Le cose fuori

6 dicembre 2019

Dicono che esiste un collegamento tra i sentimenti. Tra amore e rabbia. Tra la generosità di un uomo e i suoi sensi di colpa. In fondo la notte serve anche a questo.

Il piazzale della stazione è ancora vuoto. Ma riesco a sentire il rumore della quotidianità. Il bip di un semaforo per i non vedenti. Un uomo che sbuffa uscendo dalla Metro. Il rumore meccanico di una Cimbali che annuncia un cappuccino. Una donna che racconta i suoi luoghi comuni.

Adesso mi serve solo respirare qualche minuto. Giusto un istante. Godermi la luce innaturale ocra di un lampione arrugginito che fa concorrenza alla solita luna. Resto immobile. Tanto non passa nessuno. Solo un paio di gatti stanchi e magari nemmeno loro.

Questa notte ha portato la pace metallica delle auto parcheggiate, poche, in penombra, evanescenti. In lontananza un leggero stridio di gomme.

Per un attimo immagino la puzza dei freni che diventano caldi. Lo sforzo idraulico dello sterzo sulle ruote, lungo il raggio costante del tornate, quello che piega verso destra. Verso via Nizza.

La luce dei televisori accesi tossisce attraverso le tapparelle dei balconi. Da qualche parte qualcuno sta facendo l’amore. Altri dormono. Qualcuno forse sogna di farcela e io con lui. Prego e scuoto la testa. Guardo e sogno fortissimo. Continuo a puntare gli occhi nella stessa direzione di ieri anche se non vedo nulla.

Consapevolezze sparse.

Poi certe cose sei costretto a capirle. Pur non volendo. Pur continuando a puntare i piedi per non tornare nella realtà. Nel mio “fare un passo indietro quotidiano” si nasconde il piacere segreto della rinuncia. Quella specie di consolante sapore di mandorle e cioccolata che ogni tanto ti si annida nel cuore.

Si, lo so. Sono un maledetto romantico. E si può pensare di me quel che volete. Che sono fuori tempo. Fuori moda. Fuori contesto. Fuori stagione. O come dice mia figlia, che sono semplicemente “fuori”. Ed è molto probabile che sia davvero così.

Fuori come una seggiovia. Fuori come un periscopio. Fuori come un balcone, o un vaso di fiori. Eppure non conosco altre unità di misura che siano in grado di darmi un’idea dell’amore, se non quella con la quale immagino le cose impossibili. Le cose fuori.

È della loro stessa impossibilità che forse ci si innamora. Bisogna essere capaci, e io stasera non ho molta voglia di essere capace.

Prima di andare avrei voglia di incontrare un ricordo. Lo aspetto come si aspetta un caffè e una spremuta. Se prendo anche il cappuccino magari mi danno l’acqua in offerta.

Aspetto ancora di vedere la parte migliore di me sbucare all’improvviso da dietro una curva. Oltre la siepe sulla collina. Quella da cui si vede il mare e si sente arrivare l’odore degli gelsomini.

Faccio sogni invadenti quando resto solo, e mi pare che ci sia una confortante onestà nel loro svanire. Una sincerità che alla verità non è dato possedere. Una coerenza che so di non poter replicare.

Un uomo sta passeggiando con un cane al guinzaglio, perso nel quadrante illuminato del suo telefonino.

Stamattina il frecciarossa sfreccia via veloce attraverso sogni che non mi appartengono più.

Non che me ne importi granché di quali possano essere gli sviluppi dei giorni a venire.

Ho sorriso pensando a quanto sia defaticante navigare a vista. A come il tempo riesca a scorrermi dentro senza nemmeno toccarmi. A quanto sono belle le persone quando ti sorridono.

Io che vivo per sottrazione, rubando la scena ai miei demoni. Nascosto dietro un sipario, mentre la vita degli altri mi passa davanti. Mentre io faccio finta di non guardare. E invece sbircio sempre un po’.

Magari succede qualcosa

30 novembre 2019

Che poi le persone non cambiano, come i significati. Lo fanno le parole e i contesti. Lo fanno i bordi di quelle vecchie polaroid lasciate a invecchiare in soffitta.

