La mattina presto

20 settembre 2017

C’è uno spazio infinito davanti a me, ma non ho abbastanza tempo e capacità per attraversarlo tutto. 

Stamattina il lungomare di Ostia è trasparente. Sembra addirittura più tiepido dei diciotto gradi centigradi delle previsioni. Colpa di una brezza leggera che arriva dal mare e che accarezza le spiagge semi-deserte. 

Io passeggio. Gioco con le profondità dell’animo. Mi immergo ingenuamente con lo sguardo in un orizzonte lontano e riemergo, solo ogni tanto, per prendere fiato. Galleggio tra i disciplinati semafori e le ammiccanti vetrine dei bar. 

E poi un’altra cosa. C’è tanto silenzio. È un tempo giusto per leggere, per ascoltare, per guardare e raccontare. La città è ammutolita. I pensieri precipitano fuori, oppure restano in equilibrio sulla linea delle necessità. Per la prima volta sto osservando il futuro da una prospettiva diversa. Meno seria e più profonda.

Il domani sembra un luogo sinistro. Roma pare arrabbiata per questo. E io? Io me la cavo con uno sguardo da topo addomesticato. Con la mia solita faccia da schiaffi e gli occhi di chi si è smarrito tra i “perché” di ogni giorno. 

Intanto nel mondo la terra trema. I terroristi agiscono. Gli ideali crollano. Resistono solo le maledette banche. Quelle non falliscono. E le trasmissioni televisive, sempre più ridicole. Ammiccanti produzioni con le gambe aperte che mi fanno venir voglia di spegnere la tv.

Questo immenso spazio davanti a me sfila via più veloce del tempo necessario a percorrerlo tutto. Forse l’universo mi sta suggerendo qualcosa di quello che potrei essere. Non solo dettagli di quello che non sono più. 

Ci sono attimi in cui la vita ci regala la straordinaria possibilità di fermarsi. Di riflettere e pensare. Riconoscere questo silenzio assordante e spiazzante. Succede quando cammini sul lungomare della tua città la mattina presto. Quando all’improvviso ti accorgi che la vita ti sta cambiando l’aria.

L’unità di misura

17 settembre 2017

Domenica mattina. Percorro a piedi viale Trastevere. Destinazione Porta Portese. Non sono un collezionista di cose antiche, ma camminare tra le bancarelle è sempre l’occasione giusta per osservare un campionario di persone particolare. Gente che, negli ambienti che frequento, non incontrerei mai. 

A Trastevere le variabili cambiano. Si nota immediatamente. La prima a farlo è il tempo. Un mercatino si muove al rallentatore. Un acquisto è sempre la conseguenza di una scelta ponderata e valutata, ma a Porta Portese è tutto un rito.

Perché in effetti i personaggi ruotano tra le bancarelle, ma non come chi vuole davvero comprare qualcosa. Bensì come chi sente forte la necessità di respirare l’aria degli anni passati. È una macchina del tempo.

Anche io voglio viaggiare a ritroso stamattina. Comprerò qualcosa? Non lo so. L’ultima volta ho acquistato un’orsacchiotto con la zampa semi scucita per cinquanta centesimi. Ora se la spassa sul letto di mia figlia insieme a un polpo blu.

Supero piazza Mastai. C’è profumo di cornetti caldi appena sfornati nell’aria. Peggio delle Sirene di Ulisse. Resisto. Ancora duecento metri e volto a sinistra. Vedo di tutto. 

C’è qualcuno che offre quei barattoli di pasta mimetica per il viso che usano i soldati. Alcune confezioni sono a metà. Da dove arrivano? Davvero da qualche fronte? A volte la storia delle cose è camuffata. Non posso fare a meno di pensarlo. 

Ci sono anche i lampioni dei vicoli di Roma. Quelli che l’amministrazione Raggi ha fatto sostituire con le Lampade a led. Meravigliosi. Chiedo il prezzo. Settanta euro. Li comprerei tutti se qualcuno mi aiutasse a rimetterli al loro posto.

Faccio qualche passo. Svolto un angolo. Avanzo lentamente tra giacche fuori moda e jeans usati. Vorrei acquistare una vecchia clessidra. Sono affascinato da questi oggetti. Invece mi imbatto in mucchi di posate semiarruginite, vecchi telefoni analogici, colline di dvd e proiettori di grosso calibro. Qualcosa di sottratto ai ricordi di un cinema che non c’è più. Forse muto.

