Archive for the ‘Riflessioni’ Category

Chissà dove

15 agosto 2019

Non ho idea di quanto possa durare tutto questo. Il fatto è che il tempo sfugge e ce ne vuole tanto per mettere insieme tutte le cose che vorrei realizzare.

Il tempo sfugge e lo fa quasi distrattamente. Si insinua nelle piccole arrabbiature di ogni giorno. Nell’inevitabile appiccicume della quotidianità. Nelle frenate improvvise per evitare un cane di passaggio, confuso e solo.

Quante lune piene ho dimenticato in tutti questi anni. Quante albe ho spiato dalle fessure di una tenda chiusa. Quanti cieli smisurati tenuti insieme da un unico abbraccio.

Le stelle stanotte si sono fatte rispettare. Avevano la luce dell’altrove e lo sguardo ansioso di chi si è perduto nel bosco.

Ero uscito presto stamattina, ma ho lasciato le briciole a casa. Tu invece dormivi chissà dove.

#il pugno

11 agosto 2019

“Nostalgia delle montagne, io ce l’ho sempre. Ma questo è un’altro racconto.”

Alice in mezzo a tante storie si sentiva in trappola. Quell’universo la costringeva a desiderare, ma tutto ciò che il suo pensiero riusciva a formulare era un devastante bisogno di stelle cadenti.

Se ne stava li. Buona buona. Tra gli altri romanzi. Al suo posto sulla scrivania c’era un’edizione speciale di “Route 66” di Jack Kerouac. Nessuno si era mai accorto della differenza.

Di tanto in tanto Alice si allungava per toccare le cose che non ci sono. E diamine, ci riusciva sempre.

Se tutto quello che sognamo e che ricordiamo fosse un campo vettoriale, alcune forme di follia, alcuni sentimenti e certe immagini del passato somiglierebbero a curve chiuse. Dovrei provare a usare il teorema di Varignon per misurare quanto mi gira la testa stamattina.

Un tempo ero più semplice di così. I miei pensieri erano rametti di ulivo. Col tempo li ho privati delle foglie per creare una confusione tagliente. Desinenza. Radice. Dubbio. Verbo o nerbo?

Alla fine ho frantumato tutto in pezzi più piccoli. In modo che ogni frase sbagliata detta, pensata, o sussurrata, potesse restarsene in un palmo chiuso.

Pensavo di aver risolto, ma poi ho guardato la mia mano. Era diventata qualcosa di peggio. Era diventata un pugno.

Non sono capace

4 agosto 2019

Non sono capace a catalogare i ricordi. Il mio è un romanticismo poco cronologico e assolutamente illogico. Ricordare è solo un atto di amore nei confronti del tempo. Del mio tempo.

Ieri sera discutevo con Jep proprio di questo. Lui mi ha sorriso, come fa solitamente, con quella sua affabilità tipica di chi ha visto quello che gli altri non si sono mai nemmeno fermati a osservare.

Abbiamo ironizzato del mio disordine e dei miei ossimori. Dei miei racconti pieni di dilettantismo, refusi e retorica. A un certo punto però è diventato serio e lo ha fatto stringendomi forte la mano, come chi decide di svelarti un antico mistero.

Allora mi sono seduto e lo sono stare a sentire. “La verità”, mi ha detto, “è che fare ordine nei propri ricordi non è che un modo per rendersi conto del tempo che scorre. È un tipo di conversazione con te stesso. Anzi no. E’ una conversazione con il tuo riflesso”.

Dopo di che, ha mollato la mia mano, si è voltato e ha continuato a fare quello che fa sempre. Guardare fuori dalla finestra. Come se la mie stanze fossero i merli di un castello in aria da cui osservare l’orizzonte.

Ieri sono rimasto un po’ scosso, non posso negarlo. E non tanto perché abbia creduto che potesse avere ragione. Quanto, piuttosto, perché mi sono ritrovato a pensare al “dove”, al “come” e al “quando” di ogni singolo ricordo. Oltre al “perché” e al “per come” di ogni vecchia immagine.

Il mio riflesso. È allora che l’ho visto spuntare fuori da uno specchio nel corridoio. È stato divertente perché eravamo uguali eppure diversi in alcuni dettagli.

La barba, un po’ più scura lui e un po’ più chiara io. Le mani, più esili le mie e appena più in carne le sue.

E quindi? Quindi niente. Il tempo ha un modo tutto suo di raccontare le storie che crediamo di vivere. Non sospira, non usa penne o matite. Per il tempo, ogni uomo è lo schermo illuminato di un lap top in cui si riflette la sua vita.

