Archive for the ‘Riflessioni’ Category

Il trucco

7 ottobre 2018

Si può essere lontani anni luce anche seduti allo stesso tavolo, nella stessa città. Oppure vicinissimi pur divisi da un oceano. 

L’amore è una percezione profonda che prescinde dalle variabili di tempo e spazio. E percepire non vuol dire altro che ascoltare col cuore. Trasformare il passato in presente. Le distanze in centimetri.  

Nella mia vita ho fatto tentativi su tentativi con l’intento di spiegarmi alcune cose legate all’amore e spesso ho fallito. Per questo ho pagato conseguenze dolorose. In qualche caso ho anche reiterato degli errori. E per quanto riguarda certi fatti sto ancora cercando di capire.

Forse la vita non è soltanto la sequenza delle cose che mi sono accadute e che sogno di realizzare, ma tutto quel dolore che ho attraversato per riuscire a capire e realizzare ogni cosa.

Tutte quello che ho sempre saputo e che nel flusso del tempo spesso ho preferito far finta di non sapere. Ho scelto di dare spazio a quel silenzio, autentico e trasparente, che se ne stava dentro, incurante come un gatto. L’ho preso, accudito e nutrito quel silenzio con parole di circostanza e copertura. Un anestetico alla quotidianità.

In fondo la vita, se smetti di farti domande, si riduce a un continuo e meno doloroso flusso di presente. Un trucco che forse, e sottolineo forse, dovrei usare più spesso.

#io pensiero

26 settembre 2018

I pensieri non fanno rumore, eppure lasciano un’eco.

“Ti ricordi di me Jep? Sono un pensiero, e sono già stato qui.”

Ogni volta che la tua testa si trasforma in un castello di sabbia la tua mente diventa casa mia. Un posto dove abitare e dove gli altri pensieri mi conoscono e riconoscono.

Sono abituati a me. Ormai faccio parte del paesaggio circostante. Io sono come un ricordo che non scompare, un profumo che non svanisce, un rumoroso silenzio da ascoltare, un oscuro bagliore di luce, l’insegna spenta di un sogno ancora irrealizzato, il cuore pulsante di ogni emozione ancora da provare.

Se i tuoi occhi non mi vedono, tu non temere. Se le tue orecchie non mi ascoltano, tu non avere paura.

Non ti sei mai accorto di me prima di ora. Io invece ho sempre visto e continuo a vedere tutto.

Ascolto ogni tua considerazione con pazienza, anche la più sciocca. Attendo ogni tua decisione con fiducia, perché pazienza e fiducia sono le sole cose che fanno la differenza.

Si è fatto buio. L’attesa del mondo che ti crolla addosso è più dolorosa del crollo del mondo. L’oscurità vuole ingoiare ogni pensiero e fare sua anche la più scontata retorica. Dove sei Jep? Non riesco a vederti. Mi sono perso.

Il castello di sabbia sta venendo giù e percepisco lo spazio vuoto intorno. Percepisco ogni singola vibrazione che ruba granelli di sabbia e lascia spazio allo spazio. Ho cercato di comunicare con te ma sento che non mi ascolti. Ti ho parlato, ti sto parlando e non smetterò di chiamarti.

Non lasciarmi solo in questo spazio vuoto. Non lasciare che io sia l’unico pensiero possibile. Non lasciarmi qui, intrappolato tra tanta doverosa volontà e tanto dubbioso cannibalismo.

Non c’è più sabbia. Anche l’ultimo granello di ragione è svanito nella tua testa. Rimangono dubbi enormi come dinosauri che si incontrano e scontrano tentando di avere la meglio prima uno sull’altro e poi sull’ultimo pensiero.

Io, pensiero. Unico puntino luminoso di una lunga notte che si annuncia senza luce.

È come avere una vita in più

22 settembre 2018

A volte trovavo un ragno accomodato sul parabrezza della mia macchina. Lo sentivo come una presenza amica. Qualcuno che mi avrebbe presto liberato della prossima zanzara tigre. Per questo, ogni volta che accade, lascio che bivacchi mentre guido.

Stamattina parcheggio malissimo ed entro alla Feltrinelli di Largo Argentina. Glisso le ultime uscite. Vado diretto agli scaffali della narrativa. Comincio a scorrere i testi. Li trovo insipidi. Inizialmente non afferro neanche un libro.

