Libero

19 marzo 2019

Il primo giorno Dio separò la luce dalle tenebre. Per Alice invece ogni giorno era luce. Ogni notte era tenebre. Fatta eccezione per quelle sere da ricordare, quelle con la luna smussata. Come stasera.

Dalla terrazza Alice la vedeva conquistarsi il suo spazio attraverso il buio sopra la piazza. Jep provò a distrarla con uno sguardo, poi con qualche smorfia. Lungo il profilo di quella donna traspariva l’inesorabilità della perfezione.

Intanto il tempo declinava il silenzio al passato, lasciando lo spazio al brusio dei passanti sulla piazza. La grande bellezza. La luce. Il buio e tutto ciò che non può essere pronunciato, si perse nell’azzurro degli occhi di Alice e nell’imbrunire incerto di un lunedì amaro.

Non poteva essere che così. All’alba del suo cinquantesimo anno di vita Jep si era reso conto che un uomo è uomo solo quando è libero di essere quello che è.

Una porta da sbattere

9 marzo 2019

E poi finalmente fai piazza pulita degli opportunismi. Dei dilettantismi. Dei falsi amici. Delle conoscenze con la data di scadenza. Dei pregiudizi e dei giudizi.

Rimangono solo le righe che tiravi sul foglio prima di calcolare il totale. Sempre e comunque a tuo favore.

Quello che mi piace della rabbia gridata è la sua verità. Il suo essere presente. Il suo astenersi da ogni controllo. La rabbia gridata non fa prigionieri. Non promette futuro. Non guarda al passato. Gli basta il presente e una porta da sbattere.

#alta marea negli occhi

2 marzo 2019

Le sensazioni positive, le frasi scritte, cancellate, sussurrate, gridate, dette e contraddette.

Le immagini colorate, le impressioni sbagliate, le decisioni affrettate, gli sguardi non ricambiati e i sogni ad occhi aperti.

La irrinunciabili curiosità, le deduzioni geniali, gli aggettivi inventati, gli avverbi e gli ossimori. Le figure retoriche, i verbi all’infinito, la punteggiatura, le dichiarazioni, gli intenti, le certezze, le paure, le frustrazioni, le fragilità.

E poi la gioia, i faccini tristi, i sorrisi sinceri, gli scheletri nell’armadio, le camice stirate, i jeans strappati, il sesso spinto, gli abbracci forti, la musica di nicchia, i libri, le mani nelle mani e le mani sugli occhi.

Speravo che tutto questo mi avrebbe trasmesso la serenità di cui ho bisogno. Ma ho costruito un castello di sabbia e parole, da guardare con l’alta marea negli occhi.

E tu chiudi gli occhi

19 febbraio 2019

Dilettantismi. Pregiudizi. Amori non ricambiati tra le pagine di un libro dimenticato sul divano. Charles Bukowski fa capolino dall’ultima pagina e si lamenta dei suoi amori perduti.

Intanto il tempo non scorre. Anche la caffettiera sembra non volerne sapere di tossire caffè. Il suo respiro si confonde col silenzio di certe storie disabitate.

È ora di riscrivere. È tempo di rileggere. È il momento di strapparsi una costola e riporla nella scatola delle scarpe al posto del cuore. Una sorta di maledizione degna di un “Pirata dei Caraibi”. La vita è un libro, o forse un bel film.

Che poi la maledizione peggiore che può arrivare addosso a uno scrittore è quella di saper osservare. Già, osservare. Perché osservare è più di vedere.

Osservare è il verbo che fa da incipit ai ricordi e lascia inciso sulla memoria un segno che poi improvvisamente si attiva.

Le immagini risalgono così le terminazioni nervose. Qualcuna nuota a stile libero contro corrente. Altre diventano solubili fino a sparirci dentro. E tu chiudi gli occhi per ritornare a far parte del tutto da cui provengono i momenti più belli.

#il giorno del non compleanno

7 febbraio 2019

La soluzione sarebbe semplificarsi la vita. Guardare senza studiare. Camminare senza correre. Scrivere senza rileggere. Mangiare senza gustare. E invece alla fine finisco col farmi carico di tutto. Degli umori. Dei sapori. Delle emozioni forti.

Rifletto sul percorso, in ogni attimo del percorso. E mi appesantisco la vita con quella parte di me che è alla continua ricerca di conferme. Quella che giudica e che si lamenta se poi non se ne esce. Quando invece si potrebbe vivere bene anche sapendo che c’è qualcosa da migliorare. Ma senza dannarsi cercando di farlo subito.

