Domani è sabato

15 giugno 2019

Stanotte le linee di fuga flettono i pensieri. Manipolano la realtà alle mie spalle. Nascondono il chiacchiericcio.

Charles non si fa sentire da settimane. Sigmund purtroppo non tornerà mai più. Non è da tutti avere la fortuna di essere all’inizio della propria storia. Tutto il resto è un interminabile “mentre”.

Ero andato a dormire, poi ho deciso di fare due passi. Di tagliare da nord a sud i sogni attraverso un passaggio dove tutti incespicano.

Dicono che “essere felice” somigli al “non sentire il bisogno di domandarselo”. Dicono che le cose belle durano troppo poco. Dicono che una mezza spina di birra duri troppo poco. Ma dicono anche che Elvis non sia morto.

Alice sapeva che il caos non è così diverso dalla serenità. Che il vuoto è gonfio di silenzi e che un cielo sereno è la più diffusa delle nuvole.

Ho smesso da anni di aver paura, eppure sento ancora freddo. Domani è sabato. E io sono comunque qui, che non so se spiccare il volo, o tornare a stendermi a letto.

2 giugno

2 giugno 2019

L’ombra di un monumento eterno è poggiata sulle rovine di un antico e potente impero. È una splendida giornata di sole. Un tuono irrompe dal cielo e ferma il brusio dei turisti.

Intanto gli sguardi inciampano. Si spostano verso l’alto e si perdono nel fumo tricolore che taglia in due l’azzurro. C’è ammirazione negli sguardi dei bambini.

Le ragazze raccolgono da un lato i capelli troppo lunghi. È un precipitare di applausi. Il sole intanto è già dietro i tetti Inginocchiato. E non sa se spiccare un salto, o attendere distrattamente che faccia di nuovo buio.

La luna non si fa vedere da settimane, ma non c’è nulla di cui preoccuparsi. I corpi celesti non spariscono, vanno a dormire. Si nascondono.

Una su tutte

29 maggio 2019

Stamattina somiglio un fascio di atomi e particelle subatomiche tenute insieme da un eccesso di glicemia. Cerco di comprendere come si possa togliere da un pavimento un quadrotto di moquette che non c’è. Tutta colpa dei libri di Stephen Hawking.

Per un Gianluca fatto di materia adesso so che ne esiste uno di antimateria. A leggere Stephen poi, sembra che gli atomi di antimateria non siano del tutto organizzati. Questo mi pone il dubbio che, per quanto ne so, potrei essere io l’antimateria. Se ci basiamo solo sull’organizzazione, intendo. Perché quando mi alzo al mattino sono alla rinfusa, casuale. Sono antimateria pura.

Se in mezza tazza di latte lasci cadere mezza tazza di caffè, esiste una e una sola probabilità che il mescolamento casuale porti il latte a essere completamente separato dal caffè. Non credo sia mai successo, ma potrebbe succedere.

Quando l’ho letto ho pensato alla comicità della cosa. Se verso il caffè nel latte è perché voglio un cappuccino. Se iniziassi la giornata con due entità liquide separate darei un colpo di cucchiaino. E ovviamente non immagino mica il latte e caffè separati sopra e sotto, ma a bande verticali. Tipo maglia del Crystal Palace. Sono creativo.

Poi mi vengono in mente alcuni passi di Ennio Flaiano. “Il gioco è questo… è cercare nel buio qualcosa che non c’è. E trovarlo.”

Mentre consumo questo foglio elettronico mio padre è lì. Seduto al binario 12 della Stazione Centrale di Milano. 82 anni.

Parla a voce alta con mia madre attraverso un iphone. Ma non riesce a dirle nulla perché dall’altra parte evidentemente mia madre ha molto da parlare. Dice che c’è solo una cosa che non sa. Poi cambia tono di voce e sussurra, “Sto tornando, è tutto a posto. Non piove. Non fa freddissimo. Ti voglio bene.”

