi piace ancora passeggiare e immaginare di incontrarti la sera tardi in uno dei vicoli di Roma. Uno a caso. In Trastevere. O in via dei Coronari. Mi piace sempre guardare il cielo di notte. E adoro pensare che sia solo un velo nero che nasconde un nuovo universo. Ti troverei. Ti vedrei alzare il sopracciglio e respirerei l’ironia delle cose che devono ancora accadere. Quel retrogusto che lascia una sensazione illusoria di poter avere, sempre e comunque, la possibilità di realizzare tutto. Non c’è mai luce alla fine di un sogno. 

È uscita una timida luna. Hai finito un’altra sigaretta. Sottovoce hai sussurrato: “lo sai che non bevo il caffè, al limite gradirei una spremuta, ma senza la posa dell’arancio. Hai anche dei tarallucci al finocchio?”. E senza guardarmi hai sorriso. Poi ho aperto gli occhi e da quel momento non ricordo più nulla. 

Quando la luce della luna si è concessa lo ha fatto attraverso le nubi. Mi toccava, mi abbracciava, mi baciava, si ritraeva, non guardava, teneva le gambe a squadra, piegava la testa a sinistra, si perdeva per un attimo, ma era soltanto un attimo. C’era una volta un uomo innamorato che inseguiva pensieri positivi, come farebbe un predatore affamato che rincorre un cuore sfuggevole e pulsante. Non so cosa stai pensando di me. Se stai leggendo ora. Se mai leggerai. Cambia ben poco.

C’è noia? Malinconia? Rabbia? Indifferenza? Non lo so, forse. E “forse”, non è mai un bel posto dove stare. “Speranza”, sarebbe una bel sostantivo. Anche se sperare è una vigliaccheria dell’anima. E se non ne hai di verbi migliori è sempre meglio non darla a nessuno. Ieri guidando verso casa ho pensato a quell’ultimo film visto insieme. Al mio prossimo libro. Alla vita che comunque va. Agli universi paralleli che improvvisamente si sfiorano. Senza toccarsi mai davvero. 

Forse volevo solo proteggere te dalla vita e me dai sogni che facevo. Ma quando poi provo a scriverlo sembra il testo di una serenata cantata a braccio in un ristorante affollato. Dove tu non ci sei e rimane solo una platea affamata e disinteressata ad ascoltare.

  

 

Sette respiri 

9 aprile 2016

Come certi personaggi delle favole che si svegliano solo quando è arrivato il momento di essere felici. Così, anche io stamattina apro gli occhi e mi arrangio a pensare senza un complemento di termine. 

Non è il mio ultimo assioma del mattino. No. 

E forse dovrei farla finita con questo mio modo massimalista di scrivere cose troppo lunghe. Dovrei lasciar perdere e smetterla di portarmi in giro la notte. Di vagare come un turista inebetito tra le meraviglie di Roma. Ma è più forte di me. 

Cosa? Tutto. Ogni cosa. 

In fondo non ho la più pallida idea di quello che facessero i romani la notte a Caracalla, ai fori o al tempio di Minerva. Eppure posso immaginarlo. Posso immaginare le cose che sono sparite anche senza conoscere una storia. 

Un posto. Un sospiro. Due occhi. Un profilo. Un sorriso che sa di crostate di fragole. Tutto quello che custodisco dentro la testa sono i ricordi che mi sono stati assegnati dal tempo e stamattina sono liberi di andarsene in giro per la stanza. Liberi di fare quello per cui sono stati messi al mondo. Un concetto primitivo di consonanti e vocali. 

Tante. Troppe parole. 

E tra tutte ne spicca una che mi ricorda parecchie altre cose che adesso non ho il tempo di raccontare. Ma che mi passano davanti ogni volta che mi affaccio fuori. 

Ogni volta che visito un museo. Una mostra. Che ascolto della buona musica. Ogni volta che assaggio un piatto particolare. Che passeggio tra i vicoli illuminati. Che sorrido a una battuta. Che sbuccio un edamame. 

Ogni volta che inciampo salendo un marciapiede. Che cerco qualcosa in libreria. Oppure davanti a uno specchio. Ogni volta che mi accarezzo il mento. Ogni volta che ti guardo attraverso gli occhi di un’altra donna più alta di me. 

E pensare che quando ci siamo incontrati la prima volta non ci avevo fatto nemmeno caso. 

