Archive for the ‘Riflessioni’ Category

Il punto di partenza

20 ottobre 2017

Momenti identici disposti in un periodo di tempo diverso. Ricordi dapprima invisibili che si spalancano all’evidenza. 

No. Non mi sono mai rassegnato al fatto che alla fine le cose ritornano sempre.

Stanotte non è stato possibile chiudere gli occhi. Troppo da fare, troppo a cui pensare. Troppo bisogno di tornare alle origini. Di tracciare righe e fare bilanci.

Ogni tanto mi ritrovo a bere qualcosa con un vecchio amico. Il senso di ansia. 

Allora ricordo quel giorno di tanti anni fa. Quando il mio mondo si stava disgregando e non mi sentivo più all’altezza dell’uomo che avevo costruito. Quello che credevo essere.

Ricordo la sensazione di accerchiamento. L’insofferenza. Il fatto che tutti mi irritassero, perché non facevano quello che io mi aspettavo avrebbero fatto. Quello che io avrei fatto per loro in una situazione analoga. 

Non mi piacevo e non mi piaceva nessuno. Squilibri emotivi, caos e inadeguatezza. Confusione. Bisogno di puntare un dito. Di spostare il punto intorno al quale ruotavano le decisioni.

Mio padre quel giorno mi prese da parte e mi raccontò che a volte anche i suoi “75 giri” si incantavano. Non smettevano più di girare. Si ripetevano senza un senso. È lui si sentiva come imprigionato dentro. 

Era allora che bisognava dargli un colpettino, per non rischiare che il solco diventasse più profondo. Che la musica sparisse. E che il disco finisse per essere rovinato per sempre.

Spesso le tempeste emotive arrivano, perché ci siamo addentrati in un oceano troppo profondo. Perché stiamo navigando in modo deciso verso qualcosa che non conosciamo. Una rotta che non abbiamo mai preso.

Eppure basterebbe riflettere. Dare un colpettino. Perché alla fine, per quanto ci si possa inoltrare e andare lontano, se si percorre tutto lo spazio possibile, ci si accorge che il punto più lontano non è altro che il punto di partenza. E il punto di partenza non può fare paura.

Erano solo condizionali 

16 ottobre 2017

Vorrei contrarre un sentimento epidemico. Vorrei per chi amo il migliore dei mondi possibili. 

Vorrei incontrare Bukowski al baretto sotto casa. Vorrei trasformare la rabbia in un piacere fatto di sesso consumato. 

Vorrei convincere Chopin a comporre un notturno che mi faccia davvero compagnia. 

Suggerire a Leonardo di dipingerla ancora riconsiderando il profilo del suo seno. 

Vorrei scoprire con Galileo costellazioni nuove e tenerle al riparo da ogni impossibile infelicità. 

Vorrei un nome da gridare. Una storia da vivere. Un uomo migliore di cui farla innamorare e un cielo che non fa mai paura.

Vorrei accarezzare le sue gambe. Addormentarmi sui suoi fianchi. Partire per una missione e attraversare quell’universo che separa testa e cuore. 

Vorrei perdermi nel detto e ritrovarmi nel contraddetto. Vorrei uno scambio sincero di emozioni. Quel silenzioso corrispondersi intriso di sospiri e saliva che occupa abusivamente ogni mio pensiero. 

Stanotte ho arrotolato i miei sogni come la mappa di un tesoro.

Ho riempito le mie notti caricandole di responsabilità in cerca di ogni possibile significato.

Ho rimproverato il destino che sorseggiava caffè nascosto dietro al suo giornale. Poi quando ogni cosa è diventata silenzio, mi sono finalmente dannato. 

Ho ucciso tutti i miei sospiri e sono rimasto li fermo. Sfinito, a guardarmi sanguinare le mani.

Questione di cuore

16 ottobre 2017

Esistono persone speciali che non riesco a vedere con la frequenza che vorrei. Amici per i quali la parola stessa sembra appartenere a un’etimologia riduttiva rispetto al valore che rappresentano.

Con Fabrizio per esempio non è mai una semplice mangiata. Non è mai una chiacchierata. Ma un’esperienza. Si inizia sempre col parlare del colore di una tovaglia e alla fine si finisce con il raccontarci storie. La sua. La mia. O centinaia di altre ancora.

“Come stai Fabri?”
“Come sempre, mi adatto! E tu?”
“Io? Mi dai un paio d’ore per rispondere? Lasciami bere prima qualcosa. Del resto sai già che tra me e la cosa giusta da dire è sempre stato un amore impossibile!”

Esistono diversi tipi di amore impossibile. C’è quello non ricambiato. Spietato e ossessivo. Quello che si esaurisce. Malinconico e provante. Quello mai dichiarato. Codardo o fantasioso. E poi ne esiste un altro. Quello impossibile verso se stessi. 