Intanto il tempo scorre e il contesto diventa più importante della sostanza. In questo si potrebbe essere facilmente platonici e dare una possibilità alle mura di questa stanza. Alle lenzuola di questo letto.

Mentre il mondo cambia e tutto mi sta cambiando intorno. Mentre gli “adesso” rilasciano costantemente istanti che si susseguono, io non cambio. Mi ostino solo a scrivere e fare uso delle parole costruendo situazioni, non storie.

Stasera mi viene voglia di fare un passo indietro e lasciar correre. Guardarmi scorrere per poi descrivere a qualcuno questo flusso reciproco. Magari succede qualcosa.

Un complesso gioco da adulti

28 novembre 2019

È già passato molto tempo. Di anni ne avevo 32. A quei tempi mi credevo un perfetto interprete di nuove filosofie aziendali. Pronto al grande salto in una qualche azienda del nord.

Con i mesi mi sono reso conto che nella mia vita non ero destinato a questo. C’era qualcosa di diverso. Non ci ho messo molto a capire che in realtà l’unica società dove avrei potuto convivere con altri manager, era la mia. Ed è così che sono diventato il piccolissimo imprenditore che sono. Una sorta di piccolo principe.

Quel giorno ero a Milano. Stage aziendale conoscitivo presso la direzione generale di una nota società di gestione fondi. “Uffici super e parafulmini umani”, avrebbe detto il ragioniere più famoso d’Italia.

Quella mattina decisi di rimanere in mensa e durante la pausa pranzo mi presentarono, con molto ossequio, un manager. Un ragazzotto magro. Ben vestito. Stessa mia età o poco più. Mi dicono – è un vero talento, unico nel suo campo. Lui è il “Responsabile – Mondo”.

“Accidenti pensai tra me e me”. Dieci minuti più tardi mi appariva circondato da un’aura coi connotati mistici un altro signore, più anziano. Il Responsabile – Europa”. Sorrisi. Il mio fu un commento sarcastico diretto al mio interlocutore, “questo è un po’ meno grave dell’altro?”.

“Grave?”rispose. Ma io glissai le spiegazioni. Oggi però mi sento di darle quelle spiegazioni. Anche se adesso di anni ne ho 49. Faccio tutt’altro e sicuramente della mia vita non interessa a nessuno.

Mi chiesi se sul pianeta potesse esistere un imbecille, talmente imbecille, da convincersi ad accettare una definizione come quella. Così immaginai i suoi bambini a scuola rispondere.

“Che lavoro fa papà?”

“Il Responsabile Mondo”.

Certo. Magari si trattava solo di gergo aziendale, ma le parole sono importanti. È il titolo del mio blog, tratto da una celebre battuta di Nanni Moretti. Le parole sono importanti, generano conseguenze e sono connesse ai significati.

A forza di chiamarci in un certo modo, di definirci o di accettare le definizioni che ci vengono date va a finire che un po’ ci crediamo, no?

E così diventiamo il nomignolo che ci portiamo addosso. È così che cominciamo veramente e spietatamente ad apparire. Si smette di essere e si comincia a sembrare. A fare un gioco più sottile, pigro e letale. Il gioco di ruolo.

Il gioco del crederci. Quello che ci massacra. Quello che con l’utilizzo dei social media diventa la tenace finzione che non rende vere le cose, ma le esaspera.

L’infanzia inizia nel giorno in cui crediamo in ciò che vediamo. Poi un giorno diventiamo adulti e cominciamo a vedere solo ciò in cui si vuole credere. A un tratto ci si preoccupa più di apparire, dato che è su quello che si basano reputazione, stima e fiducia.

Titoli, onorificenze e trofei, soldi, auto, vacanze, fisico atletico e tutto il resto. Perché si deve vedere per credere. Perché si appare più totalmente, integralmente fino al midollo, appunto.

Noi che giochiamo ai professionisti, agli innamorati, ai vincenti e ai perdenti, agli uomini e donne di successo. Noi che giochiamo ai mariti fedeli e agli amanti soddisfatti. Che siamo figli perfetti e padri o madri impeccabili, che a ogni giro di ruota siamo lì e guardiamo il nostro piazzamento rispetto al contesto.

Se fossimo su un treno lanciato a folle corsa verso un destino fatalmente certo, forse daremmo il nostro meglio. Forse finalmente lo potremmo passare quel poco tempo in compagnia dei veri noi stessi.

