Archive for the ‘Riflessioni’ Category

Godendosi il panorama

17 ottobre 2019

Scrivere è una trappola dannatamente dolce. Ti cattura, ma sa anche lasciarti andare. Stanotte mi nutrivo dei sorrisi avanzati da qualche altra storia. Prendevo la luna per mano finché lei si lasciava afferrare. Poi mi accarezzavo le cicatrici dei sogni passati.

La scelta di ridurre al minimo le cose noiose nella mia vita mi allontana spesso da casa. Le persone che ho conosciuto in passato mi attraversano la testa e io stesso faccio parte di questo flusso.

Ricordare è facile. Scordare un po’ meno. Eppure servirebbe un gesto condizionato. Una “forma mentis” dedicata a tutte quelle persone che hanno pensato di poter occupare un posto nella mia vita. Di potersi accomodare sui miei sentimenti e di restare lì, a bere uno spritz godendosi il panorama.

Un jep

9 ottobre 2019

Vieni. Qui c’è lo spazio destinato alle cose belle e discutibili. Una cena non convenzionale. Un film dannatamente coinvolgente. Forse “scorretto”, ma non per questo meno godibile. Città Alta, ma solo dall’esterno.

La statua di un leone che vomita acqua in una fontana. Una vista mozzafiato. I primi freddi. Un viale alberato a metà strada tra un brivido e una stella cadente. E in mezzo alla strada un Jep che deve solo rimanere vigile. Mettere distanze. Riscoprire la qualità della presenza.

Da quando ho superato i quaranta, lo sguardo verso i fatti che accadono si è fatto più attento. Più personale. Più penetrante. E giunto alla soglia dei cinquanta posso dichiarare di essere diventato quasi un perfetto osservatore. Dico quasi perché a questo mondo, come dice spesso mio padre, non si è mai davvero sicuri di nulla. E mio padre ha “quasi” sempre ragione

Un racconto qualunque

1 ottobre 2019

Viaggiare è un verbo spietatamente transitivo. Vuole sempre una meta e un posto al quale fare ritorno.

Viaggiare. Velocemente. Senza un complemento di causa efficiente.

Viaggiare in piedi o rigorosamente seduti. Dietro a un ricordo. Un numero dispari. Cento colpi di spazzola.

La strada del ritorno poi è la stessa. Sempre troppo solo. Mai veramente da solo. Altri passeggeri. Troppi. Altre storie.

E Alice? Potrebbe essere passata di qui.

Potrebbe esserci stato davvero chiunque. E questo potrebbe essere nient’altro che un racconto qualunque.

Profonde e scure

16 settembre 2019

Comico. Non ricordo dove ho riposto le cose belle. Quelle che avevo messo da parte. Non ricordo dove ho lasciato i miei cuccioli di drago e tutti quei gingilli infuocati che utilizzo per tenerli occupati.

C’è un ragno che si sta calando dalla tela sul soffitto. Forse fugge i suoi demoni. Tra poco è già domani e io ho ancora la bocca piena di parole. Gli occhi colmi di colori.

Se li chiudo posso ricostruire cattedrali, castelli e draghi nell’aria. I sogni, quelli no, quelli stanno ancora serviti in tavola e mi guardano attraverso il bicchiere vuoto. Aspettano una di quelle Ichnusa gelate di cui ogni tanto riempio il frigo.

In fondo siamo interpreti. Recitiamo un copione dettato dalla vita. E in cambio di ogni buona performance otteniamo qualche minuto per metterla di nuovo in pratica e una mezza minerale. Per le sete. E quindi?

Quindi niente. Mi sento un dilettante. Molto simile a quei bambini che si schiantano col naso sulle vetrine, perché credono solo a quello che vedono e ignorano l’invisibile.

E io mi trovo qui, a supporre che ciò che vedo sia davvero come lo sto vedendo io. Perché non sono mai riuscito ad assumere il punto di vista di un altro. L’ho solo presunto. Non sono mai diventato davvero lui.

Diventare poi, non è semplice. Richiede molto coraggio.

Per diventare devo accettare di annullarmi. Di non identificarmi in questo “me stesso” che porto in giro con orgoglio da quasi cinquant’anni.

Sono stanco. Stanco dei miei occhi. Saturo delle mie parole e delle mie idee. Stanco di tutte le mie risposte. Quelle che do, quando invece dovrei darne altre.

Jep una volta, a riguardo, mi disse: “Lo sai? Significa che ti stai allontanando troppo dalla riva. Significa che le acque stanno iniziando a essere profonde e scure. Significa che è quasi ora di tornare indietro.”