Oggi il vino scorre copioso. Devo a Fabrizio una quantità infinita di esperienze enologiche. Vini senza un’etichetta che non mi sarei mai sognato di ordinare. Odori a dir poco sconosciuti e che invece nascondono allettanti sorprese e alcoliche delizie. 

Degustazioni sublimi che mediano la fisica dei sapori con la filosofia degli odori. Il tempo con la storia. E consegnano ogni bicchiere all’arte del buon vivere. 

Raccontarlo è veramente qualcosa.
Si ride. Si scherza. Ci si prende un po’ in giro.

“Ricordi quante volte mi hai tolto dagli impicci? E quella famosa incursione nel bar del campeggio di Terracina? Quando abbiamo rischiato il linciaggio? O quella volta che a mani nude hai sfilato di mano il coltello a quel tipo e lo hai preso a ceffoni? O quando Sergio è entrato con la testa nella portiera della Fiat Uno di mio cugino?”

Fabrizio sorride. 
“Eravamo ragazzi. Eravamo incoscienti. Oggi non mi passerebbe nemmeno per l’anticamera del cervello. Siamo cambiati. Il mondo è cambiato.”

“Tu ci sei sempre stato però. Permettimi di dirtelo. Grazie!”
“Permetti allora a me di ripeterti la domanda. Come stai Gianlù? E papà?”

Non posso glissare. Non sarebbe giusto perdere tanta fortuna. Quella di un amico vero che sa anche ascoltare. 

Disegno un sorriso. Mi accarezzo il mento. Sospiro. Poi mi prodigo in un tentativo di risposta degno di chiamarsi tale.

A volte è difficile scoperchiare il legame sotterraneo che esiste tra i pensieri, le parole e le conseguenze che queste comportano una volta pronunciate. 

Tra tutte quelle immagini che viviamo e ciò che decidiamo di farne una volta che il tempo le trasforma in ricordi.  
Ieri e oggi sono piani diversi che troppo spesso facciamo coincidere. 

E a volte si parla troppo senza dire mai davvero qualcosa di noi. Come se la superficie delle cose fosse tutto. Come se quello che abbiamo dentro non si potesse nemmeno intravedere da fuori. E invece a qualcuno basta solo uno sguardo per capire.

C’è un punto di fragilità nel profondo di ogni persona. È il suo senso di colpa. Un vuoto a cui si vuole riparare risolvendo i problemi del mondo intorno. Qualificarsi. Come un’etichetta di un vino su cui c’è scritto che lui è buono. 

“Sai Fabri. Avrei solo voglia di separare la parte giusta della mia vita da quella sbagliata. Se fossi un cazzo di computer risolverei con un software adatto. Ma in un essere umano queste cose non sono separabili. Quello che fai ti trasforma in ciò che sei. Vorrei trovare una figura retorica che spieghi tutto. Ma sono più bravo a scrivere che a parlare. 

L’unica metafora che trovo sta nell’imprevedibile casualità delle persone che ci capita di incontrare. Papà comunque sta meglio. Sembra reagire bene.”

Fabrizio mi osserva. Mi guarda come se conoscesse da sempre le parole e i concetti che ancora devo esprimere.

“Bene. Mi fa piacere che tuo padre stia meglio. So che persona è. Invece dimmi, tu sei così convinto che il bene e il male siano così differenti e riconoscibili? E soprattutto sapresti dire cosa è bene e cosa non lo è, solo guardandoti intorno? Se abbiamo fatto degli errori è la vita che poi ce lo svela. Ma spesso il buono e il cattivo sono facce della stessa coscienza che ci orbita dentro. 
Caro Gianluca, bisogna soltanto berci su. Sei un essere umano. Ti conosco da 30 anni. Sai riconoscere gli errori. E soprattutto sai accettarne le conseguenze. Per questo mi fiderò sempre di te e ti vorrò bene fino all’ultimo giorno. E in questo non c’entrano nulla le scelte giuste, o quelle sbagliate. È solo una questione di cuore .” 

Le notti di Roma

14 ottobre 2017

L’avete mai vista la notte a Roma? Fatta di pensieri e di aria leggera. Di sogni lucidi appena infranti e di ricordi che mettono i brividi. Come quel freddo timido che arriva in autunno, quasi accennato. 

E quella luce gialla dei lampioni che illumina le strade? Colorata. Disciplinata. Discreta. Stanotte sembra chiedere addirittura scusa per il disturbo. 

La notti di Roma. Fatte di fontane umide, di ricordi assonnati e sanpietrini bagnati. Fatte di gabbiani indaffarati e di felini addormentati sui tetti.  

La notte i monumenti di Roma si contendono lo sguardo dei passanti con le meraviglie dei vicoli, con i ponti illuminati e con le facciate barocche dei palazzi. 

Se la guardi Roma ti ricambia lo sguardo. E se la ami, Roma ti restituisce l’amore sotto forma di un incancellabile immagine da tenere per sempre nel cuore.

