Archive for novembre 2016

Se vuoi la scintilla 

30 novembre 2016

Davvero. Ho incontrato tanti uomini apparentemente di successo. Persone sempre sorridenti. A volte anche troppo. E poi mi sono sorpreso nel vederli alitare inganni. Ottenere senza mai ringraziare. O non stringere mai una mano con il solo desiderio di farlo. E addirittura a “non alzarsi” nemmeno in piedi quando a volerlo fare invece, erano altri.

Facciamo due conti su cosa non dovrebbe essere un uomo. Un uomo non dovrebbe essere una maschera. Un abito indossato sempre e con disinvoltura. Costruito con intermittenti fantasie. Elegantemente. E nemmeno un personaggio uscito dalle pagine inchiostrate dei romanzi di serie b. Un uomo dovrebbe essere soltanto, uomo. A prescindere dal talento e dall’esperienza che ha dato origine ai suoi piccoli sogni. 

Ma a prescindere da questo, se qualcuno fa qualcosa per te senza chiederti nulla in cambio. Se questo accade. Indipendentemente dalla tua simpatia per lui, la devi strappare quella maschera. Alzarti in piedi e ringraziarlo col cuore. Perché tu uomo, non sei nessuno per non farlo.

Certo non è facile ringraziare chi ti ha fatto del bene. E non è facile farlo sotto gli occhi attenti di un universo che ti guarda. Che poi magari ti giudica come. Un debole? Solo perché la vita ha offerto un’altra versione di te stesso oltre alla tua? Solo perché un altro uomo, che non ti aspettavi, ti ha mostrato un contributo da guardare con occhi nuovi?

Se non dai valore tu alle cose che hanno valore. Chi dovrebbe farlo? Gli altri non ci pensano proprio.
Davvero. Non lo so. Magari un giorno imparerò anche a dare meno peso a certi comportamenti. In un’altra vita magari. Quando saremo dei gatti, tanto per citare Tom Cruise e Penelope Cruz in Vanilla Sky.

Una volta pensavo che l’esistenza fosse riassumibile in uno sguardo. Che tutto fosse nascosto in uno sguardo. Le domande. Le soluzioni. I silenzi. E che rimanere a distanza risultasse dannatamente importante. Ma era solo un’incantevole tentativo di capire le cose. Un pensiero sublime di un sedicente scrittore imperfetto. 

Poi un giorno è arrivata la “fisica” a suonare la sveglia. E ho capito che se vuoi la scintilla è inutile starsi a guardare. Ci vuole un attrito.

Cojone

29 novembre 2016

Crescendo te diranno in tanti che sei stato un “cojone”, ma conteranno solo le volte che te lo dirai da solo.

Danzare da soli

26 novembre 2016

Lei? Era simpatica. Ironica. Sembrava conoscere alla perfezione il tuo modo di tracciare i confini e la tua maniera quasi scostumata di non rispettarli con gli occhi. 

Racconti. Sorridi. Ricordi cose. Dopo il secondo bicchiere cominci addirittura a sospettare che l’ironia sia una meravigliosa qualità. E che il vino non sia solo un amico, ma un fedele compagno di viaggio. 

A un certo punto della tua vita ti eri ritrovato in mezzo al guado. Hai cercato per anni la donna che sognavi e che probabilmente non c’è. Per accorgerti che forse non esiste nemmeno. 

Magari perché somiglia troppo a qualche star di un certo cinema che da tempo non si vede più. Vivien Leight? Virna Lisi? Norma Gin?

In ogni caso nessuna delle persone che hanno orbitato nel tuo orizzonte somigliava vagamente a lei. E qui cominciano i dolori del giovane Werther. Perché non sai più in che direzione cercare. Dove cercare. E peggio ancora, il “perché cercare”.

La vita che fa per me, purtroppo non si fa con i momenti vissuti. Ma con quelli da vivere ancora. Si fa con gli attimi da scrivere. Con le belle esperienze tutte da ripetere. 

E nel mio universo la felicità non esclude assolutamente la rabbia. Non esclude la malinconica tristezza di certi giorni. Non esclude gli errori. La frustrazione. E il dolore delle cose che non sono andate come volevi.  

Non si tratta solo di ricordare delle belle esperienze, ma dell’incantevole bellezza di poterle anche raccontare. E nel mio caso, perché no, scriverle. 

Jep Gambardella direbbe esattamente così. Esistono belle serate da trascorrere con persone. E poi ci sono le belle persone. Quelle che ti trasformano l’aria intorno e la rendono finalmente respirabile. 

Chissà cos’è invece che mi spinge continuamente provare. A decidere e poi a pentirmi di averlo fatto. A rimuginare, a rimpiangere, a recriminare. E comunque. Alla fine. A cercare un ritmo sostenibile. Ripetibile. Quasi ballabile.

Nel film della mia vita la felicità è semplicemente danzare. Magari in due. In una sconfinata pista da ballo dove non si vede l’orizzonte al mattino. 

La tristezza quindi dovrebbe presumere una certa solitudine. Ma si può anche danzare da soli. Perché  spesso la malinconia nasce solo dal fatto che quella pista non è illuminata come volevi. 

Ed è allora che mi pongo l’unica domanda sensata in un mondo che di senso ne sta perdendo parecchio. In che modo la mia vita, in che modo la storia che mi voglio raccontare, in che modo il tema profondo della mia esistenza, possono vivere e brillare in questo spazio senza luce? In questo tempo che c’è oggi? Senza una compagna che abbia quegli occhi, quella voce, quella devastante ironia e così tanti incantevoli difetti?