“C’è solo una cosa che mio padre non sa” e vengo pervaso dalla curiosità di sapere cosa. Poi mi basta un attimo per capirlo. La fine.

Che senso di debordante sicurezza che dà un padre. Quel “ti voglio bene” detto così. Quasi accarezzato tra i denti, con una bi lunga e dolcissima. Io sono tante le cose che ignoro papà. Antimateria. Neutrini. Glicemia e molto altro ancora. Le altre però le so tutte. E tra tutte una su tutte… Ti voglio bene.

#non capisco

26 maggio 2019

Sapete qual è la mia più grande frustrazione? E’ cercare le risposte che non trovo. Dannarmi nel tentativo compulsivo e illusorio di capire quello che non capisco. E le cose che non comprendo sono molte.

Non capisco perché fa sempre troppo caldo, o troppo freddo. Non capisco perché tutti dicono che per essere felici basta accontentarsi di poco. Ma poi ti guardi intorno e nessuno è davvero felice. Quindi nessuno si accontenta davvero.

Non capisco perché ogni giorno vedo invecchiare quello che mi circonda, ma non il ricordo dei momenti belli trascorsi insieme a chi ho amato.

Non capisco perché se mi osservo allo specchio mi vedo a volte uguale e volte diverso da quello che mi aspetto.

In certi casi poi ho lo sguardo di chi non è mai completamente a suo agio con se stesso. Così mi domando che cosa davvero non funzioni e passo minuti interminabili ad aspettare una risposta che non arriva.

La verità è che non sono il Goffredo del mio romanzo e mi sono stancato di dare sempre la colpa al destino. La vita non è una lotteria, la vita è una battaglia. Quindi sono fottutamente stanco della fortuna, del fato e di tutte quelle frasi fatte che mi racconto la sera solo per ripulirmi la coscienza.

Ogni notte ordino pensieri positivi, ma la mattina arrivano i dubbi a portarmi il conto. E anche oggi ho pagato. Anche oggi ho scritto e riletto lasciando il resto sul tavolo.

Non capisco perché quando comincio a digitare qualche frase sul cellulare dopo un minuto sono un fiume in piena. Ma se invece devo parlare guardando una persona negli occhi, mi blocco e tengo dentro tutto. Mi si stringe il petto. E mi gira la testa come se avessi bevuto.

Il problema è che penso spesso. Penso troppo. Ho gavettoni di pensieri nella testa così pieni che quando cadono allagano tutto. I gavettoni in estate mettono allegria, ma non tutti sono sempre disposti ad accettare di bagnarsi.

Non capisco perché alcuni giorni sono convinto di avere tutto quello di cui ho bisogno e in altri momenti temporeggio fissando il soffitto in cerca di una ragnatela che abbia le sembianze di uno scopo.

A volte cammino per le strade del centro di Roma e aspetto che mi passi. Ma non passa mai. Intanto la notte a forza di contare pecore per prendere sonno ho messo su un’allegra fattoria.

Non capisco se posso dire di avere un cuore puro anche se ogni tanto ho peccato di presunzione. Anche se mi piace il sesso in tutte le sue forme più creative.

Non capisco perché a volte ho paura. Non capisco quanto quel “niente” che mi rispondo scocciato quando mi chiedo che cosa ho, sia in realtà un universo di domande senza risposta. Domande che ormai conosco a memoria.

A volte scrivo perché temo di deludere le aspettative parlando. Che poi me ne frego altamente del giudizio degli altri, ma non di tutti gli altri.

Non capisco se devo temerlo il futuro. Avere timore di tutti quegli affilati domani che aspetto e che quando apro gli occhi al mattino mi accorgo che sono passati da un pezzo. Lasciandomi qualche segno qua e là.

Non capisco perché da bambini non si vedeva l’ora di diventare adulti. Avere una moto. Un’auto sportiva. Una casa. Essere indipendenti. E poi quando si diventa grandi vorresti solo tornare indietro a giocare con i lego e le bambole di pezza.

