Alice si tolse le scarpe

19 maggio 2018

Alice pensava che fosse impossibile gettare una maschera quando ti accorgi che non lo è più. Quando ti rendi conto che sul volto ti calza a pennello.

Lei sapeva bene cosa volesse dire essere diversa. Un personaggio. Tutti i personaggi in fondo lo sono. Alice però era davvero molto, molto diversa. E io ero l’unico con cui riusciva a discutere.

L’avevo creata e vista crescere. Le avevo dato un carattere. Le avevo insegnato a combattere. A resistere. A credere nello specchio.

A volte Alice sognava di salvare il suo universo dal nostro mondo. Immaginava di tutelare tutti da quella mano invisibile che gli altri personaggi chiamavano “tempo che passa”.

Quello che ci marchia con un orologio da polso. Quello che ci misura ogni giorno, senza che ce ne rendiamo neanche conto. Ma Alice non era solo un personaggio. Era un personaggio solo.

“Come faccio a cambiare il mondo Jep?” Mi chiese una sera. E io non le avevo risposto.

“Ti prego, dimmi come fare?” Mi chiese anche la sera successiva. E io continuavo a non scrivere.

Il suo era un universo molto pericoloso e non certo per via di chi generava il male. Ma per colpa di chi era sempre stato a guardare senza muovere un dito. Forse in questo somigliava un po’ al nostro mondo.

Poi un giorno la portai sulla spiaggia e finalmente le raccontai una storia di quando ero un bambino.

“Lo sai Alice? Una mattina i miei genitori mi portarono proprio qui. A Ostia. Era una domenica di marzo. C’era un sole tiepido che annunciava la primavera, ma non faceva abbastanza caldo per fare il bagno.

Io e i miei ci sedemmo sulla spiaggia e mangiammo un gelato. Ma al ritorno non mi resi affatto conto di avere le scarpe piene di sabbia e la lasciai ovunque in casa, sul pavimento della mia stanza. Avevo solo otto anni. Nessuno a otto anni avrebbe dato peso alla sabbia. Mia madre si.

E si arrabbiò parecchio. Al contrario mio padre non era per nulla arrabbiato. E dopo tanto tempo oggi ne ho capito anche il motivo.

In migliaia di anni quella sabbia era passata dall’oceano alla spiaggia. Infine dalla spiaggia, alle mie scarpe. E io l’avevo infine portata via. Inconsciamente. In casa.

Ogni giorno cambiamo il mondo in modo impercettibile. Cambiamenti che all’inizio non fanno mai la differenza, perché occorre più tempo di quanto il tempo stesso ce ne concede. A volte non basta una vita per cambiare il mondo.

Nulla accade in una sola volta. Succede lentamente. E non tutti abbiamo la pazienza per farlo. Tu ne hai? “

Alice si tolse le scarpe e mi parlò accarezzandomi con gli occhi.

“Ricordi quando ti prendeva il blocco dello scrittore? Quando facevi finta che io esistessi davvero? E io ti sorridevo senza giudicarti. A dire il vero mi manca quel periodo e sai perché? Perché la vita di un personaggio che non esiste è molto più facile. Noi abbiamo una infinità di tempo per cambiare il mondo.”

Eppur si muove

16 maggio 2018

Perdo la testa. Succede a ogni curva. A ogni dosso. A ogni fotogramma.

Dicono sia per il peso delle decisioni rimandate. Che sia colpa delle contraddizioni, o magari è soltanto per via di un aperol spritz. L’ultimo. Quello di ieri l’altro.

Eppur si muove. La vedo rotolare sul cruscotto e cadere sotto il pedale del freno. Accelero. La raccolgo insieme a qualche idea. Poi la poggio sul sedile del passeggero. Ma cade ancora.

Questo rettilineo si sta trasformando in una prova di concentrazione. Sembra l’ultimo film di Paolo Sorrentino. Una impalpabile e insignificante commedia dell’arte, direbbe Jep.

Mi cade la testa. Dicono sia per colpa del sonno, o per la trama scontata. Ma non gli credo. Io so benissimo che non è vero.

L’ho persa e ritrovata molte volte la mia testa. È successo di recente e in altre vite di rivederla nascosta sotto al letto. A volte dimenticata sul tavolo della cucina.

