Mescolato. Non shakerato.

19 aprile 2018

Che poi anche i puntini di sospensione stasera mi stanno a guardare.

E io non so come scrivere. Non so cosa disegnare. Mi sento dannatamente osservato.

Scuoto il capo. Penso a dirotto.

Colpa di questo bisogno compulsivo, che ho da sempre, di costruire universi intorno al bancone di un bar.

Con la prossima cosa bella che verrà a bussarmi alla porta cercherò di essere più ospitale. Meno criptico.

Quindi nessun doppio senso. Niente parole segrete. Nessuna “prigione dei ricordi”.

Solo due misure di Gordon, una di vodka e mezza di China Lillet. Poi una scorza di limone e un cubetto di ghiaccio.

Mescolato. Non shakerato.

#potrebbe piovere

16 aprile 2018

Ultimamente vivo un po’ alla sinfasò. Come tutti quei romantici che credono che la vita sia molto simile alla letteratura. Stamattina ho ordinato un caffè. Il bar é piccolo. Rumoroso. Non c’è un solo dettaglio memorabile.

La gente mi guarda. Si parla. Sono tutti oggetti celesti lontani in un cielo troppo grande da raccontare. E io? Io sono la cometa di Ison. Un intruso che non è sopravvissuto al suo incontro col sole.

C’é un vaso sul bancone, qualche metro più in là, vicino alla cassa. I fiori finti che sono all’interno somigliano molto alla solitudine. Ultimamente le cose che mi piacciono invece profumano, sorridono, o hanno le ali.

Non è mai una questione se essere, o non essere felici. Ma se essere, o non essere visibili. Per questo faccio a meno dello zucchero. Per questo impiego meno di due secondi per bere. Per risparmiare il tempo di mezzo.

Quello in cui un uomo al bar scrive una cosa veloce. Quello in cui da qualche parte nel mondo una donna si sta asciugando i capelli. Quello in cui le cose che vorresti, comunque, non succedono mai.

Ho scritto una lettera senza destinatario su un foglio elettronico come fosse una tovaglia di carta. Chissà se riesco anche a piegarlo e farci una barchetta. In fondo nutro una profonda passione per le parole. Perché le parole ti disintegrano il cuore, se vogliono. E poi lo ricreano dal nulla.

La giornata è iniziata da poco è il cielo ha già cambiato due volte colore. “Potrebbe essere peggio. Potrebbe piovere!“, direbbe un dilettante Marty Feldman. E poi magari accade che succeda davvero.

Strascrivo

7 aprile 2018

Ogni giorno ha le sue verità. Ogni viaggio le sue direzioni.

Ieri ho visto alcune certezze trascorrere una notte insonne. Appoggiate al divano. Con lo sguardo incastrato nelle geometrie di un soffitto in legno.

Ogni storia ha i suoi tempi. Ogni letto ha i suoi demoni. Anche se sotto al mio è rimasto poco spazio e un velo di ghiaccio discreto.

Ogni passo è un’opportunità da cogliere e un’occasione per pensare.

Strascrivo. Lo so. Come tante altre volte. Ecco un brodo di parole bollite, doverose e nude. Da risucchiare piano. Rumorosamente. Col cucchiaio appoggiato sulle labbra. Mentre qualcuno ti fissa col sopracciglio alzato.

Se un’alba non basta. Allora un tramonto non basta. E se non basta un’aurora, allora non servono davvero tutte le stelle del cielo.

Se un ricordo mi sfugge, il tempo mi sfugge. E non serve agitare le braccia, gridare, o cercare cardini dove far orbitare un mondo.

E quindi? Quindi niente.

Sorrido e riempio un’altra scodella di parole. Aggiungo qualche errore. Del prezzemolo. Un vecchio torto accademico. Della crusca. Tarallucci e vino.

Poi immergo ancora il cucchiaio e faccio finta che sia finita così.

#Questa sostenibile pesantezza dell’essere

1 aprile 2018

La realtà ci osserva. Le cose intorno e le persone ci annotano. Ci stavo riflettendo qualche istante fa mentre ordinavo una spremuta al bar della stazione.Improvvisamente mi si è allungato il viso dentro il riflesso del bicchiere.