Continuo a scrivermi addosso. La vita intanto scorre fuori e dentro questo assurdo gioco dei ruoli. Due universi diversi. Qualche segnalino. Probabilità e Imprevisti. Milioni di inutili e raccapriccianti bugie. Miliardi di falsi perbenismi bigotti. Appaganti come “Vicolo Corto”.

Ogni tanto provo a scusarmi con me stesso per quelle volte che l’io dell’altro universo ha giocato in mia vece e con la mia voce. Ma il ritmo delle scuse oggi è un canto inascoltato e molto impegnativo. Allora mi limiterò a formalizzare un classico “non ero veramente io”.

Che la vita sia molto più simile alle storie che si raccontano i bambini, lo avevo già scritto. Eppure continuano tutti a considerarlo “un complesso gioco da adulti.”

Dillo alla mamma

21 novembre 2019

Roma. Via san Giovanni in Laterano. Un posto che non è mai molto affollato al mattino. Il bar me lo fece conoscere Jep. Lo frequentava da parecchi anni. Da quando aveva accettato di trasferirsi in città.

Mi diceva, “Sai Gianlu, i cornetti qui sono ordinari, ma preparano un caffè al ginseng delizioso. E poi io non mangio cornetti…” La mia giornata da allora inizia così, solitaria, ma mai rattristata dai ricordi.

Stamattina c’è una coppia di mezza età, quasi anziana. Se ne stanno seduti al tavolino. Ciambelle mordicchiate, spremuta e caffè già bevuti. In piedi davanti a loro un ragazzo. Alto, magro, castano, un sorriso luminoso stampato in faccia.

I due lo osservano come si osserva un’alba. All’inizio ho pensato fosse un amico, un vicino di casa. Ma non sono del tutto abile a carpire una storia di spalle.

Il ragazzo ascolta e risponde. La signora invece è sorridente e sostiene una conversazione con lui in cordata con il marito.

Argomenti vari e domande veloci, quasi a volerlo trattenere per una frase in più. Un istante ancora da rubare a tutta una vita che non si riesce più a seguire. È sicuramente il figlio.

C’è una cosa che noto spesso guardando i ragazzi sopra i 30 parlare con i loro genitori. Anche se sorridono tutti, il sorriso dei figli è qualcosa che concede, quello dei genitori qualcosa che chiede. Per i figli si tratta di un lieve e spensierato indugio nella corsa. Per i più anziani invece è una ventata di aria fresca che arriva all’improvviso, da una finestra solitamente chiusa.

Il ragazzo sorride. Si porta addosso tutto lo splendore della vita. I genitori gli tendono la mano e accolgono la sua stretta forte e rapida. Poi la mimica di un bacio lasciato al vento. Il padre si alza per un ultimo abbraccio.

Capita sempre meno di inseguire le traiettorie delle persone a cui vuoi bene. Purtroppo la vita le disegna con una casualità spietata. Ma di solito avviene negli anni, qui invece è un istante.

Li ho visti sorridere e desiderare e poi di colpo spegnersi nella nebbia del “nulla da dirsi ancora”. Si erano incontrati per caso.

Immediatamente mi viene in mente mio padre. Le sue ricorrenti raccomandazioni. Penso di passarlo a trovare, ma no. Devo già ripartire. Allora temporeggio un secondo sul cellulare. Tergiverso coi polpastrelli sullo schermo. Gli racconto tutto questo. Poi guardo il Colosseo e ci sparisco dentro con gli occhi.

Roma è davvero un buon posto in cui sparire con gli occhi. E poi il Colosseo è il mio porto sicuro.

Persone. La vita ha fatto sì che arrivassimo insieme in questo bar e che ci scambiassimo questo muto messaggio tra viaggiatori. Senza volerlo. Senza nemmeno saperlo.

Oggi ho incontrato quello che sono diventato e quello che non vorrei mai diventare. Respiro, vado alla cassa, pago. Sorrido. “Ciao papà. Sto bene. Adesso sono qui. Ci sentiamo presto. Dillo alla mamma.”