Vivere è scoprire cosa accade mentre incontriamo la vita. Senza le mille infrastrutture di pensiero che dovrebbero illuminarla, ma che invece la incasinano e ti lasciano continuamente al buio. 

A volte basterebbe solo un cielo rassicurato da una falce di luna, una musica lenta e il ricordo del riflesso negli occhi di chi credi ti abbia davvero voluto bene. Altre volte invece ti accontenti di una matriciana, una camicia sporca di sugo e quattro risate con gli amici di sempre. Quelli che, anche quando piove, ballano e si bagnano con te.

Se solo mi parlassero gli occhi 

25 novembre 2016

“Papà tu lo sai quanto è grande il cuore?”

“Un cuore? Dicono che sia grande più o meno quanto il pugno della propria mano, ma ci sono cuori molto, molto più grandi.”

Niki ora stringe la manina e me la mostra. “Così?”

“Si così!” Esclamo ancora divertito.

“E sta qui?” Chiede ancora indicando un punto in mezzo al petto.

“Ecco. Più o meno li.” Le rispondo sbirciandola dallo specchietto retrovisore. 

“Un giorno però crescerai. E allora scoprirai che il cuore vive in mille posti diversi, senza mai abitare davvero in nessun luogo. A volte ti salirà in gola, quando sarai emozionata. O ti precipiterà nello stomaco quando avrai paura. Quando ti sentirai sola.  

E ci saranno notti in cui lo sentirai accelerare i suoi battiti. Tanto che sembrerà volerti uscire dal petto.  Altre volte farà a cambio col cervello e sceglierà al posto tuo. E farà scelte azzardate. Casuali.

Diventando grande poi imparerai a prendere il tuo cuore per posarlo in altre mani. Mani sbagliate. E te ne renderai conto solo in un secondo momento. Quando ti tornerà indietro un po’ ammaccato. Malandato. Offeso. Ma tu non preoccupartene. Sarà bello lo stesso. Questo però lo capirai solo dopo molto, moltissimo tempo. 

Ci saranno giorni in cui crederai di non averlo più un cuore. Giorni in cui ti convincerai di averlo perso. E ti affannerai a cercarlo in un ricordo, in un profumo, in una immagine scattata chissà quando col cellulare, nelle pagine del libro di papà. Oppure negli occhi di un passante, come fossero le tasche di un giaccone dimenticato nell’armadio. 

Poi arriverà un altro giorno. Un giorno un po’ diverso. Un po’ strano. Un po’ triste e allo stesso tempo importante. Un giorno in cui ti renderai conto che non tutti hanno davvero un cuore. Ma non te ne importerà nulla, perché avrai già trovato di meglio. Un cuore più piccolo del tuo dal quale non vorrai allontanarti più.”

“Ho quasi finito il libro papà.” Ma lo dice accompagnando la sua faccina buffa con un sorriso. Poi si appoggia al sedile del passeggero. Accenna un piccolo sbadiglio. E io le sorrido di rimando.

Se solo mi parlassero gli occhi, forse ora si renderebbe conto di come è sempre riuscita ad aggiustarmi il cuore semplicemente sussurrando la parola “papà”.


Tutto ha un senso

23 novembre 2016

Ci sono pensieri fatti apposta “per” e pensieri “che non vorresti mai”. Parole che se ne stanno lì, in mezzo a tanti “non so che dire”. E a tutte quelle risposte che immagini risolutive, ma che invece non lo sono.

Certe incertezze hanno lo stesso odore nauseante della vodka finlandese. Quando ti riempiono il bicchiere fino all’orlo e non c’è più spazio per i cubetti di ghiaccio.

Stanotte ho riparato qualche stella. Recuperato una busta di buoni propositi. Poi ho iniziato un discorso con “c’era una volta”. Con la devastante consapevolezza di chi non ha mai saputo scrivere i suoi “lieto fine”.

Forse perché vivo con l’infantile necessità di stupirmi ancora. Quel malcelato bisogno di tracciare nuovi orizzonti, punti di vista e interessanti linee di fuga. 

O magari, solo perché non sono ancora le sette di mattina e avrei bisogno di disinnescare i pensieri con un altro caffè che abbia un senso. Del resto “tutto ha un senso solo nella testa di chi lo pensa”.

Giorno per giorno

21 novembre 2016

Sostantivi. Aggettivi. Verbi. Peccato però che ogni tanto ci si dimentica che ce ne sono una infinità. Che si può decidere quali usare. Che si può stare quei trenta secondi a riflettere. E poi magari scegliere una frase proporzionata ai propri mezzi. 

Le parole sono da sempre le mie compagne di viaggio più fedeli. E non solo per il tempo limitato di un viaggio. Ecco perché ciò che non riesco a fare dall’alto, spesso riesco a farlo dal basso. A partire dalla fine intendo. 

A percorrere a ritroso tutta una storia. Riavvolgendo il tempo dentro. Sì, perché il tempo non scorre mai allo stesso modo fuori e dentro di noi. Dentro c’è un altro universo dove possiamo far sorgere il sole a nostro piacimento. 

Dove possiamo rivivere il passato. Ridisegnare un futuro. E trasformare i quarantacinque minuti trascorsi con una donna a prendere un tè, nel tramonto più bello che si sia mai visto nel cuore.

Viviamo. Cresciamo. Incontriamo gente nuova. Belle persone. E poi diventa una lotta per non lasciarle andare via. Intanto il tempo ci strappa i desideri di dosso e noi rispondiamo colpo su colpo sognando ancora. A volte perdendoci nel frastuono di un’interminabile notte silenziosa.

