Archive for the ‘Riflessioni’ Category

Manca una fine

7 dicembre 2017

Credo che sia possibile vivere senza stringere. Senza abbracciare. Senza baciare. Ma non senza desiderare spietatamente di farlo.

Quando le possibilità non esistono i desideri non hanno corpo. Non sanno camminare. Non riescono nemmeno a tossire. A sbuffare. Oppure ad alzare un sopracciglio.

Una canzone di Tom Jones mi cammina dentro mentre aspetto a occhi semichiusi il solito treno. Intanto il freddo mi fracassa le ossa. Gela respiri. Mastica i polmoni e li risputa in terra. Goccia su goccia.

Ci sono giorni in cui sembra facile lanciare il cuore a canestro con la speranza di fare centro. Eppure continuo a prendere il ferro. Con quella sensazione di debordante incompletezza a farmi da sipario. Quando lo seguo con gli occhi. Quando lo vedo compiere qualche giro a vuoto. E poi cadere giù.

Stanotte mi resta la scrittura, lei sola. Assieme a tutte quella musica che non ascolta più nessuno. Quella che non è mai abbastanza. Quella che non è mai all’altezza del momento.

A tutti e tutto manca sempre qualcosa che li completi. Agli uomini. Al tempo. Allo spazio. Alla storia. Ai resti di un grande impero.

In fondo, anche all’infinito, manca una fine.

Jep direbbe

3 dicembre 2017

Che non serve parlare in maiuscolo. Che il maiuscolo lo puoi soltanto misurare.

Stamattina esco in corsivo dai miei pensieri. Dalle storie sussurrate. Da quei congegni a tempo che innescano le mie parole. Come quando nelle tazze di latte caldo lascio galleggiare due biscotti “gentilini”.

A loro piace inzupparsi. Li vedo che scompaiono sotto la superficie, che si fanno dimenticare. Poi quando alzo la tazza per bere, ecco che mi sfiorano dove neanche immaginavo. Prima le labbra. Poi lo stomaco. È così che mi fermo a pensare.

Le parole. Anche quelle più nascoste mi connettono in maniera costante al gioco della vita. Stamattina però celano un qualcosa di fortemente regressivo. L’idea infantile che si possa fuggire dalle difficoltà anche leggendo. Cioè scappando dalla realtà così come è.

Jep direbbe che c’è bellezza nel saper stare con entrambi i piedi sulla stessa staffa. Saldamente in equilibrio.

Ma la grande bellezza è saperci stare col sorriso. Senza scappare, senza illudersi. Senza mai raccontarsi in maiuscolo. Senza mai pensare che sia più conveniente vivere la vita di qualcun altro, al posto della tua.

Perdo un sacco di tempo in auto

30 novembre 2017

L’autostrada di notte regala momenti di spettacolare disarmonicità. Guidare veloce è un po’ l’anticamera dei pensieri.

Perdo un sacco di tempo in auto. Ma non è mai la durata del viaggio a preoccuparmi. A darmi da pensare sono i tanti obiettivi mancati, il fallimento di certe relazioni, i dubbi creativi, la salute di chi amo, le decine di linee tracciate e tutti quei maledetti bilanci che alla fine, vuoi o non vuoi, risultano sempre in rosso.

Perdo un sacco di tempo in auto. E in certi momenti mi accorgo quanto è sbagliato credere che il tempo sia qualcosa che passa. Il tempo è materia. Il tempo è una forma che cambia forma. Una sfera dal lunghissimo diametro.

Perfetta, se vista da lontano, ma che all’interno nasconde i terremoti che ne rimodellano la superficie. Sembra non dover cambiare mai niente, invece il tempo ti cambia con una rapidità che lascia interdetti. Poi una mattina ti guardi alle spalle e pensi che “solo pochi giorni fa”, “da una settimana”, o “è già passato un anno da”. La mente magari nemmeno si scandalizza della cosa, ma il cuore si. Il cuore non sta mai dalla stessa parte.

Arriva il giorno in cui è necessario smettere di giudicarsi per quel che non si è ottenuto e cominciare a riconoscere ciò che si è trovato, anche se non è quello che stavamo cercando davvero. Perlustrare la sfera senza soffermarsi ad accarezzarne le piccole imperfezioni.