Piuttosto con calma. Respirare senza affanno. Alzare gli occhi e scegliere una luce a caso. Senza preoccuparsi che si tratti di un lampione o della stella più luminosa. Inventare orizzonti meno lontani. Intrecciare desideri possibili. Aprire e chiudere un libro accontentandosi di leggere una singola favola.

Buon “non compleanno” Alice. Magari domani attraversiamo lo specchio insieme. Stanotte invece aspettiamo che la penombra faccia le valigie, poi minuziosamente iniziamo a descrivere qualcosa.

Confido in una bella storia, un bicchiere di vino rosso e un destino più collaborativo. Confido nelle speranze che dicono al buio di farsi da parte. Nei sogni che senza farsi scoprire infilano nelle tasche la voglia di fare programmi. Nei ricordi più belli che se ne vanno via scodinzolando.

Senza quelle delusioni gettate a manciate dentro a un letto scomodo. Senza tutte quelle parole che ogni tanto grido e che non penso. Senza tutti quegli errori che lasciano spazio vuoto e che non sono mai stato in grado di riconoscere.

#la più breve

5 febbraio 2019

Sorseggio un’aspirina effervescente. Le poltrone non sono poi tanto scomode se sai sopportare un mal di schiena. Il vagone è colmo di persone. Chi parla al telefono, chi gesticola idee. Io non presto attenzione. Non ho nulla da barattare, tantomeno parole.

Potrei separarmi da questa poltrona e camminare verso la coda del convoglio, mentre il treno sfreccia in direzione opposta. Andare così, avanti e indietro nel tempo che passa. Un lusso che non tutti possono permettersi.

Io non ho proprio idea di quale forma abbia la mia disciplina stasera. Però viaggiare non mi ha mai fatto davvero paura. E comunque non troverò nessuno in piedi ad aspettarmi stasera, magari nervoso, mentre guarda un orologio.

Mi piacerebbe scoprire l’origine di certi vocaboli. Per esempio chi ha inventato la parola “destinazione”. Vorrei essere astuto e invece sto camminando verso la coda di un treno che sfreccia in direzione contraria. Ma questo l’ho già scritto.

Ricordo Alice. Lei teneva l’astuzia in cucina, nella cassettiera in basso, accanto alle barrette di un qualche tipo.

Il treno rallenta all’improvviso. Si scuote di dosso la realtà. Io cado scivolando sulle ginocchia. Giusto davanti a una ragazza.

Che diamine di figura retorica è questa? Un’iperbole? Una sinestesia? Magari è una semplice figura da scemo.

Mi rialzo. Sorrido come le statue di cera. Non ricordo nemmeno se ho salutato prima di ricominciare a camminare. Forse ho solo immaginato di farlo.

Quando ripasso porgerò a quella ragazza le mie più sentite scuse. Non mi ero mai trovato in ginocchio davanti a nessuno.

Adesso ho solo idee un po’ confuse. Quella felpa nera col cappuccio l’ho già vista. E quel libro sulla vita di Marilyn? Ne esiste un altro dimenticato da qualche parte e che avrei tanto voluto leggere.

Questo mio inutile tornare indietro. Questo pensare e ripensare a dove fossero le mie mani in quel momento. La fisica gioca con il passato. La chimica provoca ricordi allucinatori. Ma è la filosofia che trasforma tutto in parole.

Non ci sono le geometrie giuste per intervenire stasera. Niente emozioni da elevare al cubo. Nessuna piramide che nasconda un segreto. Nessuna sfera che introduca una conoscenza. E neanche un cilindro dal quale estrarre un fottuto coniglio bianco.

La ragazza non c’è più. Forse l’ho soltanto immaginata. Oppure anche lei era di passaggio nella mia vita. In assoluto è questa la mia storia d’amore più breve.

Ti gira la testa

2 febbraio 2019

Stamattina il mio foglio elettronico se la ride. Succede ogni volta che provo a metterci sopra certe parole. Sostantivi, verbi e aggettivi che si inseguono lentamente, feriti da uno sterile inchiostro elettronico.

Forse ho perduto le occasioni migliori osservando i miei castelli in aria. Curiose architetture fatte di sogni e briciole di pane della cena. Posso ancora rivederli quei merli sgraziati. Quei lunghissimi corridoi infestati dalle immagini degli amici e delle amanti mai avuti.

Abitanti curiosi di un regno compromesso e solitario. Personaggi impostati privati di entusiasmi e nostalgie. Senza certezze.