Non va mai così

31 agosto 2019

Stamattina riemergo dall’illusoria convinzione di poter scegliere il meglio tra le cose che succedono. Di poterle gestire. Eppure le cose si limitano a succedere senza chiedere alcun permesso. Fatto. Conseguenza. Punto.

Spesso sbaglio. E quando accade mi piego e raccolgo le briciole dei discorsi fatti e disfatti. Quelli dove volevo aver ragione a tutti i costi. Quelli con le cose giuste gridate in faccia e quindi sbagliate. Raccogliere briciole fa un po’ Hansel, ma non ho mai trovato una casina di marzapane.

Oggi incasso il colpo in una ripresa interrotta a metà. Mi contano. Mi scontano. Intanto disinnesco giudizi. Sono un cercatore di significati e vorrei sempre chiuderlo il cerchio. Tirare una riga. Contare i “ciao come stai” e confrontarli con i “bene grazie”. Fare quindi una sintesi di ogni storia. Di ogni viaggio. Di ogni incontro. Di ogni amore.

Ma non va mai così. Non decido io. Non scelgo quale frustrazione incontrare, quando incontrarla e per quanto tempo lasciarla libera di girare tra le mie parole.

#relatività galileiana

27 agosto 2019

Chissà qual è stato il primo colore al mondo. Forse il bianco. Sicuramente non l’azzurro? O magari nessun colore, ma solo perché qualcuno adorava creare prima la notte.

Non si può riprodurre due volte la medesima identica emozione. Non puoi subire due processi per lo stesso reato. Eppure ci si può arrabbiare per lo stesso motivo. O sentirsi rivolgere due volte la stessa domanda. Dalla stessa persona. Anche se a quella domanda hai già risposto.

A volte vorrei seguire l’esempio dalle meduse. Rispondere con un liquido urticante. Oppure piombare inaspettatamente sulla schiena di qualcuno e poi finire in terra, spiaggiato sul bagnasciuga. O magari comportarmi come in inverno sotto il piumone e rispondere con i piedi freddi.

Potrei anche seguire l’esempio dello stretto di Messina. Presentare un progetto non approvato di ponte irrealizzabile. E poi convincere tutti che gli spazi vuoti si possono superare con un bel salto e una lunga rincorsa. Giusto per vedere qualcuno bagnarsi un po’.

Il mio è un universo semplice. Di architettura galileiana. Fatto di legami invisibili che uniscono tutte le cose. Dove non puoi recidere una rosa senza turbare una stella.

Un posto dove le cose meno importanti di te continuano a orbitarti intorno e tu vai avanti senza nemmeno sapere il perché. Convinto che fuori sia tutto fermo e che in fondo, ma proprio in fondo, alla fine vada bene così.

Buon appetito

25 agosto 2019

Scelgo birre gelate. Bicchieri ignoranti. Etichette nazionali che trovo solo nelle trattorie in centro.

Soffriggo bene il guanciale nel proprio grasso. Uso le mezze maniche. Una pasta comunicativa.

Mescolo parmigiano e pecorino a freddo, insieme alle uova e mi arrendo all’idea che dopo la prima spadellata gli schizzi arriveranno ovunque.

Scelgo una colonna sonora adatta. Luca Barbarossa che canta “la dieta”. Un antidoto alla noia. Curo i colori come se fossi un medicromatico.

Prima il bianco della chiara dell’uovo, poi il giallo scuro, poi tutti i rossi, infine i riflessi chiari che non anneriscono col pepe.

Benedico il macinapepe che non lascia cadere una granella troppo grande. Inopportuna. Poi aspetto il temporale. Lo hanno annunciato su Roma, ma niente. Nessun lampo. Nemmeno un tuono lontano.

Per lui avrei lasciato l’ultimo sorso di birra, e canticchiato la filastrocca dell’addio.

Pensavo a quello che rimane dei posti dove sono stato. La bellezza dei luoghi alimenta i ricordi, le sensazioni nutrono la memoria.

Ma se qualcosa ti rimane nel cuore è perché ti rammenti come eri in quel luogo, in quel momento, con quella persona o magari da solo. A me succede così. Ma io sono strano. Difettoso.

Apro la seconda birra prima di mantecare la pasta Termino il soffritto. Lo guardo come si guarda una donna coi lineamenti di un angelo. Ti voglio bene, penso. E poi sussurro un buon appetito che somiglia a un arrivederci.