Abbandonata in un portabagagli. Nella cesta dei panni sporchi. Poggiata sulla mensola in salone accanto alla frutta finta. Oppure rotolata in fondo alle scale, proprio davanti all’uscita di sicurezza.

A lei piace cadere senza farsi male e senza farsi troppo notare. Adora perdersi come si perde la pazienza. Inconsciamente.

Non giudicatemi. Non imitatemi. E se la trovate lasciatela lì in modo che possa farlo anche io. Ritrovarla intendo.

L’eleganza di un no

9 maggio 2018

Stanotte non la smetteva di piovere. Il risultato è che stamattina le strade di Bergamo somigliano a un’arancia spremuta. Salgo in treno. Devo restarci un’ora e scendere a Milano Centrale. Lì mi attende il solito frecciarossa per Roma. Un amico.

Il vagone è popolato di gente a caso, ma ci sono parecchi spazi vuoti. Mi siedo. Apro il mio libro. Ne avrò almeno per un’ora, che meraviglia.

“Sai che penso? Tu sei troppo buona, Fede.” Alzo gli occhi e la Fede è seduta di fianco a me un metro più in là.

È un faccino pulito che spunta da un bavero alzato e cinto da un foulard grigio perla. Un ciuffo rosso le scende sugli occhi. Insomma, solo un faccino pulito. Il suo fidanzato credo si stia approfittando della generosa peculiarità del suo carattere.

Però non ho capito in che senso e i suoi compagni di viaggio sono avidi di dettagli. Ma la sua amica, la bionda spilungona che mastica un vivident a bocca aperta, non sembra avere dubbi.

“Tu devi fare come faccio io, devi essere spietata. Una dannata stronza, non dico proprio del tutto egoista, ma almeno ecco, più stronza.”

Avrà circa sedici anni e stamattina Jacques Lacan le spiccerebbe per bene casa.

Le due poi scenderanno a Lambrate e da quel momento non saprò più nulla di loro. Sono dispiaciuto, lo ammetto. Chi non avrebbe voluto sapere di più sulla storia di Fede? Quale fosse il suo problema e di cosa si sta approfittando in modo così strumentale il suo ragazzo?

Chi non avrebbe voluto capire come fa la bionda spilungona a essere più stronza di Fede? E “non parlo di egoismo, ma di essere più stronza”. Sorrido.

Ecco come girano le cose oggigiorno e non smetto mai di sorprendermi. Stamattina per esempio ho scoperto che il mondo va male, perché siamo tutti troppo generosi. E mentre gli altri intorno a noi sono tutti più cattivi, noi non siamo stronzi abbastanza.

Così non va. Bisogna cambiare. Impegnarsi tutti a peggiorare un po’ se vogliamo che questo emisfero torni a essere felice.

Noi. I nostri amici. Le persone che amiamo. Siamo sempre, troppo, di un qualcosa di buono in più. Invece, che ne so, se decidessimo una volta per tutte a rinunciare ai gesti amichevoli? A tagliare la strada alle rotonde? A passare col rosso e a insultare chi ci dice qualcosa.

Se smettessimo di chiedere scusa. Se la finissimo di essere così stupidamente buoni. Se saltassimo le file alle poste. E se scendessimo una volta ogni tanto dalla nostra auto roteando il crick?

E tutte quelle inutili discussioni tra moglie e marito? Quelle che sentiamo filtrare dalle pareti. E se in modo molto più estetico mollassimo uno di quei manrovesci che ci dava nonno invece che parlare, discutere e chiarirsi?

Troppo buoni.

Le due ragazze mi hanno lasciato pensare alla tipologia di pensiero irreversibile di cui soffriamo oggi. Da una parte abbiamo una visione del sociale e del mondo dove predichiamo il buono, dall’altra una versione tutta nostra, privata, soggettiva. Dove essere più stronzi è la soluzione.

Da una parte il bene comune, dall’altra la saggezza dell’esperienza diretta che ci suggerisce cosa fare per risolverla al meglio.

Il punto è che queste due versioni non mi sembrano granché raccordate fra loro. Diciamo che tutto il mondo dovrebbe fare X ma noi sosteniamo, anche argomentando, che nel nostro privato è invece necessario fare Y.

Troppi stronzi in giro? Allora serve diventare più stronzi. Sociologia della spilungona bionda. Personaggi e realtà. Mente e ambiente. Singolarità e comunità. Federica e l’universo della sua improponibile amica.

