Amen

17 novembre 2019

Nei miei viaggi manca spesso il lieto fine. Magari un giorno dovrò rubarne uno. Non so ancora dove. Non so ancora come. Per ora so solo che è tornato il freddo e qualcuno un po’ peloso mi ha fregato una pantofola.

Le parole fuori posto ormai mi riconoscono e mi abbaiano sotto casa. Le porto a spasso. Fanno sempre più rumore che danni. Hanno probabilmente scoperto i miei trucchi e, a furia di annusare le cuciture, scoveranno presto dove nascondo tutti i miei sogni.

Nel frattempo gioco a tenere in bilico un calice. Le mani combaciano per un momento, divise da un amen e un tempo infinitamente piccolo. Quello che separa il presente dal passato.

Sull’equilibrio delle mie ginocchia si piega il capo dalla notte. Ma non mi annuisce. Non mi perdona. In fondo ogni demone avrebbe il diritto di guadagnarsi un posto in mezzo agli angeli tra i mille crimini del soddisfacente.

Alla fine sono quello che tiene in vita Jep. Quello che ascoltava Alice. Quello che cacciava il polpo nel bosco. Lo so, nessuno è “quello che prova”. Nessuno è “ciٍò che pensa”. Siamo soltanto “quello che facciamo”. Dettagli che alla fine portano comunque via il tempo.

Credo che l’errore più grande che può commettere un uomo alla soglia dei 50 è sicuramente il “dimenticarsi dell’esistenza di un dopo”.

#il portachiavi

14 novembre 2019

Le notti si somigliano tutte. Ovunque. In ogni luogo dove sono stato. In ogni posto del mondo. Forse dovrei ricominciare a giocare a scacchi. Solo bianco e nero. Abbandonare tutte le sfumature di grigio.

Non ho mai avuto la presunzione di ottenere un posto di prima fila in ogni universo che attraverso. Mi basterebbe una terza fila vista cielo stellato. Magari con un biglietto in tasca per il primo sogno che riparte.

Il mio problema è che mi guardo troppo dentro, così mi perdo tutto quello che succede fuori.

A volte credo che tu mi stia venendo in mente. Allora mangio un dolce, mi lecco le dita e sento il sapore di una certa esistenza. Lo sento ovunque intorno a me.

Resistergli è un conflitto e lottare con i bei ricordi è come fuggire con il Re nero quando tutti gli altri pezzi neri della scacchiera sono ormai caduti.

Intanto i pensieri si accalcano come pedoni ai margini della battaglia. Sento l’eco di scudi infranti e lance spezzate.

Vedo il mio esercito in rotta col passato. Mentre un sorriso di donna campeggia trionfante sui lineamenti indefiniti di un’alba malinconica. Figlia di una serata troppo alcolica.

Stanotte ho provato a bere senza fermarmi un secondo. Ho ripensato a un certo Hemingway, a Bukowski, a Victor Hugo. E ho cercato di riconsiderarmi, nei limiti del possibile, uno di loro.

Ho cercato quel brivido empirico in una visione di me stesso a cui credere. Un’immagine che potesse essere fisicamente vera.

Il punto è che sto lentamente scivolando, ma non so dove. Cammino lungo un crinale in bilico tra un affascinante ricordo e un malinconico abbandono. Avanzo e mi chiedo a che punto di quel libro io mi trovi.

Come “quale libro?”

Il coso no?

Ho il ragionevole dubbio di trovarmi arenato nella stessa pagina, fermo tra le parole di sempre. Stretto tra la spietata consapevolezza di aver già letto e la terapeutica speranza di non essere il primo personaggio destinato a lasciare la scena.

Stamattina il cielo è limpido. A Cuba non fa mai freddo. Indosso solo una camicia fiorata fuori stagione, ma ho la sensazione che l’autunno mi insegua da sempre.