Quantità e qualità 

13 ottobre 2017

Scrivo meno e mi impongo di farlo meglio. Frequento meno persone e mi illudo di dedicare più tempo a me stesso. Invece vado anche meno spesso al cinema.

Colpa di questo mio spietato bisogno di dicotomia, se riesco sempre ad assegnare alle cose due significati. Senza che uno escluda in qualche modo l’altro. 

Quantità e qualità. Due irriducibili nemiche. Due complici ammiccanti. E poi tutte le cose che stanno nel mezzo. Sono sicuro che anche Alice la penserebbe come me. Però mi servirebbe più tempo da dedicare a una qualche forma creativa di malinconia. 

Ieri ho guardato incuriosito il sequel più rischioso della storia del cinema e l’ho trovato sublime. Qualità e quantità. Quasi tre ore di film senza uno sbadiglio. 

Blade Runner 2049 è un secondo capitolo piovoso, freddo, sporco, riuscito e perfetto. 

I giochi di luce. I riflessi. Le fantasie. Gli ologrammi. I volti mono espressivi dei replicanti. I richiami vintage al capolavoro di Ridley Scott. Tutto perfettamente curato nei minimi dettagli. 

Finalmente il mondo viene raccontato in un film di fantascienza come probabilmente sarà. Una infinita discarica. Senza scene d’azione. Senza quella fine ironia hollywoodiana che tanto stona nelle sceneggiature post-apocalittiche.

Allora eccomi qui, tutto preso a non raccontare la trama eppure a lasciar intendere a tutti che si tratta di un film da non perdere. A non rivelare le scene, malgrado la mia conclamata incapacità di non saper tenere la “ciavatta” (bocca) chiusa. 

L’incontro-scontro tra Ryan Gosling e Harrison Ford è una scena che ti mette in pace con il cinema d’autore. Da fiato sospeso. Non dico altro.

Il mio mantra è l’ossimoro e la legge che mi governa è l’attrazione magnetica dei poli opposti. Ma adoro le pellicole che mi fanno perdere il senso del tempo.

Bravo Villeneuve. Ma a me già da “Sicario” eri piaciuto da morire.

Quando cominciai a farmi domande

11 ottobre 2017

Quando cominciai a farmi domande avevo sedici anni. Era gennaio. Forse un mercoledì. L’orologio segnava le sette e trenta ed era una meravigliosa giornata di sole con l’aria paradossalmente gelida. Arrivava da nord. Era una tramontana pungente. 

Se ne vedevano spesso di inverni così a Roma. Eppure amavo quel freddo, perché riusciva a dare un senso ai colori del cielo.

Non esistevano gli smartphone e nessuno mi chiamò al telefono. Non mi arrivò nessun messaggino. Niente notifiche. Nessuno mi disse di correre a casa. Non ascoltai persone piangere o singhiozzare.

Succedeva raramente che i miei mi autorizzassero a prendere il motorino per andare scuola. Così, quando accadeva, ne approfittavo per fare colazione con gli amici. Si parlava di donne, di calcio e di testi scolastici. Libri mai aperti. Pagine ancora tutte da leggere. 

Qualcuno raccontava di aver fatto l’amore e c’era chi affermava fiero di averlo addirittura fatto nella sua stanza, con i genitori in casa.
Io ascoltavo tutto e lo facevo nascondendo ogni espressione dietro a un velato ghigno di scetticismo.

Amavo quel minimalismo di pensieri così inconsapevole. Me lo ricordo bene e posso affermare che anche oggi non sia così sbiadito dagli anni.

Quando cominciai a farmi domande stavo ascoltando una canzone di Nik Kershaw alla radio durante l’ora di ginnastica, “The Riddle”.

Quel giorno rimasi per qualche minuto a sentirla facendo fare alla testa su e giù come se stessi mimando un’improbabile preghiera. Ignoravo che non l’avrei più dimenticata.

Francesca arrivava in classe con la tuta dell’Australian bianca. Mi piaceva che portasse le sue Adidas con le calze rosa risvoltate intorno alla caviglia. I capelli neri raccolti in una lunga coda. Gli occhi guizzanti e sempre attenti.

Il fisico già scolpito a dispetto dell’età. Si avvicinava e mi abbracciava ridendo. Mi accarezzava con la mano destra e se mostravo timidezza mi tirava verso di se. Lo faceva apposta. Ma non quel giorno.

Quando cominciai a farmi domande l’insegnante di educazione fisica non mi guardò negli occhi. Fu lui a portare la notizia. Fu lui a dirci che Francesca non c’era più. E non ricordo dove fossi poi sprofondato io in quel momento. 

Dove fosse sparita una parte di me. Se all’interno di una canzone, dentro in profondità, oppure in qualche altro universo fuori, abbandonata accanto a un cassonetto e poi liquidata insieme all’immondizia, in una qualunque discarica a caso. 