Forse basterebbe saperli riconoscere ed evitarli gli “stronzi”. Senza necessariamente combatterli. Senza abbassarsi per forza a essere peggiori. Le persone sono quello che noi permettiamo loro di essere. Ma l’eleganza di un no va ben oltre le regole dell’attrazione e un sorriso disinnesca cattive intenzioni, più di ogni altra tecnica nota.

#guarda

29 aprile 2018

Guarda che mare. Guarda che tramonto. Guarda che spiaggia. Guarda che giornata. Che sole. Che luna. Con gli amici. Con la fidanzata. Con la moglie. Da solo. In mezzo a centinaia di persone.

Guarda come sono sereno. Come sono gay, bisex, etero. Come sono orgoglioso. Guarda come stiamo bene. E sapessi come ci stiamo divertendo. Guarda.

Guarda come sorrido. Guarda che colori. Che faccia. Che bocca. Ci sta precisa nello spazio di un iphone. Guarda che bacio che sto mandando a nessuno. Sembra stia succhiando una fragola invisibile e non so perché la succhio. Ma lo fanno tutti e se lo fanno tutti è simpatico. Guarda.

Guarda come sono o non sono Charlie. Guarda che naufragio. Guarda che incidente. Che esplosione. Che incendio. Guarda come odio la guerra. Il razzismo. La chiesa. Come sono di destra, sinistra e centro.

Guarda quanto sono romanista. Laziale. Gobbo. Guarda come sono migliore. Guarda il mio cane. Guarda gli occhi del mio gatto. Guarda come mangia. Come corre. Come dorme. Guarda come lo coccolo e non sai quanto gli piace. Guarda.

Guarda quanto amo i cuccioli e quanto fratturerei il cranio di tutti quelli fanno del male agli animali. Guarda quanto li troverei e torturerei tutti.

Guarda come lo riprenderei. Lo posterei su facebook, lo taggerei e lo spammerei, perché chi fa del male agli animali io proprio…. guarda e non mi ci far pensare. Guarda.

Guarda che mi sono fatto al braccio. Al piede. Alla caviglia. Guarda come sono sfortunato. Guarda quanto sono fortunato. Guarda che cicatrice. Guarda che tatuaggio.

Guarda che bella casa in montagna, al lago, al centro, abbiamo appena comprato. Guarda che auto. Che moto. Che orologio. Che vacanza. Che barca. E nel frattempo clicca mi piace, tagga e condividi, altrimenti sei solo curioso. Peró guarda.

Guarda che ragazza strafiga. Che festa assurda. Che cena. Che piatti. Che nottata da paura. Guarda l’attore. Il cantante. Il politico. Guarda con chi ero seduto. Con chi parlavo.

Guarda la mia nuova compagna con i capelli corti, lunghi, scalati, colorati, gialli, verdi, a zero. Guarda che seno. Che glutei. Guarda che braccio e che addominali scolpiti che ho. Guarda.

Guarda che bello stare sotto l’ombrellone. Sotto la doccia. In acqua. Sul lettino. Al ristorante. In ascensore. In bagno. Davanti allo specchio. Sotto la pioggia. Sulla barca a motore, a vela, a remi, in crociera, a pescare, a giocare a tennis, a calcio, a nuotare, a fare foto. Guarda.

Guarda mentre mi faccio mia moglie, la mia amante, il mio boyfriend, la mia vicina di casa, la ragazza del mio amico, la mia compagna di scuola, la mia psicanalista, la mia insegnante di yoga, la professoressa di musica.

Guarda mentre mi anbraccio una tipa che non so neanche il nome, mentre mia moglie mi guarda. Mentre qualcuno ci filma. Mentre tu mi guardi. Guarda.

Guarda come uccido le foche. Come addormento l’orso. Come muore una cavia. Come salto con la bici. Con la moto. Con le mani e senza casco.

Guarda come mi copro il volto. Come taglio la gola a un giornalista. Come mi faccio esplodere. Guarda mentre punto il fucile contro un ostaggio. Guarda che premo il grilletto. Guarda.

Guarda come si piega inerme come un sacco di immondizia. Guarda il sangue che continua a fuoriuscire quando gli sparo ancora. Guarda veloce che poi mi censurano e se mi censurano non mi hai mai visto e tu non puoi non avermi visto.

Condividi su facebook. Apri un canale youtube che non sai quanti altri guarderanno. Guarda.