Se guardo intorno metto in dubbio i colori. Il giallo del sole, l’azzurro del cielo, il bianco delle nubi, il rosa pastello di queste vecchia Cadillac anni 50, noleggiata a cifre esagerate, senza propositi certi.

Stamattina ho una mia corretta definizione cromatica. Mi vedo scorrere in una pellicola bianco e nero anni trenta.

Luce impacciata e un timido Charlie Chaplin con cappello nero che recita, pensa e scrive. È un film muto che non sa di niente, eppure riempie.

Poi un’alba. Rallento. Ci penso.

Asciugo un ricordo.

Strizzo gli occhi e sorrido per finta, perché il mio migliore amico mi sta guardando. Perché non mi sono mai piaciute le faccine da Pierrot.

“Lo sai? Avrei voluto invitarla a cena per il mio compleanno.”

“Chi?”

“No, niente…”

Sono un fumetto. Mi attacco a un pensiero felice e volo tanto per farlo.

Va tutto bene. Credo. Ho fiducia nella lucida follia. In quel suo nascondersi tra le pieghe di un poderoso starnuto in questa scontata, feroce e umanissima quotidianità.

Intanto il Re nero indietreggia. Se ne sta in fondo, accanto al bordo scivoloso di questa scacchiera. In attesa paziente di una mano che ne assicuri la dolente cattura e ne sancisca la tanto agognata fine.

Lui non ha un portachiavi. Uno di quelli che quando fischietti suona. Quel qualcosa di tecnologico a cui si legano le ultime possibilità di un ritorno a casa, quando non ricordi dove hai lasciato le chiavi e ti senti un po’ perso.

È un incanto

9 novembre 2019

Nessun progetto nasce da solo. Nulla di quello che sogno può fare a meno di me. Perché alla fine tutto quello che spero è solo vederlo realizzato. Insomma, voglio che accada veramente.

Vivere. Non mi sono mai sottratto dal farlo. Si, qualche volta mi sono scontrato con la realtà che non ti aspetti. Inciampando. Cadendo. Sentendomi a volte inadatto. Altre volte inadeguato. Per rialzarmi lentamente, il più delle volte deluso e ammaccato.

Altrettante volte mi sono fermato davanti a uno specchio per ritrovarmi come ero. Le stesse espressioni di sempre. Stessi capelli. Più o meno le stesse rughe. Ogni tanto gli stessi sbagli da raccontare. E sempre, immancabilmente, lo stesso modo di dialogare con le mie emozioni.

Non è semplice fare della propria vulnerabilità una forza. È come illudersi di cedere il controllo alla vita stessa. E io lo faccio con lo stesso ottimismo di una barchetta di carta che si accinge ad affrontare un fiume in piena.

Ingenuamente. Consegnandomi all’acqua. Non sapendo del tutto dove siamo le rapide. Ma comunque convinto di arrivare al mare.

Lo so, tutto questo può sembrare banale e magari lo è. Ma il minimalismo è un dilettantismo di difesa. Il mio dilettantismo di difesa. Un comportamento che tengo spesso nel tentativo di dare un possibilità a tutte le mie più assurde personalità.

A me piace pensare che questa autoironia sia la miglior difesa. Aiuta ad avere la percezione di quale sia il proprio ruolo e come lo si svolge, con quale qualità.

Ecco. Mi è appena arrivato un messaggio sul cellulare. È di mio padre. Mi ricorda di guardare la partita domani. Dice che il bello deve ancora arrivare. E quindi?

Quindi niente. Mi metto ad aspettare. Credetemi, lasciar correre il tempo è un incanto. E somiglia molto allo “sperare”.

Ci sono giorni

7 novembre 2019

Forse avevano ragione i PFM a ritenere Settembre il mese delle impressioni. Che poi non si discostano neanche molto dai pensieri di ottobre e novembre.

O magari sono io che ho il potere di illudermi in maniera spietatamente creativa. Non ho alcuna voglia di partire. Eppure implacabilmente devo. Non trovo nemmeno lo spazzolino da denti.