Amen

17 novembre 2019

Nei miei viaggi manca spesso il lieto fine. Magari un giorno dovrò rubarne uno. Non so ancora dove. Non so ancora come. Per ora so solo che è tornato il freddo e qualcuno un po’ peloso mi ha fregato una pantofola.

Le parole fuori posto ormai mi riconoscono e mi abbaiano sotto casa. Le porto a spasso. Fanno sempre più rumore che danni. Hanno probabilmente scoperto i miei trucchi e, a furia di annusare le cuciture, scoveranno presto dove nascondo tutti i miei sogni.

Nel frattempo gioco a tenere in bilico un calice. Le mani combaciano per un momento, divise da un amen e un tempo infinitamente piccolo. Quello che separa il presente dal passato.

Sull’equilibrio delle mie ginocchia si piega il capo dalla notte. Ma non mi annuisce. Non mi perdona. In fondo ogni demone avrebbe il diritto di guadagnarsi un posto in mezzo agli angeli tra i mille crimini del soddisfacente.

Alla fine sono quello che tiene in vita Jep. Quello che ascoltava Alice. Quello che cacciava il polpo nel bosco. Lo so, nessuno è “quello che prova”. Nessuno è “ciٍò che pensa”. Siamo soltanto “quello che facciamo”. Dettagli che alla fine portano comunque via il tempo.

Credo che l’errore più grande che può commettere un uomo alla soglia dei 50 è sicuramente il “dimenticarsi dell’esistenza di un dopo”.

#il portachiavi

14 novembre 2019

Le notti si somigliano tutte. Ovunque. In ogni luogo dove sono stato. In ogni posto del mondo. Forse dovrei ricominciare a giocare a scacchi. Solo bianco e nero. Abbandonare tutte le sfumature di grigio.

Non ho mai avuto la presunzione di ottenere un posto di prima fila in ogni universo che attraverso. Mi basterebbe una terza fila vista cielo stellato. Magari con un biglietto in tasca per il primo sogno che riparte.

Il mio problema è che mi guardo troppo dentro, così mi perdo tutto quello che succede fuori.

A volte credo che tu mi stia venendo in mente. Allora mangio un dolce, mi lecco le dita e sento il sapore di una certa esistenza. Lo sento ovunque intorno a me.

Resistergli è un conflitto e lottare con i bei ricordi è come fuggire con il Re nero quando tutti gli altri pezzi neri della scacchiera sono ormai caduti.

Intanto i pensieri si accalcano come pedoni ai margini della battaglia. Sento l’eco di scudi infranti e lance spezzate.

Vedo il mio esercito in rotta col passato. Mentre un sorriso di donna campeggia trionfante sui lineamenti indefiniti di un’alba malinconica. Figlia di una serata troppo alcolica.

Stanotte ho provato a bere senza fermarmi un secondo. Ho ripensato a un certo Hemingway, a Bukowski, a Victor Hugo. E ho cercato di riconsiderarmi, nei limiti del possibile, uno di loro.

Ho cercato quel brivido empirico in una visione di me stesso a cui credere. Un’immagine che potesse essere fisicamente vera.

Il punto è che sto lentamente scivolando, ma non so dove. Cammino lungo un crinale in bilico tra un affascinante ricordo e un malinconico abbandono. Avanzo e mi chiedo a che punto di quel libro io mi trovi.

Come “quale libro?”

Il coso no?

Ho il ragionevole dubbio di trovarmi arenato nella stessa pagina, fermo tra le parole di sempre. Stretto tra la spietata consapevolezza di aver già letto e la terapeutica speranza di non essere il primo personaggio destinato a lasciare la scena.

Stamattina il cielo è limpido. A Cuba non fa mai freddo. Indosso solo una camicia fiorata fuori stagione, ma ho la sensazione che l’autunno mi insegua da sempre.

Se guardo intorno metto in dubbio i colori. Il giallo del sole, l’azzurro del cielo, il bianco delle nubi, il rosa pastello di queste vecchia Cadillac anni 50, noleggiata a cifre esagerate, senza propositi certi.

Stamattina ho una mia corretta definizione cromatica. Mi vedo scorrere in una pellicola bianco e nero anni trenta.

Luce impacciata e un timido Charlie Chaplin con cappello nero che recita, pensa e scrive. È un film muto che non sa di niente, eppure riempie.