Chissà dove

15 agosto 2019

Non ho idea di quanto possa durare tutto questo. Il fatto è che il tempo sfugge e ce ne vuole tanto per mettere insieme tutte le cose che vorrei realizzare.

Il tempo sfugge e lo fa quasi distrattamente. Si insinua nelle piccole arrabbiature di ogni giorno. Nell’inevitabile appiccicume della quotidianità. Nelle frenate improvvise per evitare un cane di passaggio, confuso e solo.

Quante lune piene ho dimenticato in tutti questi anni. Quante albe ho spiato dalle fessure di una tenda chiusa. Quanti cieli smisurati tenuti insieme da un unico abbraccio.

Le stelle stanotte si sono fatte rispettare. Avevano la luce dell’altrove e lo sguardo ansioso di chi si è perduto nel bosco.

Ero uscito presto stamattina, ma ho lasciato le briciole a casa. Tu invece dormivi chissà dove.

#il pugno

11 agosto 2019

“Nostalgia delle montagne, io ce l’ho sempre. Ma questo è un’altro racconto.”

Alice in mezzo a tante storie si sentiva in trappola. Quell’universo la costringeva a desiderare, ma tutto ciò che il suo pensiero riusciva a formulare era un devastante bisogno di stelle cadenti.

Se ne stava li. Buona buona. Tra gli altri romanzi. Al suo posto sulla scrivania c’era un’edizione speciale di “Route 66” di Jack Kerouac. Nessuno si era mai accorto della differenza.

Di tanto in tanto Alice si allungava per toccare le cose che non ci sono. E diamine, ci riusciva sempre.

Se tutto quello che sognamo e che ricordiamo fosse un campo vettoriale, alcune forme di follia, alcuni sentimenti e certe immagini del passato somiglierebbero a curve chiuse. Dovrei provare a usare il teorema di Varignon per misurare quanto mi gira la testa stamattina.

Un tempo ero più semplice di così. I miei pensieri erano rametti di ulivo. Col tempo li ho privati delle foglie per creare una confusione tagliente. Desinenza. Radice. Dubbio. Verbo o nerbo?

Alla fine ho frantumato tutto in pezzi più piccoli. In modo che ogni frase sbagliata detta, pensata, o sussurrata, potesse restarsene in un palmo chiuso.

Pensavo di aver risolto, ma poi ho guardato la mia mano. Era diventata qualcosa di peggio. Era diventata un pugno.

Non sono capace

4 agosto 2019

Non sono capace a catalogare i ricordi. Il mio è un romanticismo poco cronologico e assolutamente illogico. Ricordare è solo un atto di amore nei confronti del tempo. Del mio tempo.

Ieri sera discutevo con Jep proprio di questo. Lui mi ha sorriso, come fa solitamente, con quella sua affabilità tipica di chi ha visto quello che gli altri non si sono mai nemmeno fermati a osservare.

Abbiamo ironizzato del mio disordine e dei miei ossimori. Dei miei racconti pieni di dilettantismo, refusi e retorica. A un certo punto però è diventato serio e lo ha fatto stringendomi forte la mano, come chi decide di svelarti un antico mistero.

Allora mi sono seduto e lo sono stare a sentire. “La verità”, mi ha detto, “è che fare ordine nei propri ricordi non è che un modo per rendersi conto del tempo che scorre. È un tipo di conversazione con te stesso. Anzi no. E’ una conversazione con il tuo riflesso”.

Dopo di che, ha mollato la mia mano, si è voltato e ha continuato a fare quello che fa sempre. Guardare fuori dalla finestra. Come se la mie stanze fossero i merli di un castello in aria da cui osservare l’orizzonte.

Ieri sono rimasto un po’ scosso, non posso negarlo. E non tanto perché abbia creduto che potesse avere ragione. Quanto, piuttosto, perché mi sono ritrovato a pensare al “dove”, al “come” e al “quando” di ogni singolo ricordo. Oltre al “perché” e al “per come” di ogni vecchia immagine.

Il mio riflesso. È allora che l’ho visto spuntare fuori da uno specchio nel corridoio. È stato divertente perché eravamo uguali eppure diversi in alcuni dettagli.

La barba, un po’ più scura lui e un po’ più chiara io. Le mani, più esili le mie e appena più in carne le sue.

E quindi? Quindi niente. Il tempo ha un modo tutto suo di raccontare le storie che crediamo di vivere. Non sospira, non usa penne o matite. Per il tempo, ogni uomo è lo schermo illuminato di un lap top in cui si riflette la sua vita.