A pensarci bene non sembravo nemmeno così male. Una caricatura di ovale oblungo. Indefinito. Pallido. E dietro un arancione imperante, quasi omogeneo. Noi guardiamo le cose e le cose ci guardano di rimando.

Le cose ci studiano. Con una consapevolezza quasi formale e quella padronanza di linguaggio tipica di chi ti sa osservare. E volendo anche raccontare, ma senza parlare.

Stamattina ho lasciato che un piccolo pensiero rimasto inesploso deflagrasse nella ma testa, col suo carico di ricordi e di persone passate. Si può sempre entrare, o uscire dalla mia vita. La porta è aperta. Ma non si può sostare a lungo sulla soglia.

Penso ancora alle questioni irrisolte. Alle decine di cose da fare. E tutte quelle che davvero mi sarebbe piaciuto fare. Penso a mia madre. A mio padre. A quel disincanto bambino che ogni tanto si legge nei suoi occhi. Ai desideri di un tempo. Al mio essere spietatamente e continuamente insoddisfatto di tutto.

Penso al mio modo di sbuffare, senza gonfiare la bocca. Soffiando fuori l’aria un po’ a destra e un po’ a sinistra. Penso che probabilmente non lo nota nessuno, ma è un’evidenza meno eclatante di un sopracciglio alzato.

Continuo a centrifugare parole e mi stupisco ancora che qualcuno le legga. O che esista una qualche minima possibilità che qualcun altro le capisca. Ciò che è oggetto di troppa riflessione, diventa sempre inquietante.

Eppure ci sono ancora alcune persone da cui vorrei essere compreso. Persone importanti che vorrei imparare a comprendere. Stamattina scrivo con l’ingenua consapevolezza di un uomo che non sa raccontare quello che in realtà gli si annida nel cuore.

Forse è colpa di questo caffè improponibile che sa di brillantante. O magari è solo una questione temporanea. Quella sostenibile pesantezza dell’essere. E Milan Kundera non me ne vorrà certamente.

La verità è che non si dovrebbe mai raccontare nulla a nessuno. E lo scrivo qui, dallo stipite di questo foglio elettronico. Con l’ottimismo di chi parcheggia in divieto di sosta e spera ancora che non gli venga recapitata una multa.

Incanti

30 marzo 2018

A volte non serve arrampicarsi con le parole, quando le immagini hanno già detto tutto.

Eppure unici

29 marzo 2018

Ci sono bei ricordi. E poi ci sono le immagini sbiadite del passato che arrivano improvvise, impreviste, ai margini di un contesto non proprio preciso.

Tipo una sera trascorsa a fumare. Non so quando. Sul tetto di un palazzo. Protetti dal bulbo illuminato di una insegna al neon. Credo fosse una “L”.

Avevo trascorso una giornata serena, ma c’era ancora una serata da costruire. Un tempo da impiegare in qualche modo. Magari bevendo un po’. O ridendo. Oppure riguardando su YouTube i frammenti di un vecchio film con Paolo Villaggio.

Chissà quante maschere allora erano già state indossate. Chissà quante altre se ne sarebbero dovute indossare da quel giorno. E le maschere alla fine soffocano, soprattutto se sono da buffone.

“Regala a una persona una maschera e lei ti mostrerà il suo vero volto”, afferma un sedicente scrittore sul suo blog.

Si tratta comunque di un ricordo sereno. E la serenità somiglia un po’ al passeggiare in uno di quei paesini di montagna. All’imbrunire.

Magari risalendo impercorribili vicoli stretti. Tra fontane senza tempo e antiche fortificazioni in pietra.

E se fossero state le fortificazioni? A trasmettermi quel devastante bisogno di proteggere, intendo. In fondo, un tempo non furono edificate per quello?

E poi la notte, il buio, il vecchio orologio senza ingranaggi. I fari delle auto sulla strada del ritorno. Il sonno. Le case. Il silenzio.