L’autostrada ora è un rettilineo infinito illuminato solamente dai fari della mia auto. Cerco di ingannare il tempo correndo più veloce. Arrivare prima del tuo destino non è mai una scelta. È comunque destino. Guardo il capannone della DeAgostini alla mia sinistra. Chissà se ancora vendono quei maledetti fascicoli che non riuscivo mai a finire.

Chissà chi era quel ragazzo di allora che ha vissuto tutti quegli anni al posto mio. Che voleva fare, prendere, diventare. E chi è invece l’uomo che si cerca ora nello specchietto retrovisore. Cercare qualcosa o perderla dopo averla trovata forse non fa molta differenza.

Intanto il tempo muta le sue forme e i minuti diventano spigoli dai quali preservare i pensieri. C’è un mondo che continua a correre al di là del parabrezza della mia auto. Al casello trovo persino la coda. Alzo il volume dello stereo.

Perdo un sacco di tempo in auto.

Alla fine le domande sono sempre le stesse, ma stavolta non sono pronto ad accettare le stesse risposte. A prendere troppo sul serio la forma che ho assunto stamattina e quella in cui mi sto trasformando. L’idea di cambiare fa più paura di ogni cambiamento, ma quando succede è inutile e faticoso opporre resistenza.

Anche in autostrada le curve si devono disegnare, se tiri dritto finisci fuori strada e non esistono scelte o punti di vista. C’è solo una prospettiva ed è quella che la strada ha preparato per te.

Le mie mani accarezzano il volante, intanto i ricordi arrossiscono alle parole di Vasco Rossi. “Sorridi e abbassi gli occhi un istante | poi dici non credo di essere così importante| ma dici una bugia… | infatti scappi via…”.

La musica è alta e io mi catapulto in dieci posti diversi, ma in nessun posto davvero. Anche le guerre interiori si combattono su più fronti. Eppure tutto quello che è venuto al mondo con me adesso si trova qui, su questa autostrada. Ho voglia di cantare a squarciagola e non è detto che non lo faccia.

Perdo un sacco di tempo in auto.

In fondo so che gran parte del tempo perso l’ho sprecato per scappare. Non è da pazzi andarsene, temere il dolore o fuggirlo. E si scappa anche tutta una vita scrivendo, lavorando, dormendo e ascoltando canzoni che ci fanno chiudere gli occhi.

C’è chi abbina alla fuga una vigliaccheria di fondo, ma non è proprio così. In certi momenti la ritirata non è solo la mossa migliore. È anche l’unica mossa possibile.

Arrivo all’autogrill mentre le note di Vasco continuano a riempire il posto lasciato libero dal passeggero. “Sono lontani quei momenti | quando uno sguardo provocava turbamenti | quando la vita era più facile | e si potevano mangiare anche le fragole | Perché la vita è un brivido che vola via | è tutto un equilibrio sopra la follia…”.

Alcuni neon tossiscono. Altri giacciono avvelenati e spenti come tutto qui intorno. Porte di vetro malfunzionanti, facce stanche riflesse sulle macchinette del videopoker. Ordino un caffè lungo in tazza grande. Strizzo un occhio all’ultimo cornetto con la nutella. Lui ricambia il mio sguardo con un sorriso.

Al primo morso cessano le mie paure, le considerazioni sul tempo che passa, la vita, la strada e l’immagine che ho di me. La nutella può essere l’intermezzo di qualche minuto che a volte ti cambia l’orizzonte.

“Vivo senza rimpianti, e la mia vita è bellissima”. Non sono le parole di una canzone, ma è quello che mi porto dentro e che a volte dimentico.

“E poi ci troveremo come le star | a bere del whisky al Roxy Bar | o forse non c’incontreremo mai | ognuno a rincorrere i suoi guai. | Ognuno col suo viaggio, | ognuno diverso | e ognuno in fondo perso | dentro i cazzi suoi…”

Perdo un sacco di tempo in auto. Ho ancora un’ora di macchina per arrivare a destinazione. E tutta la vita per arrivare a me stesso.