Nonostante il tempo che passa. Nonostante la gente che cambia. Nonostante i muri culturali e generazionali, Porta Portese rimane la stessa. 

Merito delle persone che vivono e sanno adattarsi agli scenari che cambiano. In fondo il verbo “vivere” è “sopravvivere” soltanto nella desinenza. Cambia la radice. A volte le parole della stessa famiglia etimologica indicano cose così profondamente differenti.

Non ho ancora trovato la mia clessidra. Magari tornerò. O forse no. Nel frattempo intorno a me la vita continuerà a scorrere fluida. E io mi divertirò a osservarla passeggiando. 

Stamattina l’unità di misura sono i ricordi e io posso continuare a misurare questo meraviglioso universo soltanto sbattendo gli occhi.

Da ragazzino 

14 settembre 2017

Da ragazzino mi hanno insegnato che p greco vale 3,14 e che per due punti passa una e una linea retta soltanto. Eppure nessuno mi ha mai detto che esistono luoghi lontani dentro. Posti talmente lontani da somigliare a universi diversi.

Mi hanno insegnato che la linea retta che unisce due punti si chiama distanza. Ma nessuno mi ha mai detto che la distanza tra due universi si chiama paura. Paura di perdere. Paura di perdersi.

Da ragazzino mi hanno insegnato che due punti occupano sempre una posizione diversa nello spazio. Che non esistono linee rette che collegano due punti coincidenti. Che due rette parallele non si incontrano mai. Eppure nessuno mi ha mai detto se magari sognano di farlo.

Per rimanere collegati serve una distanza. Anche breve. Anche piccola. A scuola era una questione di parametri. Oggi è soltanto un fatto di significati.

Ero un ragazzino quando mi insegnarono che per tre punti, non allineati nello spazio, passa soltanto un piano. Ma nessuno mi ha mai detto che una mattina mi sarei ritrovato a scalare un universo in cui c’è sempre un altro piano da raggiungere. 

Un universo dove bisogna soltanto salire. Salire ancora. Quando io mi sarei tranquillamente accontentato del piano terra. O meglio ancora del piano bar. 

Tiraci fuori di qui

10 settembre 2017

Certe notti i ricordi si perdono come la Nutella, quando ti sfugge via da un cornetto appena addentato. 

Certe notti non servono piani di fuga perfetti per evadere. Si scappa e basta.

Certe notti non esistono stelle e la terra torna a essere piatta come una mappa. Un posto dove si può soltanto cadere oltre i bordi per non guardare il mondo. Eppure basterebbe un parapetto. 

Certe notti i cellulari chiamano da soli. A volte numeri che non ti sogneresti mai di digitare e che comunque non rispondono.

Certe notti, se non chiudessi gli occhi, sarebbe sempre oggi. 

Certe notti neanche le gemelle di Shining si fermerebbero a bere un gin tonic con me.

Certe notti il bambino dentro si rifiuta di stare seduto sul sedile posteriore. Vorrebbe guidare. E io alla fine, lo lascio fare.

Certe notti se le parole fossero porte, i silenzi sarebbero serrature a doppia mandata. 

Prendo un libro di Foster Wallace. La ragazza dai capelli strani. Leggo venti pagine e mi accorgo di aver sbagliato tutto. Così torno indietro di 5 pagine. Sospiro. Giro pagina. Sorrido. Poi stupore. Incomprensione.

Mi comporto come se quello che ho in mano fosse un luogo da raggiungere. Rileggo pagine. Traccio rotte.

Certe notti ho gli occhi talmente annuvolati che alla fine ci piove dentro. E ascolto le parole che non ho ancora pronunciato gridare impaurite:”Ti prego. Ti scongiuro. Adesso tiraci fuori di qui.” 

Alice e il sognatore di successo

7 settembre 2017

E’ una giornata insolitamente azzurra a Torino. Stamattina anche l’acqua del fiume non ha niente da invidiare al Tevere, o agli scarichi dei navigli. Il Po non è certo un capolavoro, ma almeno oggi non si vedono affiorare lavastoviglie, o centrifughe termozeta. E non l’avevo mai notato, ma ci sono punti larghissimi, di grande respiro. 