Difficile non arrendersi a questa evidenza. Difficile resistere al fascino indiscreto delle considerazioni banali. Che sono affascinanti, o almeno lo sono per me, perché rivelano tante cose semplici e impagabili come i monologhi di mia madre.

“Non dedicargli più del tempo che merita” aveva aggiunto Jep. Così ho pensato al mio ridicolo affannarmi e alla canzone dei Subsonica di ieri, “Tutti i miei sbagli”. Quella che ho ascoltato anche qualche minuto fa, quando mi è venuto in mente che volevo scriverlo.

(…nel giorno che sfugge il tempo reale, per sentirmi vivo in tutti i miei sbagli…)

Ma se torno all’inizio di questo foglio elettronico mi rendo spietatamente conto che mentre scrivevo “Non sono capace”, avevo più tempo davanti a me ed ero un istante più giovane del punto che sto per mettere adesso.

#niente

3 agosto 2019

Ci sono istanti in cui mi sento così coraggioso da poter inventare una favola. Che poi non serve nemmeno una fantasia fuori dal comune. Basta una naturale predisposizione a scrivere.

La fine di una serata. Roma di notte. Qualche ricordo e una vecchia canzone degli Spandau Ballet. Scenari, suoni, luoghi, corpi. E poi una platea dove tu siedi in fondo alla sala. In ultima fila. Con un vestitino da sballo e la coscienza annoiata.

Non serve chiudere gli occhi. Posso immaginare distintamente i tuoi fianchi che scorrono docili tra le mie mani. Quelle che il tempo ha disegnato intorno a te in quel preciso istante, per quel preciso momento.

Mani in grado di risalire la corrente attraverso ogni tuo respiro. Mani che scivolano veloci tra lo spazio dei seni. Indugiano sulle tue spalle, sul collo. E poi ancora lungo gli angoli più remoti della tua schiena.

Poi il sapore di un bacio dove non ti aspetti. Un gusto dolciastro con qualche nota di mandorle. Quelle dell’albero dietro la casa dei miei nonni in campagna. Quello dove da bambino mi arrampicavo e rimanevo seduto per ore tra i rami. Il mondo allora era un pensiero trasparente e la natura una donna bellissima.

I tuoi occhi sono l’irrinunciabile profondità dalla quale un uomo non può risalire. Un posto dove perdersi consapevolmente. Vorrei mandare ogni singolo atomo dell’universo a farsi fottere una volta per sempre. Vorrei cavalcare il tempo, sfidare il potere di un destino.

Lottare, vincere o perdere e comunque precipitare. Per godere attraverso le meravigliose finitezze del tuo profilo.

Non aprire gli occhi stamattina. Tienili chiusi fin quando non avrai ascoltato tutto quello che ho da dire.

L’imbarazzante piacere di un uomo passa attraverso i suoi desideri più profondi. E ora è netto. Palpabile. Quasi indescrivibile. Generato dalle mie fantasie quando urtano con forza il vetro scheggiato della realtà. A volte lasciando impronte indelebili.

Se non con gli occhi chiusi

1 agosto 2019

Alice pensava a questo. Tutti dovrebbero avere un momento nel quale ci si abbandona a una qualche forma di maliconia.

Alice diceva che non sempre è necessario dichiararlo nei propri intenti. Che molte volte è opportuno sottrarre parole e non dire.

Per questo ogni tanto preferisco non raccontare. Per questo oggi uso i silenzi per lasciare intendere e per non rivelarmi.

Il mio animale domestico si è sempre chiamato ossimoro. Lo accarezzo spesso. Il mio mantra invece è l’attrazione magnetica dei poli opposti.

Ultimamente leggo molto meno, ma credo davvero di farlo meglio. Con maggiore attenzione. Dedicando la disponibilità di chi vuole imparare a imparare.

In questi giorni leggo Foucault, (non quello del pendolo, bensì Michel il filosofo) e nutro la spietata consapevolezza di non poterne uscire fuori uguale a prima.

Non c’è nessun dogma filosofico in quello che dico. Solo la devastante convinzione che questo libro finirà con il dimostrarmi la concretezza del tempo. Il suo senso pratico. La sua democratica capacità di lasciare segni profondi con precisione chirurgica e quel liberatorio “non poterci fare assolutamente nulla”.

Il mio cerchio credo di averlo chiuso anni fa con discreta precisione. Non ho detto più nulla. Non ho più fatto intendere alcunché. Solo che stamattina mi è venuta voglia di mettermi un momento davanti alla finestra a contemplare un qualcosa che non riesco a vedere, se non con gli occhi chiusi.

