Donne che danzano

1 marzo 2026

Ho visto immagini di ragazze che ballano. Non nelle piazze o per le strade. Non nei posti che un regime spietato riservava a impiccagioni dimostrative e a una pedagogia di proiettili veri. Apologia e atti infami di un regime abituato a impiccare anche i minorenni con oltre 32.000 giustiziati.

Quelle donne ballano sui tetti e sui balconi di casa, perché per anni l’aria è stata l’unico spazio non ancora completamente requisito dallo Stato. Come nelle manifestazioni della repressione, si tolgono il velo. Cantano. Gridano. Piangono di gioia.
Magari che so, sono tutte immagini generate dall’intelligenza artificiale.

Peregrinando sui social la mattina per motivi intestinali, una differenza disonestamente intellettuale l’ho notata. Impiccare per rappresaglia donne e bambini puó generare silenzio istituzionale e moderato sconcerto.
Ma colpire un regime, tra l’altro in modo straordinariamente chirurgico, invece genera collisioni ideologiche e “Preoccupazione profonda.”

Il diritto internazionale, in certi ambienti, è come i neon di quei parcheggi di fronte a Esselunga a Bergamo. Si accendono, tossiscono, si spengono. Mai a comando, sempre a caso e mai dal lato giusto da illuminare. Quello dei 32.000 innocenti morti. E non li ho contati. Sono soltanto andato a leggere, perché anche io ignoravo.

Sui social e non solo, 32.000 giustiziati sono tollerabili. Ma una risposta militare chirurgica è tragedia cosmica e politica.

Per fortuna ci sono poi quelle donne che danzano. Ridono. Respirano libertà. Non citano trattati. Non parlano di equilibri multipolari. Non analizzano la postura strategica dellle organizzazioni internazionali. Magari ricordano solo un parente giustiziato. Una profonda ingiustizia. E per la prima volta non rischiano di essere impiccate per averlo fatto. Un gesto infinitamente più trasparente e politico di qualsiasi dichiarazione indignata a microfono acceso, o spento, dal vivo, o riportata sui social. Poi vabbè, ognuno è libero di pensarla come gli pare. Io la penso così.

Fiero e abbandonato.

4 agosto 2025

Ed eccomi qua. Con lo sguardo immobile che inciampa nel tempo. Prigioniero di un futuro che si muove tra il detto e il contraddetto.

Ogni notte i miei polpastrelli si addormentano sullo schermo di un iPhone. Sono dita che si muovono con in cerca di un pensiero da condividere. Un ricordo. Un brindisi da ripetere. Un ragalo da scartare ancora.

Per poi tornare ad essere un pugno chiuso.

Senza superare nessuno

21 dicembre 2023

Esiste un’idea. Quell’idea squisitamente umana che si debba sempre vincere, che si debba arrivare sempre e comunque avanti. Prima degli altri. Prima dei propri problemi. Delle proprie debolezze.
Resistere. Lottare. Reagire.

Ma non è sempre un fare automatico e soprattutto non è sempre possibile.
In certi casi il tempo trascorre in modo anomalo. Quando sei a letto e non stai bene. Quando i sensi non rispondono come al solito.

Quando le giornate scorrono uguali dentro una stanza ed è tutto un messaggiare, rispondere, aprire e chiudere decine di pensieri come porte. E poi sforzarsi di ascoltare, rigirarsi, spostare. Ringraziare. Rassicurare. Attendere, per capire se e come stringere. E poi sorridere ancora per non mostrarsi deboli.

Da troppi giorni un minuto è un minuto, ma non capisco quanto durerà. Così mi ostino a chiudere gli occhi e dormire.
Ho sempre vissuto in equilibrio sulle decisioni da prendere e so che le luci che vedo al centro di questo percorso sono illusorie.