Respirare. In pochi sanno che il contrario di “inalare” è “esalare”. Saperlo non fa di me un umanista, però mi regala una maggiore profondità di pensiero. 

Lei sta arrivando a piedi. Cammina lentamente lasciandosi alla spalle la Gran Madre. Attraversa il ponte verso piazza Vittorio Veneto. È vestita come una diciottenne nel giorno più caldo di agosto. Mi abbraccia. Ci sediamo su mezzo metro quadrato di panchina. L’unica all’ombra.

Alice mi racconta di tutto. La sua storia è un caotico andirivieni tra quel che proprio non le è andato giù della vita e la sua impossibilità di riconoscerlo davanti a una persona reale. 

Le relazioni sbagliate. Il lavoro. La tempistica disordinata di certe situazioni subite. Un conflitto a fuoco in cui è proibito parlare di fuoco con gli estranei. E io lo sono. 

Azzardo qualche ovvietà: “Però scusami Alice. Quando ci sentiamo arrabbiati per qualcosa, o con qualcuno, lo possiamo anche dire, no? Si può comunicare.”
Ingenuo tentativo. 

Mi fissa e quasi sottovoce mi sussurra: “L’importante è che non succeda mai nulla e che niente metta in pericolo il Regno. E parlarne lo mette in pericolo.”

“È per questo che non ti sei mai aperta con qualcuno riguardo i tuoi viaggi?” Questa domanda la immagino quasi necessaria, ma non pronuncio neanche una parola. Penso e non dico.

Alice non amava il caffè. Odiava che nella spremuta rimanesse la posa dell’arancio. E le piacevano i taralli al finocchio. 

Una volta la vidi sorseggiare un Cosmopolitan. Fu in una sera di giugno, in un’isola che somigliava molto ad Itaca. Sotto una falce di luna che da sola illuminava completamente il cielo. Roba da Cenerentole dispotiche e dilettantismi da principe azzurro. 

Che poi nessuno ha mai saputo cosa gli accadde dopo il matrimonio. Questo la favola non lo ha mai raccontato. 

La storia di Alice, narrata da Alice, invece è una strada lastricata anche di torti subiti. Di dubbi irrisolti. Di personaggi indecifrabili e posti fantastici. Luoghi dove il tempo scorre in modo differente e dove il destino deve sempre rendere conto a poteri superiori. 

Avrei un’altra domanda sincera, ma sento che non c’è spazio per porla. Alice parla senza interrompersi.
Come si può immaginare una vita intera senza dedicare tempo alla realtà? Senza osservare le cose per quello che semplicemente sono? 

Una vita declinata con il verbo sognare è un’irraggiungibile Itaca. Forse un’isola troppo vicina per i miei sogni e incredibilmente lontana dai miei orizzonti. Un viaggio senza meta che non può che riportarmi al punto di partenza.

Poi il discorso si muove. Evolve. Abbandona le secche delle storie e punta verso l’alto. Tecnicamente e senza saperlo, Alice muta il suo sguardo. Si fa più distesa. Il viso è più chiaro, gli occhi più intensi e persino più vivi. 

“Io ho finito. Sono convinta che la mia vita, per quanto virtuale, abbia avuto comunque un significato e sono contenta di come la sto vivendo. Eppure adesso che sono quasi arrivata alla fine della mia storia, non riesco più a guardare oltre un singolo lato dello specchio. Ma non so da quale lato guardare.”

Penso alle risate automatiche che queste parole porterebbero in quasi tutti gli ambienti che frequento. Persino una parte di me inclina la testa sorridendo. 

Ma l’altra no. L’altra parte di me osserva una donna giovane di anni e vecchia di esperienze da raccontare. Non c’è più l’andirivieni di prima. Non c’è una parte che nega la sua rabbia e l’altra che lotta per farla uscire fuori. 

Riesco a vedere il complesso delle cose. Il ritmo rallenta, le frasi pesano di più e paradossalmente sono parole che volano.

“Non ho altri viaggi da fare Gianluca, la mia storia finisce qui. Sono contenta così. Grazie di avermi raccontata.”

Può un personaggio della mia fantasia diventare ad un tratto, bellissima? Ebbene può. 
Succede in un istante, ma succede. Penso che solo attraverso la nostalgia si veda il buono delle cose che abbiamo vissuto. Quelle per cui abbiamo sperato. Tutto fiorisce e matura in questo rarefatto finale. 