Forse anche sognare ha un suo prezzo e lo saldi a rate facendo un mutuo con la vita a tassi assurdi. Il tempo in fondo è il peggior usuraio che conosca. Gli dai la felicità in garanzia e in cambio ottieni una bicicletta a pedalata assistita, una lunga salita e mezza minerale liscia per dissetarti durante li viaggio.

Qualche volta penso di non aver fatto un grande affare a nascere. Così metto il broncio e smetto di pedalare per un secondo. Giusto il tempo di guardare negli occhi le persone che amo e pensare “No cazzo. Non mollo. Non ora. Non io.”

Poi una mattina ti svegli finalmente sorridente e tutti quei “perchè?” con cui ti sei addormentato si sono trasformati in un “Hai visto? finalmente c’è un bel sole stamattina!”

La vita va così e basta. E se passi troppo tempo a cercare di capirla smetti anche di amarla. Smetti anche di amarti. E se non sei in grado di amare te stesso come puoi illuderti di riuscire ad amare qualcun’altro?

Straparlo?

Se così fosse mi prendo senza problemi tutto il torto possibile e torno a migliorare il futuro invece che perdere tempo a correggere il passato. Alla fine è solo una questione di “accenti” messi nel posto sbagliato. L’otterrai. Lotterai. Lo terrai. Parole simili, significato diverso.

Oggi ho la curiosità dilaniante di chi vorrebbe guardarsi da un altro universo mentre si sveglia, perché non sa bene come andrà finire. Ma anche l’ottimismo di chi ha sempre un’alba da raccontare e un foglio bianco da riempire. In fondo puoi chiamarla vita solo se sai come si scrive.

Ieri sera ho bevuto Martini bianco con ghiaccio prima di addormentarmi. Ho anche cercato invano di guardare le stelle. Poi l’ho fatto di nuovo stamattina, aprendo gli occhi e zuccherando il caffe. Guardare il cielo, intendo.

Ci son cose che non finiranno mai. Come il verbo amare. Per me amare era dare tutto, anche troppo se necessario. Il poco non mi è mai appartenuto. Il poco lo lascio volentieri agli altri.

Il punto

14 maggio 2019

Sorseggio una birra fredda e gioco a separare coi denti un’oliva dal nocciolo.

Guardo le auto parcheggiate e mi chiedo quando è che sono diventato così schizzinoso.

Oggi c’è qualcosa nell’aria di soffice e irrespirabile. Forse è colpa di questo maggio indeciso che si cela sotto i cuscini. Che ansima forte. Che sussurra. Che si inginocchia.

Stanotte accumulo piccole distanze sotto a un cielo scontroso e coperto di nubi. Misuro la noia in pagine bianche ancora tutte da scrivere.

A volte la ragione è di chi grida.

Di chi dimentica.

Di chi nel frigo ho poca birra.

Di chi in cantina non ha vino.

Il punto della situazione alla fine è solo un ente geometrico infinitamente piccolo. E alla fine ogni notte è così.

Il correttore suggerisce “daje”

24 aprile 2019

Scrivo due righe. Giusto per dedicare un pensiero all’ultimo dei 21 film di una saga che mi ha fatto enorme compagnia in questi ultimi 10 anni.

“Avengers Endgame” è una montagna scalata tra un andirivieni di debordanti emozioni e contrastanti sentimenti. Occhi puntati per oltre oltre tre ore sullo schermo malgrado la proiezione fosse organizzata subito dopo la mezzanotte.

Una pellicola mitica, sorprendente, comica e destinata a milioni di appassionati. Si parte alla grande sulla falsa riga del film precedente. Lo schiocco di dita del titano Thanos che aveva ucciso il 50 per cento degli esseri viventi dell’universo in modo casuale. Morivano così molti dei protagonisti e dei loro familiari e amici, lasciando senza parole gli spettatori.

Si ricomincia scoprendo altri lutti, altre famiglie dilaniate. Poi il film prende una direzione e da lì inizia un dejavu (il correttore suggerisce daje) di ricordi, di memorie del passato, di specchi, di misteri svelati, inaspettati ritorni e attimi rivissuti.