La vita si fa giorno per giorno. Tutti i giorni, per anni. Aggiungendo secondi ai minuti, e minuti alle ore. Scrivere invece serve a incantare quei minuti di cui si compone il giorno. Serve a ingannare il tempo. Senza ingannare noi stessi.

Ehi? Mi vedi? Io sono qui. E se non posso fermare il tempo posso almeno provare tenere il suo ritmo. Guardandomi dentro. Uscendo da ogni confine, da ogni vita vissuta, da ogni pregiudizio, da ogni ricchezza che non sia quella luce che ieri ti ho visto brillare negli occhi.

Magari un giorno 

19 novembre 2016

Se possiedi il tempo di fare qualcosa nel momento esatto in cui senti il bisogno di farla, allora sei un uomo ricco. Puoi partire e reinventarti qualsiasi storia. Visitare qualsiasi luogo. Dissacrare qualsiasi scelta passata. Oppure scommettere su quelle future. 

Puoi camminare sotto la grandine e mangiare un sandwich in piazza Dam. Per scattare foto a lattine di birra abbandonate che vogliono dire tutto, o chissà. Forse niente. 

E poi fermarti a guardare un canale. Una città. Respirarne l’aria fredda. I ricordi. Appropriarti della sua storia e scambiarci anche due chiacchiere. In grande amicizia.

Io adoro riscoprire le cose. E se posso farlo, mi piace anche ricominciare. Non importa da dove. Anche da zero quando serve.

Si può ricostruire meglio la realtà partendo direttamente dal punto più lontano. Da uno di quei giorni di novembre lasciato senza titoli di coda. 

Uno di quelli contagiati da inguaribili ricordi. Qualcosa in grado di trasmettere attraverso il tempo la malinconia di un’attesa. 

A volte sbaglio. Spesso mi correggo. E nel frattempo la mia vita resta comunque fluida. Si adatta alle persone e agli scenari che cambiano. Lo fa per sopravvivere. 

Nel frattempo continuo a scrivermi addosso, non certo per il mero bisogno di condividere e regalare a perfetti sconosciuti un qualcosa che mi riguarda. Ma per il semplice desiderio di scoprire se qualcuno si volta quando mi sente scrivere. Rumorosamente. O magari si sposta solo di un passo, mentre gli passo accanto con i pensieri. 

Magari un giorno mi accorgerò di non avere mai avuto qualcosa di davvero interessante da dire.

Il modo di vedere le cose

17 novembre 2016

C’è un effetto cromatico interessante che si verifica nei miei occhi quando penso alle cose di cui mi piacerebbe parlare. Un riflesso fatto di colori appena percettibili che accompagna il mio sguardo lungo il profilo delle mie frasi più assurde. 

A volte sembra addirittura che i miei occhi stiano tramontando. E ogni volta pare che io possa implodere da un momento all’altro in un acuto giallo e arancione, prima di spegnermi completamente. 

Stamattina non sarebbe male continuare a sorridere pensieri senza essere visto. Reagire all’invisibilità di certe persone con altrettanta invisibile passione. 

Ultimamente vado davvero pazzo per alcune parole. E credo che questa follia letteraria derivi dal fatto che quelle parole possiedono due peculiarità. La prima è quella di raccogliere i pensieri e accompagnarli verso la loro destinazione. Che sia fisica o meno poco importa. 

La seconda è scavare e portare alla luce cose che poi vengono destinate altrove. Un po’ come fanno quelle enormi ruspe nei cantieri aperti. Un “sillogismo aristotelico” che fa molto liceo classico. 

Sì lo so, mi piace divagare. Mi piace masticare idee. Eppure mentre scrivo sorrido spesso. Ma non fateci caso. È una specie di riflesso condizionato. Qualcosa che ha a che fare con la spietata soddisfazione che provo, quando mi accorgo che mi sto dando ragione da solo.  

Certo che ne passa di tempo la mattina mentre mi guardo allo specchio. E non potrebbe essere diversamente. Il tempo è il posto in cui finisce quello che scrivo. E non conosco altro modo se non scrivere le “cose” che pretendo di fare esistere. 

Non c’è altra maniera che dare un nome alle persone, perché si possa parlare di certe persone. Perché i fatti assumano davvero forma e percettibilità sensoriale. Perché i pensieri provochino reazioni a sensazioni. Oppure la solita devota indifferenza di qualcuno che comunque legge. 

Pensa te. Quando ero bambino, mio padre ogni tanto comprava un palloncino e io mi ritrovo ogni mattina a guardarmi i polsi. A controllare se c’è ancora un qualche segno di quel palloncino legato. 

Ci sono parole a cui mi sono affezionato, come a quel nodo che impediva al palloncino di volare via. Solo che per certe parole occorre avere anche il coraggio di scriverle. Ed è quello che faccio. A volte usando un vocabolario convenzionale di frammenti d’anima. Di fatti recenti o passati. Di luoghi da cui si proviene. 

Di immagini tratte da ciò che ho mangiato, bevuto, sentito. Di dove sogno, o desidero stare. O di dove sarò tra cinque minuti. Quando il caffè sul fuoco tossirà i suoi significati. Quando mi accorgerò che quello che scrivo non avrà cambiato me e l’universo intorno. Ma solo il mio modo di vedere le cose.

Una volta e per sempre

15 novembre 2016

L’universo sembrava un pezzo di cemento allungato e sgraziatamente edificato verso sud. Le luci delle finestre che filtravano tra gli alberi raccontavano tutte una storia. 