Insomma, ci sono i bei ricordi. E poi le immagini sbiadite. Ognuna con la propria luce. Rivederle è quasi una metafora della vita. E io che me ne sto silenziosamente fermo. Lì chino a osservarle.

Sono in tanti invece quelli che tirano dritto. Che ignorano. Che fingono di non guardare. Molto altri si accorgono addirittura di non riuscire più a vedere.

E potrei diventare così anch’io un giorno, ma non voglio. Ho il difetto di conoscere troppo bene il me stesso riflesso che fugge queste incoscienze.

Alcuni nostri difetti poi, non sono altro che incantevoli imperfezioni. Quel qualcosa che ci rende sicuramente difettosi, eppure spietatamente unici.

In un altrove insondabile

26 marzo 2018

E poi ti rendi conto che sono tante le cose che non vuoi fare più.

Come andare a un matrimonio, o a un funerale. Ricordare il brutto. Dimenticare il bello.

Alice arrivò di notte. Senza bussare. Senza i suoi vestiti colorati. Senza un posto ben definito dove custodire un cuore.

Alice arrivò e io, senza rendermene neanche conto, la sfiorai con le parole. Poi la derisi e mi allontanai.

Non so quanti tra quei ricordi passeranno la notte. Già immagino le parole aggrappate ad altre parole. Che premono. Che lottano per prendere aria. Per rimanere a galla.

Ogni storia nasce con le sue inaccessibili profondità. Con i suoi demoni e almeno una serratura a doppia mandata.

Di quella storia è rimasto poco da mettere sottochiave. Una ferita sottile. Un vetro appannato e una mappa disegnata col dito.

Un tesoro nascosto. Un valore inestimabile, perduto in un altrove insondabile.

È quasi tenerezza

23 marzo 2018

Da piccolo avevo una certa tendenza al fato avverso. Quel qualcosa capace di trasformare le opportunità in un magico disinganno. Ma non l’ho mai considerata una vera e propria sfortuna.

Stanotte c’era una strada in discesa che portava al solito hotel. Era la stessa di ieri sera. C’era anche una città antica a versarmi l’ultima birra. E poi c’era il gelo fuori stagione, quello che ti risveglia e solletica il petto. Anche lui molto affabile.

Mi sono seduto centinaia di volte qui da solo. Senza sapere quanto fosse meglio attendere, o rincorrere. Oppure soltanto fuggire altrove. E alla fine ho lasciato che la mia mano danzasse sulle dita accanto a una bottiglia vuota.

Un po’ come la ballerina di un meraviglioso video di Sia. Sorrido, lo cerco sul cellulare. Alzo il volume.

Il mondo scompone le sue interezze. L’universo scompare per qualche minuto.

Non passa nessuno. Non sento nessuno. Eppure passa tutto e ascoltare è quasi tenerezza.

Microfiabe per adulti incoscienti

17 marzo 2018

C’erano una volta le amnesie di un abbraccio. Uno di quelli che cancella tutto. Uno di quelli che “si riparte da zero”.

C’era una volta una moka che tossiva caffè bollente. E poi tre tazzine disciplinatamente allineate sul tavolo. Un accendino. Un posacenere. La zanzariera della finestra alzata.

C’era una volta un cane anziano e distratto che abbaiava dal giardino. E poi c’erano i bambini portati via dalle proprie biciclette.

C’era una volta una dispensa ordinata e l’odore acre di medicinali. Si percepiva nell’aria. C’era il freddo di un inverno piovoso e il vento che litigava con la fiamma della caldaia.

C’era una volta un quadro mai scartato. Un pupazzo lasciato sullo zerbino, all’ingresso di un pensiero sbagliato.

E fuori i resti di un albero eterno. La luce di un lampione sulla strada. E una siepe malata che osservava le auto in sosta. In silenzio.

C’era una volta il giudizio degli altri. Che correva veloce in mezzo alle oscurità di un sentimento mai ricambiato. E poi l’amara dolcezza di un giorno di novembre. Prima di un temporale.

