Una volta e per sempre

L’universo sembrava un pezzo di cemento allungato e sgraziatamente edificato verso sud. Le luci delle finestre che filtravano tra gli alberi raccontavano tutte una storia. 

La ragazza aveva appena spento una sigaretta e annusato l’odore lercio del filtro prima di gettarlo. Forse si era resa conto di quale oscura sensazione profumasse la vita. 

In un improvviso desiderio di condivisione si era fermata a scattare una foto di quella palazzina. Due file di finestre illuminate dal bagliore di lampioni gialli. 

“È quella finestra in penombra”. Gli aveva scritto su whatsapp. 

Non gli stava certo chiedendo di raggiungerla, ma era un geniale testardo. Lei non immaginava che gli sarebbe stato sufficiente un dettaglio per rintracciarla. E lui in quel dettaglio credeva come si crede in un sogno. 

Si specchiava ogni 5 minuti nel suo cellulare accarezzandosi con la lingua un punto all’interno della bocca. Un taglio profondo vicino alla guancia destra. 

Aveva usato Google map. Poi Google earth. Le foto del satellite. E aveva visionato le immagini dall’alto degli istituti di Roma nord. Poi era uscito senza dire nulla. 

Il termometro diceva 39.2 nel momento esatto in cui la Smart sfrecciava e sbandava ridisegnando le curve di via Trionfale. 

Per chi guarda le cose da fuori può sembrare tutto facile. Tutto scontato. Ma non lo è. Non lo è mai. Che ne sapete voi? Che ne sapete di cosa è in grado di fare e disfare un cuore innamorato.

Lui si era affezionato a quella donna. Le piaceva chiacchierare con lei quando erano soli. Massaggiarle le spalle. Prestarle la mano. Le piacevano le sue battute ironiche, le faccine e la dolcezza degli sguardi quando assaggiava una granita al limone, o una torta di fragole. In quelle espressioni ogni tanto rileggeva la sua voglia di vivere.

La ragazza intanto gli aveva inviato un altro messaggio. “Sto tornando dentro”. 

Questo lo ridestò dal torpore dei ricordi. Parcheggiò a caso. Chiuse l’auto. Proseguì a piedi. Percorse la stradina in salita che costeggiava lo stabile dirigendosi verso l’ingresso. Intanto il motore di una macchina, nel piazzale dell’ospedale, si accendeva e tossiva. Si erano fatte quasi le otto di sera. 

La ragazza pensò di non essere mai stata così stanca e che non ci fosse un posto più tranquillo dove poter stare in quel momento. Niente che non fosse la mano di sua madre. Un luogo dove non si sarebbe più affacciato nessuno. Sembrava l’ultima notte del mondo.

Era novembre. Lui decise, dopo vari tentativi, di discendere a piedi la stradina a destra. Quella che sfiorava una fontana. Quella meno illuminata. I padiglioni dislocati a caso sembravano una provocazione futurista, ma non ce ne stava uno che somigliasse alla foto.

Una recinzione fatiscente. Una serie di panchine abbandonate. Un palazzo diroccato e spento. Un campo lungo di strane foreste, blocchi tufacei, una curiosa piramide e la crescente ansia di essere solo. 

E poi tante inquietudini. Tronchi secchi e voli di foglie sgraziate. Precipitate in un passaggio melmoso e maldestramente appoggiato al raggio costante della sua immaginazione. 

Tra i rami vide un’indicazione nascosta, ma non abbastanza. “Anthea – in fondo a destra”. Così fece ancora qualche metro e si appoggiò con gli avambracci a una ringhiera di ferro scassata e arrugginita. 

Era consapevole della provvisorietà delle cose, della lontana eco di supernove esplodenti in una notte insalubre e tossica. 

Tossì. Si asciugò il sudore. Poi guardò ancora quell’immagine sul cellulare. La confrontò con la realtà. Il profilo era buio e incerto, ma sembrava proprio quella la finestra del secondo piano.

Era novembre. Pensieri confusi da ammassi di ricordi. Speranze costrette nella presa sicura di una mano tra le dita. Sguardi liquidi. Incontri di speranze deboli e ripetute. Scambi di parole incostanti, dubbi e incertezze promiscue in una spirale precipitante di paure crescenti. E fuori una notte polverosa e umida più che mai. 

La ragazza sbandava ogni tanto da ferma con i pensieri. Incerta nelle movenze delle parole da dire. Ma era solo per un attimo. Raccontò a sua madre del mare, degli scogli e di tutte le altre cose belle. Le sussurrò di non avere paura. Si preoccupò di non usare un tono di voce troppo alto. Troppo diverso dal suo. 