C’è un’antica iscrizione romana. Dice che ogni decisione andrebbe presa la sera nello spazio di sette respiri. Il problema è che al sesto io di solito sto già dormendo. Ma questa è sicuramente un’altra storia.

  

È mattino da 7 minuti

7 aprile 2016

C’è sempre un’alba che sul più bello arriva a ingannare la notte. Stasera ho riletto le pagine del mio prossimo libro. Ho rivisto aggettivi. Cambiato figure retoriche. Ottimizzato la punteggiatura. L’ho fatto retrocedendo. Andando a ritroso. Attenendomi scrupolosamente a quelle leggi linguistiche totalmente ignorate sui programmi di messaggistica in rete.
Poi ho sgocciolato una bottiglia di vodka svedese in un bicchiere da cocktail. L’ho asciugata bene. La tenevo nel surgelatore. Ho aggiunto ghiaccio tritato a mano, 4 fragole, una fetta di limone, un ramoscello di menta, due cannucce e dello sciroppo. Ho cercato di fare attenzione a non incontrare personalmente la famosa goccia che fa traboccare il vaso. Ho mescolato. Ho guarnito con classe e zuccherini. Ho versato arcobaleni di colore. Ho scattato una foto e ho iniziato a sorseggiare. Ridacchiavo come un bambino che tira i capelli alla tipa del banco di fronte. Ingenuamente. Innocentemente. E ho ammucchiato tutti i pensieri in un unico più grande. Ho fatto spazio.

Le storie davvero belle. Quelle belle “per sempre”. Arrivano un po’ alla volta. Giorno dopo giorno. Sorriso dopo sorriso. Anche se a volte sei in grado di cavare fuori un sorriso solo col cacciavite. Anche se esistono inferni di cui evidentemente non puoi fare a meno. Chissà di quanti “adesso” avrei bisogno stanotte per descrivere un “per sempre” che si rispetti. Osservo la bottiglia semivuota. Nessun riflesso. C’è scritto Absolut. Trentatré punto tre gradi. Sembra la temperatura delle spiaggie a Fregene in luglio inoltrato. Il cellulare mi avvisa che ho molte notifiche e poca batteria. Non esiste un motivo specifico perché si ostini ogni volta a farlo. Come non esiste una ragione specifica nella scelta di una persona. Semplicemente non c’è una scelta. Non esiste una decisione vera e propria in tutto questo. Scelgono le espressioni del viso e l’odore della pelle. Sceglie la chimica dei gesti. Sceglie il tono della voce. A volte basta il modo che ha usato il primo giorno per dire “ciao”.
Quando l’alba ha fatto capolino stavo mangiando le fragole avanzate. Osservavo dalla finestra Roma che dorme. È mattino da 7 minuti. Il sole è un dettaglio meraviglioso. Ma stavolta era davvero impossibile aggiungerlo a questa storia.

   

 

Questa volta davvero

5 aprile 2016

L’ho scritto. Lo pensavo. Ogni relazione nasce senza un apparente motivo e vive dinamiche uniche e irripetibili, non omologabili e soprattutto non investigabili.
Le conseguenze dell’amore però non sono mai cosi’ lineari. Ma conscio e inconscio, passione, rabbia, frustrazione, dubbio, tolleranza, sintonia, trasgressione, sensibilità, condivisione, inganno e sacrificio si intersecano con modalità esponenziali, creando una ragnatela di sentimenti dalla quale spesso è troppo complesso uscire fuori.

Non che oggi abbia cambiato idea. Questo no. Ho solo raccolto qualche pensiero in più. Riflessioni come bossoli ingenuamente abbandonati su una spiaggia. Un puzzle di fotografie. Sembra quasi la scena di un film poco riuscito di Brian de Palma. Ultimamente mi piace fare la prova del “quindi”. Guardo alcuni istanti di vita. Fatti accaduti. Immagini. Poi aggiungo “e quindi?” E se dopo il punto interrogativo ne consegue una qualche produzione di pensiero intelligentemente articolato. Allora, e solo allora, vuol dire che sto osservando qualcosa che merita un approfondimento e tutta la mia attenzione. Diversamente, se la risposta spazia nella vastità immensa del “cazzo che me ne frega”, è ragionevole supporre che io possa solo buttare via il mio tempo. Ebbene si. Uso la “parolaccia”. In fondo è storicamente rilevante, comprensibile e dominante nel parlato.