Forse non ho capito niente io di quel che accadeva nelle storie che leggevo. Forse ero troppo impegnato a scrivere e raccontare le mie. Di storie intendo.

E per un attimo realizzo che è molto più facile essere seduti sulla stessa panchina, che essere seduti nello stesso universo.

Due minuti ancora, poi Alice deve far ritorno al suo mondo. Qualcuno ci sta scrutando sulla soglia, gentile e guardingo come un gatto. Forse è un gatto.

Alice si allontana di un passo. Poi si volta ancora indietro. Mi regala una stretta di mano. Le brillano gli occhi come a una bambina di fronte ai regali di Natale. 
“Stavolta resterò laggiù per sempre. Tu lo sai cosa vuol dire? Perché io non lo so.”

Non lo sa, nemmeno lei. Suona così strano l’arrivare a essere felici di non sapere per credere. Mille voci dentro di me si levano sarcastiche. Che bellezza può essere convivere per sempre con un coniglio nervoso, un bruco logorroico, un’altro che sparisce, o un tizio che vende cappelli fuori moda. Bel posticino da incubo questo famoso paese delle meraviglie. Eppure i suoi occhi vedono tutta questa bellezza. 

Un istante ancora e Alice svanisce. “Nemmeno io lo so.” Mi ripeto dentro. Poi mi volto verso quella costruzione dall’altro lato del ponte e mi scorre addosso una sensazione. Ripenso a quello che mi ha detto. Alla luce che aveva nello sguardo. E finalmente capisco.

Lasciare agli altri il dubbio di non sapere da quale parte dello specchio sia la realtà. È questo che fa la differenza tra un sognatore qualunque e un sognatore di successo.

Alice e le foglie 

3 settembre 2017

Alice andava avanti gattonando. E quando rimaneva bloccata dal peso degli eventi decideva di spostarsi verticalmente. Una volta le avevano spiegato che ascesa e discesa alla fine si somigliavano un po’.

Alice giocava con i segnalibri e i numeri di pagina non sequenziali. Aspettava seduta su un prato stellato un grosso coniglio bianco. Affascinata e distratta dal ricordo delle immagini di quell’universo così diverso dal suo. 

Alice pensava a quanto fosse stato facile vivere, in un solo istante, ciò che altri non sarebbero riusciti a vivere nell’arco di due intere vite.

Quando i battiti del cuore di Alice acceleravano lei non ne perdeva il controllo. Se sentiva il sangue salirgli alla testa sussurrava al destino qualche parola di scuse. 

Sorrideva. Alzava un sopracciglio. E improvvisava. Con l’imbarazzo di chi pensa di poter prevedere i terremoti in autunno, soltanto osservando le foglie cadere.

Il drago sul soffitto

3 settembre 2017

Premesse. Quante ne costruisco ogni giorno. Sono sempre lì. All’inizio di ogni mio ragionamento, o discussione, e hanno a che vedere con il mio concetto di promessa. 

Per questo quando decido che non voglio discutere, agisco perché non succeda. Ma se invece la mia premessa di rimanere calmo è fantascienza, allora so già che le parole sbagliate scenderanno pesanti come astronavi sulla mia discussione. E che il mostro alieno che ho dentro farà strage di tutto il buonsenso possibile. È solo questione di tempo. 

La mia è una realtà ciclopica. Per capirla bisogna chiudere un occhio. E non tutti ci riescono. Il demone sotto al letto non lo sa, e mi aspetta ogni sera per raccontare al bambino che ho dentro le sue storie. Per spaventarlo.

All’adulto invece serve capire se nelle premesse di ogni risveglio bisogna includere anche le cose spiacevoli, o ingiuste. Ma soprattutto serve capire come trovare le armi adatte per affrontare il tutto. Dove e in che modo combattere. E quanti tentativi ci sono per provare a cambiarle le cose.

Il bambino ascolta storie. L’adulto invece le arreda con premesse e decisioni importanti. Cura anche ogni sbaglio nei minimi dettagli. Si, perché spesso succede di sbagliare e farlo male. E in una realtà ciclopica bisogna sbagliare bene. Sbagliare da Dio.

In fondo nemmeno Cervantes ha mai chiarito con certezza se il Don Chisciotte fosse inseguito, o meno, dai mulini a vento. Perché parliamoci chiaro, affrontarli sul loro territorio è stato uno sbaglio. 