Poi un’alba. Rallento. Ci penso.

Asciugo un ricordo.

Strizzo gli occhi e sorrido per finta, perché il mio migliore amico mi sta guardando. Perché non mi sono mai piaciute le faccine da Pierrot.

“Lo sai? Avrei voluto invitarla a cena per il mio compleanno.”

“Chi?”

“No, niente…”

Sono un fumetto. Mi attacco a un pensiero felice e volo tanto per farlo.

Va tutto bene. Credo. Ho fiducia nella lucida follia. In quel suo nascondersi tra le pieghe di un poderoso starnuto in questa scontata, feroce e umanissima quotidianità.

Intanto il Re nero indietreggia. Se ne sta in fondo, accanto al bordo scivoloso di questa scacchiera. In attesa paziente di una mano che ne assicuri la dolente cattura e ne sancisca la tanto agognata fine.

Lui non ha un portachiavi. Uno di quelli che quando fischietti suona. Quel qualcosa di tecnologico a cui si legano le ultime possibilità di un ritorno a casa, quando non ricordi dove hai lasciato le chiavi e ti senti un po’ perso.

È un incanto

9 novembre 2019

Nessun progetto nasce da solo. Nulla di quello che sogno può fare a meno di me. Perché alla fine tutto quello che spero è solo vederlo realizzato. Insomma, voglio che accada veramente.

Vivere. Non mi sono mai sottratto dal farlo. Si, qualche volta mi sono scontrato con la realtà che non ti aspetti. Inciampando. Cadendo. Sentendomi a volte inadatto. Altre volte inadeguato. Per rialzarmi lentamente, il più delle volte deluso e ammaccato.

Altrettante volte mi sono fermato davanti a uno specchio per ritrovarmi come ero. Le stesse espressioni di sempre. Stessi capelli. Più o meno le stesse rughe. Ogni tanto gli stessi sbagli da raccontare. E sempre, immancabilmente, lo stesso modo di dialogare con le mie emozioni.

Non è semplice fare della propria vulnerabilità una forza. È come illudersi di cedere il controllo alla vita stessa. E io lo faccio con lo stesso ottimismo di una barchetta di carta che si accinge ad affrontare un fiume in piena.

Ingenuamente. Consegnandomi all’acqua. Non sapendo del tutto dove siamo le rapide. Ma comunque convinto di arrivare al mare.

Lo so, tutto questo può sembrare banale e magari lo è. Ma il minimalismo è un dilettantismo di difesa. Il mio dilettantismo di difesa. Un comportamento che tengo spesso nel tentativo di dare un possibilità a tutte le mie più assurde personalità.

A me piace pensare che questa autoironia sia la miglior difesa. Aiuta ad avere la percezione di quale sia il proprio ruolo e come lo si svolge, con quale qualità.

Ecco. Mi è appena arrivato un messaggio sul cellulare. È di mio padre. Mi ricorda di guardare la partita domani. Dice che il bello deve ancora arrivare. E quindi?

Quindi niente. Mi metto ad aspettare. Credetemi, lasciar correre il tempo è un incanto. E somiglia molto allo “sperare”.

Ci sono giorni

7 novembre 2019

Forse avevano ragione i PFM a ritenere Settembre il mese delle impressioni. Che poi non si discostano neanche molto dai pensieri di ottobre e novembre.

O magari sono io che ho il potere di illudermi in maniera spietatamente creativa. Non ho alcuna voglia di partire. Eppure implacabilmente devo. Non trovo nemmeno lo spazzolino da denti.

Chiudo la borsa tirando la zip e sono pronto. Per cosa poi, nemmeno lo so. Sorrisi di circostanza, strette di mano, pacche sulle spalle.

Ci sono giorni in cui mi riconosco nella fisica degli accendini. Quelli che passano di mano in mano. Li cerchi in giro. Li ritrovi nel cassetto dell’auto, poi spariscono di nuovo per riapparire dopo mesi in una tasca a caso.

Insieme

1 novembre 2019

C’era una volta un giovedì. La foto di un abbraccio. C’erano un caffè che tossiva e le bustine di zucchero sul tavolo, allineate come tanti indecisi alleati.

C’erano i bambini che correvano in strada come finti pipistrelli. E poi i sorrisi portati via tra le caramelle.