Poi comincio a studiare copertine a caso. Intanto sbircio le commesse carine. Ascolto chiacchiere. Osservo i titoli dei libri in mano agli altri. Poi comincio ad ammucchiare nell’altra mano tanti libri che vorrei leggere, accudire, coccolare, a cui vorrei ridare vita.

Leggo trame. Mi interrogo sulla natura dell’ordine alfabetico. Poi sull’opportunità di un ordine cosmico. Nella mia libreria ideale, i testi sarebbero tutti in ordine di interesse crescente. Ovviamente parlo del mio interesse.

Così potrei un giorno entrare in Feltrinelli. Prendere un libro e sbuffare esclamando a mezza bocca:”eccolo”. Poi vederne un altro: “eccolo”. E così via fino al momento di andare via, avendo detto un mucchio di volte “eccolo”.

Le cassiere di Feltrinelli mi hanno sempre messo addosso una sorta di agitazione. Quasi un’ansia da prestazione. Stamattina le immagino che se ne stanno lì a giudicare spietatamente in base agli acquisti fatti. “Ecco un altro sfigato che legge Zafon e vuole fare lo scrittore”.

Rimetto sullo scaffale un testo di Carofiglio che non ho ancora letto e che avevo pensato di prendere, ma che ho poi deciso di mollare. Ora immagino di avere un debito nei suoi confronti. Di Carofiglio intendo.

Intanto dalla porta entra un ragazzotto di 14 anni insieme a quello che potrebbe essere il padre. Il ragazzo gli sta spiegando che :”lo sai che se accumuli punti sulla carta feltrinelli, è come assicurarsi una vita in più?”

Mi guardo intorno, cercando di incrociare lo sguardo di qualcun altro che abbia sentito. C’è solo un signore attempato e calvo. Indossa giacca e camicia chiari, un paio di occhiali scuri, spessi e squadrati.

Lo guardo dritto nella direzione delle lenti.

Lui mi sembra osservi di riflesso. Ma non ha capito niente. “Deve essere un altro sfigato che legge Zafon e vuole fare lo scrittore”. Penso, sorridendo di gusto.

“È come avere una vita in più”, diceva il ragazzo.

Sorrido ancora. Ecco, sì, più o meno. O forse no.

Colpiscimi forte

11 settembre 2018

È che in verità non lo so quante tempeste io abbia evitato. O in quante invece mi sia mai lanciato impunemente. Urlante. Spesso a testa bassa, come chi non pensa. In fondo nella mia vita ho temuto soltanto il tempo.

Stanotte rimetto ordine tra i miei sospetti. Disinnesco dubbi. Ricomincio a cercare un luogo. Una strada. Una ragione. E insieme alla ragione, un modo.

La colonna sonora di questo sogno stavolta la lascio scegliere ad altri. Agli animali. Alle cose. Ai rumori. Alla paganinica indifferenza di un ragno violino. Alle farfalle e ai grilli. Quelli estvi.

Tutto alla fine ritorna. Soprattutto i bei ricordi. Come torna un debito dell’ombra col sole. Come tornano gli sconfinati controcampi della mia infanzia.

Ieri guardavo l’orizzonte. L’ultima volta era stato tanto tempo fa. Ebbene lo ammetto, so essere spietatamente malinconico. Ma anche romantico. E questo fa di me una vittima predestinata.

Intanto passano i giorni e dentro i giorni si ammucchiano le ore. Esondano i minuti.

Colpiscimi tempo. Fallo in fretta dove fai più male. Cancella il passato, senza esitazione. Ma colpisci veloce che è già tempo di andare via.

Una persona qualsiasi

28 agosto 2018

Questa volta ci ha sorpreso il buio. Non il silenzio, ma l’oscurità. Da una città che non conosci puoi aspettarti qualsiasi tempo, ma non il buio. Non la notte fonda.

Sembrava di essere in un vecchio film di John Carpenter. Un caldo umido e pungente. La nebbia. La visibilità ai minimi storici. Eppure sentivo il mare muoversi. Continuamente. A volte sornione. Altre volte rabbioso e violento.

Alice camminava sul pontile, giusto qualche passo avanti a me. È molto cresciuta in altezza. Ondeggia i fianchi su tacchi piccolissimi e sottili. Io non ho mai saputo riconoscere un vestito griffato, ma è sicuramente e costosamente coperta da capo a piedi.

Parla al telefono con un’amica che sembra più silenziosa di lei. Un personaggio inventato che ha passato così tanto tempo tra i libri da non conoscere il rumore del mare. Un qualcuno fuori luogo e fuori contesto.