Amo il limite, i suoi lati più oscuri. Adoro puntare le zone d’ombra con il rischio di raccogliere solo quei dolori e quelle delusioni che oggi sono l’unico tabù vero che abbiamo, in questo emisfero condizionato dall’apparenza.

Quando non stai bene puoi tranquillamente abbandonare sulla scrivania titoli, soldi, progetti e reputazione. Non servono.

Puoi farti scivolare tutto addosso e limitarti a vivere. Senza dover superare nessuno. In una sorta di complicità criminale rispetto a questa assurda logica che sembra seguire il mondo. Raggiungere tutto ad ogni costo.

Oggi sono senza le parole giuste e il mio amico Fabrizio mi prende in giro. Sorrido. Colpa di tutti quei miei tentativi, andati a vuoto, nel tentativo di dire ciò che non si può e non si deve dire.

Accadrà

6 gennaio 2023

Quello che deve accadere accadrà senza essere nemmeno previsto, senza essere minimamente controllato, senza neanche il tempo di essere giudicato.

Più tempo

25 settembre 2022

Esco dalla cabina 9156. Un numero come tanti. Percorro diramazioni di corridoi senza un’architettura interessante e vado a prendere qualcosa di fresco sul ponte 15.

Oggi il mare sembra un universo a parte e questo tavolino in tek rappresenta il mio territorio. Inizia dunque il mio rispettoso silenzio verso il mondo che scorre. Quello necessario durante una giornata.

Uno spritz e mezza bottiglia d’acqua gassata. Mi alzo per ritirare lo spritz e rimango anche per pagare. Niente soldi. Tutto elettronico. Non è breve perché c’è un po’ di coda. Alle mie spalle intanto sento starnazzare un nugolo di ragazzini dall’accento nordico che scherzano.

Quando mi giro mi rendo conto che devono aver giocato con le bottigliette d’acqua, le loro e probabilmente anche con la mia. Suppongo che l’abbiano bevuta in parte, ma senza dubbio l’hanno toccata, perché è in un altro punto del tavolino.

Non dico nulla, anche se in tempo di COVID è ovvio che non berrò più quell’acqua. Bevo invece il mio spritz e penso ai dati che mi ripeto sistematicamente nel processo di valutazione delle strutture alberghiere.

Nel susseguirsi estenuante dei più e dei meno, dei molto, dei poco e degli abbastanza, è quella la richiesta che faccio a me stesso. Per quanto tempo ho ancora tempo.

Chiedo al tempo stesso di declinare una totalità cui possa ancora surrogare con mille piccole decisioni. Mille relatività soggettive. Perché quando il gioco si fa duro l’intelletto si impone con evidenza, ma ha bisogno di più tempo. Io ho bisogno di più tempo.

Fuori sta piovendo

18 agosto 2022

Leggo i programmi elettorali e da destra a sinistra mi vengono i brividi. A volte vengo addirittura rapito dal dubbio di non essere sullo stesso pianeta, di non condividere le stesse problematiche.

Andremo, prima o poi, incontro a carenze idriche epocali, a speculazioni sulla vita e sulla morte delle nostre aziende, ormai boccheggianti, a vantaggio dei soliti gruppi stranieri. A incredibili emergenze climatiche e a nuove emergenze sanitarie, o definite tali. E poi alla fame. Ai conflitti di classe, che sembra qualcuno voglia in qualche modo esasperare. Alla vera povertà economica e a quella d’animo che pare caratterizzare ormai tutte le generazioni.

Ma non vi fate un po’ schifo voi, si proprio voi, dilettanti e cialtroni della politica che aspettate queste elezioni come si aspetta una preda da azzannare. Dico non vi fanno rabbrividire quegli occhi davanti allo specchio, quando vi aggiustate il colletto. Che si tratti di un nodo alla cravatta, un foulard, o un collarino bianco, poco cambia.