Guarda e non smettere di guardare, che se cessi di guardare e cessi di spammare, magari rischi finalmente di vedere e tu sai bene che tutto questo guardare serve appunto a non vedere. Se tu volessi davvero vedere chiuderesti gli occhi. Guarda.

Guarda l’allucinante disperazione di questo pianeta attraverso i social network. Guarda milioni di persone. Generazioni differenti. Culture e religioni diverse. Belli, brutti, buoni, cattivi, ladri, assassini, studenti, benefattori, puttane e operai. Tutti spietatamente occupati a ritrarsi, condividersi e piacersi.

Guarda l’incontenibile niente che riempie di insignificanza miliardi di autoritratti globali della nostra allucinazione, della nostra miseria, della nostra calpestabile umanità. Poi guardati dentro e chiediti a cosa diavolo serve tutto questo impalpabile nulla.

Ci sono migliaia di libri da leggere. Musica da ascoltare. Riflessioni da fare e pensieri da elaborare.. Milioni di mani da stringere. Decine e decine di brave persone tutte da scoprire, abbracciare e amare.

Sento un irresistibile bisogno di farlo un passo indietro. Rinunciare a questa chiassosa era capace solo di tirare fuori il peggio dalle persone. Ci stiamo perdendo il meglio. E questo vale proprio per tutti. Anche per me.

Otto minuti

28 aprile 2018

Sono uno scrittore casuale. Una bevanda senza troppo zucchero. Saltuario. Testardo. Fatto della stessa sostanza dei solidi di Keplero.

Addirittura bucolico nella gestione dei suoi universi. Delle sue storie. Ma non delle sue delle passioni.

Una passione, in quanto tale, deve essere affascinante e spietatamente debordante.

Io sono sempre stato affascinato dal tempo. Dallo spazio. Dalla possibilità di viaggiarci attraverso, tanto che alla fine ci sono riuscito.

A far cosa? A guardare indietro nel tempo ovviamente e mi succede ogni giorno. Tutti i giorni, verso il tramonto. Torno indietro di otto minuti. Non un secondo di più. Non un secondo di meno.

Basta sapere che la luce viaggia nello spazio vuoto a una velocità di 300.000 km per secondo. E che per giungere dal sole ai miei occhi a quella luce servono otto minuti.

Questo vuol dire che l’immagine del tramonto che osserverò questa sera. Quella che si formerà nel mio cervello, per intenderci, sarà il sole come era esattamente otto minuti prima di quell’istante.

Devo ammetterlo. Viaggiare nel tempo mi provoca un senso di piacere estatico e complottista. Quel sentimento tipico di chi si illude di poter sabotare un sistema dall’interno.

Ma sono uno scrittore casuale. Sono una favola gotica. Sono una figura etimologica. Per niente mitologica. Un’antitesi.

Sono il paradosso di Braess. L’equazione di Drake. Sono la cattiva fede di chi vorrebbe sempre un lieto fine, e che invece rimane affascinato a guardare quelle strane macchie di sangue davanti alla casina di marzapane.

Mi sono capito da solo

24 aprile 2018

Buongiorno perché è martedì. Perché sono riuscito ad addormentarmi presto e a svegliarmi presto senza pause nel mezzo.

Dormire poco è sempre stata una maledetta consuetudine per me. Una variabile inalterabile. Stamattina la strappo con gli occhi.

Confondo le dimensioni della stanza. Sbadiglio. Riavvolgo i minuti sperando che quello che vedo sia solo un “wolfganghiano” sogno dentro al sogno.

Esistono i concetti lunghi, ma anche i pensieri fatti apposta per stare in poche parole. Quelli per cui bastano due righe, o una frase soltanto. E poi esistono gli sguardi che dicono tutto.

È passato un mese, un’altro ancora. Un altro strato di polvere si è adagiato sul precedente. Il tempo in certi casi non scorre soltanto, si sedimenta.

Cresce in spessore e affievolisce l’acustica dei rumori. Sbiadisce i colori delle immagini, fino a coprirle del tutto.

Nei sogni però resta qualcosa. Magari è solo un’impressione. O più probabilmente una speranza. E poi c’è che io ricordo sempre ogni cosa.