Quelle che oggi hanno il barcollante tremore di una sbronza notturna nei vicoli poco illuminati di Roma.

Ci sono serate dove la birra marcisce. Altre dove ghiaccia e spacca i sorrisi. E poi ci sono serate dove il vino non disseta. Il tempo scorre lento. E il ronzio delle parole si confonde con l’alcol e ti gira la testa.

Buona lettura

25 gennaio 2019

Il tempo. Qualcosa comincia a cambiare in modo prepotente. Ruoto le fotografie. Aumento l’enfasi. La domanda è preistorica.

Siamo tutti scontenti di quello che vediamo riflesso al mattino da doverci inventare altre vite, anche se del tutto elettroniche? E io? Sono contento di ciò che vedo?

Scatto un’altra foto. È un monumento antico come il tempo. Scattare vuol dire pensare. Lo metto a fuoco. Enfatizzo i dettagli. Le ombre. Poi ruoto l’immagine come a cercare un contatto col mondo che vedo. La accarezzo con gli occhi lungo i bordi.

Da bambino vedevo i miei disegni roteare mille volte nelle mani di adulti smarriti e disperati. Dunque. Questa è solo l’ultima di milioni di inquadrature e sono passati 49 anni dalla prima sequenza.

I vasi sanguigni che pulsano al battito del cuore sono l’unica cosa che mi separa da questa inutile e contagiosa virtualità. Dall’interno. Né orizzontale, né verticale. Né prima, né poi. Ora.

Guardo le immagini del passato. La sensazione è meravigliosa, perché apre il campo all’incertezza. Avrò fatto bene? Avrò visto giusto? Avrò dato davvero il mio meglio? Se non si passa da queste risposte, nulla è possibile.

Stamattina c’è un sole che non scalda e un viaggio che mi attende. L’ennesimo. Ha un non so che di adolescenziale lo sbucciarsi continuamente le ginocchia e il palmo delle mani.

Eppure vado avanti senza mai calpestare e spingere chi mi precede. Senza mai desiderare di essere un’altra persona.

E se non mi avete ancora capito, allora basta tornare indietro di qualche anno. Buona lettura e buon viaggio.

La nostra più grande solitudine

16 gennaio 2019

Si può essere vicini. Si può essere nello stesso tempo, nello stesso emisfero, nella medesima città e addirittura nella stessa stanza. Ma tutto cambia il senso senza simultaneità. La simultaneità è una vibrazione empatica.

Due corde di pianoforte accordate sulla stessa nota vibrano nello stesso identico modo. Simultaneità è riuscire a percepirlo.

Ipotizziamo di essere seduti al bar con una persona che ci confida una cosa che ritiene molto importante. Ma supponiamo di capire e di realizzare veramente questa cosa solo diversi anni dopo.

Ebbene è in quel preciso attimo che siamo simultanei. È solo in quel maledetto istante che ci troviamo davvero seduti a quel tavolo. Solo e unicamente in quel momento di molti anni dopo.

Anche se la realtà fisica può essere variata nel tempo. Anche se l’altra persona potrebbe non esserci, o non riconoscerci nemmeno più.

Il piano della percezione è completamente diverso rispetto al piano fisico. E a volte un ritardo nel capire qualcosa di importante diventa il ritardo di tutta una vita. Un disallineamento del nostro essere. La nostra più grande solitudine.

Eri incanto

4 gennaio 2019

Di tutte le parole ho scelto questa. Incanto. Decine di ricordi riflessi in un pensiero indimenticato. Un colpo di tosse. Un calzino spaiato. Dieci palloncini gialli. L’istante che precede ogni parola sussurrata.

Era incanto accarezzare coi polpastrelli un menù stellato, immaginando cosa avresti ordinato. Oppure inventare un dono. Ricavarne una sorpresa, un abbraccio, un rifugio, o un anfratto nascosto nei tuoi occhi. Riuscivi a dare un senso altissimo e introvabile ad ogni attimo trascorso in silenzio.

Si, eri tu. Eri tu. Sei tu.

Che camminavi in un tacco altissimo come si cammina in una scarpa slacciata. Che non portavi con te nuvole grigie, ne tantomeno un cielo sereno.

Ed erano uniche quelle mille scomodità. Quelle dei vagoni contaminati di un treno regionale. Le docce. I gusci. O il sonno in un’auto parcheggiata a caso. Sotto casa o lontano da casa.