Oggi non ricordo più il dolore. So solo che fu quello il giorno in cui cominciai a farmi domande.

“Io”

10 ottobre 2017

Alice allargò le braccia per consentire al suo ottimismo di girarle intorno. 

Alice era convinta che il centro di ogni universo fosse un pronome personale, ma ignorava quale. Continuava a confondere il verbo sparire con il verbo evaporare.

Alice era terrorizzata dalle storie d’amore. Aveva la certezza che prima o poi si sarebbero rotte e riempite di infiltrazioni.

“Sono solo storie.” Le avevano detto.
 
“Sono solo momenti più lunghi del solito.” Le avevano assicurato.

Esperienze incomplete prive di alcun rigore scenografico.

Un giorno Alice provò a chiudere gli occhi. Tentò di compensare le insinuazioni della realtà, sognando. 

Forse cercava soltanto il ricordo perfetto. Quello che annulla tutte le nostre paure.

Quel giorno si rese conto che si possono cancellare dalla propria vita tutti i pronomi a eccezione di uno. Non si può cancellare la parola, “Io”.

Percezioni 

8 ottobre 2017

Percezioni. Sogni. Alzatacce. Caldo torrido. Umidità. Freddo polare. Rinunce e scelte poetiche. Amore. Odio. Apparenza. Rabbia. Tensione. Luce. Controluce e ombre.

Le cose che sorprendono. Un sorriso. I cambiamenti dell’ultimo giorno. Le lunghe attese. Le intuizioni. Gli accordi e i disaccordi.

I viaggi. Le mete mancate. Gli obiettivi centrati. I verbi declinati al condizionale. Gli imperativi. Le rinunce. Il brutto. Il bello. Tutto quello che sta nel mezzo.

Oggi lo specchio trasmette un’immagine non filtrata. Montata. Scontata. Mi ricorda ogni mattina l’incompletezza delle mie esperienze. L’esile spessore delle superfici. Anche quelle fatte di pura luce. Lo fa ogni giorno. Da sempre.

È conclamato. Guardare le cose intorno non mi è mai bastato. Le devo raccontare le cose per sentirle reali. Spostare la mia attenzione dalla forma al significato stesso delle cose. Non solo guardare, ma guardare i miei occhi che guardano. 

Provate a farlo concretamente. Mettetevi lì. Guardate. Osservate. Considerate. Rendetevi conto di quanto amore esiste nello spazio angusto e delimitato di un riflesso. 

Io vado a intermittenza. Ci sono volte che mi racconto meglio di altre. E volte in cui mi sento frangibile e sbiadito. Lo specchio azzera tutto.

L’errore più comune di chi ha bisogno di raccontarsi è quello di far coincidere il mondo intorno con se stesso. Questo lo specchio non te lo permette. Per questo rimane il mio irrinunciabile appuntamento del mattino.  

Esistiamo lì e allo stesso tempo resistiamo dall’altra parte. Fino a quando non ci muoviamo. Fino ad allora un riflesso mostra i nostri occhi, e attraverso gli occhi il cuore. E lungo il cuore, i pensieri. 

Il vero miracolo è che noi davvero siamo lì. Siamo veramente lì, all’interno di quei pensieri. Ai margini di un verbo declinato all’imperativo che sussurra silenzioso la parola: “svegliati!”

Il paradosso 

5 ottobre 2017

Ho ritrovato una vecchia lettera. Una di quelle che non sai mai se è il caso di condividere o meno su un blog. Ci penso. Ok, ci ho pensato. Condivido. Perché ricordo esattamente ogni sensazione provata scrivendo.

“Perché? Perché se una persona fa una gentilezza può essere considerata egoista. Non ha senso. 

La notte scorsa ci ho riflettuto sorseggiando un vodka lemon. Più vodka che lemon. Chiacchierando e rileggendo cose. Alcune davvero belle. Non esiste egoismo quando si fa una cosa buona e importante per qualcun’altro. 

Io sono convinto che una gentilezza sia tale e basta. E se fa stare bene che male c’è? Perché ridurla per forza a qualcosa di negativo. Con tutte le schifezze che si ascoltano. 

Con tutte le cose brutte che accadono in giro. Con tutto questo opportunismo gratuito che ci sta invadendo l’anima.

Altruismo. Sono d’accordo con chi pensa che quando è eccessivo sia una debolezza. Che possa riflettere un senso di inadeguatezza. 

Ma allora è questo senso di inadeguatezza che mi hanno trasmesso i miei genitori? E se essere come sono bastasse davvero a definirmi un “egoista”? Bè, allora sia. 

Sono dannatamente egoista. Spietatamente egoista. Follemente egoista. Chissa, magari troverò un girone solo per noi diversamente egoisti all’inferno. Ma dubito che saremo in molti.