Camminare senza una meta è come parlare senza avere nulla da dire. Disorienta. E non so se sia colpa del caldo. Del contesto poco abituale, o soltanto perché a in certo punto ti rendi conto di essere il tuo miglior compagno di fuga.

Queste destinazioni così abilmente nascoste dalla fretta e dalle cadenze leggere. Così celate agli occhi dal tempo. Dalla noia. Da un marchio di fabbrica di un uomo che non ha bisogno di un corso per essere una persona qualsiasi.

La mano sinistra di Alice intanto toglie via la pellicola di un pacchetto di sigarette. Un gesto ripetitivo e quasi anestetica. Poi riparla al telefono. Racconta di posti lontani e di un lavoro che ormai non ha più senso. Si porta dietro il tempo nelle parole, nelle immagini, nei gesti.

I suoi ricordi riemergono da un intreccio abissale di alghe e correnti. I ricordi si fanno largo tra il rumore delle onde e le oscurità insondabili di ogni pensiero.

Vorrei che fosse davvero qui, ma il sonno ha le valigie vuote. Infatti se mi volto è già ora di fare ritorno.

Bandiere bianche

11 agosto 2018

Cinque passate. La notte ha schivato il temporale. C’è l’orologio del campanile che rintocca silenzi, mentre la penombra dei lampioni fa da anticamera alle prime luci del giorno.

Stamattina ho già sulla pelle una teoria fatta di cornetti caldi e caffellatte. Sono fantastici quelli con le gocce di cioccolato, ma è ancora troppo presto per trovarne.

Che silenzio! Ho quasi nostalgia delle zanzare. Quelle che ti bacchettano le caviglie. Quelle che ti apprezzano mentre guardi inebetito disorientati pezzi di asteroide cadere a caso dal cielo. Piccoli. Inutili sassolini che le coppiette chiamano stelle.

Alice intanto è distante. Ha nascosto i suoi desideri in un posto lontano, in modo che non siano facili da trovare. Lo ha fatto per i ladri. Per i vanitosi. Lo ha fatto per i saltimbanchi e per i buffoni. Dribblando con lo sguardo il tempo e lo spazio.

Ogni tanto qualcuno si innamora delle mie parole, ma non oggi. Stamattina l’insolenza dei miei pregiudizi divampa a tutte le latitudini. Nel ragazzo che ero una volta. Nella persona in cui mi trasformo ogni giorno.

Intanto crollano ponti sotto le persone di tutte le età. È non è una metafora. Ricordo il terremoto in Abruzzo. Una volta Alice mi ha detto:” La verità è una bandiera che sbatte fiacca. Inconsistente e controvento.”

“Chissà”, le risposi io. “L’importante è che a sventolare non siano sempre queste maledette bandiere bianche.”

Il terzo dei tre

28 luglio 2018

Il desiderio di partire che sento addosso oggi è difficilmente esprimibile a parole. Se fossi un rumore sarei qualcosa di molto simile allo sbuffo di disappunto che fa sempre mio padre. Oppure somiglierei al soffio di una caffettiera che tossisce il primo caffè al mattino.

Sebbene mi renda conto che non ci sia modo di rivivere certe emozioni passate, ogni tanto contraddico me stesso e ci riprovo.

Prenoto quello stesso ristorante. Quello stesso giorno. Poi metto in preventivo quello stesso errore. Invento eccessi da dilettante nel tentativo di diventare il terzo di tre litiganti.

Stamattina scrivo parole prive di fisica e senza filosofia. Poi guardo una vecchia foto e mi trasformo in retorica spicciola, mista a schegge di malinconia. Lo faccio quel tanto che basta per indignarmi col sorriso sulle labbra.

Il cuore è ancora la parte più profonda di me e continuo a precipitarci dentro. È un posto pieno di scrupoli e colorati sensi di colpa. Ma un luogo da visitare comunque e soltanto dal vivo.

Cocomero e Playmobil

21 luglio 2018

Intanto il tempo passa. I desideri cambiano. Una volta avrei fatto carte false per una fetta di cocomero e una busta di playmobil.

Oggi invece i bisogni sono diversi. I vecchi sogni si sedimentano sui giorni che passano. Forse qualche anno fa non me le sarei nemmeno fatte certe domande. Magari me ne sarei semplicemente accorto. E basta.