Alan Silvestri si inventa una colonna sonora spietata. Spiazzante, intima ed epica. Fatta apposta per chi come me è partito dal primo film ed è invecchiato un po’ con questi supereroi. Non vedo l’ora di portare al cinema i miei nipoti.

Non c’è nessuna scena raccontata dopo i titoli di coda. Questo è l’unico spoiler che mi sono permesso e che leggerete qui. Sono uscito da UCI – Parco de’ Medici, sapendo che nulla sarà più come prima. E non sto parlando solo del film. “In fondo una parte della storia è proprio la fine.”

Inconsapevolmente

9 aprile 2019

Alle volte cedo al fascino dei titoli di coda. Quando i nodi si sciolgono e i fatti si compiono. Quando le strade si esauriscono e la vita scorre via discreta.

Il futuro è già una zona abbastanza a rischio per starsi a creare ulteriori problemi. Non servono frasi fatte che si sbrodolano, o azioni tanto epiche quanto inutili.

Alice si era soffermata tante volte a pensarci. A rinegoziare col tempo la neve che le cadeva sul viso. Non esiste niente di più affascinante di una donna con un’idea romantica della vita.

Conosco un’esistenza riservata a una certa categoria di persone. Eroi che ogni giorno si alzano, lavorano. E col pragmatismo ripagano tutti i più profondi desideri. Sopperiscono alle necessità e non hanno voglia di correre dietro alle cose banali.

Proprio questo modo di vivere “concreto”, disincantato e spiccio della vita, è quanto di più romantico e vero esista. L’unica aggravante è di poterlo realizzare purtroppo, o per fortuna, soltanto “inconsapevolmente”.

Dietro Castel S. Angelo

31 marzo 2019

E quindi? Quindi niente. Mi chiedo solo dove siano finiti tutti i sorrisi. Dove si è andata a nascondere la mia ironia.

Ogni tanto la vedo fare capolino. Sporgere da una qualche tasca. Temporaneamente perduta come gli accendini di plastica colorati.

Stasera ho intenzione di rubare la luna. A fin di bene, intendo. Ma non ditelo a nessuno. Ai lunatici soprattutto. Ai passanti solitari e a tutti quello che ci vedono riflesso un sentimento.

Ruberò la luna e me ne starò li a sentirvi giudicare in tutte le direzioni. Lui è uno sbadato. Lui è disattento. Lui è solo un multiplo di se stesso. Un incauto idiota. Un bugiardo.

Per questo continuerò a rubare. Per ritrovarmi perso nei vostri giudizi. Ancora e ancora. Ruberò l’orecchio a chi non vuole sentire. L’occhio al padrone. La logica alle scelte giuste. Il tempo a chi non ne riconosce il valore.

Ruberò la valigetta dei colori. Delle albe e dei tramonti. Dei “ti amo” frettolosi e di tutti quegli accidenti mandati, ricevuti e mai contabilizzati.

È stata una notte alcolica, quasi tossica. Senza luna il Tevere rifletteva una luce strana, tremolante, irreale. Una luce perfetta per costringerti in un angolo, sotto a un lampione. Quello in fondo alla solita strada che porta dietro Castel S.Angelo.

Quella che deve ancora arrivare

27 marzo 2019

Alice? Alice era una di quelle donne che quando ti guardava negli occhi era capace di farti scontare i tuoi peccati, fino alla decima generazione.

Lei poteva edificare un pensiero iniziando dal tetto, perché tanto era inutile sognare partendo delle fondamenta. Verbi come programmare, progettare, prevedere, osservare, provare, correggere.

Non che non ci fosse spazio anche per altri verbi. Era solo che serviva fare un’attenzione chirurgica per non appoggiarsi sempre e unicamente alla speranza di fare le cose giuste.

Alice diceva che la letteratura non era fatta per vendere, ma per appagare i sensi. Diceva che per guadagnare bastava scrivere come Fabio Volo. Poi un giorno improvvisamente lei smise di leggermi.