Non posso affermarlo con certezza, ma probabilmente un mondo colmo di questo egoismo, sarebbe un mondo migliore.

Volevo scrivere altro, ma ho pensato che la scrittura nasconda i toni. E la mia collezione di domande a cui non ho mai saputo rispondere ha bisogno dei toni giusti.

Forse ci è mancata la meraviglia delle cose banali, del quotidiano, una bottiglia di vino vuota sul tavolo della cucina e la corona bluastra del gas che si accende sotto la macchinetta del caffè. Una lampadina da cambiare. Una mensola da sistemare.

Forse ci è mancata quella voglia di ridere che riempie il tempo e scaccia via la noia. Quei sorrisi spontanei dello stare insieme che non hanno nulla da invidiare all’allegria dall’anice stellato.

Ci sono tante cose belle che non ci siamo mai detti. Ma a modo nostro ci siamo voluti bene anche senza dircele. Il “piccolo principe” afferma che l’importanza delle persone la misuri dal tempo che gli dedichi. È vero.

Ok! A questo punto ti lascio prima di trasformare una bella lettera in una logorroica apologia dell’amore.

E lascio anche tutte quelle schegge di follia ancora incastrate nelle pareti di casa. 

Ti lascio i fiori che non potrò mai regalarti, ma che meriteresti di trovare ogni mattina e il ricordo dello stare bene che qualche volta sono stato e che spero tu non abbia dimenticato. 

Ti lascio gli auguri, le preghiere che riempivano i rancori vuoti e il telecomando di tutte le mie emozioni. Ti lascio quella porta sempre socchiusa sulla mia intimità, i baci dati a vuoto e i fantasmi che ogni tanto infestano i miei castelli in aria.

Ti lascio quel posto che non esiste. Con le montagne innevate e il mare dopo la curva, verso ponente. Dove tira ancora un vento tiepido che odora di mandorle e rincospermo.

E poi ti lascio il ricordo delle cose giuste sentite, intuite, pensate, sognate, gridate, create e distrutte, perse, sconfitte, tu, io, quella casa con il terrazzo a coronari che amavi così tanto. Il sushi, il gelato, la granita, la pizza e tutti i miei istanti più veri.

Ti lascio il gradino della chiesa dove ti ho baciato la prima volta, il caldo infernale, il sudore sulla pelle, il sole alle spalle e gli occhi chiusi. 

Ti lascio il mio sapore, ma non il sapere, perché non ne ho mai avuto e forse non voglio averne. 

Ti lascio il posto che meriti nel tuo universo e una poltrona comoda dalla quale osservare le stelle. E tutti i miei libri pieni di storie iniziate e lasciate a metà, o nemmeno iniziate. 

Ti lascio un albero senza foglie e uno con i rami illuminati. E quel desiderio di un pesce rosso e un gatto morbido mai realizzato. 

Non so. Non ricordo, ieri forse ho parlato di te con Alice nello specchio, ma lei guardava altrove. 

Un secondo, forse avrei ancora qualcosa da dire. Forse voglio scusarmi per come ho cercato ogni volta di cancellare il bello e allontanarti. E per quel mio paradossale e incomprensibile non riuscire a starti distante. 

O per le mie debolezze. 

Forse non serve. Forse non ho più niente da dire, sì, insomma…

Non vengo. Non vado. Non resto. Ti lascio e non ti lascio mai niente. 

Perché non posso. Perché non ne sono capace. Perché sbaglio anche quando decido di fare una cosa giusta.

Perché per me, il paradosso più incomprensibile non sarà mai quello di “Achille e la tartaruga”. Ma quello di Alice nel paese delle non meraviglie.”

Ma questa è un’altra storia…

Anche quando mi accorgo che mi fa stare bene farlo

4 ottobre 2017

Adoro quel preciso istante. Quello che precede il sonno. Quell’attimo di ovattata percezione del tempo. 

L’inizio un viaggio diversamente avventuroso dove non c’è necessità che accada davvero nulla. 

Nessuna principessa da salvare. Niente evasioni spettacolari. Nessun gol all’ultimo minuto. Niente indipendenze catalane, rivoluzioni francesi, o affilate ghigliottine repubblicane. 

Soltanto tanta consapevole assenza. O magari inconsapevole, chissà. Non posso esserne certo. 

È in questa specie di universo parallelo, un po’ mellifluo, che ogni tanto mi e ti ritrovo. Dietro al solito ricordo sbiadito. Ma ho la stessa percezione di quando andavo sott’acqua a cercare le stelle marine. 

Immagini sfocate e bugiarde. E il rumore del mio respiro che fa da colonna sonora. Non è così male non riuscire a fidarsi dei propri sensi. Ha quel non so che di esoterico e lieve.

Non è poi così devastante arrendersi al proprio “essere in balia dello spazio”. Ai margini di una singolarità fisica non descrivibile. Non misurabile. 