C’erano un uomo. Il suo sbracciarsi. I suoi mille tentativi di sfuggire alle metafore della vita. Sempre lì fermo, silenzioso, a guardare senza lasciarsi guardare. Negli occhi una clamorosa imitazione di drago da sconfiggere.

C’era una volta il momento sbagliato. Un ricordo scolpito da un’incapace mano tremante. Due martellate e una pausa, tre martellate, ancora una pausa e qualche castagna sul fuoco.

Non è semplice essere così. Percepire le cose fino al profondo delle radici. Raccontarle fa male. Ti uccide, più spesso di una sola volta. E morire più volte non fa necessariamente di te un santo, o un immortale.

Poi un giorno ti osservi dal bordo del fiume annegare via, perduto nelle correnti più tranquille. Ed è allora che diventi il tuo peggior nemico.

Cara Alice tu mi insegni che alla fine si torna, si torna sempre. Perché l’unica certezza è che tutte le strade riportano al punto di partenza.

Tornare a casa. Respirare. Preparare la cena e mangiare veloci. Perché tutto si raffredda in fretta. Perché ogni cosa in fondo è così da sempre.

Hanno quasi sempre ragione

16 marzo 2018

Le vecchie travi in legno del soffitto non fermano del tutto i rumori. Oggi ho sentito dei passi nel cuore della notte. Adesso sento il ronzio meccanico del frigorifero scatenato dalle cerniere di uno sportello aperto. Ogni tanto sento cadere una scarpa. Poi l’altra.

È un mondo di persone che vivono con le scarpe ai piedi. Che ci tengono alle scarpe e alla salute. Ma è anche un mondo di persone che vuole farti le scarpe. Sorrido.

Ci sono notti in cui sbircio dalla finestra. Momenti in cui me ne resto inebetito a guardare le luce gialla dei lampioni proiettare ombre. Sui sanpietrini. Nei vicoli. Sulle cose degli altri. E intanto salto da un pensiero all’altro come con la tv accesa quando non trovi pace sui tasti del telecomando.

Le ho scritto. Non le scrivevo una lettera da un sacco di tempo e sarebbe dissacrante analizzare i connotati di questa pausa. Le ho scritto, ma lo terrò per me. Per un tempo quasi forzato, non del tutto volontario. Al limite mi riconoscerò il merito di aver arredato questa mia assenza con una serata in stile bukowskiano.

Senza spiagge sabbiose dell’Havana. Senza sigari. Senza alcolici e bottiglie di Rum. Niente isolamenti coatti. Eppure il risultato sarà lo stesso. Sorprendentemente soddisfacente.

Bisogna distrarsi rimanendo vigili. Aggiungere distanza ai ricordi. E allenarsi a riscoprire la qualità di certi pensieri, senza coinvolgere per forza persone che non ci tengono a far parte della tua vita. Insomma, cose così.

Da qualche anno il mio pensiero verso il mondo intorno si è fatto più attento. Il mio modo di catalogare la gente si è fatto ancora più personale. Il mio giudizio più penetrante. Un tempo ero in grado di notare i dettagli. Oggi riesco anche a inquadrare il giusto contesto.

Ne sono quasi sicuro. Dico quasi perché a questo mondo, come dicono gli anziani quando li ascolti chiacchierare sulle panchine dei giardinetti, non si può avere certezza di niente. E gli anziani, si sa, hanno quasi sempre ragione.

Quello che non sono più

13 marzo 2018

Stanotte rinuncerei a ciò che negli anni ha contribuito a proteggermi. Il potere delle parole è inquietante, ma non quanto la forza dei fatti e ricordare i propri sbagli ha un qualcosa di spietatamente famelico.

Conseguenze. Adoro quella loro chirurgica abilità di fissarti nel momento esatto in cui pensi di essergli finalmente sfuggito.

Oggi lo spazio intorno a me è tornato finalmente disponibile. La coscienza è di nuovo vergine. E ogni perimetro della mia vita se ne resta serenamente indifeso.