Erano incanto la tua schiena. I tuoi capelli raccolti in fretta. La colazione pronta. Le gocce di cioccolata. Il plum cake alla vaniglia. Le notti lunghissime e mai perfette.

Eri incanto tu e il tempo che non voleva mai scrollarsi di dosso quei momenti.

Un incanto che cominciava da dentro. Dalle profondità di un sogno attraverso l’universo, che pulsava al ritmo del battito del tuo cuore.

Un incanto come nessuno, fino ad allora, era stato mai.

#31 dicembre

3 gennaio 2019

È la fine di dicembre. Ma non un giorno a caso. È proprio la fine. L’ultimo giorno. L’ultima notte. Quella dove tutti festeggiano la routine. Anche chi non avrebbe un bel niente da festeggiare.

Ultimamente mi sono reso conto che prima di scrivere penso in bianco e nero. Forse in una scala infinita di grigi la cose accadono più lentamente. E comunque le cose accadono. Anche nelle favole.

Che senso avrebbe un cappuccetto rosso senza lupo. Una bella addormentata nel bosco senza arcolaio. O una Biancaneve senza la strega cattiva. Dalle favole però ho imparato a fuggire. E l’ho fatto tante volte, ma sono sempre tornato, convinto che prima o poi sarei rimasto. E invece ogni volta sono ripartito. Scappato.

Anche stanotte ho fatto ritorno nei miei pensieri più intimi. Senza muovermi. Senza spostarmi di un centimetro. Immobile sul divano di una stanza circondato da cose. In compagnia dei miei silenzi. A tratti spiato da un soffitto curioso.

La notte ogni pensiero è la pagina di un diario. La notte ogni ricordo mi ruota intorno. E per un istante la mia mente diventa il centro copernicano di un universo che orbita al contrario. Sono tornato. Forse per sussurrare a qualcuno un “mi manchi”. L’ho fatto in modo scontato. Quasi didattico. Eppure era la verità e lo è anche ora che sto ripartendo.

Stasera alzerò un calice per brindare a tutto quello che non sono riuscito. A tutto quello che non posso e che non voglio. A tutto ciò che non importa a nessuno e che per me è importante. A tutti i desideri che vorrei indossare ancora. E a tutti quei meravigliosi errori che mi piacerebbe strapparmi di dosso.

Del resto che rimane farò invece una pallina di carta da gettare via con un impreciso colpo di tacco. Guardando negli occhi i miei genitori e abbracciandoli non come fosse l’ultima notte al mondo. Ma come per dire semplicemente, Auguri.

#caro albero

25 dicembre 2018

Caro albero, si comincia così no? Quando si scrive una lettera a qualcuno. Anche se davvero non so quanto tu sia “caro”, o meno. Quindi tiro a indovinarlo.

È divertente però. È quasi come scrivere una lettera a Babbo Natale. Oddio, sto divagando. Sto cercando di prendere tempo. È evidente. E accade sempre quando qualcuno ha qualcosa da nascondere.

Magari voglio sottrarmi al tuo giudizio e celarmi dentro le parole. Come fa chi è troppo timido per poter essere sintetico, o chi è troppo agitato per poter essere conciso e concreto.

Mi parlo addosso. Cerco di prenderti per stanchezza e rivelarti solo sul finire della nostra conversazione un confortante frammento di verità.

Stasera mi sarebbe piaciuto esserti più vicino. Come gli inverni passati. Magari parlare ancora. Forse mi avresti anche raccontato la tua storia, quella dei rami. Delle infinite decorazioni. Delle mille lucine a led. E invece me ne sto qui. Tre metri sotto il cielo. In un posto lontano, ma non troppo da impedirmi di guardare la stessa luna.

Da cosa sto cercando di tenermi lontano? Non so. Probabilmente da me. La verità, caro albero, è che a volte sento addosso uno strato di inadeguatezza costante. Qualcosa che impedisce al me stesso che scrive di farlo consapevolmente. Divertente, non trovi?

Non so nemmeno perché ne sto parlando con te. In questi giorni, a dirla tutta, scrivo più usando il passato. I verbi si accalcano, consueti e scontati.

Sono troppo distante dai miei sogni, caro albero. Sono distante anni luce dall’intravedere i miei condizionali, i miei vorrei e tutti i miei potrei. Troppo distante per riuscire a cambiarli in un comodo indicativo presente.

Forse mi manca il coraggio, o forse sono troppo spavaldo per provare paura. In entrambi i casi comunque sono una conseguenza dei miei difetti.