Un qualcosa che inghiotte si la tua lucidità, ma senza masticarla. E comunque, poi ti viene restituita sempre.

Un posto dove il tempo non conta. Dove è impossibile pensare al passato, o al futuro. Dove non si possono declinare condizionali. Soltanto interminabili tempi al presente. 

Un luogo dove la nostalgia, la noia e la frustrazione non hanno alcun valore. Dove non esiste la stanchezza. Nessuno sogna mai di dormire.

Quando questo succede ripenso ai viaggi di Ulisse. Ad Itaca. Alle cose che alla fine ritornano. E mi accorgo che per quanto un uomo si possa spostare in avanti, non si può mai esorcizzare quel bisogno confortante, che abbiamo, di rimanere ancorati a qualcosa. 

Quando riapro gli occhi poi torno a essere quello di sempre. Sbadiglio. Guardo il cellulare. Continuo a non essere in grado di spiccare il volo, o camminare sull’acqua. 

Continuo a dividere, e non a moltiplicare, pani e pesci. A non avere un piano perseguibile per salvare il mondo. 

Persevero con puntualità svizzera con le mie consolidate imperfezioni e mi ostino a non voler rifare il letto. A sbagliare la differenziata. A non saper bene accanto a chi stare.

In una sorta di “volontarismo” cosmico stamattina mi descrivo, in precario equilibrio sulla lama del “rasoio di Okham”. Un uomo sta dove si sente a suo agio. Io sto bene accanto a chi mi fa stare bene.

Il “sentirsi bene” è alla base di ogni mia scelta. Che sia un locale alla moda. Una spiaggia. Un cinema. Una persona. O una panchina all’ombra. 

Non che sia sbagliato, ma a volte stare bene mi basta. Non sento il bisogno di conoscere profondamente ciò che mi sta facendo stare bene.

La ricetta di quel piatto, o gli ingredienti. La forma di quella panchina, o il suo grado di robustezza. Il pentagramma di quella melodia che mi ha fatto chiudere gli occhi. 

La fisica di quel tramonto. O il volto di tutti gli ospiti e i dipendenti di quell’hotel a strapiombo sulla costiera amalfitana dove ho scelto di non sentirla più.

Non ho mai provato il bisogno di conoscerla a fondo una persona che mi ha fatto stare bene. Mi accontentavo di questa sua proprietà. Non pensavo che anche quella persona poteva ferirmi profondamente. 

Certo è una mia affermazione del tutto soggettiva e discutibile. Basata su una esperienza nemmeno troppo provata e sul mio essere rigorosamente logico. Quasi un teorema da accettare per assurdo.

Se una persona ci fa stare male è la giusta motivazione per allontanarsi. Ma stare bene insieme a una persona non è mai un motivo abbastanza valido per tenerla sempre accanto.”

Perché in tutto questo stare bene, l’altra, o altro, non c’entrano mai. Dipende solo e unicamente dalla nostra percezione di lei, o di lui. Dipende soltanto da come ci sentiamo noi dentro.

E “noi” non siamo una relazione, noi rappresentiamo soltanto noi stessi.

Per dirla alla Jep Gambardella, mi sono accorto che alla soglia dei 50 anni trovo difficile camminare per troppo tempo al fianco di qualcuno. Anche quando mi accorgo che mi fa stare bene farlo.

Prima di prendere sonno

2 ottobre 2017

“C’era una volta un dio onnipotente e buono che viveva solo soletto in uno spazio vuoto. Era un nulla freddo, insondabile e cosmico.

Davvero stanco di tutto questo niente, decise un giorno di creare un universo infinito e di lasciarlo a se stesso. Scelse poi di non interferire. Di starlo a guardare. Insomma, per qualche motivo, quel dio aveva deciso di non dare ad alcuno la prova scientifica della sua esistenza.”

“Ma papa scusa…” È Nicoletta che mi interrompe. “Perché mai un dio buono sceglierebbe di starsene in disparte dopo aver creato tutto questo? E chi pensa poi alle guerre? Alle ingiustizie? Alle catastrofi? Alle persone cattive? E chi ascolta le preghiere di nonna?”

“Non lo so amore mio.” Le rispondo sorridendo. 

“Dio è da sempre una questione di fede. E la fede va ben al di là di ogni storia raccontabile e verificabile. Io non so se esista un qualche dio. Da quanto esista, o se magari l’abbiamo solamente creato noi per non sentirci così piccoli davanti a tutto questo sconfinato universo. 

So solo che probabilmente farei molta fatica a vivere in un posto dove posso avere la prova che un Dio non esiste.”

“È vero. Nemmeno io ci vorrei stare papà.” Sussurra Nicoletta stropicciandosi gli occhi. 

“Ma come facciamo a sapere che non è una bugia? Io so che non esiste il demone sotto al letto. Ho anche scoperto che babbo natale sei tu. Ti ho spiato sai? Ma un dio? Come si può fare? Ci vuole una prova.”