Fuori sta piovendo e non frega un cazzo a nessuno. Ma, grazie al cielo, sono vivo. Sto bene. Le persone che amo stanno bene. La mia attività sembra reggere l’urto di bollette decuplicate e costi alle stelle. Ma non so per quanto.

Io continuo ancora a fermarmi ai semafori rossi. Ma non dovrei. Il mio sguardo si riposa tutto intorno, mentre la pioggia continua a scendere lenta. In giro pochi ombrelli e nessun cappello.

Penso a un libro che sto leggendo. Al fatto che non può esserci un dovere o diritto sociale senza un concetto chiaro di dovere o diritto personale. Il poter fare tutto quello che è nel proprio diritto finisce quando la persona pensa di aver diritto di poter fare tutto ciò che è in suo potere. E’ il potere che si inscrive nel diritto, non il contrario. E questo lo stanno dimenticando le nuove generazioni, ma soprattutto i politici.

La vita intanto scorre sotto questa pioggia leggera, opportuna e inadeguata. La pioggia rende Bergamo ancora più sconfortante, vince lei. In più questi continui commenti di giornalisti che non chiariscono il perché tutto sta andando in malora.

Tutto questo abuso di diritti che si esercita sgretolando i propri doveri, eppure credo che la chiave della giornata sia camminare sotto la pioggia. Un passo alla volta. Non ci sono altre strade che andare avanti, fare il tuo e sperare che il buonsenso trionfi e non abbiano vinto loro.

Donbass

26 febbraio 2022

La guerra. Le decisioni difficili. La disinformazione. La controinformazione.

Nel 2014 un boeing 777 in viaggio da Amsterdam a Kuala Lampur cade sorvolando la zona del Donbass. 298 morti. Alla fine, dopo aver accusato i separatisti russi si appura che è stato un missile ucraino fuori controllo.

Missile?

Era il 2014. Diamine. Ma allora la guerra c’è da prima. E che guerra è? Civile? Etnica?

La guerra è sempre deprecabile e in questi 8 anni pare ne stessero pagando le spese anche in quella piccola zona di mondo. Oltre 15.000 persone decedute, tra cui 700 bambini. Asili nido rasi al suolo? Quello veri. Non le notizie che si sentono in tv e che parlano di scuole rase al suolo piene di bimbi ucraini. Certo! in queste settimane immagino quante scuole siano aperte di notte, stracolme di alunni. O di giorno penso alla madre ucraina del bimbo mandato a scuola dopo un bombardamento notturno. Con borsa e merenda. Puttanate.

Tutto abbondantemente documentato invece lo scontro storico nel Dombass. Ma allora perché si condanna l’intervento russo e non l’immobilismo europeo?

Non me la sento di accendere luci e sentirmi parte di un qualcosa di sbagliato come la guerra, e tu presidente Ucraino non sei certo migliore del Putin di turno.

Non me la sento di condannare popoli quando per anni e a causa di precari equilibri legati a interessi economici si è giocato ad ignorare.

Siamo peggio di quei carri armati di plastica del risiko presi a calci dal gatto di casa.

Le decisioni difficili di un capo di stato in un percorso di pace o di guerra sono solo una questione di tempo, opportunità e logica. Nel Donbass per la gente il nemico non è il capo di stato ma il dirimpettaio. La persona qualsiasi che può fare del male, o rispondere al male subito. E si poteva farlo “giusto o sbagliato”, quando si voleva, solo perché si pensava di essere nel giusto, e già comunque in guerra. Ma a pagarne le spese erano davvero e purtroppo civili innocenti.

Nella Donbass i tumulti sociali sono da 8 anni specchio di quelli personali, che spesso ci si trova ad attraversare nei processi evolutivi e generazionali. E che costringono persone come me a domandarsi se, come e quando toccherà a noi difendere chi amiamo.

Quando ciò che si ama è in pericolo i cuori battono con prepotenza e di notte non si dorme, si ha paura del mattino che verrà. E questo valeanche per le brave persone di ogni credo e nazione che nel mondo stanno pagando le conseguenze di guerre civili e non oltre all’immobilismo Onu, Nato e quant’altro.