Difficile non arrendersi a questa evidenza. Difficile resistere al fascino indiscreto delle considerazioni banali. Che sono affascinanti, o almeno lo sono per me, perché rivelano tante cose semplici e impagabili come i monologhi di mia madre.

“Non dedicargli più del tempo che merita” aveva aggiunto Jep. Così ho pensato al mio ridicolo affannarmi e alla canzone dei Subsonica di ieri, “Tutti i miei sbagli”. Quella che ho ascoltato anche qualche minuto fa, quando mi è venuto in mente che volevo scriverlo.

(…nel giorno che sfugge il tempo reale, per sentirmi vivo in tutti i miei sbagli…)

Ma se torno all’inizio di questo foglio elettronico mi rendo spietatamente conto che mentre scrivevo “Non sono capace”, avevo più tempo davanti a me ed ero un istante più giovane del punto che sto per mettere adesso.

#niente

3 agosto 2019

Ci sono istanti in cui mi sento così coraggioso da poter inventare una favola. Che poi non serve nemmeno una fantasia fuori dal comune. Basta una naturale predisposizione a scrivere.

La fine di una serata. Roma di notte. Qualche ricordo e una vecchia canzone degli Spandau Ballet. Scenari, suoni, luoghi, corpi. E poi una platea dove tu siedi in fondo alla sala. In ultima fila. Con un vestitino da sballo e la coscienza annoiata.

Non serve chiudere gli occhi. Posso immaginare distintamente i tuoi fianchi che scorrono docili tra le mie mani. Quelle che il tempo ha disegnato intorno a te in quel preciso istante, per quel preciso momento.

Mani in grado di risalire la corrente attraverso ogni tuo respiro. Mani che scivolano veloci tra lo spazio dei seni. Indugiano sulle tue spalle, sul collo. E poi ancora lungo gli angoli più remoti della tua schiena.

Poi il sapore di un bacio dove non ti aspetti. Un gusto dolciastro con qualche nota di mandorle. Quelle dell’albero dietro la casa dei miei nonni in campagna. Quello dove da bambino mi arrampicavo e rimanevo seduto per ore tra i rami. Il mondo allora era un pensiero trasparente e la natura una donna bellissima.

I tuoi occhi sono l’irrinunciabile profondità dalla quale un uomo non può risalire. Un posto dove perdersi consapevolmente. Vorrei mandare ogni singolo atomo dell’universo a farsi fottere una volta per sempre. Vorrei cavalcare il tempo, sfidare il potere di un destino.

Lottare, vincere o perdere e comunque precipitare. Per godere attraverso le meravigliose finitezze del tuo profilo.

Non aprire gli occhi stamattina. Tienili chiusi fin quando non avrai ascoltato tutto quello che ho da dire.

L’imbarazzante piacere di un uomo passa attraverso i suoi desideri più profondi. E ora è netto. Palpabile. Quasi indescrivibile. Generato dalle mie fantasie quando urtano con forza il vetro scheggiato della realtà. A volte lasciando impronte indelebili.

Se non con gli occhi chiusi

1 agosto 2019

Alice pensava a questo. Tutti dovrebbero avere un momento nel quale ci si abbandona a una qualche forma di maliconia.

Alice diceva che non sempre è necessario dichiararlo nei propri intenti. Che molte volte è opportuno sottrarre parole e non dire.

Per questo ogni tanto preferisco non raccontare. Per questo oggi uso i silenzi per lasciare intendere e per non rivelarmi.

Il mio animale domestico si è sempre chiamato ossimoro. Lo accarezzo spesso. Il mio mantra invece è l’attrazione magnetica dei poli opposti.

Ultimamente leggo molto meno, ma credo davvero di farlo meglio. Con maggiore attenzione. Dedicando la disponibilità di chi vuole imparare a imparare.

In questi giorni leggo Foucault, (non quello del pendolo, bensì Michel il filosofo) e nutro la spietata consapevolezza di non poterne uscire fuori uguale a prima.

Non c’è nessun dogma filosofico in quello che dico. Solo la devastante convinzione che questo libro finirà con il dimostrarmi la concretezza del tempo. Il suo senso pratico. La sua democratica capacità di lasciare segni profondi con precisione chirurgica e quel liberatorio “non poterci fare assolutamente nulla”.

Il mio cerchio credo di averlo chiuso anni fa con discreta precisione. Non ho detto più nulla. Non ho più fatto intendere alcunché. Solo che stamattina mi è venuta voglia di mettermi un momento davanti alla finestra a contemplare un qualcosa che non riesco a vedere, se non con gli occhi chiusi.