E questa faccia che vedo ora non sarebbe stata nient’altro che un riflesso in uno specchio. Una figura posta qualche cm sopra a due spazzolini, dentro il loro bicchiere di cristallo azzurro.

Sono sempre lì. Che si guardano da mesi sottocchio, senza parole e senza motori di ricerca. Come nemici agli angoli opposti di uno stesso universo.

Sulla parete specchiata invece riesco a vedere solo una parte del mio viso. Quella che non mostra alcuna espressione.

Ho imparato che ci sono molti modi per ferirsi, ma niente è più affilato delle parole. Quella mattina è come se le avessi ingoiate e poi sputate. Raccolte e piegate come una camicia e poi riposte in cantina.

Il tempo si stava già prendendo tutto lo spazio dentro. Oggi rimane poco. È un altro personaggio con cui dovrò fare i conti durante le accelerazioni. E questo caldo insopportabile?

Magari tu ci avresti visto la poesia di un’estate. Ma ti sarebbe sfuggita l’utilità di quelle gelide gocce di sudore. Avresti ignorato la dialettica della mia lingua pulsante. Quel retrogusto di ferro che ha il sangue quando la mordi e quella percettibile mancanza di fiato, piena di colpi di tosse e respiri a caso.

“Tempo passato” ti prego, rimani e ascolta. So benissimo che non potrei mai addormentarmi di nuovo con te. Poco spazio dentro. Troppo spazio fuori.

Distraimi, ripetimi le stesse storie. Stavolta sono un bimbo più avveduto. Raccontami di orbite ellittiche e di universi non convenzionali.

Annoiami fino a ridarmi la vita. Forse tutto questo impalpabile nulla comincia a piacermi. Ma è troppo tardi perché somigli a qualcosa di cui poter essere comunque felice.

Il posto degli orsetti gommosi

16 luglio 2018

Ascolto a volume alto le parole di una vecchia canzone di Elisa: “E così scegliere, che ci sia luce nel disordine…”

Io invece ho visto troppo spesso la luce buttarsi via. Nascondersi. Celarsi. Sparire con discrezione nei vicoli poco frequentati del centro di Roma.

Nei rumorosi ristoranti, sempre alla moda e sempre pieni. Nella frenetica fila dei semafori di viale trastevere. Sempre rossi. Sempre anticipati dai motociclisti.

Sorrido a mezza bocca. A volte la mia ironia zoppica. Anche il sarcasmo ogni tanto vacilla.

Chiudo gli occhi e finalmente prendo coscienza di me stesso. Un uomo quasi alla fine della fila. Lanciato prepotentemente nel posto dove vivono gli orsetti gommosi, le vivident e i kinder bueno.

Non arrabbiarti

7 luglio 2018

Per fare certe cose bisogna essere concentrati. Per altre magari un po’ meno.

Nel gioco del poker non basta che tu abbia scavato e capito le debolezze del tuo avversario. Devi fare in modo che quelle debolezze si manifestino contro di te.

Alcuni giocatori devi tormentarli. Fargli credere che giochi a caso. Mentre invece stai giocando esattamente contro di loro.

Organizzare la giocata sbagliata. Una tattica dove, mentre sono convinti tu stia puntando a caso, stai invece organizzando la grande trappola. Sintetizzo il concetto amico.

Non me ne frega niente di te, di chi sei, del tuo stile, del tuo talento. Non mi importa cosa tu abbia vinto, o perso in carriera. Per me rimane solo un gioco dove devo buttarti fuori per vincere. E in questo gioco valiamo le chips che abbiamo davanti.

Facciamo così, io te le metto tutte nel piatto e tu decidi quello che vuoi fare, dall’alto del tuo curriculum. A prescindere da ciò che pensi, ma anche da ciò che penserai dopo che sarà successo quello che sarà successo.

È solo un gioco amico mio. Soltanto un gioco. Non arrabbiarti. Respira profondo. E fatti due risate.

Scrivere e soprattutto sognare

30 giugno 2018

Il freddo. Avete presente quella scossa leggera che ne precede la percezione? Qualcosa di molto simile alle conseguenze generate dalle dita di una bella donna che ti sfiorano, in un momento in cui non ti saresti mai aspettato quelle carezze. Un gesto spietatamente proibito che ridisegna i confini di ogni pensiero.