Come quel corridoio. Quelle espressioni. E il profilo del nulla di ciò che resta. La ringhiera arrugginita. La pioggia. Il vento. I mulinelli di foglie secche. La luce intollerante di quel neon sotto la portineria, che tossiva paure e atmosfere gotiche.

La finestra del primo piano. L’odore di muschio bagnato. Le ombre delle persone che mi passavano accanto.

Lo so. Continuo a scrivere cose che non posso comprendere del tutto. Ma Dio mi perdonerà, se esiste. E se non esiste pazienza. “Mi sono capito da solo”.

Sul mio cammino

21 aprile 2018

Alice guardava il mare. Affondava i piedi nella sabbia prigioniera di quel caldo umido che blocca le cose. Lei adorava gli universi intorno, di qualsiasi universo si trattasse.

Io invece preferivo il freddo. Avevo un debole per le storie dentro. Quelle che fanno paura. Ed ero bravo con le mie paure. Quasi talentuoso.

Le sapevo mettere in fila e poi comandare. Severo come un sergente col suo drappello di soldati da trascinare in giro per il cortile.

Alice si era appena seduta al mio fianco. Il sole intanto perdeva luce all’orizzonte e acquistava lentamente i suoi significati migliori.

Lei rimase qualche secondo in silenzio. Poi posò la sua mano sul mio ginocchio e sussurrò qualcosa in francese.

“Nous agissons toujours comme si quelque chose dépassait en valeur la vie humaine… et je ne sais pas quoi”.

“Questo lo ignoro anche io”. Le avevo risposto, ma avevo “paura” di non aver capito. Ebbene quel momento lo ricorderò per sempre.

Stamattina sbadiglio mostrando il fianco a un’alba zuppa di ricordi. Prigioniero di una quotidianità tanto irrinunciabile, quanto stancante. Perduto nel solito andirivieni di frasi fatte e cose da dire.

Si. Ero davvero bravo con le mie paure. Forse il migliore. E oggi credo di aver affinato un’abilità relazionale al riguardo.

Osservo le paure. Senza giudicarle. Semplicemente riconosco che sono lì. Latenti. Ne ho una lunga lista dentro che non sono in grado di dimenticare. E nella lista c’è anche lei. Alice.

L’ultima insegnante di storie sul mio cammino.

Mescolato. Non shakerato.

19 aprile 2018

Che poi anche i puntini di sospensione stasera mi stanno a guardare.

E io non so come scrivere. Non so cosa disegnare. Mi sento dannatamente osservato.

Scuoto il capo. Penso a dirotto.

Colpa di questo bisogno compulsivo, che ho da sempre, di costruire universi intorno al bancone di un bar.

Con la prossima cosa bella che verrà a bussarmi alla porta cercherò di essere più ospitale. Meno criptico.

Quindi nessun doppio senso. Niente parole segrete. Nessuna “prigione dei ricordi”.

Solo due misure di Gordon, una di vodka e mezza di China Lillet. Poi una scorza di limone e un cubetto di ghiaccio.

Mescolato. Non shakerato.

#potrebbe piovere

16 aprile 2018

Ultimamente vivo un po’ alla sinfasò. Come tutti quei romantici che credono che la vita sia molto simile alla letteratura. Stamattina ho ordinato un caffè. Il bar é piccolo. Rumoroso. Non c’è un solo dettaglio memorabile.

La gente mi guarda. Si parla. Sono tutti oggetti celesti lontani in un cielo troppo grande da raccontare. E io? Io sono la cometa di Ison. Un intruso che non è sopravvissuto al suo incontro col sole.

C’é un vaso sul bancone, qualche metro più in là, vicino alla cassa. I fiori finti che sono all’interno somigliano molto alla solitudine. Ultimamente le cose che mi piacciono invece profumano, sorridono, o hanno le ali.

Non è mai una questione se essere, o non essere felici. Ma se essere, o non essere visibili. Per questo faccio a meno dello zucchero. Per questo impiego meno di due secondi per bere. Per risparmiare il tempo di mezzo.

Quello in cui un uomo al bar scrive una cosa veloce. Quello in cui da qualche parte nel mondo una donna si sta asciugando i capelli. Quello in cui le cose che vorresti, comunque, non succedono mai.

Ho scritto una lettera senza destinatario su un foglio elettronico come fosse una tovaglia di carta. Chissà se riesco anche a piegarlo e farci una barchetta. In fondo nutro una profonda passione per le parole. Perché le parole ti disintegrano il cuore, se vogliono. E poi lo ricreano dal nulla.