Sai? Ultimamente sposto gli oggetti in cucina. Metto le etichette in fila, tutte rivolte nello stesso verso. Guardo le scadenze e i prezzi al supermercato. Schiaccio le bottiglie di plastica e raccolgo tutto in un contenitore a parte. Mi diverto a cucinare anche solo per me. Invento. Provo. Sbaglio. Mi correggo.

Sbircio i siti di architettura moderna. Guardo vecchi film di Stanley Kubrick. Ascolto musica strana su youtube e cerco di percepirne il senso.

Poi rileggo cose. E scrivo, scrivo tanto. Interagisco con persone nuove. Ce n’è una in particolare che ha il potere di ridisegnarmi il sorriso. Un po’ pazza lo ammetto.

Ma la pazzia spesso ti regala i sorrisi migliori. E li memorizza meglio di quanto farebbe un foglio elettronico. Così mi basta rileggere certe conversazioni per richiamare un minimo di sana allegria e lasciare che il buonumore faccia capolino.

Sai, caro albero, quando ti ho detto che non sapevo il perché avessi gettato al vento tanto tempo nella mia vita? Era una bugia. È il desiderio di proteggere qualcuno che ritieni più importante di te a farti fare le cose a caso.

Ti lascia sprecare i momenti migliori della tua esistenza.

A volte mi sono addirittura illuso di poter cambiare le persone e cauterizzare le perdite di tempo. Ma con cosa poi. E perché ? Forse per esorcizzare la magra consolazione del suo inevitabile scorrere? Il tempo è la misura dell’andirivieni del mondo e porta in se tutto l’inganno che la vita continua a tessere alle nostre spalle.

Che ridicola situazione. Non mi sorprenderebbe un giorno incontrare una qualche deità che se la ride di noi. Nel frattempo, caro albero, bevo un Nespresso blu e controllo la contabilità. Vado rastrellando pensieri come foglie cadute e invento frasi a effetto, in attesa che arrivi il Natale a imbiancare nuovi entusiasmi fuori stagione.

Lo so che il giorno non porta alcun consiglio e che anche alla notte piace farsi i fatti suoi. Ingannevole è la ragione più delle parole. A volte anche più di ogni altra cosa.

Caro albero, ora devo andare. Smetto di scriverti. Ho un appuntamento con la mia coerenza. Non l’ho mai fatta aspettare e non comincerò certo ora.

Prima però vorrei chiederti un favore. Quando sarà il momento di indossare il puntale. Non fare troppo l’esibizionista. Tanto non puoi essere mai più bello di lei quando sorride. Era solo per avvisarti. In grande amicizia intendo.

E non preoccuparti. Comunque vada. Sarà una bellissima giornata.

Un giorno

23 dicembre 2018

Eppure qualche volta ho ancora paura. Forse la soluzione non è cercare la vita più piacevole, ma uscire dalle categorie di piacevole e spiacevole. Sembra una stupidità scritta da chi ha avuto un’esistenza serena, quando in altre latitudini del pianeta si dividono sofferenza e dolore. Eppure è un tipo di approccio normale alla vita.

Se solo riuscissimo a capire che cosa genera certe paure. Quella di non essere amati, quella di non riuscire, quella di fallire e non essere all’altezza. Quella di morire.

Se solo riuscissimo a percepire l’inesistenza di ogni io e di ogni mio non cercheremmo più nulla per essere amati, perché non c’è bisogno di raggiungere o di fare niente al riguardo e niente di quel che possiamo fare può avere il minimo effetto sull’amore.

Non si scrive un libro per essere amati. Non si cerca di avere successo per essere amati. Non si fa una figlia per essere amati. Non si pubblicano mirabolanti storie sui social per essere amati. Non si copre nessuno di regali per essere amati. Non serve nemmeno apparire per essere amati.

Per essere amati, basta amare.

Magari un giorno mi convincerò davvero che sia così e che quel giorno è stato ogni giorno. Fino a quel giorno.

La mia destinazione è il mare

13 dicembre 2018

E così se ne va. Un altro giorno vissuto da spettatore nello stesso universo di ieri. Un altro passaggio veloce tra impercettibili eroismi e una moltitudine di dilettantismi senza eccellenze. Vincitori e vinti. Accusatori e offesi. Derubati e ladri, o ladri che lo sono diventati perché truffati prima.

Tra complicati giochi di coppia. Uomini e donne imbrigliati nel rifulgente replicarsi del solito equivoco. Il “teorema dell’io e del mio”. Quelle spietata illusione di vincere e perdere comunque da soli, mentre si vince e si perde sempre insieme.