Quella giusta

26 novembre 2017

Cosa sono io?

Uno stratagemma. Un caleidoscopio. Un orecchio da mercante in fiera. Due braccia rubate all’agricoltura, ma che non sanno stringere. Due gambe che non possono tornare indietro.

È così noioso essere singolari. Si rischia di diventare retorici. Quotidiani.

Volevo essere il raccolto e invece eccomi qui. Non sono altro che il seme. Un proposito.

Lo spettatore ben vestito dell’ultima fila. Quello che sbadiglia sicuro di non essere visto. Un dilettante ossessionato dalla sua ricerca. Quella della parola giusta in grado di cancellare tutte le altre.

Il confine

25 novembre 2017

Un uomo può avere tante facce quante quelle di un dado. Ma solo due occhi. Soltanto due braccia e solamente due gambe. Stasera non è tardi, eppure il sonno mi assedia quasi fossi io il nemico.

Potrei anche scegliere di abbandonarmi. Potrei arrendermi. Potrei farlo. È così ricorrente il “potrei”. E invece no.

Salgo sul tetto e passeggio tenendo per mano un ricordo. Mangio un panino. Gioco con una sigaretta piegata. Guardo le cose dall’alto. Resisto a venti forti. Attraverso con la mente spazi poco profondi.

Rileggo passi di una storia che avevo già scritto. Pochi minuti e sarò ancora a casa. Ma non so di chi. E non so nemmeno il perché. Alcuni pensieri sono zone deserte. Altri un paesaggio gotico illuminato da un’insegna blu.

Se chiudo gli occhi poi rimane la notte. L’unico e vero confine che mi separa da un’altra storia. L’unica consapevole certezza che anche questo giorno in fondo è salvo.

Sguardi in aria

24 novembre 2017

Mi piacerebbe smettere di farmi la barba. Alzarmi in piena notte senza guardare l’ora e cucinare una matriciana. 

Telefonare a un vecchio amico solo per chiedere come sta. Aprire un social network senza preoccuparmi di come apparire. 

Mi piacerebbe prendere un gatto grigio, imparare a suonare la chitarra e cantare con noncuranza. Siamo alla fine di novembre e c’è qualcosa che vorrei ancora dirti. 

Che le foglie non cadono diagonalmente senza vento. Che non si sente il rumore del mare nelle conchiglie. 

Che la vita è tutto quello che gli occhi vedono e le illusioni tutto ciò che si rifiutano di vedere. E non è sempre una questione di luce, ma di volontà.

Ora mi piacerebbe una relazione leggera. Qualcosa che non mi metta più alla prova. Un antidoto ai sentimenti forti, alla scienza esatta, a quel cerchio che non si chiude e a tutte le devastazioni create dalle aspettative di un qualcosa che non arriva mai.

In fondo non siamo altro che una notte stellata, un prato di girasoli, un campo di grano da attraversare camminando nel mezzo.

E io voglio farlo in modo distratto, con lo sguardo in aria e il palmo delle mani rivolto all’ingiù.

Laddove il tempo 

22 novembre 2017

Alice sapeva di essere osservata. C’era un gatto che si nascondeva sempre dietro quell’albero senza rami. Altre volte invece si confondeva in un universo parallelo. Un posto dove i buoni propositi facevano concorrenza alle foglie in autunno. 

Alice aveva più di un pensiero. Tagliare pomodorini. Soffriggere strisce di pancetta. Grattare pecorino e parmigiano. E poi se ne stava ore ad annusare le pareti della cucina per ottenere un martellante capogiro.

Alice voleva scendere ancora lungo quel sentiero che porta al mare. Sognava di camminare tra gli scogli dopo il tramonto. Passeggiare fino a quando la temperatura fosse stata insopportabile. Arrivare lontano con gli occhi fino ad avere sguardi inutili. Laddove il tempo non avrebbe avuto più nulla da chiedere ai ricordi.

Con un tempo diverso

18 novembre 2017

Non sono mai riuscito ad accontentarmi delle risposte evidenti. Di tutto quello che si vede e che si sente guardando la superficie. 