#il settimo giorno

26 luglio 2019

Forse il settimo giorno Dio creò il carciofo alla Romana, il Brunello di Montalcino e un divano. Per questo poi ha dimenticato di creare tutto il resto.

Apro gli occhi. Adesso posso esistere. Ho trascorso una notte a confondere l’utile col necessario. La serenità con la rassegnazione. La speranza con l’illusione.

In fondo il sonno non è altro che una dimensione diversa. Necessaria. Nessuna parola. Niente numeri. Solo un universo fatto di immagini sbiadite che scorrono. Mentre fuori la realtà muore.

Stamattina gioco con le dita a rincorrere pensieri, eppure quello che vorrei dire non riesco ancora a scriverlo. Raccontarmi esorcizza la solitudine. Si va bene, però ci vorrebbe un altro caffè.

La mattina ho poco da dire e parecchio da descrivere. Non mi piace abitare nei ricordi degli altri. Preferisco rimanere in silenzio. Aspettare qualcosa. E non so neanche cosa, ma non fa niente.

Aspetto lo stesso. In fondo non c’è molta differenza tra convincersi che qualcosa stia per accadere, e assistere a qualcosa che sta finalmente accadendo.

Realtà alterative

17 luglio 2019

Un ricordo esce dalla mia testa spalancata. Mi fissa. Mi gira intorno. Mi supera. Mi solletica i pensieri. Poi si ferma. Parla con questa piazza deserta, con la mia birra fredda, con le luci di un vicolo.

All’improvviso scivola di nuovo via e un altro ricordo si alza fino alla grondaia. Cerca una stella qualsiasi che metta fuori la testa. Un astro da accarezzare. Qualcuno da proteggere.

Quante idiozie. Quante cattiverie. Tutte queste voci, il chiacchiericcio e tutte quelle sciocchezze che scorrono e si specchiano nel rettangolo illuminato di uno smart phone.

Se tirarsi merda addosso fosse una disciplina olimpica, almeno avremmo l’impressione di poter vincere qualcosa. Invece lo si fa quasi automaticamente. Tanto per farlo. Come se se ne sentisse soltanto il bisogno.

I social networks sono torri di castelli in aria, che nascondono false principesse e draghi meccanici. Sporchi cavalieri e maghi che non fanno la differenziata. Feudi del nulla. Innalzati sopra una briciola di fetta biscottata essiccata al sole. Realtà alternative, figlie di un destino oscuro e di un evo annoiato e solo.

Glielo porto io

16 luglio 2019

Jep sorride. Legge senza molta attenzione l’articolo e non disdegna un ghigno. A volte si vince. Altre volte si perde. Il più delle volte si ignora e questo è il momento di ignorare, amico mio.

Ultimamente gli capitava spesso di passare dal tempo a ignorare. Niente prati stellati dove inseguirsi, o bere in santa pace una birra. Nessuna storia. Niente di vero che fosse mai valsa la pena raccontare.

“Il mondo in fondo è pieno di personaggi improvvisati e falsi profeti.” Diceva Jep. “È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile.”

Falsi profeti. Li ho visti sorridere, desiderare e poi di colpo sparire senza nemmeno lasciare un segno. Un messaggio.

Il tempo ha fatto sì che arrivassi a questo punto con Jep. Che mi ritrovassi insieme a lui in questo bar e che ci scambiassimo un muto messaggio tra dilettanti scrittori.

Lui sospira. Io intanto ho finito da tempo il mio caffè. Sono con i gomiti poggiati al bancone del bar. Una posizione che non assumo praticamente mai. Di solito tendo a non toccare le cose nei luoghi pubblici. Stavolta però mi è utile per guardare e insegnare la mia stanchezza alle persone che non conosco.

Ogni giorno ci svegliamo. Indossiamo. Raccontiamo. Fingiamo. Insistiamo. Sbadigliamo. Telefoniamo. Messaggiamo. Ci arrabbiamo. E poi abbiamo tutti bisogno di una pausa. Di un buon caffè. Di un momento poco zuccherato che ci restituisca a noi stessi.

Un lampo di lucidità mi dice che sono a fine giornata. Jep mi guarda. Il suo non si capisce mai se sia davvero un sorriso. Non sai mai cosa vuole far sembrare che sia.

Oggi ho incontrato quello che ero e quello che non vorrei mai diventare. Respiro. Sgomito per arrivare alla cassa. Pago.

Un caffè e un whiskey doppio malto, con ghiaccio. È per il mio amico giù in fondo. Però non si disturbi. Glielo porto io.

Mai lo sarà

10 luglio 2019

La luna ha disinnescato per un attimo il caldo di questi giorni. Osservo mio padre. È sulla porta di casa. Mi guarda come si guarda la vita scorrere.

“Sono appena arrivato papà”. Mi sbadigliano i pensieri. Lo fanno sempre quando è il momento di andare a dormire. Mi sorride. Mi stringe forte.

Non è ancora notte, ma le stelle sono già in assetto antisommossa. Non riesco a guardarle in faccia. Non è la stessa cosa per gli abbracci di mio padre. Potrei chiamarli per nome ed assegnare a ognuno un significato.

Gesti spontanei. Lunghi abbastanza per intrecciare sguardi. Storie. Traguardi. Sconfitte. Un oceano di sentimenti profondo e innavigabile. C’è una luna percettibile, ma non è ancora abbastanza notte. Questa notte, come tutte le altre notti, non lo è mai stata. E con te mai lo sarà.

Un giorno

6 luglio 2019

Ho aggiunto all’acqua tonica succo di limone e mezza foglia di basilico. Poi ho aumentato il ritmo del battito del mio cuore e alzato il volume di una canzone dei Negramaro.

Ho preso una vecchia mappa sgualcita, due tacche di cellulare e una confezione di biscotti senza olio di palma. Ho lasciato cadere tutto sul sedile di una Camaro argento vivo.

La solitudine è un passeggero prezioso quando non hai idea del “dove ti porterà la strada”. Ma in fondo che importa. Sempre meglio che rimanere e spassarsela dondolando con un destino traditore e muto.

Il tempo intanto raccoglie i cocci migliori. Li riunisce come i pezzi di un puzzle infinito. Li rincolla con l’oro. Mentre io gioco a superare i miei limiti. Accelerare. Frenare. Eccedere. Eppure so che non ci sono multe in arrivo.

Un giorno di questo incubo farò un’esperienza. Del caldo di questa notte un ricordo. Dell’ansia di questi assestamenti un racconto. E di tutto questo buio farò un alba curiosa che mi indicherà il percorso.

#il pallone bucato

5 luglio 2019

Quand’è che sono diventato quello che sono? Com’è successo. Un giorno? Un’ora? All’improvviso? E l’espressione che porto con tanta disinvoltura, quando si è disegnata? E’ stato un evento preciso? Una scelta? Ed io ho mai capito di averla fatta questa scelta?

C’era una volta un ragazzo che giocava a pallone sotto casa con gli amici. Senza nulla da chiedere al tempo. Niente preoccupazioni, niente retropensieri. È accaduto prima che la vita cominciasse a modellarmi la faccia e il desiderio a istruire le mie strategie.

Allora non c’erano gol da realizzare. Solo una serie infinita di passaggi. E l’unica paura era che qualcuno arrivasse e bucasse il pallone.

Ovunque e sempre

2 luglio 2019

E quindi? Quindi niente. Tu di che non sei deluso anche se dentro lo sei. Prova a cantare a squarciagola sotto la doccia, anche se non conosci le parole. Biascicale. Fai versi. Difendi l’indifendibile. Sostieni l’insostenibile. Cambia punto di vista.

Cambia anche parere, se pensi sia giusto. Fai ciò che devi, perché la storia prenda sempre la giusta direzione. Ma non calpestare per forza gli altri.

Credi all’incredibile. Confida nell’imponderabile. Inventa. Incanta. Fregatene di quello che non sei. Ma ricorda quello che hai amato con tutto il cuore. Sempre. Anche se poi lo hai rinnegato.

Vabbè e quindi? Quindi niente. Ho scelto l’estenuante fatica del “tentare di andare bene e piacere sempre a tutti”. Ma il perché lo ignoro.

Ho scelto di vivere senza una religione, senza sentirmi per questo perso. Ho scelto di avere convinzioni, senza farne di ognuna una bandiera. Ho scelto di parlare senza farlo diventare per forza un “me” contro “te”. Ho scelto di arrabbiarmi quando ci tengo.

Ho scelto di esorcizzare la profonda e ingannevole religiosità dei nostri tempi. La spietata deferenza alle apparenze. Il classismo. Le palestre. L’essere conforme al “social pensiero”. Rigidità. Intolleranza. Schemi e credo assoluti, degni di una nuova santa inquisizione.