Non si vince mai. Ed è peggio dei draghi sul soffitto che vedo stamattina.


Vince sempre lui

31 agosto 2017

La mia pausa caffè di solito è solitaria, ma non triste. Oggi gioco un po’ con la bustina dello zucchero. Poi la ripongo nel contenitore ancora sana e osservo la sala alle mie spalle.

C’è una coppia anziana nella hall. Sono seduti sotto la tv, ai due lati di un tavolino. Davanti a un toast diviso a metà e a due bicchieri di birra chiara ancora intoccati.

Al loro fianco c’è un giovanotto. Camicia bianca e pantalone scuro. Alto, magro, biondo. Un sorriso appena accennato. Un bel ragazzo.

I due anziani lo guardano come si osserva un dono. Forse è il figlio. Anzi lo è sicuramente. Sarebbe facile verificarlo dal computer, ma sono più bravo a sorprendere le mie considerazioni alle spalle. 

L’anziano ha una cortina di capelli bianchi e una pelata che riflette il neon della hall. La moglie invece è un po’ rotonda e mi fa venire in mente quello che mi raccontava mia nonna a tavola, da ragazzino: “Gianluca non ci crederai, ma gli uomini col tempo ingrassano a mela e le donne a pera.”

Bè, devo dire che forse la signora incarna tutto il reparto frutteria. E anche parte della macelleria. Ma è squisitamente sorridente. È solare. Discute con il marito e sembra fare di tutto per intrattenere quel giovane un minuto in più con argomenti a caso.

Sono belli insieme. 

Gli occhi della donna ora sbattono veloci. Elemosinano ancora una frase. Uno spicchio di espressione da portare via. Un minuto da sottrarre a tutta una esistenza. 

C’è una sottile differenza tra il sorriso di un giovane e quello di un anziano. Il sorriso dei ragazzi è un qualcosa che regala. Il sorriso di una persona avanti con l’età invece è qualcosa che chiede. 

Li osservo ancora qualche istante. Poi arriva un inevitabile congedo. 

Il giovane tende loro la mano. La stretta sembra forte e veloce. Li vedo sorridere. Quasi desiderare un altro istante. E alla fine li guardo spegnersi senza nemmeno provare a fare finta di rimanere accesi. Lui decide di svuotare il bicchiere. Lei non lo guarda nemmeno.

Immediatamente ho pensato ai miei genitori. Ai messaggi che ogni tanto mi arrivano al cellulare e al mio modo di rispondere. Spesso ironico. Sempre alla ricerca di quel sorriso che possa generarne un altro da regalare.

Oggi mio padre ha risposto con una barzelletta lunghissima. Talmente lunga che ho sorriso prima di leggerla. 

E mi sono reso conto che alla fine vince sempre. Vince sempre lui.

Soltanto un po’

29 agosto 2017

Ci sono notti che trascorro in luoghi impensabili. Serate in cui decido di tirare le somme e non riconoscere le tirate di capelli che ti sta dando la vita, per trasformarle in una reazione concreta alla vita stessa. 

Restituire interpretazione, coraggio, reazione, azione e realizzazione in cambio di tutto quello che ho sempre sognato. Quello in cui riponevo grandi aspettative. Una realtà, il più delle volte deludente, molto simile a una lama affilata da stringere a mani nude. 

Qualcosa di doloroso e comunque difficile da mollare, perché ti riempie le mani. Perché è meglio non vedere quanto ti ha fatto male.

Prima o dopo arriva per tutti il tempo del fare. Del capire. Del riconoscere. Quel momento in cui si impara a comunicare con se stessi prima che con gli altri. Capirsi, prima di capire.

La mia realtà. Quella che non mi aspettavo, è una relazione di lusso dove mi sono catapultato e all’interno della quale non mi è stato possibile coniugare verbi all’infinito.

Oggi mi sento come un principiante chef alle prese con la sua ricetta definiva. Quella maledetta. Quella che non gli è mai riuscita.

In questo mondo dove nessuno ti vuole veramente fino a quando non lo porti tu ad averne bisogno, esistono decine di modi per sbagliare la ricetta. E la colpa non è sempre di un beffardo destino travestito da Gordon Ramsey, che si mostra dannatamente incazzato e maleducato. 