Preferisco chiudere gli occhi e andare a fiducia. Quella fiducia che passa anche attraverso i no. Che non è condizionata ai “forse” e ai “perché”.

Nessuna relazione autentica si cresce cercando di essere sempre piacevoli, simpatici, opportuni.

Sarebbe lunghissimo, noioso e forse inutile parlare di tutti gli sbagli commessi nei miei primi quarantacinque anni di vita.

Che senso avrebbe scoperchiare vasi. Scartare involucri. Analizzare fantasmi e scheletri. Convivenze e solitudini.

Chissà. Magari andare fieri delle proprie ferite è la chiave di tutto. O forse sto di nuovo facendo confusione. Una cosa è certa.

Non sarò mai così veloce da seminare la vita, o così fortunato da vedermi sparire nel suo specchietto retrovisore.

Eppure di qualcosa bisogna illudersi.

Così continuo a correre evitando di andare verso il basso. Per quanto sia meravigliosamente seducente scegliere di precipitare.

Corro. A volte mi fermo e respiro. Respiro e riparto.

Ripartire.

Mi accorgo solo adesso di quanto sia ingannevole il rumore dei verbi pronunciati all’infinito presente.

Eppure confesso che sono tante le volte in cui avrei preferito un verbo uguale, ma con un tempo diverso.

Se ce l’ha fatta lui

17 novembre 2017

E’ una fantasia molto diffusa il “credere di non dover morire mai”. Quella di sentirsi migliori degli altri. Quella che ci porta a criticare chi ha ottenuto un risultato. A parlarne male senza aver fatto mai nulla di eguagliabile.

Cos’è che convince l’ego a raccontarsi più belli. Più simpatici. Più capaci. Che cosa spinge delle perfette nullità a criticare la tua vita senza aver realizzato nemmeno un decimo di quello che sei stato in grado di fare tu.

Io dico. Realizza. Raggiungi. Ottieni e poi si, forse ti ascolto. E sottolineo forse.

Colpa anche di un social network di troppo. Dei likes. Dei followers. Dei friends. Di questo continuo bisogno di riconoscimento. Di questo dilagare inarrestabile dei programmi per correggersi i difetti sulle foto.

È troppo importante apparire. Poter convincere tutto e tutti di essere belli, innovativi, eclettici, intelligenti, ricercati e alla moda. Magari anche ricchi e vincenti.

Indipendentemente da quella che sia la realtà. A prescindere da ciò che ne pensano le persone che ci conoscono davvero. Quelle alle quali non si può mentire.

Un’altra illusione molto diffusa è quella di credere di poter disporre del tempo di chiunque. E il tempo è la cosa più preziosa. Non c’è denaro. Non ci sono valori che superino la quotazione del tempo. E con l’età che avanza tutto si moltiplica. Io lo so.

Per questo non riesco più a fare quello che non mi va di fare. Per questo devo pensarci bene prima di concedere il mio tempo alle persone. Ho bisogno di verificare prima che queste lo abbiano davvero meritato il mio tempo.

“Borges ha detto che ci sono solo quattro storie da raccontare: una storia d’amore tra due persone, una storia d’amore fra tre persone, la lotta per convicere e il viaggio. Tutti noi scrittori riscriviamo queste stesse storie all’infinito.”

Sono parole di Pablo Coelho e sono d’accordissimo.

Credo che vivere acquisti un valore inestimabile solo quando sei preparato ad andare via. A cambiare. Quando hai imparato a salutare. A saperti avvicinare ma anche, e soprattutto, allontanarti dalle persone. Dalle relazioni malate. Dalle amicizie illogiche,. Anche quelle più intime.

A voltarti quando capisci che il tempo è arrivato. Quando ti rendi conto che il tuo tempo non ha più lo stesso valore per coloro a cui lo hai donato.

Intanto siamo sempre più prigionieri di una spietata voglia di apparire. Un narcisismo difettato che ci sommerge in rete.

Un mondo virtuale che tende a confonderci e a confondere il valore del tempo.
Quello reale.
Quello che si trasforma in risate all’osteria. Oppure in ore a rispondere alle domande sul tuo prossimo libro. Di gran lunga una delle esperienze più belle della mia vita.