La giornata è iniziata da poco è il cielo ha già cambiato due volte colore. “Potrebbe essere peggio. Potrebbe piovere!“, direbbe un dilettante Marty Feldman. E poi magari accade che succeda davvero.

Strascrivo

7 aprile 2018

Ogni giorno ha le sue verità. Ogni viaggio le sue direzioni.

Ieri ho visto alcune certezze trascorrere una notte insonne. Appoggiate al divano. Con lo sguardo incastrato nelle geometrie di un soffitto in legno.

Ogni storia ha i suoi tempi. Ogni letto ha i suoi demoni. Anche se sotto al mio è rimasto poco spazio e un velo di ghiaccio discreto.

Ogni passo è un’opportunità da cogliere e un’occasione per pensare.

Strascrivo. Lo so. Come tante altre volte. Ecco un brodo di parole bollite, doverose e nude. Da risucchiare piano. Rumorosamente. Col cucchiaio appoggiato sulle labbra. Mentre qualcuno ti fissa col sopracciglio alzato.

Se un’alba non basta. Allora un tramonto non basta. E se non basta un’aurora, allora non servono davvero tutte le stelle del cielo.

Se un ricordo mi sfugge, il tempo mi sfugge. E non serve agitare le braccia, gridare, o cercare cardini dove far orbitare un mondo.

E quindi? Quindi niente.

Sorrido e riempio un’altra scodella di parole. Aggiungo qualche errore. Del prezzemolo. Un vecchio torto accademico. Della crusca. Tarallucci e vino.

Poi immergo ancora il cucchiaio e faccio finta che sia finita così.

#Questa sostenibile pesantezza dell’essere

1 aprile 2018

La realtà ci osserva. Le cose intorno e le persone ci annotano. Ci stavo riflettendo qualche istante fa mentre ordinavo una spremuta al bar della stazione.Improvvisamente mi si è allungato il viso dentro il riflesso del bicchiere.

A pensarci bene non sembravo nemmeno così male. Una caricatura di ovale oblungo. Indefinito. Pallido. E dietro un arancione imperante, quasi omogeneo. Noi guardiamo le cose e le cose ci guardano di rimando.

Le cose ci studiano. Con una consapevolezza quasi formale e quella padronanza di linguaggio tipica di chi ti sa osservare. E volendo anche raccontare, ma senza parlare.

Stamattina ho lasciato che un piccolo pensiero rimasto inesploso deflagrasse nella ma testa, col suo carico di ricordi e di persone passate. Si può sempre entrare, o uscire dalla mia vita. La porta è aperta. Ma non si può sostare a lungo sulla soglia.

Penso ancora alle questioni irrisolte. Alle decine di cose da fare. E tutte quelle che davvero mi sarebbe piaciuto fare. Penso a mia madre. A mio padre. A quel disincanto bambino che ogni tanto si legge nei suoi occhi. Ai desideri di un tempo. Al mio essere spietatamente e continuamente insoddisfatto di tutto.

Penso al mio modo di sbuffare, senza gonfiare la bocca. Soffiando fuori l’aria un po’ a destra e un po’ a sinistra. Penso che probabilmente non lo nota nessuno, ma è un’evidenza meno eclatante di un sopracciglio alzato.

Continuo a centrifugare parole e mi stupisco ancora che qualcuno le legga. O che esista una qualche minima possibilità che qualcun altro le capisca. Ciò che è oggetto di troppa riflessione, diventa sempre inquietante.

Eppure ci sono ancora alcune persone da cui vorrei essere compreso. Persone importanti che vorrei imparare a comprendere. Stamattina scrivo con l’ingenua consapevolezza di un uomo che non sa raccontare quello che in realtà gli si annida nel cuore.

Forse è colpa di questo caffè improponibile che sa di brillantante. O magari è solo una questione temporanea. Quella sostenibile pesantezza dell’essere. E Milan Kundera non me ne vorrà certamente.

La verità è che non si dovrebbe mai raccontare nulla a nessuno. E lo scrivo qui, dallo stipite di questo foglio elettronico. Con l’ottimismo di chi parcheggia in divieto di sosta e spera ancora che non gli venga recapitata una multa.

Incanti

30 marzo 2018

A volte non serve arrampicarsi con le parole, quando le immagini hanno già detto tutto.