Credo che nel nostro cuore ci siano tanti modi di fare qualcosa di sbagliato, ma che siamo costretti a fare. Ma anche tanti modi di ringraziare, di chiedere scusa e di andarsene via per sempre.

Quindi niente…

6 febbraio 2022

Se voglio avere titolo di desiderare devo rimanere nel mondo reale. Restare un addetto ai lavori. Stancarmi su questa quotidianità, quotidianamente, per capire quali opportunità offra. Sforzarmi di essere migliore.

Stanotte sarà il mio compleanno e mai come adesso provo un debordante bisogno di ordine estremo, di trasparenza, di perfetta armonia. Nulla a che vedere col caos di questi ultimi 2 anni e dei prossimi a venire.

Perdere di per sé fa male, ma chi dice che sia davvero un male? Se mi libero di questo equivoco, colgo l’aspetto interiore e meraviglioso della pur disastrosa incompiutezza di questi ultimi anni.

So che posso ricostruirmi qui tra le mie rovine, anziché evitarle. Posso ritrovare il punto di equilibrio che ha reso questa mia vita perfetta e degna di essere vissuta. Posso quindi limitare i miei limiti e ripartire.

E se è vero che ogni capitolo della storia è fatto per essere scritto, è anche vero che ogni momento del mio passato ha contribuito a portarmi qui. Ora. Ogni passo è parziale rispetto al percorso, ma concluso e consapevole di se stesso.

Sono una mente fortemente pensante, che necessita di una qualche manutenzione, ma anche la peggiore versione di me saprebbe osservare il meraviglioso stato delle cose che ci aspetta, qualunque esso sia.

E quindi?

Quindi niente.

Buon compleanno.

L’errore fatale

8 dicembre 2021

Dare il massimo. Riconoscerlo eppure sapere che non può essere abbastanza. Il massimo non è soltanto quello che riconosci come meglio, ma soprattutto quello che sei in grado di fare fisicamente ed emotivamente.

Poi un giorno ti rendi di conto che non è bastato. Eppure quello era o credevi fosse di fatto il meglio di te. Certe volte invece il meglio è un vero disastro. Certe volte è una tragedia. Ma per arrivare a questa consapevolezza bisogna ogni tanto percorrerlo. Cosa?

Quel sottile percorso che porta all’errore fatale .

Inferni

23 luglio 2021

Credo che anche Dante ne fosse convinto. L’inferno è un posto troppo facile da descrivere e ognuno ha il suo.

Inferno è la paura di sbagliare. È intolleranza. È incomprensione.
Inferno è quello che proprio non capiamo. Quello che non siamo disposti ad accettare.

Un sentimento dannato. L’angoscia di essere, oppure di non essere abbastanza. Di non avere abbastanza. Inferno è sentirsi soli. Inadatti. Anonimi dinanzi al pensiero comune.

Eppure esiste un bivio. Una via per uscire da questi molteplici inferni.
Accettare l’attimo fuggente. Vivere il presente che arriva puntuale nelle sue molteplici fragilità.

Accettare con ironia di non poter controllare tutto. Di non essere migliore di tutti. E sapere tuttavia che non serve, perché il presente comunque passa, ed è un bene che passi.

Stanotte trasformo le mie paure e rendo luminoso il buio. Provo ad amare la notte, senza temerla. Provo a gridarle in faccia e a puntarle lo sguardo fisso. Dritto negli occhi.

Come se fosse un giorno stellato. Felice solo per il fatto di avere un cuore che batte, un tagliolino al sugo da dividere, una birra ghiacciata e un fottuto sorriso stampato in faccia.

Giustizia è resa?

5 giugno 2021

Decine di omicidi. Un bambino di 13 anni sciolto nell’acido. La mano che attivò l’ordigno che dilaniò Falcone e la sua scorta. Rimani stupito, ma ti dicono che “il il mondo gira”.