Insieme a quella di aver visto mio padre, che lotta contro un tumore, guardarmi una sera negli occhi e sussurrare: “Lo vedi? Sono forte come il personaggio del tuo libro. E se ce l’ha fatta lui, non esiste motivo perché non debba riuscirci anche io.

Esistere per forza

13 novembre 2017

Alice è seduta sul divano e mi guarda scrivere. Mi chiedo quanto tutto questo abbia un senso. Stasera sento di non riuscirla a contenere quella mia singolare voglia di guardare oltre una finestra aperta. 

Malgrado sia novembre e non ci sia una temperatura amichevole. Malgrado da quassù non si goda di panorami che nascondono un tramonto lontano.

Tra il lusco e il brusco è bello cogliere il modo in cui i colori cambiano giù in strada. Il giallo dei lampioni che aumenta nel corso delle ore. Le ombre dei passanti che si allungano all’interno dei vicoli.

Alice questa cosa la sa da sempre. Non ne ha mai parlato. Ma è difficile essere una buona amica se non puoi comunicarlo. Soprattutto quando sei solamente un fantasma. 

Io non so se sono un bravo amico, non spetta a me dirlo. Però so di avere imparato a cogliere quei segnali che mi suggeriscono di allontanarmi da certe persone.

Cara Alice, è da qui che ti scrivo. Da questo tavolo in legno realizzato con una porta antica e la punta di un vecchio traliccio elettrico.  

Attraverso una finestra aperta su questo universo così distante dal tuo. In una periferia di pensieri che non ce l’ha fatta a diventare qualcosa di più che un ricordo. 

Stasera la malinconia gira per casa senza avere molto da dire. Senza un mondo da salvare, o sostenere a ogni costo. Tanto le cose che devono succedere, alla fine succedono e basta. 

Come se il semplice fatto di accadere le costringesse a esistere per forza. Anche quando non sono così evidenti. Anche quando non sono così convinte di volerlo fare davvero. 

Si. Forse. Magari dopo.

11 novembre 2017

Qualche volta ho pensato a quanto sia difficile raccontare a parole due corpi che fanno l’amore. 

Lembi di pelle che si sfiorano con delicatezza e cura meticolosi. Gesti quasi involontari che non anestetizzano le voglie. Attenzioni spasmodiche. Quel piacere del pensiero di un contatto, prima ancora che esista un contatto. 

E poi il sussultare leggero di corpi. La descrizione attenta di progressive incurvature dell’arco dorsale. Mani indocili che risalgono i pendii delle zone più intime. Mentre occhi socchiusi governano quella dolce disperazione tipica dell’ultima notte del mondo. 

Non è mai facile riempire un istante di significati. Con uno sguardo. Con una carezza. Con un bacio, dopo ogni spinta possibile. Nel momento in cui lo scrivo sento distintamente una contrazione nervosa nel petto. 

Riconosco uno sradicamento del tutto cardiaco del desiderio. Ho considerato il momento presente, la praticità del secondo che sto vivendo. Una ricerca della concretezza. Un necessario ritorno alle geometrie di un meraviglioso corpo di donna. 

La mia è una solitudine volontaria intrisa di senso, di posizionamento geografico, di conoscenza delle distanze. Ma non basta una semplice consapevolezza a fermarmi. Scrivo.

Le parole da sole non si rendono conto di quello che dicono. Ci vuole un cuore a riempirle di significato.  

È vero. Le rose sono meravigliose, ma le spine nascondono qualcosa di ingiusto e terribile. Una speranza discreta, una storia maleducata. 

Una malinconia accennata, un realtà spiacevole. Guardo l’universo attraverso le pagine di un libro che non riesco a terminare. 

Pagine ricche di possibilità. Piani folli e patetiche strategie di sopravvivenza. Inevitabili conflitti. Appaganti vittorie e sconfitte necessarie. 

Credo non sia altro che una particolare variante del caos, quella che tutti chiamano serenità. Una sensazione di crescente completezza. 

Quella zona trasparente e porosa da cui filtrano clandestinamente tutti gli aggettivi che un uomo può immaginare.