Una forma di armonioso rispetto per la donna che in quel giorno di giugno le aveva regalato la vita. Un’esistenza arredata con gusto la sua, ma della quale non si era sentita mai del tutto fiera. 

Era novembre. Qualcuno rimase da solo in mezzo alla pineta, proprio di fronte alla finestra in penombra. Un gatto grigio gli aveva fatto compagnia. Poi si era allontanato, forse più attratto da una piccola preda che dalle coccole silenziose di un uomo. 

L’ombra scura di una nube aveva velocemente coperto una porzione di cielo stellato e lui si domandò quando e dove si sarebbe riparato se fosse caduta la pioggia. 

Si sistemò la giacca di Belstaff nera richiudendo il bavero. Si aggiustò i pantaloni e alla fine di una serie di inutili automatismi si strinse le braccia al petto per sentirsi più coperto. Tremava ancora. 

Più avanti altri due gatti randagi lo stavano osservando. Rigidi. Forse si annunciava qualcosa di simile a un temporale, perché il cielo cambiava colore. O forse era solo la luce gialla dei lampioni intorno a rendere ogni prospettiva così aliena. 

A un tratto vide un ragazzo uscire dalla palazzina, quasi trascinato dal guinzaglio di una cagnolina nera. Si affrettarono a scendere le scale. Pochi metri, qualche passo, ma poi rimasero fermi ai margini dello stesso piazzale. Immobili per oltre dieci minuti.

Lui teneva il guinzaglio distrattamente nella destra, ma lo sguardo era altrove, immerso nella luce di un cellulare. Era troppo distratto per accorgersi di un singolare interesse. Quello della cagnolina per qualcosa, o qualcuno fermo su una panchina solo a pochi decine di metri da loro.

Era novembre. Un’espressione malinconica si riaccostò sul volto dolcissimo della ragazza. Senza lasciarle la mano le aveva baciato la guancia. Le aveva regalato tutta se stessa. Le aveva riempito di tempo gli ultimi giorni della sua vita. Di tutto il tempo che quei giorni erano riusciti a contenere.

Aveva chiuso le palpebre. Qualche istante prima una Smart grigia si era allontanata verso il raccordo, lungo la via che portava a un letto caldo. 

Qualcuno era tornato a casa, provato dalla febbre e da una devastante sensazione di inutilità. Al suo posto in quel bosco aveva lasciato mulinelli di foglie. 

Quello strano altrove fatto di solitudini non era stato un buon posto dove nascondersi. Dalla gente. Dalla realtà. Dai giudizi della ragione. Eppure sentiva di non aver fatto abbastanza. 

Avrebbe voluto poterle regalare almeno un ultimo “arrivederci”. Un sorriso. Oppure un raggio di quella luna che all’improvviso stava restituendo al cielo un barlume di identità. 

Era novembre e il dolore le schiaffeggiava gli occhi. In bocca un sapore di mandorle amare. Sul volto una gradazione innaturale di sensazioni impossibili da etichettare. La ragazza si tolse le mani dalla tasca e si strinse nel bavero mentre il freddo smontava di guardia al mattino lasciando il campo a un timido sole. “Non c’è più”, gli aveva scritto. “Ora è da qualche altra parte”. Un posto oltre la collina. Un universo assopito dai respiri domenicali. Dai rumori del mare. Dal profumo di ringosperma e gelsomini.

Lui si era seduto sul letto. Aveva pianto. Aveva scritto le ultime frasi di questa maledetta storia. Piegato la testa a destra, poi a sinistra. Leggero, sincopato, deforme e assediato dai mostri dei sogni. 

Aveva raccolto le parole come un coltello da terra per fare strage delle sue paure. Aveva voglia di fumare con lei un’ultima volta. Ma gli mancava da accendere e il cielo del suo universo prometteva pioggia. Temeva le conseguenze che quel freddo avrebbe avuto sulle emozioni sbagliate.

“Lo sai? Non ho mai avuto l’abbronzatura di un surfer, il fisico di un atleta, o il sorriso di un divo del cinema. Avevo solo un gran cuore, ero bravo con le parole e ti ho voluto un bene assurdo. Ma ti ho anche detestato con tutte le mie forze, quando ho scoperto la verità. Sono sicuro che troverai sempre e comunque chi ti vuol bene e chi si fida di te. Io, pur desiderandolo, non sarei più in grado di farlo. Come non sarò mai in grado di dimenticare quelle cose che in qualche modo, nel bene e nel male, hanno segnato la mia vita. Una volta e per sempre.”

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