Alice spesso accarezzava un gatto e sorrideva. La pelle delle mani era chiara e il felino appagato socchiudeva gli occhi. Era felice. Ricordava storie della Sicilia e di Monmatre a Parigi.

Intanto i pensieri le scorrevano via, come scorre il traffico lungo il raccordo anulare. In fondo succedeva sempre e succede anche stasera. Come tutte le sere. Come una vita fa, o una vita che nessuno immagina e che deve ancora arrivare.

#non mi arrendo

25 marzo 2019

Non mi arrendo al tempo che si scompone, ai sogni che non si realizzano, ai rapporti umani che nascono e terminano senza un motivo.

Non mi arrendo all’esistenza, alle coincidenze che logorano, alle cattive amicizie, alle apparenze e alle banalità.

Non mi arrendo ai facili entusiasmi e all’ironia inopportuna che sa di tappo, al falso perbenismo acido come la birra calda e alle lezioni di vita impartite da chi di vita non sa un bel niente.

Non mi arrendo davanti a tutta questa indefinita e labirintica incomunicabilità, davanti alla camaleontica solitudine di certi momenti.

Non mi arrendo all’invidia delle persone che dovrebbero volerti bene e a chi ti tradisce nascondendosi dietro a patinate e spontanee complicità.

Non mi arrendo ai fatti e ai misfatti di questa esistenza, talmente assurda da non sembrarlo nemmeno più.

Non mi arrendo di fronte alle pagine bianche del secondo libro che forse non riuscirò mai a finire.

Non mi arrendo davanti ai miei indugi, alle mie insicurezze, a quel vagheggiare di pindariche idee e illusori pensieri che non sarò mai in grado di tradurre in realtà.

Non mi arrendo davanti a chi tenta di schiacciarmi la testa e non sa di poter essere schiacciato a sua volta.

Non mi arrendo alle implacabili emicranie, alle centinaia di aspirine mandate giù in questi anni e a tutti quei giudizi ingoiati e mai digeriti.

Non mi arrendo al sonno alieno di questa mattina, anche se come ogni mattina mi alzo e mi accorgo di non avere un piano per cambiare il mondo.

Non mi arrendo mai, davanti a niente e nessuno, tranne che allo sguardo luminoso e innocente di mia figlia.

Libero

19 marzo 2019

Il primo giorno Dio separò la luce dalle tenebre. Per Alice invece ogni giorno era luce. Ogni notte era tenebre. Fatta eccezione per quelle sere da ricordare, quelle con la luna smussata. Come stasera.

Dalla terrazza Alice la vedeva conquistarsi il suo spazio attraverso il buio sopra la piazza. Jep provò a distrarla con uno sguardo, poi con qualche smorfia. Lungo il profilo di quella donna traspariva l’inesorabilità della perfezione.

Intanto il tempo declinava il silenzio al passato, lasciando lo spazio al brusio dei passanti sulla piazza. La grande bellezza. La luce. Il buio e tutto ciò che non può essere pronunciato, si perse nell’azzurro degli occhi di Alice e nell’imbrunire incerto di un lunedì amaro.

Non poteva essere che così. All’alba del suo cinquantesimo anno di vita Jep si era reso conto che un uomo è uomo solo quando è lasciato libero di essere quello che è.

Una porta da sbattere

9 marzo 2019

E poi finalmente fai piazza pulita degli opportunismi. Dei dilettantismi. Dei falsi amici. Delle conoscenze con la data di scadenza. Dei pregiudizi e dei giudizi.

Rimangono solo le righe che tiravi sul foglio prima di calcolare il totale. Sempre e comunque a tuo favore.

Quello che mi piace della rabbia gridata è la sua verità. Il suo essere presente. Il suo astenersi da ogni controllo. La rabbia gridata non fa prigionieri. Non promette futuro. Non guarda al passato. Gli basta il presente e una porta da sbattere.