Ammirabile, stupenda, incantevole, sbalorditiva, prestigiosa, affascinante, stupefacente, strabiliante, spettacolare, intelligente, splendida, carnale, seducente, grandiosa, opportuna, fantastica, dolce, piacevole, adorabile, attraente, simpatica, deliziosa, squisita, divertente, bella e maledetta.

Certe sere mi lascio sedurre dalle cose che scrivo. Le gambe incrociate, le spalle appoggiate allo schienale del letto, lo schermo illuminato di un cellulare che si trasforma nel punto geografico dell’universo in cui ho spedito quella parola. Quella riga precisa. Quel pensiero. Quell’avverbio barocco. 

Avrei bisogno di fare due passi ma sta piovendo. Ho rivisto due pellicole di Tony Servillo. 

Ho ascoltato Pavane op.50, la colonna sonora de Il Divo. Poi ho riempito il bicchiere con succo di mela e sono arrivato a pagina 155 del mio nuovo libro. 

Proprio lì. Un po’ sulla destra. Tra un punto a capo e una virgola. Nascosta in mezzo a decine di figure retoriche, ossimori e avverbi quasi dimenticati. Forse si nasconde ancora la mia voglia di scrivere. 

Fuori continua a piovere ed è quasi l’alba. Dovrei riposare un po’. Dovrei lasciarmi da qualche parte e dimenticarmi un po’ di me.

Si. Forse. Magari dopo. Però trovo sia davvero geniale questa cosa che, alla fine di ogni notte, i giorni ricominciano sempre. 

Il buio delle mie distanze

10 novembre 2017

Quando ti ho conosciuto non sapevo tante cose. Non sapevo se preferivi il profumo del mare o la quiete della montagna, il dolce o il salato. 

Se ti piaceva la senape o la maionese, se ti stregava il colore di un’alba rispetto al rosso di un tramonto.

Non sapevo se bevevi il caffè amaro o se preferivi non prenderlo affatto. Se ti piaceva il cioccolato con le nocciole, fondente o se magari eri golosa di cioccolato bianco.

Non sapevo se eri un tipo che rimane a letto la mattina, oppure che si alza alle sei per andare a correre.

Non avevo idea dei tuoi gusti musicali, dei tuoi hobbies, delle tue passioni. Se amavi trascorrere un pomeriggio al cinema o magari in teatro. 

Se al bagno eri una che lasciava il tubetto di dentifricio spremuto a metà, o senza tappino.

Non sapevo cosa preferissi, l’ordine maniacale oppure occupare anche la mia parte di armadio con le tue scarpe a caso.

L’amore è proprio questo.

È una scommessa.

È dire “Io non so ancora molto di te, ma voglio starti accanto, in ogni momento, respiro dopo respiro. Un istante dopo l’altro e un giorno dopo l’altro, anche se una sera dovessi scoprire che dormi con i mutandoni di lana fino al ginocchio.”

Qualche volta so che mi hai guardato pensando “Ma chi te lo fa fare?”

È che malgrado le briciole, malgrado le frustrazioni, i difetti, le paranoie, la confusione, le incertezze e tutte le cose che ancora non conoscevo di te. Io credevo davvero che ne valesse la pena.

Perché eri un essere unico, forte, sorprendente. Una meraviglia.

Ti ho voluto bene e stamattina ti avrei teso un agguato fatto di abbracci, per poi sparire di nuovo nel buio delle mie distanze.

Ci si vede per cena

8 novembre 2017

Con gli amici non sono stato del tutto fortunato nella mia vita. Alcuni li ho persi. Altri hanno perso me.

Quando ero un ragazzino li dividevo in tre grandi gruppi. Quelli del mare, quelli di scuola e quelli della comitiva di Santa Silvia.  

Splendidi ricordi. Eravamo semplicemente estroversi. Vivaci. Ma anche rispettosi e appassionati. Ci emozionavano le cose semplici. Lo sguardo di quella particolare ragazza. Oppure soltanto inseguire una palla. 