Un tempo ricorderò di quando ero soltanto una particella d’acqua. Una molecola vaporizzata di tutto il tempo trascorso a litigare, a replicare e gareggiare prima di tornare semplicemente acqua. Senza perdere nulla. Senza guadagnarci nulla.

Potrei parlare di violenza e di vittime. Potrei citare la fragilità dei vincenti e la durezza dei perdenti. So di essere stato entrambi e insieme a entrambi. Da ambo i lati di quel muro chiamato “verità”.

Quella emersa e quella mai scoperta. Con il dolore pulsante del bugiardo a far da eco alla rabbia del tradito. Storie che viste da fuori non si capisce mai cosa. Magari un giorno mi sorprenderò a scoprire che “giusto” e “sbagliato” sono posizioni equidistanti e che nessuno sta mai soltanto da una parte.

Intanto, come diceva il personaggio di Zobrist nel film “Inferno”, siamo alle 11.59. All’alba di inevitabili catastrofi che ci supereranno. Mentre il mondo si chiederà inebetito il perché si è ritenuto che non fosse sensato intervenire. Allora forse guarderemo con tenerezza tutti i nostri rapporti più intimi. Magari coglieremo il vero senso del volersi bene.

Un giorno guarderemo miliardi di particelle d’acqua schizzare contro gli scogli e ci renderemo conto che la loro vera natura è il mare da cui provengono e a cui fanno sempre ritorno. Ce ne staremo lì seduti e avremo ben chiaro solo quello che possiamo osservare.

La grandezza, la direzione e la dinamica delle gocce non è che un attimo in cui ogni molecola dell’onda sperimenta se stessa. Dieci, cento, milioni di volte, fin quante ne servono a ogni particella d’acqua per risolvere l’equazione ridicola dell’io e del mio.

Oggi sono qui. Goccia in volo. Nella fulgente illusione che mi spinge ad amare e ad odiare sulla base di forme e traiettorie di quest’attimo. Sono nato dall’impatto con lo scoglio e sto rimbalzando da sempre. In cerchi concentrici e convulsi. La mia fede è il tempo. La mia destinazione è il mare.

In continuazione

30 novembre 2018

Scrivere in continuazione. Farlo a casa, al ristorante da solo, o quando sei in treno. Quando ti aspetta una lunga fila davanti a un qualsiasi ingresso o sportello. Oppure quando fai la spesa, o quando ti stritolano in un vagone della metro.

Io lo faccio, perché scrivere è un viaggio. E anche se farlo non muta le distanze tra me e ciò verso cui sto viaggiando, so che comunque aggiusta i pensieri e il flusso del tempo. Scrivere cambia il mio punto di vista sul mondo.

Centro diagnostico. Mattina. Giro per la sala e osservo volti. Aspetto il mio turno. Intanto guardo distrattamente dalla vetrina che da sul piazzale. Tutti camminano con passo affrettato.

Tutti tranne qualcuno all’angolo di un giardino interno. Avrà pressappoco la mia età. Se ne sta chino su un tronco d’albero che ha ceduto al vento dei giorni scorsi. Sta studiando il modo per farlo a pezzi.

La sua dotazione consta di: carriola, sega elettrica, qualche giro di fune, una roncola e un litro e mezzo di minerale. Intanto le nubi si addensano. Si alza il vento e tutto comincia a volare. Lui taglia via i rametti e li deposita nella carriola, poi guarda il cielo.

Poco lontano c’è una pozzanghera di dimensioni lacustri, tipicamente romana. Una di quelle di cui non si vede il fondo. Un motorino ci è appena precipitato dentro, ma niente di grave.

Tutto si risolve con le solite imprecazioni dialettali verso il sindaco. “a Raggiiii mortaccitua”. È senza dubbio un “mortaccitua” esclamato ad alta voce. Potrei affermare che a Roma vale 10 “te vojo bene” del vecchio conio.

Come in una scena metafisica del passato, inizia a piovere. Filippo de Pisis, olio su tela. C’è qualcosa di artistico nell’aria.

L’uomo rientra e lascia la carriola. L’altro rialza il mezzo e se ne va. Rimangono solo una pozzanghera, un probabile diluvio e un tipo che sta scrivendo una storia, ma non vede l’ora di fuggire via.

Scrivere. Lo faccio da sempre. In qualsiasi luogo. In continuazione.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: