Archive for the ‘Riflessioni’ Category

A per aforismi

17 marzo 2020

In uno sbaglio c’è molta più vitalità che in mille vite trascorse a pensare a come evitare di sbagliare.

#mogol

15 marzo 2020

Lui è seduto al tavolo accanto. Gioca a centrare con il sale un’insalata mista. Il pranzo dovrebbe essere un momento di comunità. Ma lo stiamo vivendo ognuno con i suoi pensieri. Io sono appena sceso a compromessi con un’aspirina.

Colpa della febbre di questi giorni che continuo a portarmi addosso. Manco fosse una vecchia amica. È novembre e la salute va in pezzi. Ma forse era già tutto in pezzi da prima. Il territorio. Il clima. Le culture dei popoli. Le religioni.

Basta accendere la televisione e ogni notizia è una martellata sulla cristalleria.

Lui si porta prima il tovagliolo alla bocca. Poi indossa un secondo gli occhiali e punta lo sguardo sul mio romanzo. “Mi scusi. Posso vedere?”

L’avevo appoggiato distrattamente sul tavolo. Faccio tutto distrattamente quando sono solo. Mi siedo distrattamente. Ordino distrattamente. A tavola soli non esistono regole o convenzioni particolari.

Le regole sono importanti solo in amore, ma è difficile capirne l’importanza. Attribuirne i significati. Quasi sempre è tutto improntato ai divieti. Per mettere al sicuro una relazione bisogna elevare argini alla propria condotta. Preservarne l’integrità.

Si tratta sostanzialmente di un serie infinita di no. Un libro non scritto fatto di “quel che non si deve fare”. Dove non si parla affatto di “quel che sarebbe bello essere insieme”.

Con questa azione del tovagliolo lui ha attirato la mi attenzione.

Violo le logiche del territorio e gli allungo il mio libro. “Ma certo! Prego.”

Si studia prima la copertina con attenzione. In silenzio. Poi la seconda di copertina. Ma non lo apre.

“Lo ha scritto lei vero?”

Sorrido. “Si, ma perché trova la cosa così ovvia?”

“Perché sta mangiando da solo. Perché non c’è alcun segnalibro. Perché in qualche modo questo romanzo le somiglia. Mi fa compagnia signor Marcucci? Io ho preso soltanto una insalata. Sto aspettando gli straccetti.”

“Con molto piacere signor?”

“Giulio. Giulio Rapetti. Ma è più facile che lei mi conosca come Mogol.”

Io non so come si scrive una carezza. Non come l’uomo che ora è sieduto a tavola con me.

Da piccolo credevo alle ricostruzioni. Quando il castello di lego rovinava in terra io pensavo che sarebbe stato semplice farne uno più bello. Con gli stessi pezzi. Per guardare dall’alto di una torre immaginaria le cose da basso.

Poi il tempo mi ha portato via gli anni e ho cominciato a innamorarmi ascoltando Lucio Battisti.

Li avete mai visti i folli che si lanciano in un’emozione ancora convalescenti? Sono carne da macello. Sono anime che cadono in terra prive di vita. Come i mattoncini del lego con cui giocavo da piccolo.

Forse per parlare d’amore bisogna essere completamente folli. E adesso, sono a pranzo con la follia in persona. Mentre tiene il mio libro in una mano, nell’altra stringe il riflesso dei miei occhi. Quello sguardo che in tutti questi anni gli ho lasciato dentro.

Tutta la vita da vivere

11 marzo 2020

La soluzione è mutare. Smetterla di guardare gli obiettivi con ossessione. Adattarsi. Rimanere all’interno del viaggio.

Amo la mia forma che cambia. Vecchia di minuti, ma ancora giovane di anni. Davanti a ogni problema la struttura in cui sono mutato mi suggerisce la posizione da assumere. Anche davanti a situazioni che inizialmente giudico male.

Nella vita impieghiamo la maggior parte del tempo per fuggire. Come tutti i personaggi che si rispettano. Come tutte le trame dei film che funzionano. E chi fugge non necessariamente è un codardo. Magari teme solo il morso del dolore.

C’è chi fugge anche per tutta una vita giocando a calcio, rincorrendo una passione, lavorando, sognando, anche conducendo un’esistenza faticosa e intensa. Anche facendo carriera o tentando di governare.

Prima di questa emergenza virus. Prima di vedere figli scappare per tornare dai propri genitori. O persone fuggire perché quella non era la propria casa. O gente che una casa non l’aveva addirittura. Connettevo alla fuga una certa vigliaccheria di fondo.

Oggi no. In certi giorni la fuga è la mossa migliore, a volte l’unica mossa possibile. Soprattutto quando le notizie sono così vaghe. Quando le posizioni di chi deve dirti cosa fare sono così superficiali.

È notte. Non riesco a dormire. Alla fine salgo in auto e arrivo a Soncino. È buio. Le strade sono deserte. L’insegna dell’hotel è al neon.

Lui tossisce avvelenato, ma non infettato. Mezzo spento come tutto qui intorno. Porte di vetro e alluminio anodizzato, faretti accesi all’interno e una paura che si respira ovunque. La paura ha un odore acre. Sa di pollo e benzina.

Ogni tanto i ricordi me la ripresentano: Paura. Ma stavolta sembra non attecchire. Qualche minuto a riflettere e sono in un’altra forma. Con la devastante consapevolezza di ritrovarmi nel pieno di una storia pericolosa. Unica. Dove bisogna dare il meglio.

Sparisce il buio. Un timido sole sta dando il cambio all’oscurità. La provinciale è deserta. Bisogna reagire. Le mie paure, il tempo che passa, questo silenzio alieno e l’immagine che ho sempre avuto di me.

Uno spigolo di qualche minuto che cambia l’orizzonte. Oggi non scrivo niente di quello che provo. Della rabbia. Degli sciacalli incontrati. Di certe amicizie che sanno di birra calda. Ho altre vie da percorrere.

Mi rimane un frase che ho ascoltato ieri da un contadino qui di fronte. “Sono vivo, e la mia vita è bellissima”. Ho circa un’ora di strada per ritornare a Mozzo. Molto di più per arrivare a me stesso. E tutta una vita ancora da vivere.

Otto m’arzo

9 marzo 2020

“Esci”, disse l’orgoglio.

“È inutile”, rispose la ragione.

“Insisti”, sussurrò il cuore.

“Ti indico io la strada”, intervenne l’udito.

“Sei l’udito, non lu dito”, esclamó l’ironia.

“E tu sei simpatico come un’anestesia locale”, disse il sarcasmo.

“Muoro”, gridó Bastianich.

“E questo chi cazzo è?”, chiese la curiosità.

“Un cuoco”, ripose l’educazione.

“È una replica”, intervenne la noia.

“Ma un filmetto spinto no?”, concluse il sesso.

“E daje”, gridó l’opportunismo.

Cronaca serale di un 8 marzo qualsiasi davanti alla tv.

Fuori dai giochi

5 marzo 2020

Questo virus è un naufragio epico. Ad oggi riesce a mettere politici, medici, virologi e persone comuni, tra di loro, gli uni contro altri. C’è una parte di me che giudica questa ormai conclamata pandemia.

È la parte che parla poco. Quella che pensa a cosa c’è da fare ora. A quali soluzioni potrei trovare per fronteggiare non solo i miei stati d’animo. Ma gli adempimenti quotidiani.

Cerco il mio ruolo in questo naufragio. Sulle mappe l’iceberg non era segnato. Ma le mappa non sono il territorio, come le statistiche non sono la vita.

Eppure c’è una parte di me che continua a fidarsi delle mappe. È quella che sonda ogni metro percorso con cautela e attenzione. Più osservo questa storia sprofondare e più vedo vittime anche di fuori di questo naufragio.

Vittime dai lineamenti indefiniti. Vittime di significati sempre più indistinti e confusi. Vittime di messaggi indirizzati con un ritmo incalzante e una spietata alternanza di toni. Dai più disparati ruoli.

E alla fine sono riusciti a fare di noi quel che volevano. Numeri. Spettatori. Quelli sempre e comunque fuori dai giochi.

#mentre tramonta il sole

26 febbraio 2020

Le travi in legno del soffitto non fermano i rumori. Ho sentito dei passi nel cuore della notte. Adesso sento il ronzio meccanico del frigorifero scatenato dalle cerniere di uno sportello aperto. Ho sentito cadere una scarpa. Poi l’altra.

È un mondo di persone che vivono con le scarpe ai piedi. Che ci tengono alle scarpe e alla salute. Ma è anche un mondo di persone che vuole farti le scarpe. Sorrido.

Ci sono notti in cui sbircio dalla finestra. Momenti in cui me ne resto inebetito a guardare le luce gialla dei lampioni proiettare ombre. Sui sanpietrini. Nei vicoli. Sulle cose degli altri. E intanto salto da un pensiero all’altro come con la tv accesa quando non trovi pace sui tasti del telecomando.

Le ho scritto. Non le scrivevo una lettera da un sacco di tempo e sarebbe dissacrante analizzare connotati di questa pausa. Le ho scritto, ma lo terrò per me. Per un tempo quasi forzato, non del tutto volontario. Al limite mi riconoscerò il merito di aver arredato questa mia assenza con una serata in stile bukowskiano.

Senza spiagge sabbiose dell’Havana. Senza sigari. Senza alcolici e bottiglie di Rum. Niente isolamenti coatti. Virus obesi e mascherine. Basta un elastico, tanto il risultato sarà lo stesso. Sorprendentemente soddisfacente.

Bisogna distrarsi rimanendo vigili. Aggiungere distanza ai ricordi. E allenarsi a riscoprire la qualità di certi pensieri, senza coinvolgere per forza persone che non ci tengono a far parte della tua vita. Insomma, cose così.

Da qualche anno il mio pensiero verso il mondo intorno si è fatto più attento. Il mio modo di catalogare la gente si è fatto ancora più personale. Il mio giudizio penetrante. Un tempo ero in grado di notare i dettagli. Oggi riesco anche a inquadrare i giusti contesti.

Ne sono quasi sicuro. Dico quasi perché a questo mondo, come dicono gli anziani quando li ascolti chiacchierare sulle panchine dei giardinetti, non si può avere certezza di niente. E gli anziani, si sa, hanno quasi sempre ragione.

Di cose ne sono accadute, anche in queste ore. Di eventi ne sono successi, anche in questi minuti. Per quanto mi riguarda non so se avrò voglia di parlarne, forse sì o più probabilmente no.

Dovrei farmi un’opinione ma è un processo alquanto elaborato e non so se ti va di stare qui in sala parto a sentirmi urlare mentre metto al mondo il mio punto di vista. Sono semplicemente deluso e sconcertato. Da tutti.

Allora facciamo così, facciamo che prendiamo due sedie di paglia e ci sediamo uno di fronte all’altro. Ci beviamo una birra gelata e ci raccontiamo i fatterelli, come fanno i vecchietti, quelli che hanno sempre ragione. Ci guardiamo fino alle sette di sera e parliamo dei paesi che muoiono. Poi guardiamo la luna dare il cambio alla luce. Mentre si allungano le ombre. Mentre tramonta il sole.

#Sempre la stessa luna

1 febbraio 2020

Quando ho riaperto gli occhi avevo 50 anni, o forse poco più di uno. Di certo non sentivo più il profumo dei gelsomini e della siepe, forse confuso dall’odore della pioggia sull’asfalto.

Quando ho riaperto gli occhi l’universo era saturo di stagioni diverse. La vita era fatta di anni luce e la felicità di “metri sotto al cielo”.

Quando ho riaperto gli occhi i pensieri erano tutti lì. A imbottire le pareti della mia testa. A impedire ai desideri di farsi male. Quanti cieli sarei in grado di vedere in questa stanza stamattina!

L’odore del tempo. L’ho lasciato decantare per arricchire i secondi e oggi somiglia a quello del vino buono.

Mi dissetavo di attimi. Mi ubriacavo di tempo. Di momenti trascorsi insieme. Oggi invece serve una formula a sostegno di questi numeri fatti di parole ed emozioni non lineari.

Quando ho riaperto gli occhi la ragione ha guardato il destino e mi ha poggiato una mano sulla spalla. Poi mi ha interrogato con occhi salmastri, pieni di nostalgie che non saprei descrivere.

“Non so.” Mi ha detto. “Lo scrittore sei tu e solo tu puoi inventarti un finale. Stavolta però fai in modo che sia credibile.”

Quando ho riaperto gli occhi non ero più solo. La radio era accesa. Il caffè già sul fuoco. Milioni di altre vite intorno. Altri luoghi. Altre emozioni. Ma sempre la stessa luna.

Mille modi

26 gennaio 2020

Dicono che se si nasce legno si morirà legno e che bisogna smettere di chiedere alle persone di essere altro rispetto a ciò che sono.

Ma in fondo esistono mille modi per essere legno. Il legno lo puoi lavorare. Un ramo secco lo puoi trasformare in uno stupendo albero illuminato, oppure in una cornice di un’opera d’arte meravigliosa.

Bisogna prima domandarci se abbiamo davvero bisogno di questo legno. Se si preferisce il marmo, o la plastica. Perché di norma un pezzo di legno non sarà mai marmo e niente o nessuno potrà mai trasformarlo in oro.

Lei crede in Dio?

16 gennaio 2020

Improvvisamente sentì dentro di sé il peso di un’enorme responsabilità, come se il destino di suo padre dipendesse all’improvviso unicamente da lei.

Goffredo le rivolse una domanda, forse la più difficile. “Nicoletta, adesso crede in Dio?” “Credere?” rispose lei, socchiudendo le palpebre.

“Si, ecco, non so. Nessuna scoperta della scienza ne ha mai messo in discussione l’esistenza, giusto? E, visto che è stato lei a citarlo per primo, mi sembra che lo abbia scritto anche Albert Einstein.

Alle volte penso a Dio e divento teorica, massimalista, altre volte fatalmente astratta. Vorrei tanto che fosse tangibile, come il calore di quella stufa quando è accesa, come il sudore dopo una corsa affannata, un abbraccio. Oppure un sasso. Insomma, qualcosa di vero da poter immaginare. Slegato dai simboli, dall’essere o meno cristiano, buddista, musulmano, praticante o quant’altro.

La verità è che dal giorno dell’incidente non mi sono più interessata al miracolo di Dio. Ho provato ad andare in chiesa, ma poi, credere non è stato più così rilevante nella mia vita. Eppure, tutte le volte che ho avuto la possibilità di fare del bene, l’ho fatto, senza pensarci un attimo. Questo non basta a garantirmi il paradiso? E’ per forza necessario che io mi faccia un’opinione su Dio?

Quando penso ai miei genitori, mi sento come la figlia orfana di un disgraziato Lazzaro, dimenticato da quello stesso Dio.” Nicoletta indicò a Goffredo la bibbia sopra la scrivania.

“Lei conosce la storia immagino!”

Per niente turbato, il professore allungò un braccio per prendere il libro, lo girò e rigirò tra le mani adagiandolo sulle ginocchia, poi rispose.

“Giovanni, versetto 11. La parabola di Lazzaro di Betània.”

“Ebbene, a mio avviso, quella è solo la storia di un povero disgraziato, condannato a rivivere quando credeva che i suoi problemi fossero stati risolti per sempre. La leggenda narra che sia risorto, ma per morire come e quanti anni dopo, questo nessuno lo dice.”

Nicoletta sorrise sbattendo velocemente le palpebre. “E lei professore, crede in Dio?” A Goffredo s’illuminò il volto.

“Anche se non credessi, non potrei sostenere la mia convinzione con una spiegazione più credibile rispetto a quella di chi crede. Non esiste un modo per dimostrare l’esistenza di Dio e se qualcuno lo trovasse, sarebbe sicuramente la scoperta più straordinaria di ogni tempo.

Immagina una formica, chiusa all’interno di una vecchia automobile. Poi pensa all’automobile, parcheggiata all’interno di una sala immensa, persa dentro il più grande castello che tu possa immaginare.

Ora guarda quel castello. Sorge al centro di un’isola e intorno c’è solo uno sconfinato oceano che la separa dal resto della terra. Immaginala adesso fluttuare all’interno di un grande universo. Ecco. Sei in grado di ipotizzare qualcosa di più grande che racchiuda tutto questo? Perché quello potrebbe essere Dio.

I limiti dell’universo in cui viviamo appaiono sconfinati. Solo la fede e la ragione mi permettono di pensare che non siano comunque finiti e rappresentano le uniche vie di accesso a tutti gli altri universi possibili.

Ecco perché, credere, diventa di fondamentale importanza in ogni mia esperienza. Direi che se non fossi fermamente convinto dell’esistenza di Dio, potrei partire, ma non sarei mai certo di fare ritorno. Non c’è molto altro da dire riguardo alla mia concezione di Dio, se non che ritengo abbia dato a ognuno dei compiti da svolgere. Il mio compito è sicuramente questo.”

“E il mio?” chiese all’istante Nicoletta. Goffredo rispose serafico. “Il tuo è quello di stare accanto a tuo padre nel momento esatto in cui tornerà ad aprire gli occhi.”

(Da “La Prigione dei Ricordi, 2013)

#tiraci fuori di qui

4 gennaio 2020

Certe notti i ricordi si perdono come la Nutella, quando sfugge via da un cornetto appena addentato. Certe notti non servono piani di fuga perfetti per evadere. Si scappa e basta.

Certe notti non esistono stelle e la terra torna a essere piatta come una mappa. Un posto dove puoi soltanto cadere al di fuori dei bordi per non guardare il mondo.

Eppure certe notti basterebbe solo un parapetto.

Certe notti i cellulari chiamano da soli. A volte numeri che non ti sogneresti mai di chiamare e che comunque non rispondono.

Certe notti, se non chiudessi gli occhi, sarebbe sempre oggi.

Certe notti neanche le gemelle di Shining si fermerebbero a bere un gin tonic con me.

Certe notti il bambino dentro si rifiuta di stare seduto sul sedile posteriore. Vuole guidare.

Se le parole fossero porte, i silenzi sarebbero serrature a doppia mandata.

Prendo un libro di Foster Wallace. La ragazza dai capelli strani. Leggo venti pagine e mi accorgo di aver sbagliato tutto. Allora indietro di 5 pagine. Sospiro. Giro pagina. Sorrido. Poi stupore. Incomprensione.

Mi comporto come se quello che tengo in mano fosse un luogo da raggiungere. Rileggo pagine. Traccio rotte.

Certe notti ho gli occhi talmente annuvolati che alla fine ci piove dentro.

E ascolto quelle parole che non ho ancora avuto il coraggio di pronunciare. Le ascolto gridare impaurite: “Ti prego. Ti scongiuro. Gianluca tiraci fuori di qui.”

Dillo con parole mie

28 dicembre 2019

Insisto a pensare che non tutto sia da buttare. Insisto a credere di volerlo vivere. Insisto a scrivere ad alta voce ripetendomi che può funzionare. Insisto a considerarmi anche capace di concretizzare.

Insisto a sostenere che amare non è facile come avvitare una lampadina. Insisto a tifare per i più deboli. A perdere e ritrovare portafoglio, documenti, telefonino e chiavi della macchina. Ad essere un’ancora che non trova fondo.

Insisto a pensare rinunciando a capire. A disegnare ogni incertezza con il volto di un’opportunità. A dividere quando potrei sottrarre. A correre quando potrei camminare. Insisto a farmi opinioni geometriche senza avere alcuna logica di come sia fatta una certezza.

Insisto a considerare la chimica e la fisica e ad ascoltare solo la filosofia. Insisto a sorridere senza ragione. Ad arredare il tempo con l’ironia. A camuffare le risposte che non trovo. A fare domande di cui già conosco la risposta. A razionalizzare le cose scontate. A enfatizzarle di brutto quando sono cose meravigliose.