“Avvicinati!” Le avrebbe voluto chiedere Jep. Ma Alice non sembrava aver dimenticato. “Non ci penso affatto!” Gli avrebbe sicuramente risposto. E lo avrebbe detto guardandolo negli occhi. In piedi. A pochi metri da una di quelle incantevoli fontane del centro. Osservando i vicoli di Roma come se ne fosse stata da sempre l’unica padrona.

Ci sono sere in cui ricordo ancora quelle parole mai pronunciate. “Non ci penso affatto! Fattene una ragione.”

E così mi appoggio da qualche parte. Innocuo come un arco senza frecce. Tanto più che nemmeno lo saprei usare un arco. Freccia, o non freccia.

Ieri sera il tramonto era incantevole come le donne che non ho ancora desiderato. Magari un giorno riuscirò a convincere l’estate a diventare inverno.

Baratterò la luna con la luce leggera di un’alba. Poi la trasformerò in un nuovo giorno. Insomma, mi darò da fare nel fare quello che meglio so fare. Scrivere e soprattutto sognare.

Con la coscienza sporca di uno scrittore maledetto. Uno di quelli che sarebbero capaci anche a narrarlo un lieto fine. Ma che invece “non c’è mai una stazione dei carabinieri dietro la casetta di marzapane”.

Perdersi

27 giugno 2018

Solo chi ha vissuto la meraviglia di conoscersi può affrontare il “privilegio” di perdersi.

Perdersi per cogliere in pieno la maestosa nullità di ciò che saremmo stati senza mai incontrarci.

Perdersi per carpire che non possiamo più appartenere. Perdersi per renderci conto che forse nulla ci è mai appartenuto davvero.

Anche se qualche volta lo abbiamo pensato. Sperato forse. Mentre gli istanti migliori passavano e gli attimi via via si esaurivano.

Poi una mattina la realtà di un tempo piccolo ci ha separato e ci ha trasportato avanti nel tempo. In modo arbitrario e semplice, ma allo stesso modo incomprensibile.

Incredibile come un istante possa essere niente, oppure tutto per qualcuno di noi. E c’è chi a tratti non riesce nemmeno a immaginarne la fine.

La vita è un viaggio dove si indovina la rotta a fatica. Ecco perché tra viaggiatori ci si incontra. Ecco perché ogni tanto ci si aiuta. Ecco perché molto spesso ci si perde.

Fino a consumare tutto

17 giugno 2018

È impossibile guardare il sole, se non attraverso un vetro opaco. Questo a meno che non si tratti di un’alba, oppure di un tramonto. Quando l’intensità della luce percepita è appena all’inizio, oppure quando non ne rimane quasi più.

La nascita e la fine di ogni cosa sono da sempre alla base del romanticismo più puro. Che si tratti di un progetto, del primo e dell’ultimo sorso di birra gelata, oppure di una relazione.

Per scovare il romanticismo di tutto quello che sta nel mezzo invece ci vogliono i filtri. Quelli che scegliamo noi. Quelli che si ricorda soltanto ciò che fa più comodo ricordare.

Anche stasera il sole aveva un’aria squisitamente passeggera. Veniva quasi voglia di ignorarne i raggi.

Così mi sono nascosto in uno spritz, giusto dietro la scorza d’arancia e ho atteso pazientemente che tutto finisse.

Quando è arrivato non mi ha nemmeno calcolato. È passato oltre spostando le ombre delle cose un po’ a caso.

Ho sorseggiato. Poi ho giocato con la lingua a girare i cubetti di ghiaccio. Con un rumore meno importante di quello che avrebbe prodotto il whisky di un Bukowski qualsiasi.

Eppure alcune cosa da chiedere al sole le ho ancora, domande che non ho mai trovato il coraggio di fare.

Per esempio, dove è finita Alice?

Con quali demoni ha fatto l’amore?

Con quante perplessità sta patteggiando per i suoi pensieri?

Adesso non c’è più ghiaccio nel mio bicchiere. L’ultimo sorso è andato. Sulle pareti di vetro si è formata una sottile scia trasparente. Quella che se ci guardi attraverso deforma tutto, anche la realtà.

Ed è in questo preciso istante che posso finalmente fare ciò che desideravo. Abbandonarmi qualche minuto allo schienale di una sedia.

Poggiare maleducatamente i piedi sul tavolino. Chiudere gli occhi e scavalcare un immaginario recinto, insieme a qualche pecora distratta.