La ragazza aveva appena spento una sigaretta e annusato l’odore lercio del filtro prima di gettarlo. Forse si era resa conto di quale oscura sensazione profumasse la vita. 

In un improvviso desiderio di condivisione si era fermata a scattare una foto di quella palazzina. Due file di finestre illuminate dal bagliore di lampioni gialli. 

“È quella finestra in penombra”. Gli aveva scritto su whatsapp. 

Non gli stava certo chiedendo di raggiungerla, ma era un geniale testardo. Lei non immaginava che gli sarebbe stato sufficiente un dettaglio per rintracciarla. E lui in quel dettaglio credeva come si crede in un sogno. 

Si specchiava ogni 5 minuti nel suo cellulare accarezzandosi con la lingua un punto all’interno della bocca. Un taglio profondo vicino alla guancia destra. 

Aveva usato Google map. Poi Google earth. Le foto del satellite. E aveva visionato le immagini dall’alto degli istituti di Roma nord. Poi era uscito senza dire nulla. 

Il termometro diceva 39.2 nel momento esatto in cui la Smart sfrecciava e sbandava ridisegnando le curve di via Trionfale. 

Per chi guarda le cose da fuori può sembrare tutto facile. Tutto scontato. Ma non lo è. Non lo è mai. Che ne sapete voi? Che ne sapete di cosa è in grado di fare e disfare un cuore innamorato.

Lui si era affezionato a quella donna. Le piaceva chiacchierare con lei quando erano soli. Massaggiarle le spalle. Prestarle la mano. Le piacevano le sue battute ironiche, le faccine e la dolcezza degli sguardi quando assaggiava una granita al limone, o una torta di fragole. In quelle espressioni ogni tanto rileggeva la sua voglia di vivere.

La ragazza intanto gli aveva inviato un altro messaggio. “Sto tornando dentro”. 

Questo lo ridestò dal torpore dei ricordi. Parcheggiò a caso. Chiuse l’auto. Proseguì a piedi. Percorse la stradina in salita che costeggiava lo stabile dirigendosi verso l’ingresso. Intanto il motore di una macchina, nel piazzale dell’ospedale, si accendeva e tossiva. Si erano fatte quasi le otto di sera. 

La ragazza pensò di non essere mai stata così stanca e che non ci fosse un posto più tranquillo dove poter stare in quel momento. Niente che non fosse la mano di sua madre. Un luogo dove non si sarebbe più affacciato nessuno. Sembrava l’ultima notte del mondo.

Era novembre. Lui decise, dopo vari tentativi, di discendere a piedi la stradina a destra. Quella che sfiorava una fontana. Quella meno illuminata. I padiglioni dislocati a caso sembravano una provocazione futurista, ma non ce ne stava uno che somigliasse alla foto.

Una recinzione fatiscente. Una serie di panchine abbandonate. Un palazzo diroccato e spento. Un campo lungo di strane foreste, blocchi tufacei, una curiosa piramide e la crescente ansia di essere solo. 

E poi tante inquietudini. Tronchi secchi e voli di foglie sgraziate. Precipitate in un passaggio melmoso e maldestramente appoggiato al raggio costante della sua immaginazione. 

Tra i rami vide un’indicazione nascosta, ma non abbastanza. “Anthea – in fondo a destra”. Così fece ancora qualche metro e si appoggiò con gli avambracci a una ringhiera di ferro scassata e arrugginita. 

Era consapevole della provvisorietà delle cose, della lontana eco di supernove esplodenti in una notte insalubre e tossica. 

Tossì. Si asciugò il sudore. Poi guardò ancora quell’immagine sul cellulare. La confrontò con la realtà. Il profilo era buio e incerto, ma sembrava proprio quella la finestra del secondo piano.

Era novembre. Pensieri confusi da ammassi di ricordi. Speranze costrette nella presa sicura di una mano tra le dita. Sguardi liquidi. Incontri di speranze deboli e ripetute. Scambi di parole incostanti, dubbi e incertezze promiscue in una spirale precipitante di paure crescenti. E fuori una notte polverosa e umida più che mai. 

La ragazza sbandava ogni tanto da ferma con i pensieri. Incerta nelle movenze delle parole da dire. Ma era solo per un attimo. Raccontò a sua madre del mare, degli scogli e di tutte le altre cose belle. Le sussurrò di non avere paura. Si preoccupò di non usare un tono di voce troppo alto. Troppo diverso dal suo. 

Una forma di armonioso rispetto per la donna che in quel giorno di giugno le aveva regalato la vita. Un’esistenza arredata con gusto la sua, ma della quale non si era sentita mai del tutto fiera. 

Era novembre. Qualcuno rimase da solo in mezzo alla pineta, proprio di fronte alla finestra in penombra. Un gatto grigio gli aveva fatto compagnia. Poi si era allontanato, forse più attratto da una piccola preda che dalle coccole silenziose di un uomo. 

L’ombra scura di una nube aveva velocemente coperto una porzione di cielo stellato e lui si domandò quando e dove si sarebbe riparato se fosse caduta la pioggia. 

Si sistemò la giacca di Belstaff nera richiudendo il bavero. Si aggiustò i pantaloni e alla fine di una serie di inutili automatismi si strinse le braccia al petto per sentirsi più coperto. Tremava ancora. 

Più avanti altri due gatti randagi lo stavano osservando. Rigidi. Forse si annunciava qualcosa di simile a un temporale, perché il cielo cambiava colore. O forse era solo la luce gialla dei lampioni intorno a rendere ogni prospettiva così aliena. 