Gira? Ma quegli anni sono davvero finiti o qualcosa di oscuro ancora si muove? Indignato? Lo sono. Tanto. Troppo. Mi sento come la recluta Clarice Starling che si allena a diventare un’agente dell’F.B.I.

Così, mentre negli anni 90
le indagini e gli arresti decapitavano la cupola mafiosa in Italia, e al cinema scorrevano le immagini de “il silenzio degli innocenti”, oggi dentro di me fanno eco le parole di Hannibal:

“E come iniziamo a desiderare? Leggi Marco Aurelio: guardando quello che c’è intorno. Anche a Dio deve piacere uccidere. Lo fa in continuazione. E noi non siamo fatti a sua immagine?”

Stamattina scrivo il mio odio per chi ha ucciso tanto da sentirsi un dio. Scendo quasi al suo stesso livello desiderando la sua morte.

Comincio a sentire che per questo tipo di ammissione il prezzo è la solitudine. Un silenzio che vale per tutte le esperienze di profondità, ma non so quanto sotto io mi trovi nel momento in cui il giornalista griderà la parola: “è libero”.

Libero lui. Liberi tutti. E legge della giungla sia.

Intanto Hannibal continua il suo monologo. Mi guarda: “L’essenza del male nello spirito umano non si trova nei pazzi figli di puttana. L’orrore si trova nei volti della gente.”

E alla fine ci ritroviamo così. Al semaforo. Io con le mani che tremano e lui senza un capello in testa. Per un momento penso di dirgli: “Hannibal, avrai un ragazzo di 13 anni per cena stasera?”

Ma da qualche giorno ho scelto di evitare le parole per comunicare. Meglio gli occhi. Così lo guardo.

Sto come quel bambino sciolto nell’acido, con la strada deserta alle spalle e il semaforo rosso. L’orrore di quegli anni è tutto dentro di me, anche se il cervello non arriva più a capire fino a che punto una legge sia giusta.

Perché il mostro è libero. E c’è qualcuno che la chiama giustizia.

Per rialzarsi

31 Maggio 2021

Ho sognato mia nonna stanotte e per la prima volta ho percepito la sensazione di un bel film che è da sempre dentro di me.

Qualcosa fatto di immagini scolorite, ma profonde. Una storia che semplicemente riemerge a colpi di bellezza.

Sembra ieri che chiacchieravi. Sorridevi e chiacchieravi sempre. Ti informavi sul mondo e davi consigli sulla vita. La tua era una saggezza semplice, quella da bar sulla rotonda del porto.

Ma non si trattava di consigli alcolici, piuttosto erano figli di un caffellatte e qualche biscotto al mattino. Una saggezza da lavoratrice vera. Quella che non gridava mai ai diritti, ma implodeva di doveri. Quella che ti eri fatta da sola, giorno per giorno, senza mollare un giorno.

Rivivo la velocità delle tue mani che stendevano la pasta fatta in casa. Quella cautela con cui il coltello sezionava tagliatelle e fettuccine. E io che impastavo a caso e poi buttavo là, solo per fare colpo su di te.

Anche oggi i miei occhi frugano il cuore come gatti nel vecchio quartiere di Monteverde e si sincerano che tu sia ancora lì. Presente tra le pieghe del tempo.

Sai nonna, il mondo ha appena ricominciato a vivere, ma la botta è stata pesante. Io è da qualche settimana che provo a rialzarmi.

Lo faccio come chi cade col motorino e non sa se gli sarà possibile restare in piedi.

Amare. Perdere. E poi una mattina sognare di ritrovarsi. Per non perdere ancora. Per lottare fino a rialzarsi.