Vedi, a volte accade proprio questo. Accade che non so dirlo, però forse so scriverlo e sicuramente riesco a sorriderlo. Continua tu, adesso. Dillo con parole mie.

Abbasso la radio

27 dicembre 2019

La Cristoforo Colombo è un’arteria che unisce Roma alle spiagge di Ostia. Viaggio a passo d’uomo. Ma non c’è il solito intasamento di auto che vanno al mare, come in estate. Io la percorro in senso opposto. Cerco di raggiungere il centro. Sono quasi le due. Il sole è alto e picchia forte.

Le ville di Casalpalocco scivolano lentamente alla mia sinistra. E alla fine sono quasi fermo. In un dramma a cielo aperto, a poco meno di 500 mt dalla rampa del grande raccordo anulare. Intanto i “Clash” tossiscono musica alla radio e accompagnano il ronzio della ventola.

Faccio ancora qualche metro. Sarà un incidente. La strada in questo tratto è brutta. Soprattutto nei giorni di festa, quando la gente poco abituata a guidare esprime maldestramente la sua gran voglia di superare il prossimo. Almeno in strada, visto che nella vita non gli riesce.

Non sopporto neanche questo di me. Questo mio esprimermi spesso giudicando gli altri rispetto al contesto. Soppesando. La stessa parte di me che quando vede un sorpasso azzardato maledice e augura il peggio. Ma il peggio si augura all’errore. Non a chi lo commette.

Intanto la fila scorre. La mia corsia avanza di qualche decina di metri. L’incidente è davanti ai miei occhi. Un’ambulanza è ferma sulla carreggiata. Poco più avanti una Smart ha il parabrezza spaccato. Attraversato da qualcuno. C’é del sangue.

Altre due auto sono ferme probabilmente implicate nella cosa. Una è imbiancata dal getto degli estintori. Sembra una vecchia Mercedes classe A. L’altra è parzialmente incastrata con la fiancata sul guard rail. È una jeep.

Li di fianco un telo verde adagiato sul prato. Copre un cadavere, ma non il sangue. I paramedici non si affannano. Non esiste un momento di concitazione. Soltanto silenzio. Quello che ti prende dentro e che ti strozza le parole.

Rifaccio mentalmente le traiettorie attraverso i puntini che il destino ha unito per creare quella scena. Sempre che sia andata come penso.

Abbasso subito la radio, non so perché.

Qualcuno forse non lo sa ancora, ma la sua vita è appena cambiata per sempre.

Siamo pensieri poco onniscienti in scatole craniche fragili, pure ipotesi di vita prigioniere di un corpo. In auto. In treno. In metro. Su una qualsiasi strada. Da questo punto dei miei pensieri vedo un altro me stesso. Laggiù, piccolissimo. Provvisorio, evanescente. Impotente.

Non so chi tu sia, ma possa il tuo percorso continuare senza altri incidenti. Possa la strada esserti amica, per sempre. Con la speranza che di strade da percorrere ne possano esitere ancora.

Come sempre

23 dicembre 2019

I miei progetti. Le mie storie. Ad alcuni sono stato dietro, ma in verità non ci credevo molto. In altri “credevo di credere”, tanto per citare il tassista che mi ha riportato a casa. Ma se oggi mi osservassi da un punto un po’ fuori di me, probabilmente vedrei ancora un uomo che non sempre sa esattamente quello che vuole.

Quel progetto per cui servivano troppi soldi. Quella relazione per cui non c’era abbastanza tolleranza. Quel viaggio per cui non avevo abbastanza tempo. Quell’abbraccio che avrei voluto, ma che non avevo il desiderio di dare. Tutti ponti a metà. Ma la vita non è lo stretto di Messina.

E quel blog in rete che doveva spiegare il mio modo di pensare? Ho iniziato dieci anni fa. Ci scrivo ancora, ma non sono la stessa persona di allora. E ci sono troppi fogli bianchi.

A volte il lato più utile di un foglio dove hai già scritto qualcosa è il retro, bianco. Non per correggere. Ma per scrivere di nuovo, senza necessariamente buttare via il passato.

Fotografie. Perché le ho tenute queste qui? Sono soltanto istanti. Forse ci tengo e basta. Mi emoziono quando le guardo. Claviere. I miei quaranta anni. Il lago di Como con mio padre. Mia figlia. Ci sono anche le foto di tutti i miei fallimenti. I successi. Tutti i miei viaggi. Le mie riscoperte.

Un progetto potrebbe essere riviverli certi momenti. Ma non tutti. Tutti non si può. Tutti è davvero impossibile. Servirebbero duecento metri lineari di muro dove appenderli tutti. Un desiderio poco proporzionato al mio effettivo concetto della realtà.

In alcuni tratti la vita è karma, in altri una patologia. In effetti se penso a “La prigione dei ricordi” è diverso. E’ nato perché un giorno di aprile ho pensato che sarei morto presto e che volevo lasciare a Nicoletta almeno una traccia di quello che il papà era bravo a fare. Scrivere. Tutto qui.

Inizialmente l’idea di un libro era semplicemente un progetto senza futuro che poi ha trovato due gambe e ha camminato da solo. Quanto? Boh. Non mi sono mai fermato a misurare lo spazio percorso.

Lo smaltimento degli spazi inutili e del tempo perso è un’operazione lunga. Tutti quei progetti falliti, abbandonati, eseguiti con successo, ma ormai trascorsi e dimenticati.

Nel sacco nero della mia quotidianità finiscono le cattive amicizie. Le irriconoscenze. Gli opportunismi. Ma non in grandi quantità per fortuna. Nella plastica tutte le custodie che contenevano i momenti importanti. Una marea di roba ormai desueta e dimenticata. Ma soprattutto inutile.

Penso che per la natura sia sempre un grande impegno smaltire ogni uomo con la sua storie. E questo è solo punto di vista ironico di un sedicente scrittore, come mi considera “Mario Adinolfi”.

Ma chi smaltirà le delusioni? Chi smaltisce le scortesie? Se in quell’enorme scatolone raccolgo le relazioni finite, quante saranno state le parole pronunciate a voce per costruirle? Chi smaltirà tutto il tempo che ho perso e fatto perdere alle persone? E le riserve di pazienza che abbiamo eroso? La mia. Quella degli altri.

Apro le finestre, stamattina si respira un apparente freschezza nell’aria. Respiro, alzo gli occhi e guardo questo immenso vuoto azzurro cielo. Poi penso del tutto irrazionalmente: “ok, ora si ricomincia. Come sempre. Come ogni giorno. Come da tutta una vita.”

Il resto

21 dicembre 2019

Stamattina è troppo presto per molte cose. Per sperare, per parlare, per ridere, per abbracciarsi o per battere i pugni sul tavolo.

Non c’è una salvezza possibile, ma solo una condanna disponibile. Ed è tutto lì, poco al di là del metro quadrato di una finestra. Nella terra di mezzo illuminata dai lampioni della strada.

Mi piace guardare fuori alle 6 di mattina. A quest’ora il mondo sembra così pulito, incontaminato, terrestre.

A quest’ora il mondo non si accorge di niente. Di me, di te e di tutta la vita che vi si nasconde.

A quest’ora si moltiplicano le distanze, si confondono i perimetri.

A quest’ora non serve sapere, perché sapere potrebbe non essere abbastanza.

Io ho finito con l’adattarmi a questa insufficienza.

A questo maledetto senso di inappetenza per tutto quello che non mi interessa. Al lento e insopportabile sgretolarsi delle attese che delimitano il mio universo.

Sorrido.

E intanto guardo le solite briciole sul tavolo della cucina, ce ne sono una infinità e ogni tanto ne porto una alla bocca con la mano destra, simulando espressioni simili a pacche sulle spalle. E’ piccolo. Ma è croccante e dolce come la vita che vorrei.

Ci sono notti così, che lascio passare senza riordinare i pensieri. Metterli in ordine sarebbe un atto di straordinaria bellezza. Una necessità da soddisfare.

Ogni rivoluzione delle cose ha in sé un qualcosa di spietatamente creativo e meraviglioso. Eppure mi sfugge il coraggio.

La notte le sirene cantano più forte e non ho voglia di non ascoltarle. In questo viaggio non sono Ulisse e Itaca non ha lo stesso sapore di Atlantide.

La mia nave non ha compagni di viaggio. È sempre in balia delle onde e gli scogli sono davvero vicini. Forse non sarà poi un male schiantarsi sulle rocce. Naufragare in certe convinzioni che hanno bisogno di essere disintegrate come il legno fradicio di questa zattera alla deriva e rivelare qualcosa di più di una realtà che intuisco.

C’è qualcosa di famelico e di meravigliosamente nascosto sotto il profilo dell’acqua. Qualcosa a cui mancano solo i tentacoli per fare davvero paura.

Forse è bene che tutto resti così com’è. Sperato, disatteso, lasciato al suo infame destino.

Forse l’immaginazione è la mia scialuppa perfetta. Portare in salvo i desideri è un dovere di ogni capitano. “Salga a bordo cazzo” mi gridano alla radio. Ma io faccio orecchie da mercante.

Forse sono un bugiardo. Un illuso che si arrende all’idea di consumare la vita con morsi piccoli, contenuti, come se ne assaggiassi ogni tanto un pochino e mi meravigliassi del sapore.

Sfuggire a quel demone sotto al mio letto che la notte mi sfiora le gambe e mi chiede di lasciarmi sbranare solo per un’altra notte, ogni notte.

Ho tanta paura.

Se mi guardo dentro vedo parole disordinate. Vorrei cambiare tono, distribuire meglio la punteggiatura. Vorrei chiedere alle labbra di poggiarsi diversamente sulle consonanti. Domandare al respiro di modificare il suo ritmo. Di scandire meglio pause e accelerazioni.

E invece le parole restano lì. Osservano. E raccontano verità inaccessibili, segreti indicibili, piccole meschinità e fantasie grandiose da film in costume. Scrivere è una maledizione necessaria.

Ci penso spesso. E penso che ci sono cose di me che esistono solo tra le parole che scrivo. Che mi sento scorrere inchiostro dentro le vene e che posso confessare di aver provato gusto nel vivere soltanto quando riesco a scriverlo. A trovare la pace che serve per non farmi di nuovo la guerra.

Tutti sanno tutto.

Invece io molte cose non le so.

Per questo trascorro parte del mio tempo a cercare risposte. Il resto del tempo invece lascio fluire le sensazioni.

Il resto del tempo mi guardo scorrere.

Il resto del tempo è un processo meccanico.

Il resto del tempo. È tutto quello che mi rimane. Il resto.

Accadere intendo.

20 dicembre 2019

Jep mi guardava scrivere. “Mica mi vorrai vincere il premio bancarella?” Diceva. “Lo sai? Rischi di diventare noioso. Noioso e abile.”

Io invece mi chiedo se tutto questo scrivere abbia un senso. Probabilmente avrebbe più senso di tante altre cose cominciate in passato. Cose a volte iniziate già con il chiaro intento di non essere mai terminate.

A pochi giorni dal Natale ho moltissimi pensieri che mi frullano in testa. Spesso li immortalo su un foglio elettronico. Altre volte penso e basta. Penso e ci sto qualche minuto. Assente. Magari con la tv accesa e il telecomando sul tavolo, alla mia sinistra.

Jep in questo è stato un buon maestro, anche se è solo un personaggio della mia fantasia. Il sosia indiscusso di un film di Paolo Sorrentino. Io però non so se sono un bravo allievo, non spetta nemmeno a me dirlo. Sto comunque imparando a cogliere certi segnali.

Mi sento come uno di quei gatti annoiati che passeggiano per casa senza avere niente da fare. Nel mio universo c’è un mondo sempre da salvare, ma gli eventi si susseguono stancamente. Come se vivere costringesse le cose ad accadere, quando invece le cose stesse non sono mai così sicure di volerlo fare. Accadere intendo.


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