Mia figlia mi sta guardando come si osserva un’alba. E io mi rendo conto di quanto il suo sorriso sia la mia unica religione.

“Amore tu vuoi bene alla mamma?”

“Si papà. Io gliene voglio tantissimo di bene.”

“E se ora papà ti chiedesse di dargli una prova? Lo prenderesti o no per matto?”

Le sue parole se ne stanno in equilibrio sulle labbra per qualche istante prima di andare a occupare tutto lo spazio possibile.

“Forse ho capito, papà! Me la racconti un’altra storia? Quella della lumaca?”

“Mmmh! Quella mi mette nostalgia! Ti racconto la storia di un monaco? È noiosa e fa addormentare!”

Mi guarda. Mi strizza gli occhi. Adoro l’incanto di quel sorriso. Vale più di qualsiasi si.

“C’era una volta un frate francescano. Si chiamava Guglielmo. Fra’ Guglielmo di Okham. 

Lui credeva in un dio cristiano senza il bisogno di alcuna prova, ma era anche certo della profonda fallibilità degli uomini. Dei papi. Degli imperatori. E dei papi imperatori in particolare.

“Fallibilità, è quando non sei onnipotente, vero papà?”

“Non esattamente, piccola. L’onnipotenza non implica il ‘riuscire sempre a fare delle cose buone’ per esempio. Quindi anche un dio, sotto un certo aspetto, è fallibile. E se sei fallibile è statisticamente probabile, anzi quasi del tutto certo, che prima o poi farai qualcosa di sbagliato.”

“Fra’ Guglielmo scrisse cose forti per quei tempi. Il medio evo era un posto brutto dove le persone venivano uccise per un pensiero. Lui mise in dubbio lo stato pontificio. Disse che un papa non può attribuirsi alcun potere, né temporale, né spirituale, giacché la sola possibilità per l’uomo di salvarsi…”

“…deriva dalla grazia divina. Ma questa è un’altra storia per la mia piccola orsetta stanca.”

Eccoli qui. I suoi occhietti chiusi. La serenità in persona. Una bimba che dorme proiettata chissà dove nel sonno. Forse in un universo diverso. E un papà che la osserva pensando che non esista niente di più bello al mondo. E poi Fra’ Guglielmo mette sonno.

A me non sono mai bastati pochi minuti per lasciarmi andare. Per sprofondare in quel posto meraviglioso. Il mondo visto da dietro le palpebre. 

Da bambino mi addormentavo ascoltando storie, o in alternativa contavo pecorelle. Oggi invece sono i lupi a saltare lo steccato e non tutti vengono con le migliori intenzioni.

Per questo ogni tanto perdo il conto e devo scrivere un po’ prima di prendere sonno.

Non finiscono mai

1 ottobre 2017

A volte mi sento come una di quelle macchinette dove qualcuno tenta di infilare 2 euro per provare a ricevere in cambio un inutile pupazzo. Quelle che si trovano all’ingresso dei supermarket. Quadrate. Metalliche. Quelle con il braccio meccanico e soltanto una possibilità di portarlo sulla perpendicolare giusta.

“Lo sai? Leggo ciò che scrivi. Sembri un condannato in attesa della sua punizione.”

“Smettila Alice! Aspetto soltanto!”

“Che cosa? Il momento giusto? La mamma dal cielo?”

“Casomai la manna. E comunque no. Attendo che finiscano le parole.”

Alice sorrise. “Allora ti rivelo un segreto Gianlu. Le parole sono come i pensieri. Non finiscono mai.”

Eravamo solo apparentemente simili io e lei. Ci distinguevano gli universi dove siamo cresciuti. Il tempo impiegato a prendere una qualsiasi decisione. E i centimetri che mancavano a toccare il soffitto con un dito. 

Io salivo sul letto e cominciavo a saltellare. A lei bastava chiudere gli occhi e immaginare di farlo. Ma c’è una differenza profonda tra immaginare di fare qualcosa e le sensazioni generate dall’aver fatto. Se non fai, poi non puoi descriverlo.

Credo che la potenza delle parole sia il risultato dell’equazione: numero di persone che davvero ci crede, fratto il numero di persone che poi decide di citarle in un social network.

Se la vita fosse un tentativo di rapina a mano armata, io sarei la telecamera puntata sul reparto frutteria. Quella che ti avvisa soltanto se ti stanno rubando il mango.

Il pugno

30 settembre 2017

“Nostalgia delle montagne, io ce l’ho sempre. Ma questo è un’altro racconto.”

Alice in mezzo a tante storie si sentiva in trappola. Quell’universo la costringeva a desiderare, ma tutto ciò che il suo pensiero riusciva a formulare era un devastante bisogno di stelle cadenti.