A un tratto vide un ragazzo uscire dalla palazzina, quasi trascinato dal guinzaglio di una cagnolina nera. Si affrettarono a scendere le scale. Pochi metri, qualche passo, ma poi rimasero fermi ai margini dello stesso piazzale. Immobili per oltre dieci minuti.

Lui teneva il guinzaglio distrattamente nella destra, ma lo sguardo era altrove, immerso nella luce di un cellulare. Era troppo distratto per accorgersi di un singolare interesse. Quello della cagnolina per qualcosa, o qualcuno fermo su una panchina solo a pochi decine di metri da loro.

Era novembre. Un’espressione malinconica si riaccostò sul volto dolcissimo della ragazza. Senza lasciarle la mano le aveva baciato la guancia. Le aveva regalato tutta se stessa. Le aveva riempito di tempo gli ultimi giorni della sua vita. Di tutto il tempo che quei giorni erano riusciti a contenere.

Aveva chiuso le palpebre. Qualche istante prima una Smart grigia si era allontanata verso il raccordo, lungo la via che portava a un letto caldo. 

Qualcuno era tornato a casa, provato dalla febbre e da una devastante sensazione di inutilità. Al suo posto in quel bosco aveva lasciato mulinelli di foglie. 

Quello strano altrove fatto di solitudini non era stato un buon posto dove nascondersi. Dalla gente. Dalla realtà. Dai giudizi della ragione. Eppure sentiva di non aver fatto abbastanza. 

Avrebbe voluto poterle regalare almeno un ultimo “arrivederci”. Un sorriso. Oppure un raggio di quella luna che all’improvviso stava restituendo al cielo un barlume di identità. 

Era novembre e il dolore le schiaffeggiava gli occhi. In bocca un sapore di mandorle amare. Sul volto una gradazione innaturale di sensazioni impossibili da etichettare. La ragazza si tolse le mani dalla tasca e si strinse nel bavero mentre il freddo smontava di guardia al mattino lasciando il campo a un timido sole. “Non c’è più”, gli aveva scritto. “Ora è da qualche altra parte”. Un posto oltre la collina. Un universo assopito dai respiri domenicali. Dai rumori del mare. Dal profumo di ringosperma e gelsomini.

Lui si era seduto sul letto. Aveva pianto. Aveva scritto le ultime frasi di questa maledetta storia. Piegato la testa a destra, poi a sinistra. Leggero, sincopato, deforme e assediato dai mostri dei sogni. 

Aveva raccolto le parole come un coltello da terra per fare strage delle sue paure. Aveva voglia di fumare con lei un’ultima volta. Ma gli mancava da accendere e il cielo del suo universo prometteva pioggia. Temeva le conseguenze che quel freddo avrebbe avuto sulle emozioni sbagliate.

“Lo sai? Non ho mai avuto l’abbronzatura di un surfer, il fisico di un atleta, o il sorriso di un divo del cinema. Avevo solo un gran cuore, ero bravo con le parole e ti ho voluto un bene assurdo. Ma ti ho anche detestato con tutte le mie forze, quando ho scoperto la verità. Sono sicuro che troverai sempre e comunque chi ti vuol bene e chi si fida di te. Io, pur desiderandolo, non sarei più in grado di farlo. Come non sarò mai in grado di dimenticare quelle cose che in qualche modo, nel bene e nel male, hanno segnato la mia vita. Una volta e per sempre.”

Ognuna a modo suo

10 novembre 2016

Bevo una birra. Lo faccio da un bicchiere inadatto. Fuori orario. Senza cattive intenzioni. Provo prima a isolarne i sapori. Poi a percepirne gli odori. Il luppolo somiglia tanto al profumo che hanno le occasioni mancate.

Dentro questo vagone ci si potrebbe inventare una casa. Andare. Venire. Staccare il cellulare. E poi dormire. Poggiare la testa prima da un lato e poi dall’altro. Sorridere. Piangere. Sentirsi tutto e niente.

Stamattina improvviso un oroscopo basato sulle costellazioni dei miei ricordi più belli. Mentre il tempo divora i chilometri e la mente abbandona i pensieri in terra. Immagini che scivolano via. Che seguono la stessa direttrice del treno. Tutto questo “dopo” sparso sul pavimento potrà mai far inciampare qualcuno? Alla fine non si può mettere in ordine un sogno in cui sei sotto processo.

Invidio quella bloccante sensazione di essere il “banco degli imputati”. Invidio i silenzi innevati di certe montagne. Invidio l’ostinazione del vento che ti entra negli occhi. Invidio l’opportunismo della luce del sole. Invidio la discrezione dell’ombra. L’ignorante disciplina delle lettere dell’alfabeto e la costanza dei numeri. 

Invidio la rassicurante forza della terra con gli alberi aggrappati. Invidio la pazienza dei muscoli involontari e la laconica incoerenza di quelli preterintenzionali. Invidio le geometrie del volo dei gabbiani. Invidio la tenacia delle parole che mi escono dalla bocca. Quelle che anticipano i silenzi necessari per capirle. 

Invidio le finestre delle case abbandonate. Invidio i nomi delle cose che iniziano con una lettera minuscola. Invidio quelle carezze che nascono sulla nuca e poi scendono lentamente per morire lungo i fianchi. Come certi guerrieri stanchi. Logorati da una battaglia senza fine.