Chi mi conosce sa quanta importanza io dia al tempo e alla parolaccia pronunciata nel contesto giusto. Così, d’ora in poi, se qualcosa mi da molto fastidio la cancello. Se qualcuno mi crea problemi, lo allontano. E se una persona trova il modo di ferire anche a distanza, mi allontano ancora di più. Mi allontano al punto da non sembrare nemmeno un “punto”. Avete presente? Quell’unità geometrica infinitamente piccola. Il più forte per distacco tra i segni di punteggiatura. E “infinitamente” non è mai un avverbio alla sinfasó. Mi rendo conto di come la cosa presenti “malinterpretabil” sfumature e un certo grado di severità intellettuale, ma ritengo che una sana disciplina comportamentale sia necessaria in un contesto dove la comunicazione e i sentimenti non funzionano più. In un quadro dove le persone vengono gestite, e non ascoltate. Dove i segreti diventano l’anticamera della più inutile delle bugie. Una Caporetto del “non c’è davvero più nulla da dire”. Da guardare. Da immaginare.

Il fatto che io oggi mi senta decisamente lontano dal mio recente passato, che ho amato senza compromessi e al quale ho dedicato molto di più che semplicemente il mio tempo, è una conseguenza delle cattive scelte che non ho mai avuto il coraggio di sconfessare. Perseverare a volte sembra l’opzione migliore. Ma ho imparato a mie spese che non esistono spigoli che valga la pena prendere a calci, solo per non cambiare direzione. Basterebbe tenersi lontano. Aggirare. Soprattutto in questi casi il tempo vale la pena tenerselo ben stretto. Perché il tempo perso non ritorna più.

Così stamattina mi ritrovo a eliminare alcune persone dalla mia vita. O meglio, a eliminare me stesso dalla loro. Cancellare numeri di telefono. “Social-profili”. Storie. Fotografie. Video. Emozioni. Eccessi. Piccole e grandi prese in giro. Momenti discutibili, ma istanti anche belli. Esperienze di vita vissute al massimo della sensibilità possibile. Parole. Pensieri. Progetti. Promesse, sacrifici e migliaia di ricordi. Perché lo dico così? Perché non mi viene altra maniera migliore per dirlo. Lo sussurro semplicemente. Attraverso un improbabile blog, mediamente seguito. In mezzo a tanti contatti conosciuti e non, che almeno nel loro immaginario, in qualche modo, so che mi stimano un po’.

Ciò che ogni tanto mi viene voglia di scrivere è così semplice. Non è altro che il riassunto delle cose che provo, nel momento esatto in cui le provo. Ed esiste una profonda differenza tra chi scrive per lavoro, chi scrive con capacità reali e chi, come me, lo fa solo per riempire uno spazio vuoto.
C’è una verità effettiva, una presunta e poi ci sono io e la somma squisitamente aritmetica di ogni mia scelta. Tante storie, a volte inutili, solo da raccontare. Quelle che io chiamo “vita”.

L’ultima decisione, giusta o sbagliata che sia, è sempre quella che può restituire la serenità, ma non il tempo perduto. Quindi forse avrò indietro solo il mio desiderio di frequentare persone diverse. La riconoscenza. L’autenticità di certi rapporti. Quell’appagante timore di sbagliare che precede il coraggio di fare. E quell’ambizione sopita in ogni progetto accantonato, o abbandonato. Perché ultimamente non c’era mai stato abbastanza spazio per seguire altro che un sogno. La mente è una dinamo in grado di moltiplicare la concentrazione e di assicurare una “presenza produttiva” migliore. Ma solo quando anche tutto il resto funziona a dovere. Stomaco. Fegato. Reni. Cuore. Non si può unire l’inutile al dilettevole.

E quindi? Quindi niente. La vita è un parco avventura. Un elenco infinito, disordinato e casuale di pensieri, storie, soddisfazioni, esperienze, dolori. Luoghi e persone da frequentare, e poi dimenticare. Ma il sole filtra sempre da qualche parte. E se alla fine di ogni storia saremo ancora capaci di amare, allora vuol dire che avremo vinto noi. Su tutto. Questa volta davvero. E questo vale per tutti. Anche per te.

  

 


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