#alta marea negli occhi

2 marzo 2019

Le sensazioni positive, le frasi scritte, cancellate, sussurrate, gridate, dette e contraddette.

Le immagini colorate, le impressioni sbagliate, le decisioni affrettate, gli sguardi non ricambiati e i sogni ad occhi aperti.

La irrinunciabili curiosità, le deduzioni geniali, gli aggettivi inventati, gli avverbi e gli ossimori. Le figure retoriche, i verbi all’infinito, la punteggiatura, le dichiarazioni, gli intenti, le certezze, le paure, le frustrazioni, le fragilità.

E poi la gioia, i faccini tristi, i sorrisi sinceri, gli scheletri nell’armadio, le camice stirate, i jeans strappati, il sesso spinto, gli abbracci forti, la musica di nicchia, i libri, le mani nelle mani e le mani sugli occhi.

Speravo che tutto questo mi avrebbe trasmesso la serenità di cui ho bisogno. Ma ho costruito un castello di sabbia e parole, da guardare con l’alta marea negli occhi.

E tu chiudi gli occhi

19 febbraio 2019

Dilettantismi. Pregiudizi. Amori non ricambiati tra le pagine di un libro dimenticato sul divano. Charles Bukowski fa capolino dall’ultima pagina e si lamenta dei suoi amori perduti.

Intanto il tempo non scorre. Anche la caffettiera sembra non volerne sapere di tossire caffè. Il suo respiro si confonde col silenzio di certe storie disabitate.

È ora di riscrivere. È tempo di rileggere. È il momento di strapparsi una costola e riporla nella scatola delle scarpe al posto del cuore. Una sorta di maledizione degna di un “Pirata dei Caraibi”. La vita è un libro, o forse un bel film.

Che poi la maledizione peggiore che può arrivare addosso a uno scrittore è quella di saper osservare. Già, osservare. Perché osservare è più di vedere.

Osservare è il verbo che fa da incipit ai ricordi e lascia inciso sulla memoria un segno che poi improvvisamente si attiva.

Le immagini risalgono così le terminazioni nervose. Qualcuna nuota a stile libero contro corrente. Altre diventano solubili fino a sparirci dentro. E tu chiudi gli occhi per ritornare a far parte del tutto da cui provengono i momenti più belli.

#il giorno del non compleanno

7 febbraio 2019

La soluzione sarebbe semplificarsi la vita. Guardare senza studiare. Camminare senza correre. Scrivere senza rileggere. Mangiare senza gustare. E invece alla fine finisco col farmi carico di tutto. Degli umori. Dei sapori. Delle emozioni forti.

Rifletto sul percorso, in ogni attimo del percorso. E mi appesantisco la vita con quella parte di me che è alla continua ricerca di conferme. Quella che giudica e che si lamenta se poi non se ne esce. Quando invece si potrebbe vivere bene anche sapendo che c’è qualcosa da migliorare. Ma senza dannarsi cercando di farlo subito.

Piuttosto con calma. Respirare senza affanno. Alzare gli occhi e scegliere una luce a caso. Senza preoccuparsi che si tratti di un lampione o della stella più luminosa. Inventare orizzonti meno lontani. Intrecciare desideri possibili. Aprire e chiudere un libro accontentandosi di leggere una singola favola.

Buon “non compleanno” Alice. Magari domani attraversiamo lo specchio insieme. Stanotte invece aspettiamo che la penombra faccia le valigie, poi minuziosamente iniziamo a descrivere qualcosa.

Confido in una bella storia, un bicchiere di vino rosso e un destino più collaborativo. Confido nelle speranze che dicono al buio di farsi da parte. Nei sogni che senza farsi scoprire infilano nelle tasche la voglia di fare programmi. Nei ricordi più belli che se ne vanno via scodinzolando.

Senza quelle delusioni gettate a manciate dentro a un letto scomodo. Senza tutte quelle parole che ogni tanto grido e che non penso. Senza tutti quegli errori che lasciano spazio vuoto e che non sono mai stato in grado di riconoscere.


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