Cari Voi

11 Maggio 2021

Se li cerchi in rete il loro slogan aziendale è: “innovazione, passione, professionalità”. Certo. Ma poi ti revocano una convenzione formidabile: “…perché siete stati un covid hotel e non è rispettoso per i nostri clienti che…”

Nemmeno la delicatezza di improvvisare una scusa. Magari una di quelle che si inventano per non andare a un matrimonio a ferragosto. No, la verità te la sputano in faccia dopo averla masticata per bene. Tanto che gli si vede ancora in mezzo ai denti quando li mostrano per accennare il solito sorriso di circostanza.

Cari Voi, noi abbiamo rispettato i protocolli ATS ampliando la già testata sicurezza sanitaria con ulteriori costosi nostri accorgimenti. Usiamo macchine ai sali quaternali di ammonio e ioni di argento. Nemmeno i vampiri e i demoni sotto il letto resisterebbero.

Cari Voi… si si proprio voi che siete anche tra i miei contatti di uno stupido social network, che cosa avete previsto per la “Sicurezza” nella vostra azienda? Già. Proprio nei locali o nei mezzi di trasporto, là dove accogliete gli stessi dipendenti o clienti che non soggiorneranno più qui. Mi domando se date una passata di straccio con lo stesso sorriso mostrato a me.

Qui ci sono rivelatori di temperatura all’ingresso e negli ascensori. Apparati a emissione di ultravioletti nelle sezioni di ricircolo aria.

Addirittura abbiamo eliminato ogni contatto con il rischio nel passaggio dei contanti e istallato “cash machine” sanificanti. A breve avremo anche i Qcode per l’apertura porte attraverso il cellulare. Eppure abbiamo appurato che tutto ciò non basta a tenere lontana la stupidità e l’irriconoscenza.

Cari Voi, i numeri parlano chiaro, da oltre un anno ad oggi ZERO contagiati tra gli addetti ai lavori, fornitori, volontari, personale e clienti dei nostri hotel. E si, siamo orgogliosi dei numeri. Siamo orgogliosi dell’apporto dato alla comunità. Siamo orgogliosi di ciò che siamo e di quello che voi non sarete mai.

Tanto vi dovevamo.

E poi la notte…

22 aprile 2021

Chissà quante maschere erano già state indossate. Chissà quante altre se ne sarebbero indossate da quel giorno. E le maschere alla fine soffocano, soprattutto se sono da buffone.

Regala a una persona una maschera e lei sarà costretta a mostrarti per un istante il suo vero volto. Avrebbe detto Jep.

Un bel ricordo rimane comunque un bel ricordo. E “stare bene” somiglia un po’ al passeggiare in uno di quei paesini di montagna. All’imbrunire.

Magari bevendo una birra o risalendo una di quelle stradine tra vicoli e antiche fortificazioni in pietra. Che siano le fortificazioni a renderti più forte! In fondo sono state edificate per quello, no?

E poi la notte, il buio, il vecchio orologio senza ingranaggi. I fari delle auto sulla strada del ritorno. Il sonno. Le case. Il silenzio.

Noi

24 marzo 2021

Lei mi parla come se ascoltarla fosse facile. Come se non dovessi mai chiudere gli occhi. Come se fidarsi di certe parole non fosse un segno costante di fiducia incondizionata.

Come se davvero non esistesse nulla di più importante. Come se non ci fosse mai stato questo scontro in campo neutro tra due universi così diversi. Così lontani. Come se le stelle che vedo ogni tanto cadere volessero dire qualche cosa.

Come se non mi fosse mai riuscito lo “scansarmi in tempo”. Come se non lo avessimo mai fatto entrambi. Noi che tagliamo il cielo a metà con le parole. Noi che battezziamo ogni possibilità con le gocce di pioggia.

Noi che sopportiamo calamità, turbolenze e disinvolture. E viviamo le distanze inarrivabili di questa martellante quotidianità postulando pensieri, forse inutili. Ma convincendoci che tutto, alla fine, sia comunque raggiungibile.