Ho abolito fosse e ponti levatoi. Ho rinunciato a scavare trincee e non ho alcuna intenzione di mettermi al sicuro dietro le mura merlate dei miei castelli in aria.

Da bambino il mostro finale era un qualcosa che apparteneva all’ultimo quadro del solito giochino elettronico. Oggi invece è qui con me. Presente. Coerente. E io ho imparato ad ascoltarlo. Non a batterlo. Probabilmente devo fare ancora molta pratica.

Il tempo intanto passa. Le persone transitano tra incroci e rotonde. E io mi ostino a far parte di quel flusso che scorre verso la tranquillità di un mare più grande.

Eppure si. Senza andare troppo oltre. Me ne resterei qui, tra il tragico e il ridicolo. A scrivere parole e a rannicchiarmici dentro. Le sento pulsare ogni volta che ho necessità di ritrovarmi e anche tutte le volte che ho bisogno di perdermi un po’.

Sono sentimenti di passaggio. Antichi come vecchi marinai. E alla fine i ricordi di cui vorresti prenderti cura sono proprio quelli che ti riportano a casa.

Io sono stato lontano dalla mia per tanto, troppo tempo. Fatti e persone mi hanno distratto. Io stesso mi sono distratto in una sorta di minimalismo ciclopico.

Alice alla fine mi ha avvisato che non si ricordava chi ero. Fiabesche amnesie. Però sono quasi scoppiato a ridere. Credetemi, non è una sensazione nuova e somiglia molto al sognare di essere ancora quello che purtroppo non sono più.

Il volto

6 marzo 2018

Regala a una persona una maschera e lei ti mostrerà la sua vera faccia.

La gestione dei ricordi

3 marzo 2018

Un altro sabato pomeriggio trascorso tra le mura domestiche. Pensieri. Ricordi. Esiste una certa retorica legata a queste pareti. Al fascino di queste travi in legno, la cui funzione specifica non è soltanto quella di sostenere altre mura e altre vite, ma anche quella di contenere. Di proteggere.

Proteggere in attesa che le cose intorno cambino. Migliorino. Che le decisioni giuste scatenino conseguenze e che il destino non avverso contenga la furia di tutti gli elementi. Che ne limiti in qualche modo gli effetti.

Oppure che l’universo intero si volti e faccia soltanto finta di nulla.

La gestione dei ricordi e delle cose da dimenticare dovrebbe essere materia scolastica. Ogni sabato pomeriggio trascorso a scrivere è l’icona di un tentativo. Quello di riscrivere una storia. Un qualcosa di spietatamente superiore. Il mero tentativo di un uomo di regalare una visione letterale alla natura umana del suo universo.

L’universo che immagino è un posto dove non importa a nessuno che tu sia un santo, un supereroe, o una perfetta nullità. Un posto abitato anche da un fato a cui non interessa che a inciampare siano i migliori, oppure i peggiori.

C’è sempre un qualcosa di imprevisto. Un dettaglio che pensavi di aver calcolato, o previsto in anticipo. A volte immagino questo sgambetto dell’imponderabile come una figura sferica. Qualcosa di orbitante.

E ogni sfera in fondo merita di avere un suo percorso. Perché, dal momento esatto in cui viene al mondo, ogni evento va a occupare un suo spazio ben definito, e per quanto si chieda al tempo di non farsi sentire, il tempo ci ignora e lo fa diventare un ricordo.

Folli al vento

24 febbraio 2018

Quasi le sei del mattino. Eppure sembrano così lontani i tempi in cui la luna si presentava alle porte del giorno solo per andare a dormire.

Stanotte un divano scomodo è tutto ciò che ho, ma è meglio di un materasso fatto di pensieri. Facile edificare qualche castello in aria, o incastrare draghi di carta tra le travi del soffitto. Questa è la notte giusta in cui scrivere favole a occhi aperti.

C’era una volta un neon che tossiva l’ultima luce. In un silenzio assordante come l’incubazione di grido. C’era una volta una coscienza che vomitava intermittenze, insieme a tutte le mie più stupide convinzioni.