Chiudo la borsa tirando la zip e sono pronto. Per cosa poi, nemmeno lo so. Sorrisi di circostanza, strette di mano, pacche sulle spalle.

Ci sono giorni in cui mi riconosco nella fisica degli accendini. Quelli che passano di mano in mano. Li cerchi in giro. Li ritrovi nel cassetto dell’auto, poi spariscono di nuovo per riapparire dopo mesi in una tasca a caso.

Insieme

1 novembre 2019

C’era una volta un giovedì. La foto di un abbraccio. C’erano un caffè che tossiva e le bustine di zucchero sul tavolo, allineate come tanti indecisi alleati.

C’erano i bambini che correvano in strada come finti pipistrelli. E poi i sorrisi portati via tra le caramelle.

C’era una volta un giornale sgualcito. Le mani “sporche” e l’odore di acqua ragia.

C’era un gigante buono, il rumore di biscotti spezzati e il volume del brusio che investiva la piazza. Che disarmava i curiosi. C’era un suono di sirene a portar via santi in paradiso.

C’era la pioggia fuori dalla porta. E il chirurgico ticchettio dell’autunno a far da avversario al tempo. Quello che non torna.

C’erano una volta nuvole lontane e navi alla deriva, convinte di avere ben salda la vela.

Jep aveva tempeste di pensieri nella testa e l’abbraccio di un amico che gli faceva da timone. Nel mentre una nube dalle sembianze di drago prendeva forma all’orizzonte. Una meravigliosa imitazione della vita da affrontare insieme. Laddove finiscono i palloncini.

#misere cinque assi

27 ottobre 2019

Credo nell’amore. Ci ho sempre creduto. Credo nell’ispirazione che nasce dall’ammirazione verso un’altra persona. Credo anche nel mestiere di amare. Credo in Prevert e Khalil Gibran. Credo che il primo dovere di ogni uomo innamorato sia quello di soddisfare. Di proteggere. Di interessare, coinvolgere e realizzare i desideri dell’altra.

Credo che tutte le relazioni sane debbano contenere dei misteri insondabili. Delle circostanze inspiegabili. Dei ragionamenti per assurdo. Credo negli inizi di ogni storia, temo le parti centrali e ho il terrore dei finali. Credo nelle relazioni forti di persone con caratteri forti. Uomini e donne che sognano qualcosa, che hanno bisogno di qualcosa e agiscono per ottenerlo.

Credo nei protagonisti, negli antagonisti, negli obiettivi mancati che insegnano e negli ostacoli superati, o presi in faccia. Fa lo stesso. Credo che i desideri concreti siano più forti di quelli astratti. Credo nella tensione. Nell’emozione di un’attesa, nel dramma di un rifiuto, e nella suspense di una risposta difficile.

Credo che si impari più dal passato, che non rinnegandolo il passato.

Credo che ogni bella persona abbia comunque i suoi segreti da custodire, le sue idee da difendere, la sue potenzialità da esprimere. Credo nella sincerità di un pianto e nelle mille possibilità di un abbraccio. Credo nella natura umana delle scelte. Nel rispetto dei sentimenti. Anche quelli non ricambiati. Credo che le domande più profonde della nostra anima siano più importanti delle risposte.

Credo che un uomo innamorato sia un poeta travestito da architetto. Credo che amare sia il mestiere più difficile. Sottopagato. Sottostimato. L’amore è un ponte. Che parte dentro di noi e porta dritto al cuore degli altri. Un ponte. Già. Detto così non sembra molto. Sono solo misere assi di legno. Nei casi migliori è ferro. Niente di che. Ma ci si emoziona così tanto per tutto quello che ci può passare sopra. E senza mai restare troppo tempo a chiedersi, “reggerà?”

Un amore non nasce da solo. Non è un desiderio nascosto tra le sinapsi di una testa. Ma un sentimento in cui credere, che si manifesta con devastante prepotenza e che ti chiede di vivere. Senza trama. Senza copione. Senza finali a sorpresa.