C’era una volta un giornale sgualcito. Le mani “sporche” e l’odore di acqua ragia.

C’era un gigante buono, il rumore di biscotti spezzati e il volume del brusio che investiva la piazza. Che disarmava i curiosi. C’era un suono di sirene a portar via santi in paradiso.

C’era la pioggia fuori dalla porta. E il chirurgico ticchettio dell’autunno a far da avversario al tempo. Quello che non torna.

C’erano una volta nuvole lontane e navi alla deriva, convinte di avere ben salda la vela.

Jep aveva tempeste di pensieri nella testa e l’abbraccio di un amico che gli faceva da timone. Nel mentre una nube dalle sembianze di drago prendeva forma all’orizzonte. Una meravigliosa imitazione della vita da affrontare insieme. Laddove finiscono i palloncini.

#misere cinque assi

27 ottobre 2019

Credo nell’amore. Ci ho sempre creduto. Credo nell’ispirazione che nasce dall’ammirazione verso un’altra persona. Credo anche nel mestiere di amare. Credo in Prevert e Khalil Gibran. Credo che il primo dovere di ogni uomo innamorato sia quello di soddisfare. Di proteggere. Di interessare, coinvolgere e realizzare i desideri dell’altra.

Credo che tutte le relazioni sane debbano contenere dei misteri insondabili. Delle circostanze inspiegabili. Dei ragionamenti per assurdo. Credo negli inizi di ogni storia, temo le parti centrali e ho il terrore dei finali. Credo nelle relazioni forti di persone con caratteri forti. Uomini e donne che sognano qualcosa, che hanno bisogno di qualcosa e agiscono per ottenerlo.

Credo nei protagonisti, negli antagonisti, negli obiettivi mancati che insegnano e negli ostacoli superati, o presi in faccia. Fa lo stesso. Credo che i desideri concreti siano più forti di quelli astratti. Credo nella tensione. Nell’emozione di un’attesa, nel dramma di un rifiuto, e nella suspense di una risposta difficile.

Credo che si impari più dal passato, che non rinnegandolo il passato.

Credo che ogni bella persona abbia comunque i suoi segreti da custodire, le sue idee da difendere, la sue potenzialità da esprimere. Credo nella sincerità di un pianto e nelle mille possibilità di un abbraccio. Credo nella natura umana delle scelte. Nel rispetto dei sentimenti. Anche quelli non ricambiati. Credo che le domande più profonde della nostra anima siano più importanti delle risposte.

Credo che un uomo innamorato sia un poeta travestito da architetto. Credo che amare sia il mestiere più difficile. Sottopagato. Sottostimato. L’amore è un ponte. Che parte dentro di noi e porta dritto al cuore degli altri. Un ponte. Già. Detto così non sembra molto. Sono solo misere assi di legno. Nei casi migliori è ferro. Niente di che. Ma ci si emoziona così tanto per tutto quello che ci può passare sopra. E senza mai restare troppo tempo a chiedersi, “reggerà?”

Un amore non nasce da solo. Non è un desiderio nascosto tra le sinapsi di una testa. Ma un sentimento in cui credere, che si manifesta con devastante prepotenza e che ti chiede di vivere. Senza trama. Senza copione. Senza finali a sorpresa.

Bisogna però saperlo fare. Amare intendo. Perché quando ci si innamora e non si è mai veramente pronti a farlo. Ci si confonde. Ti sembra di sapere alla perfezione sempre tutto quello che va fatto, ma in realtà non ne sai nulla.

Agisci a caso. Nella convinzione che ogni passo sia nella giusta direzione. Mosso soltanto dal bisogno di affetto, dalla confusione e da una crescente carenza di attenzioni. Per questo oggi io dico che prima di innamorarsi ci vuole prudenza. Ci vuole cautela. Saper rimanere in ascolto. In equilibrio su quelle misere cinque assi. In paziente attesa che arrivi il giorno in cui nessuna domanda sarà più così difficile, e nessuna risposta farà più tanta paura.

Tutto torna

26 ottobre 2019

Passeggio per i vicoli del centro di Roma. Indosso quei blue jeans strappati che fanno tanto moda e un paio di scarpe da ginnastica fucsia. Unico compromesso sportivo di questa notte. Per fortuna ho uno di quei k-way fantasia militare a proteggermi dai miei stessi pensieri e dall’umidità.