“Sindrome di accerchiamento”, l’avrebbe chiamata Jep. Solitudine. Quella tipica del passerotto caduto fuori dal nido. Perduto. Destinato a essere predato, schiacciato o smembrato dalle formiche.

Stamattina sorrido alle mie paure più oscure. Uso il sarcasmo e mi attacco alla mia più devastante logicità. Non temo di morire. Non l’ho mai temuto. E nemmeno di scomparire, o di essere schiacciato e allontanato.

Vorrei solo essere compreso. Sentito nella pancia. Riconosciuto come concorrente legittimamente qualificato di questa maratona in salita. Quella che chiamiamo vita.

Dove non conta certo arrivare, o fare finta di essere primi, ma esserci. Magari aiutando chi non tiene il passo. Ma aspettandoti da lui lo stesso aiuto. Ovunque e sempre.

Eppure sono qui

30 giugno 2019

C’è una notte illuminata che spinge dietro le tende. Gli odori sono quelli di quando non piove da giorni.

Mi siedo. Misuro la stanchezza in sguardi. Calcolo con gli occhi la traiettoria dei pensieri di chi mi sta intorno.

Vedo entusiasmo. Paura. Presunzione. Facce scontrose. Occhiali troppo colorati e scarpe spesso slacciate. Difficile calcolare quale sia la distanza tra una testa e un cuore.

Setaccio nel mio passato più recente qualcosa di sussurrato e mai taciuto, poi porto un bicchiere di birra alle labbra.

I tavoli sono affollati di carte e gettoni. Cerco di dare un nome alle cose che accadono. Fato. Destino. Meriti e colpe.

Ogni tanto qualcuno si alza e lascia la sala. Anche lui senza un nome. Anche lui senza un trepidante nulla da raccontare.

Per tutti c’è un numero sull’orologio. Per tutto esiste un tempo che piega la volontà. Che sbriciola i pensieri. Più è grande il sogno maggiore è l’illusione.

Eppure sono qui. Ho attraversato cattedrali di possibilità erette sui condizionali, per arrivare esattamente in questo punto. Ho combinato azioni e reazioni spesso dominate dal verbo “volere”.

Non mi interessa conoscere tutti i nomi. Ho soltanto fame di tempo. E più di ogni altra cosa cullo lo spietato desiderio di arrivare in fondo.

Andando per logica

23 giugno 2019

Pensieri. A volte fantasiosi, altre volte intuitivi. Poetici. Drammatici. Ne faccio anche di semplicemente logici. Magari nemmeno troppo giusti, eppure organici, credibili e spesso funzionanti.

Ogni pensiero parte da un insieme iniziale di circostanze interne ed esperienze già vissute. Chi sono. Cosa faccio nella vita. Qual’è il mio livello di cultura. Il mio carattere. Quali i miei traumi, i miei desideri, i bisogni.

È da questa base complessa e non del tutto sondabile, che mi trovo a pensare. A desiderare. A scegliere ed agire.

Ogni scelta che faccio è la cosa più logica secondo il mio sistema cognitivo e secondo il mio mondo affettivo. Non esistono stranezze casuali. Si parte comunque da premesse folli e andando per logica si giunge al limite a scelte folli.

Preferisco scrivere perché penso che essere libero significhi poter scrivere quello che penso. Quindi ringrazio la scrittura, il tempo che mi rimane e le testate contro i muri. In fondo credo che il caos di pensieri che ho in testa sia quanto di più vero e profondo esista nella mente di un uomo libero.

Domani è sabato

15 giugno 2019

Stanotte le linee di fuga flettono i pensieri. Manipolano la realtà alle mie spalle. Nascondono il chiacchiericcio.

Charles non si fa sentire da settimane. Sigmund purtroppo non tornerà mai più. Non è da tutti avere la fortuna di essere all’inizio della propria storia. Tutto il resto è un interminabile “mentre”.

Ero andato a dormire, poi ho deciso di fare due passi. Di tagliare da nord a sud i sogni attraverso un passaggio dove tutti incespicano.

Dicono che “essere felice” somigli al “non sentire il bisogno di domandarselo”. Dicono che le cose belle durano troppo poco. Dicono che una mezza spina di birra duri troppo poco. Ma dicono anche che Elvis non sia morto.

Alice sapeva che il caos non è così diverso dalla serenità. Che il vuoto è gonfio di silenzi e che un cielo sereno è la più diffusa delle nuvole.

Ho smesso da anni di aver paura, eppure sento ancora freddo. Domani è sabato. E io sono comunque qui, che non so se spiccare il volo, o tornare a stendermi a letto.


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