Bisogna però saperlo fare. Amare intendo. Perché quando ci si innamora e non si è mai veramente pronti a farlo. Ci si confonde. Ti sembra di sapere alla perfezione sempre tutto quello che va fatto, ma in realtà non ne sai nulla.

Agisci a caso. Nella convinzione che ogni passo sia nella giusta direzione. Mosso soltanto dal bisogno di affetto, dalla confusione e da una crescente carenza di attenzioni. Per questo oggi io dico che prima di innamorarsi ci vuole prudenza. Ci vuole cautela. Saper rimanere in ascolto. In equilibrio su quelle misere cinque assi. In paziente attesa che arrivi il giorno in cui nessuna domanda sarà più così difficile, e nessuna risposta farà più tanta paura.

Tutto torna

26 ottobre 2019

Passeggio per i vicoli del centro di Roma. Indosso quei blue jeans strappati che fanno tanto moda e un paio di scarpe da ginnastica fucsia. Unico compromesso sportivo di questa notte. Per fortuna ho uno di quei k-way fantasia militare a proteggermi dai miei stessi pensieri e dall’umidità.

Ripenso a quel giorno in cui stavo passeggiando come adesso. A quell’artigiano che a tarda notte era quasi ossessionato dal lavoro nella sua bottega in via della lungara. Oggi invece la serranda è chiusa. Quella sera ricordo che mi ero affacciato, gettando uno sguardo. Gli chiesi se era la passione per i mobili antichi a farlo lavorare fino a tarda notte.

Lui ricambiò il saluto e mi rispose gentilmente.

“La verità è che non mi interessa davvero. È un modo come un altro per stare da solo con i miei ricordi. A ripensare alle cose che mi sono state dette .” E intanto continuava a impagliare una seduta. Lentamente, ma senza sosta e soprattutto senza accennare a fermarsi.

Lo salutai con un cenno del capo.

E già. Forse non pensiamo alle cose quando ci vengono dette, ma quando giungono a noi. Attraverso il silenzio. Attraverso il tempo. Attraverso una solitudine ricercata e preziosa. Questa distanza tra timpano e intimità può durare anni.

Per esempio oggi capisco che la fine di un qualcosa può essere anche la “bellezza di accettarne la fine”. Rispettarla. Attendere altro. Capisco che il discorso sulla necessità di rivedere certe scelte e ascoltare alcuni consigli magari mi arriverà col tempo. Nessuna fretta. La vita non è distratta. E soprattutto nessuna parola d’amore si perde mai davvero. Alla fine tutto torna.

E poi

22 ottobre 2019

E poi arrivarono gli occhi e si presero la rivincita su tutto quello che non erano riuscite a fare le parole.

Godendosi il panorama

17 ottobre 2019

Scrivere è una trappola dannatamente dolce. Ti cattura, ma sa anche lasciarti andare. Stanotte mi nutrivo dei sorrisi avanzati da qualche altra storia. Prendevo la luna per mano finché lei si lasciava afferrare. Poi mi accarezzavo le cicatrici dei sogni passati.

La scelta di ridurre al minimo le cose noiose nella mia vita mi allontana spesso da casa. Le persone che ho conosciuto in passato mi attraversano la testa e io stesso faccio parte di questo flusso.

Ricordare è facile. Scordare un po’ meno. Eppure servirebbe un gesto condizionato. Una “forma mentis” dedicata a tutte quelle persone che hanno pensato di poter occupare un posto nella mia vita. Di potersi accomodare sui miei sentimenti e di restare lì, a bere uno spritz godendosi il panorama.

Un jep

9 ottobre 2019

Vieni. Qui c’è lo spazio destinato alle cose belle e discutibili. Una cena non convenzionale. Un film dannatamente coinvolgente. Forse “scorretto”, ma non per questo meno godibile. Città Alta, ma solo dall’esterno.