E poi c’erano la pioggia, i sorrisi strappati e un luogo quasi segreto. Un posto sicuro nascosto dietro ai luoghi più comuni.

C’era una volta un altrove. Un emisfero di mille stanze di hotel, centomila accelerazioni e qualche pausa, tra un piatto di pasta e due caffè in Autogrill.

E poi c’era un demone buono che sorseggiava birra gelata, nascosto sotto al mio letto. Sembrava quasi un uomo con la sua donna e tante, troppe, ragnatele di pensieri da spolverare.

Raccontare fiabe al passato è più facile, perché la storia ha risposte migliori di questo presente. E ogni monologo fatto di immagini non si può studiare e ripetere a memoria.

C’era una volta una ragazza che raccontava l’attimo. Quel momento esatto in cui si ripeteva da sola “sì Jep, va tutto bene”, e “no Jep, non ricordo niente di quel giorno.”

Ecco tutto quello che rimane quando la musica è finita. Un bicchiere sporco e i coriandoli sul pavimento sono tutto quello che resta.

C’era una volta un’ombra che si allungava sulla mia torta di compleanno. Ma tu dove eri quel giorno? Dove avevi nascosto i momenti belli che mi sarei aspettato?

C’era una volta un disegno, un abbraccio e un foglio bianco dove scrivere parole.

C’era una volta il camino acceso, il pane appena sfornato e la marmellata di visciole.

C’era il ticchettio dell’inverno che spingeva le lancette sul quadrante del tempo. E poi c’era il tempo che non torna più.

“La vedi Jep? È una nave che va alla deriva. Quante barche spariscono con il vento alle spalle, convinte di avere gonfie le vele e ben saldo il timone.

Quante meravigliose imitazioni di incoscienza si ritrovano alla deriva. In fondo non siamo altro che “folli” spostati dal vento.”

Tutto normale

14 febbraio 2018

Era un giorno così.

Un mercoledì mattina un po’ anonimo e decolorato. Uno di quei giorni che se ne restano nascosti tra le pieghe di febbraio e si divertono ad aspettarti al varco.

Lei era una gatta assonnata. Dolce. Morbida. Piena di pensieri.

Lui un gatto sciupato che non si accorgeva del mondo intorno. Di come in qualche modo l’amore gli stava cambiando i pensieri e riallineando le percezioni. Modificando le sensazioni.

Non si era ancora reso del tutto conto che qualcosa gli aveva sconvolto l’equilibrio dei sensi. Ora esisteva una riga netta tra la normale corrispondenza della forma delle parole e il loro contenuto. Tra un gesto e ogni sua conseguenza.

Così la notte lui sentiva con gli occhi, annusava con le mani, leccava col cuore. E dormiva su foglie umide cullato da un vento leggero. Coperto solo dalla sua devastante e inutile sensibilità.

Stamattina la grinta è scesa a comprare le sigarette e io scrivo favole nell’attesa che faccia finalmente ritorno. Forse si tratterrà anche per fare la spesa. Chissà.

A guardare dentro le storie talvolta si scoprono prospettive davvero diverse. Magari adesso mi siedo sul divano e commetto qualche piccolo reato di sonnolenza, alla faccia delle autorità competenti.

Oppure accendo la musica, alzo il volume e metto in ordine casa. Cammino in punta di piedi, come se in terra ci fossero tutte le briciole del mondo, pronte a esplodere. Sembra un film di fantascienza.

E pensare che da piccolo invece guardavo le pellicole western e volevo fare il cowboy. Poi dev’essere successo qualcosa e ho cominciato a fare il tifo per gli indiani.

Ecco, straparlo. Non è una cosa di cui doversi spaventare. Mi sto solo depistando un po’.

Servono ancora un centinaio di metri di strada. Giorni, mesi, anni e volte. Quelle poi, non bastano mai.

Quando sono confuso non posso riprovare granché e tanto il risultato non sarebbe neanche piacevole. Allora meglio proseguire in solitudine.

Insomma.

È tutto normale. Più tardi uscirà il sole. E non smetterà più. Fuori è soltanto un tempo da gatti.


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