Stanotte ho dormito con una mano fuori dal perimetro del letto. Deve essere stata una semplice distrazione. Nessun demone ne ha però approfittato per tirarmi giù. Più tardi magari le spiegazioni mi faranno compagnia. Ognuna a modo suo.

Caro albero 

9 novembre 2016

Caro albero, si comincia così no? Quando si scrive una lettera a qualcuno. Anche se davvero non so quanto tu sia “caro”, o meno. Quindi tiro a indovinarlo. 

È divertente però. È quasi come scrivere una lettera a Babbo Natale. Oddio, sto divagando. Sto cercando di prendere tempo. È evidente. E accade sempre quando qualcuno ha qualcosa da nascondere. 

Magari voglio sottrarmi al tuo giudizio e celarmi dentro le parole. Come fa chi è troppo timido per poter essere sintetico, o chi è troppo agitato per poter essere conciso e concreto. 

Mi parlo addosso. Cerco di prenderti per stanchezza e rivelarti solo sul finire della nostra conversazione un confortante frammento di verità. 

Stasera mi sarebbe piaciuto esserti più vicino. Come gli inverni passati. Magari parlare ancora. Forse mi avresti anche raccontato la tua storia, quella dei rami. Delle infinite decorazioni. Delle mille lucine a led. E invece me ne sto qui. Tre metri sotto il cielo. In un posto lontano, ma non troppo da impedirmi di guardare la stessa luna.

Da cosa sto cercando di tenermi lontano? Non so. Probabilmente da me. La verità, caro albero, è che a volte sento addosso uno strato di inadeguatezza costante. Qualcosa che impedisce al me stesso che scrive di farlo consapevolmente. Divertente, non trovi?

Non so nemmeno perché ne sto parlando con te. In questi giorni, a dirla tutta, scrivo più usando il passato. I verbi si accalcano, consueti e scontati. 

Sono troppo distante dai miei sogni, caro albero. Sono distante anni luce dall’intravedere i miei condizionali, i miei vorrei e tutti i miei potrei. Troppo distante per riuscire a cambiarli in un comodo indicativo presente. 

Forse mi manca il coraggio, o forse sono troppo spavaldo per provare paura. In entrambi i casi comunque sono una conseguenza dei miei difetti.

Sai? Ultimamente sposto gli oggetti in cucina. Metto le etichette in fila, tutte rivolte nello stesso verso. Guardo le scadenze e i prezzi al supermercato. Schiaccio le bottiglie di plastica e raccolgo tutto in un contenitore a parte. Mi diverto a cucinare anche solo per me. Invento. Provo. Sbaglio. Mi correggo. 

Sbircio i siti di architettura moderna. Guardo vecchi film di Stanley Kubrick. Ascolto musica strana su youtube e cerco di percepirne il senso.

Poi rileggo cose. E scrivo, scrivo tanto. Interagisco con persone nuove. Ce n’è una in particolare che ha il potere di ridisegnarmi il sorriso. Un po’ pazza lo ammetto. 

Ma la pazzia spesso ti regala i sorrisi migliori. E li memorizza meglio di quanto farebbe un foglio elettronico. Così mi basta rileggere certe conversazioni per richiamare un minimo di sana allegria e lasciare che il buonumore faccia capolino. 

Sai, caro albero, quando ti ho detto che non sapevo il perché avessi gettato al vento tanto tempo nella mia vita? Era una bugia. È il desiderio di proteggere qualcuno che ritieni più importante di te a farti fare le cose a caso. Ti lascia sprecare i momenti migliori della tua esistenza. 

A volte mi sono addirittura illuso di poter cambiare le persone e cauterizzare le perdite di tempo. Ma con cosa poi. E perché ? Forse per esorcizzare la magra consolazione del suo inevitabile scorrere? Il tempo è la misura dell’andirivieni del mondo e porta in se tutto l’inganno che la vita continua a tessere alle nostre spalle. 

Che ridicola situazione. Non mi sorprenderebbe un giorno incontrare una qualche deità che se la ride di noi. Nel frattempo, caro albero, bevo un Nespresso blu e controllo la contabilità. Vado rastrellando pensieri come foglie cadute e invento frasi a effetto, in attesa che arrivi il Natale a imbiancare nuovi entusiasmi fuori stagione. 

Lo so che il giorno non porta alcun consiglio e che anche alla notte piace farsi i fatti suoi. Ingannevole è la ragione più delle parole. A volte anche più di ogni altra cosa.

Caro albero, ora devo andare. Smetto di scriverti. Ho un appuntamento con la mia coerenza. Non l’ho mai fatta aspettare e non comincerò certo ora. 

Prima però vorrei chiederti un favore. Quando sarà il momento di indossare il puntale. Non fare troppo l’esibizionista. Tanto non puoi essere più bello di lei quando sorride. Era solo per avvisarti. In grande amicizia intendo. 
E non preoccuparti. Comunque vada. Sarà una bellissima giornata.

Io non so come si scrive una carezza

8 novembre 2016

Lui è seduto al tavolo accanto. Gioca a centrare con il sale un’insalata mista. Il pranzo dovrebbe essere un momento di comunità, ma lo stiamo vivendo ognuno con i suoi pensieri. Io sono appena sceso a compromessi con un’aspirina. 

Colpa della febbre di questi giorni che continuo a portarmi addosso. Manco fosse una vecchia amica. È novembre e la salute va in pezzi. Ma forse era già tutto in pezzi da prima. Il territorio. Il clima. Le culture dei popoli. Le religioni. 