La statua di un leone che vomita acqua in una fontana. Una vista mozzafiato. I primi freddi. Un viale alberato a metà strada tra un brivido e una stella cadente. E in mezzo alla strada un Jep che deve solo rimanere vigile. Mettere distanze. Riscoprire la qualità della presenza.

Da quando ho superato i quaranta, lo sguardo verso i fatti che accadono si è fatto più attento. Più personale. Più penetrante. E giunto alla soglia dei cinquanta posso dichiarare di essere diventato quasi un perfetto osservatore. Dico quasi perché a questo mondo, come dice spesso mio padre, non si è mai davvero sicuri di nulla. E mio padre ha “quasi” sempre ragione

Un racconto qualunque

1 ottobre 2019

Viaggiare è un verbo spietatamente transitivo. Vuole sempre una meta e un posto al quale fare ritorno.

Viaggiare. Velocemente. Senza un complemento di causa efficiente.

Viaggiare in piedi o rigorosamente seduti. Dietro a un ricordo. Un numero dispari. Cento colpi di spazzola.

La strada del ritorno poi è la stessa. Sempre troppo solo. Mai veramente da solo. Altri passeggeri. Troppi. Altre storie.

E Alice? Potrebbe essere passata di qui.

Potrebbe esserci stato davvero chiunque. E questo potrebbe essere nient’altro che un racconto qualunque.

Profonde e scure

16 settembre 2019

Comico. Non ricordo dove ho riposto le cose belle. Quelle che avevo messo da parte. Non ricordo dove ho lasciato i miei cuccioli di drago e tutti quei gingilli infuocati che utilizzo per tenerli occupati.

C’è un ragno che si sta calando dalla tela sul soffitto. Forse fugge i suoi demoni. Tra poco è già domani e io ho ancora la bocca piena di parole. Gli occhi colmi di colori.

Se li chiudo posso ricostruire cattedrali, castelli e draghi nell’aria. I sogni, quelli no, quelli stanno ancora serviti in tavola e mi guardano attraverso il bicchiere vuoto. Aspettano una di quelle Ichnusa gelate di cui ogni tanto riempio il frigo.

In fondo siamo interpreti. Recitiamo un copione dettato dalla vita. E in cambio di ogni buona performance otteniamo qualche minuto per metterla di nuovo in pratica e una mezza minerale. Per le sete. E quindi?

Quindi niente. Mi sento un dilettante. Molto simile a quei bambini che si schiantano col naso sulle vetrine, perché credono solo a quello che vedono e ignorano l’invisibile.

E io mi trovo qui, a supporre che ciò che vedo sia davvero come lo sto vedendo io. Perché non sono mai riuscito ad assumere il punto di vista di un altro. L’ho solo presunto. Non sono mai diventato davvero lui.

Diventare poi, non è semplice. Richiede molto coraggio.

Per diventare devo accettare di annullarmi. Di non identificarmi in questo “me stesso” che porto in giro con orgoglio da quasi cinquant’anni.

Sono stanco. Stanco dei miei occhi. Saturo delle mie parole e delle mie idee. Stanco di tutte le mie risposte. Quelle che do, quando invece dovrei darne altre.

Jep una volta, a riguardo, mi disse: “Lo sai? Significa che ti stai allontanando troppo dalla riva. Significa che le acque stanno iniziando a essere profonde e scure. Significa che è quasi ora di tornare indietro.”

Non va mai così

31 agosto 2019

Stamattina riemergo dall’illusoria convinzione di poter scegliere il meglio tra le cose che succedono. Di poterle gestire. Eppure le cose si limitano a succedere senza chiedere alcun permesso. Fatto. Conseguenza. Punto.

Spesso sbaglio. E quando accade mi piego e raccolgo le briciole dei discorsi fatti e disfatti. Quelli dove volevo aver ragione a tutti i costi. Quelli con le cose giuste gridate in faccia e quindi sbagliate. Raccogliere briciole fa un po’ Hansel, ma non ho mai trovato una casina di marzapane.