Se ne stava li. Buona buona. Tra gli altri romanzi. Al suo posto sulla scrivania c’era un’edizione speciale di “Route 66” di Jack Kerouac. Nessuno si era mai accorto della differenza.

Di tanto in tanto Alice si allungava per toccare le cose che non ci sono. E diamine, ci riusciva sempre.

Se tutto quello che sognamo e che ricordiamo fosse un campo vettoriale, alcune forme di follia, alcuni sentimenti e certe immagini del passato somiglierebbero a curve chiuse. Dovrei provare a usare il teorema di Varignon per misurare quanto mi gira la testa stamattina.

Un tempo ero più semplice di così. I miei pensieri erano rametti di ulivo. Col tempo li ho privati delle foglie per creare una confusione tagliente. Desinenza. Radice. Dubbio. Verbo o nerbo?

Alla fine ho frantumato tutto in pezzi più piccoli. In modo che ogni frase sbagliata detta, pensata, o sussurrata, potesse restarsene in un palmo chiuso. 

Pensavo di aver risolto, ma poi ho guardato la mia mano. Era diventata qualcosa di peggio. Era diventata un pugno.

Quel qualcosa

30 settembre 2017

Nelle storie che scrivo. Nelle vite che immagino. Nei miei sogni. Tutti i personaggi fanno sempre la cosa migliore da fare. Una scelta giusta.

Loro capiscono sempre quello che vedono. Sanno ciò che sentono e si rendono sempre conto di ciò che possono. Deve andare per forza così in certi universi, altrimenti i desideri non funzionerebbero. 

A volte però smetto di guardare il copione e vado oltre l’inquadratura. Supero certi punti di vista. Condivido sensazioni. Faccio ipotesi. Le cambio e poi dubito di ciò che ho appena pensato. 

Mi abbandono a quella cosa chiamata esistenzialismo, che qualche volta lascia svegli la notte. Al buio. Senza necessariamente provare alcuna emozione. 

Di notte l’adrenalina si distribuisce in modo diverso. Fiducia, speranza e paura si confondono. E immagino le cose senza preoccuparmi di come stanno venendo. 

Esiste qualcosa che ruota attorno a quello che facciamo. Una logica che non cambia le conseguenze, ma ne affina il senso. 

Che poi è proprio il senso tutto quello che rimane dopo aver fatto una scelta giusta. 

E quando sbagli? 

Allora ti aspetta il giudizio degli altri. Quel qualcosa di profondamente sbagliato, che insegue sempre chi ha sbagliato.

Restituire

29 settembre 2017

Al mattino certi pensieri assumono la consistenza di una piuma. Li puoi immaginare che volteggiano in aria. Incapaci di toccare terra senza aver prima oscillato ripetutamente tra tutti i possibili estremi. Un po’ a destra e poi a sinistra. Sempre comunque fedeli alla legge di gravità e irrimediabilmente diversi. Ancorati alla mimica del vento e all’umore dell’osservatore. 

Mi succede ricordando un abbraccio. Un sorriso. Uno sguardo. Un film. Una canzone. Una certezza. Un sapore. Un odore. Un viaggio inaspettato. Una sensazione forte. È in quel preciso istante che qualcuno acquisisce un credito nei miei confronti. Il che non corrisponde esattamente a un mio debito verso un’altra persona. 

E poi esistono anche i crediti inesigibili. Sono quelli nei confronti di chi non ho mai conosciuto e mi ha comunque emozionato. Soprattutto da piccolo quando ero più portato a farlo. A emozionarmi. 

I miei sono stati John Travolta e Olivia Newton John. I Supertramp. I Duran Duran. Gli Spandau Ballet. I Pink Floyd. I Dire Straits. Patsy Kensit. Renato Zero. Mina. Sir Arthur Conan Doyle. Bukowski. Clive Cussler. Walt Disney. Jan Fleming. Stefano Bonvicini. Michele Ferrero. Stanley Kubrik. Antonio De Curtis. Alberto Sordi. Ugo Tognazzi. Nino Manfredi. Marcello Mastroianni. Roger Moore. Tony Curtis. John Wayne. Terence Steve McQueen. Robert De Niro. Clint Eastwood. Virna Lisi. Monica Vitti. Bud Spencer. Tomas Milian. Leonardo Da Vinci. Giacomo Leopardi. Gian Lorenzo Bernini. Munch. Monet. Picasso. Van Gogh. Bruno Conti. Agostino Di Bartolomei. 

Ma i crediti sono stati davvero tanti. Almeno una cinquantina in più. Inutile star qui a fare l’elenco della spesa. Volevo solo chiarire il concetto. Tutto quello che nella mia vita è diventato un credito, mi ha praticamente trasferito emozioni. Ricordi primari. Qualcosa che è rimasto dentro e non ho mai restituito. Qualcosa che in fondo non sarebbe nemmeno possibile restituire.


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