Ripenso a quel giorno in cui stavo passeggiando come adesso. A quell’artigiano che a tarda notte era quasi ossessionato dal lavoro nella sua bottega in via della lungara. Oggi invece la serranda è chiusa. Quella sera ricordo che mi ero affacciato, gettando uno sguardo. Gli chiesi se era la passione per i mobili antichi a farlo lavorare fino a tarda notte.

Lui ricambiò il saluto e mi rispose gentilmente.

“La verità è che non mi interessa davvero. È un modo come un altro per stare da solo con i miei ricordi. A ripensare alle cose che mi sono state dette .” E intanto continuava a impagliare una seduta. Lentamente, ma senza sosta e soprattutto senza accennare a fermarsi.

Lo salutai con un cenno del capo.

E già. Forse non pensiamo alle cose quando ci vengono dette, ma quando giungono a noi. Attraverso il silenzio. Attraverso il tempo. Attraverso una solitudine ricercata e preziosa. Questa distanza tra timpano e intimità può durare anni.

Per esempio oggi capisco che la fine di un qualcosa può essere anche la “bellezza di accettarne la fine”. Rispettarla. Attendere altro. Capisco che il discorso sulla necessità di rivedere certe scelte e ascoltare alcuni consigli magari mi arriverà col tempo. Nessuna fretta. La vita non è distratta. E soprattutto nessuna parola d’amore si perde mai davvero. Alla fine tutto torna.

E poi

22 ottobre 2019

E poi arrivarono gli occhi e si presero la rivincita su tutto quello che non erano riuscite a fare le parole.

Godendosi il panorama

17 ottobre 2019

Scrivere è una trappola dannatamente dolce. Ti cattura, ma sa anche lasciarti andare. Stanotte mi nutrivo dei sorrisi avanzati da qualche altra storia. Prendevo la luna per mano finché lei si lasciava afferrare. Poi mi accarezzavo le cicatrici dei sogni passati.

La scelta di ridurre al minimo le cose noiose nella mia vita mi allontana spesso da casa. Le persone che ho conosciuto in passato mi attraversano la testa e io stesso faccio parte di questo flusso.

Ricordare è facile. Scordare un po’ meno. Eppure servirebbe un gesto condizionato. Una “forma mentis” dedicata a tutte quelle persone che hanno pensato di poter occupare un posto nella mia vita. Di potersi accomodare sui miei sentimenti e di restare lì, a bere uno spritz godendosi il panorama.

Un jep

9 ottobre 2019

Vieni. Qui c’è lo spazio destinato alle cose belle e discutibili. Una cena non convenzionale. Un film dannatamente coinvolgente. Forse “scorretto”, ma non per questo meno godibile. Città Alta, ma solo dall’esterno.

La statua di un leone che vomita acqua in una fontana. Una vista mozzafiato. I primi freddi. Un viale alberato a metà strada tra un brivido e una stella cadente. E in mezzo alla strada un Jep che deve solo rimanere vigile. Mettere distanze. Riscoprire la qualità della presenza.

Da quando ho superato i quaranta, lo sguardo verso i fatti che accadono si è fatto più attento. Più personale. Più penetrante. E giunto alla soglia dei cinquanta posso dichiarare di essere diventato quasi un perfetto osservatore. Dico quasi perché a questo mondo, come dice spesso mio padre, non si è mai davvero sicuri di nulla. E mio padre ha “quasi” sempre ragione

Un racconto qualunque

1 ottobre 2019

Viaggiare è un verbo spietatamente transitivo. Vuole sempre una meta e un posto al quale fare ritorno.

Viaggiare. Velocemente. Senza un complemento di causa efficiente.

Viaggiare in piedi o rigorosamente seduti. Dietro a un ricordo. Un numero dispari. Cento colpi di spazzola.

La strada del ritorno poi è la stessa. Sempre troppo solo. Mai veramente da solo. Altri passeggeri. Troppi. Altre storie.

E Alice? Potrebbe essere passata di qui.

Potrebbe esserci stato davvero chiunque. E questo potrebbe essere nient’altro che un racconto qualunque.


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