Oggi incasso il colpo in una ripresa interrotta a metà. Mi contano. Mi scontano. Intanto disinnesco giudizi. Sono un cercatore di significati e vorrei sempre chiuderlo il cerchio. Tirare una riga. Contare i “ciao come stai” e confrontarli con i “bene grazie”. Fare quindi una sintesi di ogni storia. Di ogni viaggio. Di ogni incontro. Di ogni amore.

Ma non va mai così. Non decido io. Non scelgo quale frustrazione incontrare, quando incontrarla e per quanto tempo lasciarla libera di girare tra le mie parole.

#relatività galileiana

27 agosto 2019

Chissà qual è stato il primo colore al mondo. Forse il bianco. Sicuramente non l’azzurro? O magari nessun colore, ma solo perché qualcuno adorava creare prima la notte.

Non si può riprodurre due volte la medesima identica emozione. Non puoi subire due processi per lo stesso reato. Eppure ci si può arrabbiare per lo stesso motivo. O sentirsi rivolgere due volte la stessa domanda. Dalla stessa persona. Anche se a quella domanda hai già risposto.

A volte vorrei seguire l’esempio dalle meduse. Rispondere con un liquido urticante. Oppure piombare inaspettatamente sulla schiena di qualcuno e poi finire in terra, spiaggiato sul bagnasciuga. O magari comportarmi come in inverno sotto il piumone e rispondere con i piedi freddi.

Potrei anche seguire l’esempio dello stretto di Messina. Presentare un progetto non approvato di ponte irrealizzabile. E poi convincere tutti che gli spazi vuoti si possono superare con un bel salto e una lunga rincorsa. Giusto per vedere qualcuno bagnarsi un po’.

Il mio è un universo semplice. Di architettura galileiana. Fatto di legami invisibili che uniscono tutte le cose. Dove non puoi recidere una rosa senza turbare una stella.

Un posto dove le cose meno importanti di te continuano a orbitarti intorno e tu vai avanti senza nemmeno sapere il perché. Convinto che fuori sia tutto fermo e che in fondo, ma proprio in fondo, alla fine vada bene così.

Buon appetito

25 agosto 2019

Scelgo birre gelate. Bicchieri ignoranti. Etichette nazionali che trovo solo nelle trattorie in centro.

Soffriggo bene il guanciale nel proprio grasso. Uso le mezze maniche. Una pasta comunicativa.

Mescolo parmigiano e pecorino a freddo, insieme alle uova e mi arrendo all’idea che dopo la prima spadellata gli schizzi arriveranno ovunque.

Scelgo una colonna sonora adatta. Luca Barbarossa che canta “la dieta”. Un antidoto alla noia. Curo i colori come se fossi un medicromatico.

Prima il bianco della chiara dell’uovo, poi il giallo scuro, poi tutti i rossi, infine i riflessi chiari che non anneriscono col pepe.

Benedico il macinapepe che non lascia cadere una granella troppo grande. Inopportuna. Poi aspetto il temporale. Lo hanno annunciato su Roma, ma niente. Nessun lampo. Nemmeno un tuono lontano.

Per lui avrei lasciato l’ultimo sorso di birra, e canticchiato la filastrocca dell’addio.

Pensavo a quello che rimane dei posti dove sono stato. La bellezza dei luoghi alimenta i ricordi, le sensazioni nutrono la memoria.

Ma se qualcosa ti rimane nel cuore è perché ti rammenti come eri in quel luogo, in quel momento, con quella persona o magari da solo. A me succede così. Ma io sono strano. Difettoso.

Apro la seconda birra prima di mantecare la pasta Termino il soffritto. Lo guardo come si guarda una donna coi lineamenti di un angelo. Ti voglio bene, penso. E poi sussurro un buon appetito che somiglia a un arrivederci.


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