A quel tempo avevo una fidanzatina che non mangiava tanti dolci. Anche se lei stessa sembrava fatta con gli ingredienti di una piccola torta, per quanto era posata e carina. Crema. Fragole. Pan di Spagna.

Quali e quanti altri significati avrebbe lasciato quel tipo di torta nella mia vita ancora lo ignoravo. Era un novembre. Ma questa è un’altra storia.

Stamattina invece il mio amico Massimo me ne offre prima una gran fetta e poi mi incarta la parte rimanente.  Siete mai stati in una pasticceria Andreotti? Bè, andateci.

Gianlù, ma vai a casa? Se non la metti subito in frigo questa ha una mezz’oretta di vita.

All’improvviso immagino di stringere tra le mani qualcosa di più di una semplice torta di fragole. Una vera e propria creatura. Poi mi sorge un dubbio: “Trenta minuti di vita nel senso che scade fra mezz’ora?” 

Ma no è appena fatta! Però questo tipo di torte danno il meglio dopo 12 ore. Occorre tenerle in frigo.” 

Erano 12 anni che me la doveva spiegare questa cosa. E così, dopo oltre due lustri di silenzio assenso, finalmente chiedo e ricevo delucidazioni.

Allora. Io una parte delle fragole la cuocio per la base. E quando la cuocio aggredisco l’ingrediente, capito?” 

Un’aggressione. Una vera aggressione. Aggredire l’ingrediente. Non vedo l’ora di scriverlo su un post del mio blog. Mi piace. Solo che mi sento spietatamente stupido, perché ecco, non ho idea di cosa voglia dire. Ma chiedo e ottengo ancora.

Quando lo cuoci, o lo tratti, un ingrediente non è più se stesso. Quindi dopo che succede?

Boh! E che succede?

Succede che lui si ritrova impastato insieme a tutti gli altri ingredienti, che sono a loro volta modificati, chiaro? “

Più o meno. 

Vabbè, diciamo che la torta è pronta. Ma tutti gli ingredienti si devono, come posso dire, ancora conoscere? No? Devono conoscersi per funzionare bene. Per questo che anche i rigatoni in un condimento importante sono più buoni ripassati il giorno dopo. 

Se mi chiedi il panettone fatto in casa a Natale, io ti dico di venire all’immacolata a prenderlo. Perché se lo lasci riposare due settimane, correttamente conservato, non ha paragoni con i panettoni appena fatti.”

Si devono conoscere. E certo. Salve sono una fragolina di bosco. Lei è la crema? Ma lo sa che ho sempre sentito parlare un gran bene di lei? A casa tutto ok? E che mi dice di quel disadattato del cioccolato?

Massimo intanto è rapito del mio interesse e si entusiasma, d’altra parte sono preso dalle sue parole e dalla semplicità con cui le abbina ai meccanismi della vita anche preparando torte. 

Ti faccio un altro esempio. Prendi il lievito. Tu lo sai cosa sono gli enzimi?” 

Annuisco sperando che non mi chieda niente di preciso. È un bluff. Mi viene in mente “catalizzatori”, ma meglio non chiedere per non scatenare una tempesta.

Ecco, allora, quando tu metti il lievito nella pasta che succede?

E che succede? Per un attimo mi sento Carlo Verdone al negozio di alimentari del suocero. “Come so’ st’olive? So’ greche.” 

Sorrido. 

“Succede che gli enzimi si trombano tutto quello che incontrano e si moltiplicano velocemente. Per questo aumenta il volume. Ma se tu non gli dai nemmeno il tempo di trombare, di conoscersi, non è che possono aumentare di volume“.

Meraviglioso. Oltretutto gli enzimi li facevo molto più romantici. Che so’ manco un fiore. Un invito a cena. Scoppio a ridere. Massimo ride di rimando, ma per fortuna non può sbirciarmi dentro la testa.

Mentre torno a casa con la creatura fatta di fragole e crema pasticcera ripenso ai significati. Quelli che è mia abitudine assegnare alle cose. Ai fatti. Alle parole.

Forse hanno ragione gli enzimi. Bisogna aggredire. O magari no. Magari bisogna saper attendere che le cose vadano insieme. Che le persone si scambino reciprocamente le proprie storie. Gli aromi migliori, i sapori, le essenze. 

