Non passa nessuno

Un po’ alla volta. Supero con coraggio prima un muro di persone e poi un divanetto alla deriva per i corridoi. Inciampo in qualcosa. Mi appoggio al bancone. Resisto. “Cosa preferisci bere?”. La ragazza si avvicina con il labbro inferiore all’infuori e quell’espressione creativa di chi non ha capito assolutamente nulla. Il volume della musica supera quello dei pensieri. Io sorrido. Non la conosco benissimo, però è carina quando fa le faccine. 

“Ho detto, che prendi?”

“Ah, una vodka lemon.” 

“Perfetto. Anche io.” 

Vodka finlandese. Poi si avvicina di nuovo. “Va tutto bene?” 

“Le genti inciampeno.” Le rispondo io. “Ma tutto bene.” 

Improvviso prima un giro di montagne russe con gli occhi. Poi una smorfia.

“Non mi sembri convinto.”

“Non lo sono.”

“A che punto sei con il coso?”

“In che senso?”

“Lo chiamavi così prima, no? Il coso, quello che scrivi.”

“Ah già. Niente. A nessun punto.”

“Ti va di parlarmene?”

“Assolutamente no. Mi va di bere.”

Sono le due e mezza. Questo posto fa schifo come al solito. Come tutti i posti colmi di persone fino all’orlo. Pieno di alcol e di quotidianità lasciata a macerare dentro i bicchieri. La vodka è discreta, ma solo quando la musica funziona come si deve. Altrimenti viene fuori una cosa trasparente e calda che della vodka ha solo il nome. Una specie di medicina indefinibile che, se non altro, ha il potere di mandarti al bagno a vomitare la cena. 

Stasera mi reggo al bancone come se si trattasse del mio migliore amico. Bere il venerdì sera mi aiuta, è terapeutico. Mi sfalda i neuroni quanto basta per riconfigurarne le sinapsi e rimodulare i pensieri. Certo la distorsione della realtà è appena accennata. Niente botta. E la testa non ondeggia come quella negli addii al celibato. Credo sia colpa della mia spietata voglia di restare sobrio. Di osservare comunque le cose che cambiano. Che poi, a dirla tutta, io questa voglia di guardare la realtà nemmeno ce l’ho mai avuta.

Sono le due e trentuno. Esco in strada. Il neon viola sulle finestre dona al palazzo un profilo borghese. Mi accendo una sigaretta. Poi la spengo. È meglio. Fumare mi fa schifo da morire. Mi manca invece quel profondo e irrinunciabile desiderio di fare l’amore. Dev’essere questo il motivo per cui mi sono messo a scrivere invece di bere ancora. Ho sempre avuto la supponente immodestia di credere di poterne sempre essere capace. In ogni posto. Ad ogni ora. Qualunque sia la mia compagnia. In treno. In auto. La notte. Per le stradine di Roma. Oppure su una di quelle spiagge semibuie di Ostia. 

Scrivere è diventata la mia nuova evasione. Scrivere di me e di tutti gli eccessi possibili. Ogni nuova pagina di questo blog è un’avvenente signora che mi cattura tutte le notti. Mi sorride. Mi seduce. Poi mi lega al significato delle frasi che scrivo. E mi possiede con forza. Senza un senso, senza un vero costrutto. In un’orgia di parole che non riesco nemmeno a descrivere.

“Lo sai? Dovresti essere meno bukowskiano.”

“Vuoi che rientriamo?”

“No voglio starmene qui fuori. Magari passa.”

E poi non so scrivere. Mastico sensazioni. Butto fuori la vita che mi si annida dentro lo stomaco. Di più non so fare. Solo che ora il “coso” mi ha preso la mano. E non riesco ad andare avanti. Non senza bere. Non senza quell’annichilimento della ragione che precede la quarta consumazione. 

Sono le due e trentacinque e lei non c’è. L’ironia. Ma so che se ci fosse sarebbe bellissima nel suo vestitino nero. Magari lo faremmo alla svelta. In un vicolo. Sul cofano della Mercedes. “Devi deciderti. O ridi di me. O ridi con me.” Ma poi che importanza ha?

Avere o non avere qualcosa che somigli a un sorriso. Se non posso averlo subito. Se non posso averlo adesso. 

Che bella però Roma. Il vento ridisegna il profilo delle piante sulle finestre. La luce della luna le attraversa come uno sguardo. Roma ha gli occhi neri. Bello qui. Sembra un presepe e io il Gesù Bambino che se ne frega. Tanto la stella cometa non passa mai da queste parti.

Sono le due e quaranta. Lo sono ancora per qualche secondo. Il tempo di scriverlo. Un fotogramma. Poi quando riapro gli occhi e alzo lo sguardo è già tempo di un altro drink. 

“Si può sapere che hai?”

“Niente, ho bisogno di bere ancora.”

“Forse stai esagerando.”

“E allora lasciami esagerare.”

La notte è un posto incantato. I personaggi più strani abitano dentro le loro fortezze borghesi, lontano dal bosco. C’è un gabbiano sul lampione che costeggia via dell’Orso. Un altro sta tagliando in due un sacco dell’immondizia. Lo trascina in strada e porta in giro gli scarti di vita delle case qui intorno. Mi stendo un attimo qui sulle scale. Non passa nessuno. La botta arriva piano piano. Non passa nessuno. Una mano mi accarezza le tempie. Non passa nessuno. Che meraviglia. Stasera il cielo è pieno di stelle. Non passa nessuno. Non passa…

  

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