Basta accendere la televisione e ogni notizia arriva come una martellata sulla cristalleria.
Lui si porta prima il tovagliolo alla bocca. Poi indossa un secondo gli occhiali e punta lo sguardo sul mio romanzo. “Mi scusi. Posso vedere?”

L’avevo appoggiato distrattamente sul tavolo. Faccio tutto distrattamente quando sono solo. Mi siedo distrattamente. Ordino distrattamente. A tavola soli non esistono regole o convenzioni particolari. 

Le regole sono importanti solo in amore, ma è difficile capirne l’importanza. Attribuirne i significati. Quasi sempre è tutto improntato ai divieti. Per mettere al sicuro una relazione bisogna elevare argini alla propria condotta. Preservarne l’integrità. 

Si tratta sostanzialmente di un serie infinita di no. Un libro non scritto fatto di “quel che non si deve fare”. Dove non si parla affatto di “quel che sarebbe bello essere insieme”. 

Con questa azione del tovagliolo lui ha attirato la mia attenzione.

Violo le logiche del territorio e gli allungo il mio libro. “Ma certo! Prego.”

Si studia prima la copertina con attenzione. In silenzio. Poi la seconda di copertina. Ma non lo apre.

“Lo ha scritto lei vero?” 

Sorrido. “Si, ma perché trova la cosa così ovvia?”

“Perché sta mangiando da solo. Perché non c’è alcun segnalibro. Perché in qualche modo questo romanzo le somiglia. Mi fa compagnia signor Marcucci? Io ho preso soltanto un’insalata. Sto aspettando gli straccetti.”

“Con molto piacere signor?”

“Giulio. Giulio Rapetti. Ma è più facile che lei mi conosca come Mogol.”

Io non so come si scrive una carezza. Non come l’uomo che ora è seduto a tavola con me.

Da piccolo credevo alle ricostruzioni. Quando il castello di lego rovinava in terra io pensavo che sarebbe stato semplice farne uno più bello. Con gli stessi pezzi. Per guardare dall’alto di una torre immaginaria le cose da basso. 

Poi il tempo mi ha portato via gli anni e ho cominciato a innamorarmi ascoltando Lucio Battisti. 

Li avete mai visti i folli che si lanciano in un’emozione ancora convalescenti? Sono carne da macello. Sono anime che cadono in terra prive di vita. Come i mattoncini del Lego con cui giocavo da piccolo.

Forse per parlare d’amore bisogna essere completamente folli. E adesso, sono a pranzo con la follia in persona. Mentre tiene il mio libro in una mano, nell’altra stringe il riflesso dei miei occhi. Quello sguardo che in tutti questi anni gli ho lasciato dentro. 

Il verso giusto 

7 novembre 2016

Problemi da risolvere. Decisioni da prendere. Rischi di cui farsi carico. Scelte. Delusioni. Entusiasmi.Uno sguardo è efficace solo quando è sincero. Quando ti attraversa e ti guarda dentro. Quando ti tocca. Quando ti lascia quel retrogusto di emozioni profonde che fanno parte di una vita passata. Quando ogni singolo sentimento ti ricorda che non sei fatto di sola carne e di quotidianità. Ma anche di opportuni silenzi. Di riflessi. Di lunghi respiri e di polvere di tempo che non può tornare più. Stamattina mi ascolto e mi faccio ascoltare. Mi osservo e mi lascio guardare. Cerco di essere opportuno e rassicurante con l’uomo dello specchio. Finisco addirittura per scriverlo. E non perché farlo rappresenti in qualche modo la soluzione a qualcosa. È solo che così mi sento di esistere anche in un altro posto. Un universo dove tutto, ma proprio tutto, fila per il verso giusto.

Ancora 

3 novembre 2016

Chissà se riesco a immaginare quante volte mi sono fermato a riflettere sul reale valore di un sentimento. Quante sfumature di amore esistono. Quanti sono i colori. Quante le infinite tonalità. Non lo so. Innumerevoli. Ho riflettuto e tutte le volte ho scritto. Calpestando spesso lo schermo di uno smartphone con i polpastrelli. Poco importa che mi trovassi da solo nella hall di un hotel, in un letto prima di prendere sonno, o abbracciato a te tra decine di improbabili passeggeri in un vagone di un treno buono solo per la rottamazione.

Di solito si scrive per un compulsivo bisogno di trasformare la propria emotività in qualcosa di reale, di tangibile. Qualcosa che possa far rimbalzare di cuore in cuore quelle stesse emozioni che ti hanno portato a riempire centinaia di brevi annotazioni. Emozioni in bianco e nero che io e te abbiamo impropriamente imparato a chiamare “buongiorno”.

La verità è che adoro sentire il peso dei suoi occhi sulle mie parole. Perché io lo sento, lo avverto sempre. C’è una qualche corrispondenza, un filo. Magari è molto sottile, ma non conta che sia davvero visibile. Importa che sia percepibile. E ti giuro che accade, accade davvero. Ogni volta che scrivo si realizza la più bella delle magie. Quella che mi connette a te. Poco importa che ogni tanto sia la forma ad avere la meglio sulla sostanza. Poco importa che in alcuni momenti io mi scriva addosso rotolandomi tra le parole come farebbe un cane sul tappeto di casa. 

Posso giustificare il mio stile imperfetto con la solita storia delle difficoltà che deve affrontare uno scrittore nel rivelarsi davvero e interamente. O magari giocare “all’uomo di cultura” e indottrinare te e me sull’obbligatorietà di dare una forma coerente a certi pensieri. Simulare parole diversamente semplici da raccontare. Ma non sono capace di essere altro se non quello che sono. Quello che vedi. Quello che aspetta il tuo giudizio sulla carbonara perfetta per strapparti un applauso e un sorriso infantile. 

Quello che nasconde il suo amore dietro un broncio con la speranza di rubare un abbraccio. Quello col senso di giustizia ad altezza uomo. Quello che non si inginocchia per pregare, ma lo fa ai piedi di un divano per accarezzarti la nuca seguendo il profilo del tuo viso. Quello che gioca con l’ironia di una donna vera barattando ogni battuta con una espressione felice. Quello delle poche contraddizioni, delle scelte che per lui sembrano “sempre facili”. Quello delle costanti difficoltà a sopportare la tua immutabile realtà così distante dalla sua. Quello che non ammette altri sguardi, se non quelli capaci di osservare la parte allegra di te prendersi gioco di quella triste. 

Possediamo sicuramente la stessa ironia, ma necessità diverse. Io ho un innaturale bisogno di amare. Tu di essere amata. Forse arriverà il giorno in cui questa barca di carta si accingerà ad affrontare un oceano. Ancora non lo so. Ma di certo sarà divertente vederla traccheggiare tra le onde, resistere alle intemperie e sfidare il vento puntando ogni volta su porti sicuri. Partire senza pudore e senza paura. Scrivere, vivere. In fondo sono solo sinonimi. 

Ieri pomeriggio prometteva pioggia. Nicoletta sorrideva. Tifosi del Lione si affollavano in via Garibaldi e io li affrontavo con la discrezione di una goccia d’acqua che scivola veloce sul finestrino. C’è sempre un viaggio all’interno del viaggio. Quello che non ha biglietto, ma che si fa narrazione disincantata, lucida e necessaria. Quello che ti fa sempre venire voglia di dire qualcosa, anche quando non c’è nulla da dire. Ed è una esperienza trovarmi spesso nella condizione di evadere da quel rumoroso silenzio che mi impongo così di frequente.

Eppure succede che stamattina io non mi opponga a immagini e scenari rassicuranti. Linee geometriche, colori pastello e assenza di peso. Qualcosa che rassomiglia a una serenità ancora precaria, tutta da conquistare e comunque presente, respirabile. 
Stamattina ho bisogno di sentirmi arrivare addosso una possibilità. Nulla di monumentale, niente che giganteggi oltre la collina delle mie giornate. Piuttosto un sottofondo lieve, un assolo di chitarra e pianoforte. Qualcosa che abbia origine da terre lontane, da luoghi ancora tutti da immaginare. Magari insieme. 

Non è questo un “elogio alla fuga consapevole”, non di certo. Piuttosto abbiamo a che fare con un progetto abusivo di felicità condonabile. Shakespeare tradurrebbe il mio pensiero nelle parole di un Marcantonio dei giorni nostri – “Romani e concittadini, questa è una vecchia vita che non sono venuto a lodare, ma a seppellire.”

Sorrido a me stesso. Sarei un pessimo attore e un bugiardo anche peggiore se recitassi. Guardo scivolare una goccia di pioggia sul vetro di un frecciarossa e gioco con la fisica quantistica delle piccole cose. Sorseggio un succo di frutta. Chiudo ogni tanto gli occhi. Ed è già ora di partire ancora.

Millimetriche consapevolezze

2 novembre 2016

La lampada nera. Quella appoggiata sul mobile. È caduta. Si è rotta generando un numero di frammenti che farebbero invidia ai pezzi di cuore di un amore non ricambiato. Esistono immagini che identificano il periodo di paura che stiamo vivendo. Ma una cosa è osservare sul pavimento una lampada rotta. Un’altra cosa è parlarne. E parlare di qualcosa non somiglia minimamente al “viverla”. 

Non ne conosco il motivo, ma non riesco a scrivere del recente terremoto riferendomi al passato. Lo immagino sempre un passo avanti. Che aspetta. Che scuote la nostra emotività. Che si prende gioco delle nostre coscienze. Dei nostri discutibili fatalismi. Che ci sussurra “si bravi, voi continuate a scrivere. A leggere e a scaricare le app. Seguite le dirette su Sky. Tanto io so comunque come prendervi tutti di sorpresa”.

Le catastrofi naturali non richiedono un corso intensivo di consapevolezza. Accadono e basta. Per questo ciò che è successo si verificherà ancora. Perché è sempre stato così. Perché ho l’impressione che nessuno, ma proprio nessuno, ancora oggi abbia un’idea chiara dei motivi per cui la terra decide di tremare.

Consapevolezze. Mi ritrovo a parlarne con Nicoletta. Ma non serve. Le consapevolezze si acquisiscono solo passando attraverso certi momenti. Vivendoli. La paura per “sentito dire” non è paura. Altrimenti cosa si vivrebbe a fare? Saremmo tutti seduti intorno a un tavolo a raccontarci storie.

Invece viviamo continuamente. Viviamo lentamente. Ma rispetto alle esperienze che affrontiamo non ne usciamo mai sufficientemente preparati. Continuo a leggere. Cerco di capire. Ma lo faccio comodamente seduto e non affidato al pavimento che mi trema sotto al divano. Ed è solo una sfumatura di tutto quel terrore. Solo un il punto più lontano di tutta quella disperazione. 

Millimetriche consapevolezze. Quotidiane, ordinate e spietatamente insignificanti. Come lo è il rumore di una lampada che cade sul pavimento, rapportato al frastuono di un sottosuolo che si sbriciola sotto i piedi e non lascia scampo a nessuno.


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