#il settimo giorno

26 luglio 2019

Forse il settimo giorno Dio creò il carciofo alla Romana, il Brunello di Montalcino e un divano. Per questo poi ha dimenticato di creare tutto il resto.

Apro gli occhi. Adesso posso esistere. Ho trascorso una notte a confondere l’utile col necessario. La serenità con la rassegnazione. La speranza con l’illusione.

In fondo il sonno non è altro che una dimensione diversa. Necessaria. Nessuna parola. Niente numeri. Solo un universo fatto di immagini sbiadite che scorrono. Mentre fuori la realtà muore.

Stamattina gioco con le dita a rincorrere pensieri, eppure quello che vorrei dire non riesco ancora a scriverlo. Raccontarmi esorcizza la solitudine. Si va bene, però ci vorrebbe un altro caffè.

La mattina ho poco da dire e parecchio da descrivere. Non mi piace abitare nei ricordi degli altri. Preferisco rimanere in silenzio. Aspettare qualcosa. E non so neanche cosa, ma non fa niente.

Aspetto lo stesso. In fondo non c’è molta differenza tra convincersi che qualcosa stia per accadere, e assistere a qualcosa che sta finalmente accadendo.

Realtà alterative

17 luglio 2019

Un ricordo esce dalla mia testa spalancata. Mi fissa. Mi gira intorno. Mi supera. Mi solletica i pensieri. Poi si ferma. Parla con questa piazza deserta, con la mia birra fredda, con le luci di un vicolo.

All’improvviso scivola di nuovo via e un altro ricordo si alza fino alla grondaia. Cerca una stella qualsiasi che metta fuori la testa. Un astro da accarezzare. Qualcuno da proteggere.

Quante idiozie. Quante cattiverie. Tutte queste voci, il chiacchiericcio e tutte quelle sciocchezze che scorrono e si specchiano nel rettangolo illuminato di uno smart phone.

Se tirarsi merda addosso fosse una disciplina olimpica, almeno avremmo l’impressione di poter vincere qualcosa. Invece lo si fa quasi automaticamente. Tanto per farlo. Come se se ne sentisse soltanto il bisogno.

I social networks sono torri di castelli in aria, che nascondono false principesse e draghi meccanici. Sporchi cavalieri e maghi che non fanno la differenziata. Feudi del nulla. Innalzati sopra una briciola di fetta biscottata essiccata al sole. Realtà alternative, figlie di un destino oscuro e di un evo annoiato e solo.

Glielo porto io

16 luglio 2019

Jep sorride. Legge senza molta attenzione l’articolo e non disdegna un ghigno. A volte si vince. Altre volte si perde. Il più delle volte si ignora e questo è il momento di ignorare, amico mio.

Ultimamente gli capitava spesso di passare dal tempo a ignorare. Niente prati stellati dove inseguirsi, o bere in santa pace una birra. Nessuna storia. Niente di vero che fosse mai valsa la pena raccontare.

“Il mondo in fondo è pieno di personaggi improvvisati e falsi profeti.” Diceva Jep. “È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile.”

Falsi profeti. Li ho visti sorridere, desiderare e poi di colpo sparire senza nemmeno lasciare un segno. Un messaggio.

Il tempo ha fatto sì che arrivassi a questo punto con Jep. Che mi ritrovassi insieme a lui in questo bar e che ci scambiassimo un muto messaggio tra dilettanti scrittori.

Lui sospira. Io intanto ho finito da tempo il mio caffè. Sono con i gomiti poggiati al bancone del bar. Una posizione che non assumo praticamente mai. Di solito tendo a non toccare le cose nei luoghi pubblici. Stavolta però mi è utile per guardare e insegnare la mia stanchezza alle persone che non conosco.

Ogni giorno ci svegliamo. Indossiamo. Raccontiamo. Fingiamo. Insistiamo. Sbadigliamo. Telefoniamo. Messaggiamo. Ci arrabbiamo. E poi abbiamo tutti bisogno di una pausa. Di un buon caffè. Di un momento poco zuccherato che ci restituisca a noi stessi.

Un lampo di lucidità mi dice che sono a fine giornata. Jep mi guarda. Il suo non si capisce mai se sia davvero un sorriso. Non sai mai cosa vuole far sembrare che sia.

Oggi ho incontrato quello che ero e quello che non vorrei mai diventare. Respiro. Sgomito per arrivare alla cassa. Pago.

Un caffè e un whiskey doppio malto, con ghiaccio. È per il mio amico giù in fondo. Però non si disturbi. Glielo porto io.


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