In questo altrove a tempo determinato il sole non brucia più. Il ginocchio destro tiene. Anche le mie convinzioni sembrano solide. E io ne approfitto per correre su e giù sul bagnasciuga come 20 anni fa.

Solo.

Disinnescando ricordi.

Ai margini di una spiaggia vuota.

Fino a consumare tutto. Anche l’ultima luce del giorno.

Tutto il bello che deve ancora arrivare

7 giugno 2018

È vero. Ho speso tutto in viaggi, parole, brutti pensieri e regole da trasgredire.

Ho lasciato giusto gli spiccioli per la colazione e un litro di prosecco con le bollicine.

Mi sono lasciato ferire ogni volta che qualcuno sentiva il bisogno di farlo.

Ho barcollato. Ho sorriso. Sono caduto. Mi sono rialzato e poi subito lasciato ricadere in terra, per abbracciare lo spigolo successivo.

Ho smesso di spiegare. Ho smesso anche di piangere. Di desiderare. Di raccontare.

Ho smesso di essere ironico e ho lasciato il posto al sarcasmo dei miei personaggi.

Mi sono piegato ogni tanto a stringere mani pensando chiedessero aiuto.

Ma erano mani che volevano soltanto tirarmi giù con loro. Nel baratro dell’insoddisfazione. Nel backstage dell’indifferenza.

Così ho spento e riacceso la speranza per resettare tutto.

È vero. Mi sono giocato ogni cosa. Ho speso anche quello che non ho mai avuto. L’incanto. L’amore ricambiato. I brividi.

La meraviglia di un tramonto. Gli abbracci che riparti da zero. Gli sguardi che ti viene da sorridere.

Ho rubato significati alla mediocrità e centimetri al demone sotto al letto.

Ho giurato e nessuno mi ha creduto. Ho imprecato e nessuno mi ha dato attenzione.

Allora ho gridato e mi sono sbracciato per non sentirmi troppo a lungo solo.

In fondo aveva ragione mia nonna. È proprio nelle giornate storte. Nelle brutte figure. Nelle sconfitte. Nelle ginocchia sbucciate.

E nelle idiozie più epiche che siamo in grado di fare, che si nasconde tutto il bello che deve ancora arrivare.

Il lupo di turno

3 giugno 2018

A volte lasciamo che sia un sentimento solo a definire la connotazione dei personaggi che incontriamo.

È allora che i buoni sono quelli che non ci fanno paura. E ne viene per deduzione che i cattivi sono tutti gli altri.

Il demone sotto al letto è un cattivo, fa sempre ansia il pensiero. Però non esiste. Colpa anche dei film a basso costo di Wes Craven se ogni tanto buttiamo un occhio. Oppure dei fratelli Grimm e del lupo se non ci addentriamo nel bosco.

Quel lupo che non è tanto buono, quanto cattivo, ma soltanto un animale affamato. Un essere che avrebbe voluto e vorrebbe nutrirsi come tutti noi.

Le nostre paure non quantificano la sua cattiveria, bensì definiscono soltanto il nostro ruolo nel contesto. E cioè che magari in quel determinato frangente, la preda siamo noi.

Il lupo non è stupido. Il lupo è astuto e attacca le pecore. Ma mai una pecora a caso. Attacca la più debole. La più lenta. Quindi occhio ad abbassare la guardia.

Abbiamo tutti il nostro lupo alle calcagna. Ed è un bene, perché eliminando il lupo dalla nostra vita rimane solo il nostro sconfinato narcisismo e un progressivo allontanamento dalla realtà.

Senza il lupo di turno perdiamo aggressività. Sviluppiamo convenienti filosofie di vita. Diventiamo attaccabili. Deboli. Inutili.

Il lupo forse è un dono per tutti e non solo un pericolo per i deboli, gli esclusi e le persone sole.

Non temerlo è il modo più facile per non oltrepassare mai i confini di niente. Per non limitare i nostri limiti. Perdere coscienza della nostra forza e delle nostre paure.

Ultimamente mi mancava, il lupo. Mi mancavano i suoi occhi negli occhi dei miei avversari. Nelle strade da affrontare ogni giorno.

Un lupo vero. Affamato. Non un canide attempato e inutilmente compiaciuto di una cattiveria che non ha. Ma una belva dolorosa e necessaria, quindi “opportuna”. Indispensabile nel corso della vita e lungo il viale del tempo.

Mi mancava, dicevo. Ma ora è tornato. Appena in tempo per il pranzo della domenica.


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