Siamo noi stessi un insieme di ingredienti. E non tutti si conoscono. Anzi, molti nemmeno si sopportano. È una guerra tra le parti più diverse di noi, talvolta uno scontro senza quartiere. 

Ha ragione Massimo. Occorre lasciare che i conflitti interni ritrovino un equilibrio, una identità. 

Non importa che si tratti di una ricetta, o di una personalità. Tentare di aggiustare per forza quello che oggi è disgregato, o disunito è pura utopia. Se ingerisci gli ingredienti di un dolce. Uno per volta. Non diventarà mai una torta nella pancia. 

Solo che venerdì volevo organizzare una cena. È che adesso non so come finirà quando metterò il pomodoro nella pentola, il sale nell’acqua, o a soffriggere nell’olio il guanciale. 

Però sarò rapido e discreto. Poserò da una parte la padella col sugo e mi allontanerò sussurrando con un filo di voce: “Ohi! Belli! Facciamo che mi allontano 2 minuti, voi dateci sotto pure indisturbati che ci si vede per cena.”

Alice e David Gale

6 novembre 2017

Alice era ossessionata dai fotogrammi. Come se il tempo fosse in qualche modo addomesticabile. 

Il che, a pensarci bene, è abbastanza scontato quando si scatta una fotografia. Ma Alice aveva la stessa ossessione per tutto. 

Conservava qualsiasi cosa. Scatole, scatolette, scatoloni. Ogni cosa meritava un contenitore e un suo spazio in casa. E quello che non entrava in casa veniva ordinatamente riposto nel grande garage. 

Alice diceva che, dal momento esatto in cui vengono al mondo, il tempo si appoggia sulle cose senza farsi sentire. E in quel momento le cose diventano un ricordo da preservare.

Alice era una specie di Jacques Lacan vestito da governante. E comunque io ne ero spietatamente affascinato. Da quella sua ricerca del fotogramma. Da quel suo modo di disporre le cose con le etichette ben visibili anche in frigorifero. Dal quel suo vivere necessariamente impresso su una pellicola in bianco e nero, piuttosto che a colori. 

Quello che Alice cercava era un antidoto al tempo che passa. Che consuma. Che porta via gli istanti migliori di noi. E forse a un certo punto pensava anche di averlo trovato. Quell’antidoto, intendo. 

Invece il tempo continua a passare. Senza nessun antidoto opponibile. E l’unica cosa che può fare un uomo qualsiasi a contatto col tempo è farsi dimenticare. 

Dover obbligare il tempo stesso a riscoprirti. In un’altra storia. In un’altra città. In un differente universo. In rete c’è un sacco di roba su Jacques Lacan, ma niente spiega meglio il suo pensiero dei due minuti di monologo di Kevin Spacey nel film “La vita di David Gale”. 

Questa pellicola merita. Merita non soltanto perché è una bella storia, molto americana. Merita perché è un racconto sul desiderio. Sul pregiudizio. Sulle scelte. E sull’accettazione delle conseguenze che ogni scelta comporta.

Alice e la palla

4 novembre 2017

Alice pensava che scrivere fosse una cosa seria. Pensava che non bastasse soltanto sentirsi prigionieri della propria vita. O immaginarsi sbronzi a combattere i demoni del passato.

Alice aveva imparato che le parole dentro una testa non finiscono sempre su un foglio.

Aveva imparato che nel momento esatto in cui si decide di scrivere “c’era una volta”, oppure cose del tipo “credo sia arrivato il momento di decidere”, si comincia a sognare. 

E alla fine bisogna rendersi conto che ogni parola, quale essa sia, resta con noi per pochissimo tempo. 

Alice mostrava la serenità insindacabile di un monaco tibetano e l’incoscienza di un bambino. Uno di quelli che parte in quarta per rincorrere il suo pallone finito in mezzo alla strada. 

Alice quel giorno non vide la macchina che giungeva da dietro una curva. E la macchina non vide Alice.  

Ma si trattava soltanto di un sogno. E in quel sogno lei recuperava la palla e tornava di corsa a giocare.


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