Eppure unici

29 marzo 2018

Ci sono bei ricordi. E poi ci sono le immagini sbiadite del passato che arrivano improvvise, impreviste, ai margini di un contesto non proprio preciso.

Tipo una sera trascorsa a fumare. Non so quando. Sul tetto di un palazzo. Protetti dal bulbo illuminato di una insegna al neon. Credo fosse una “L”.

Avevo trascorso una giornata serena, ma c’era ancora una serata da costruire. Un tempo da impiegare in qualche modo. Magari bevendo un po’. O ridendo. Oppure riguardando su YouTube i frammenti di un vecchio film con Paolo Villaggio.

Chissà quante maschere allora erano già state indossate. Chissà quante altre se ne sarebbero dovute indossare da quel giorno. E le maschere alla fine soffocano, soprattutto se sono da buffone.

“Regala a una persona una maschera e lei ti mostrerà il suo vero volto”, afferma un sedicente scrittore sul suo blog.

Si tratta comunque di un ricordo sereno. E la serenità somiglia un po’ al passeggiare in uno di quei paesini di montagna. All’imbrunire.

Magari risalendo impercorribili vicoli stretti. Tra fontane senza tempo e antiche fortificazioni in pietra.

E se fossero state le fortificazioni? A trasmettermi quel devastante bisogno di proteggere, intendo. In fondo, un tempo non furono edificate per quello?

E poi la notte, il buio, il vecchio orologio senza ingranaggi. I fari delle auto sulla strada del ritorno. Il sonno. Le case. Il silenzio.

Insomma, ci sono i bei ricordi. E poi le immagini sbiadite. Ognuna con la propria luce. Rivederle è quasi una metafora della vita. E io che me ne sto silenziosamente fermo. Lì chino a osservarle.

Sono in tanti invece quelli che tirano dritto. Che ignorano. Che fingono di non guardare. Molto altri si accorgono addirittura di non riuscire più a vedere.

E potrei diventare così anch’io un giorno, ma non voglio. Ho il difetto di conoscere troppo bene il me stesso riflesso che fugge queste incoscienze.

Alcuni nostri difetti poi, non sono altro che incantevoli imperfezioni. Quel qualcosa che ci rende sicuramente difettosi, eppure spietatamente unici.

In un altrove insondabile

26 marzo 2018

E poi ti rendi conto che sono tante le cose che non vuoi fare più.

Come andare a un matrimonio, o a un funerale. Ricordare il brutto. Dimenticare il bello.

Alice arrivò di notte. Senza bussare. Senza i suoi vestiti colorati. Senza un posto ben definito dove custodire un cuore.

Alice arrivò e io, senza rendermene neanche conto, la sfiorai con le parole. Poi la derisi e mi allontanai.

Non so quanti tra quei ricordi passeranno la notte. Già immagino le parole aggrappate ad altre parole. Che premono. Che lottano per prendere aria. Per rimanere a galla.

Ogni storia nasce con le sue inaccessibili profondità. Con i suoi demoni e almeno una serratura a doppia mandata.

Di quella storia è rimasto poco da mettere sottochiave. Una ferita sottile. Un vetro appannato e una mappa disegnata col dito.

Un tesoro nascosto. Un valore inestimabile, perduto in un altrove insondabile.

È quasi tenerezza

23 marzo 2018

Da piccolo avevo una certa tendenza al fato avverso. Quel qualcosa capace di trasformare le opportunità in un magico disinganno. Ma non l’ho mai considerata una vera e propria sfortuna.

Stanotte c’era una strada in discesa che portava al solito hotel. Era la stessa di ieri sera. C’era anche una città antica a versarmi l’ultima birra. E poi c’era il gelo fuori stagione, quello che ti risveglia e solletica il petto. Anche lui molto affabile.

Mi sono seduto centinaia di volte qui da solo. Senza sapere quanto fosse meglio attendere, o rincorrere. Oppure soltanto fuggire altrove. E alla fine ho lasciato che la mia mano danzasse sulle dita accanto a una bottiglia vuota.

Un po’ come la ballerina di un meraviglioso video di Sia. Sorrido, lo cerco sul cellulare. Alzo il volume.

Il mondo scompone le sue interezze. L’universo scompare per qualche minuto.

Non passa nessuno. Non sento nessuno. Eppure passa tutto e ascoltare è quasi tenerezza.


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