La colpa è tua e del coraggio che tieni chiuso in un barattolo. Da bambino c’era sempre qualcuno pronto a svitarti il tappo della Nutella, e ora che da grande hai la forza di farlo da solo, devi limitarti ad assaggiarne soltanto un po’.

Natura instabile

23 agosto 2017

Si cerca una strada. Si prendono decisioni. Si compiono azioni. Ed esiste anche una fine. Quel momento esatto in cui ci si rende conto che probabilmente insistere non ha senso. 

Una favola termina quando i protagonisti si sposano. In un film la fine invece arriva quando vincono, o perdono le forze del bene, o del male. Quando arrestano il cattivo. Quando risolvono la ragnatela di enigmi di un serial killer. Però fino a quel momento, fino a quando c’è un margine di movimento. Finchè la storia continua, e non importa come, allora la fine è lontana. 

“Arriverà la fine, ma non sarà la fine”, recita il testo di una canzone di Nesli. Natura instabile di un rapper. 

Le emozioni che servono intanto se ne stanno sempre nella parte più piccola dello zaino. Luoghi inesplorati. Come quelle cose che finiscono in fondo a una borsa e comunque sempre nell’ultima tasca dove decidiamo di cercare. Quindi si cerca. Si trova. E solo allora la ricerca è finita. E se non si trova? Vabbè.

Vivere è una meravigliosa declinazione di tentativi. Un coraggioso meccanismo dove nulla di ciò che ci fa stare male deve durare “per sempre”. Un sistema che attiva il nostro desiderio di non mettere fine, invece, alle cose che ci fanno stare bene.

Filosofia? Forse.

Demagogia? Niente affatto.

Fino a quando una ricerca continua, vuol dire che l’equazione elementare tra la frustrazione per ciò che non siamo, o non abbiamo, e la nostra possibilità di raggiungerlo o diventarlo, è in equilibrio. E che la nostra “natura instabile” è compatibile con l’esistenza che viviamo. 

Un tavolo pieno di ingredienti non è mai una torta. Ma se in una torta trovi tutti gli ingredienti presenti sul tavolo. Allora vuol dire che sta soltanto a te realizzarla. Senza sbagliare dosi e soprattutto i tempi di cottura. A questo stavo pensando stamattina. E alla natura spietatamente instabile di un sedicente scrittore.

Uno alla volta

19 agosto 2017

Tentare di raccontare un fatto accaduto a trecento metri da noi, soltanto due giorni fa. Provare a descrivere prima la sorpresa. Poi la paura e il devastante senso di inadeguatezza nostro e delle persone intorno.

Forse niente di più difficile. Niente di più inutile. Se non ci sei dentro le parole non lo trasmetteranno mai. Se non l’hai vissuto la retorica non aiuterà qualcuno a capire.

Il terrorismo rimane un fatto universalmente noto e di portata drammaticamente storica. Ma cosa “cazzo” vuol dire terrorismo. Che ne sa un ragazzo di 22 anni del terrorismo. Della tolleranza. Uno che crede alle favole di una vita migliore dopo una morte infame. La vita è questa e non ce ne saranno altre per nessuno. 

Per questo mi trovo fortemente inadeguato a trasformare un dramma in un racconto, magari con personaggi da romanzo. Potrei comunque farlo. Ne sarei anche capace. Ma sarebbe la mia interpretazione personale e difettata. 

Oggettivamente si è trattato di un furgone lanciato su una folla. Come altri prima di allora. E altri che ne verranno ancora. Soggettivamente invece, per le persone rimaste coinvolte e per i terroristi assassini, si trattava di “uno alla volta”. 

Abbattere un vecchio. Un ragazzo. Una donna. Senza ordine. Con caotica casualità. Non sono certo stati lì a controllare l’etichetta. Giovani. Anziani. Cristiani. E magari anche musulmani, perché alla fine importa davvero? Per nessuno di loro c’erano persone uguali a loro. E in un certo senso è proprio così.

Ho provato a immaginare i protagonisti prima, durante e dopo l’attentato alla Rambla. In casa, al bar, nel furgone, in strada, in fuga. Quello che poteva andare storto e che invece purtroppo non è accaduto. 

L’irrisolvibilità del destino. La sopravvivenza di persone segnata da innumerevoli piccole coincidenze. La bimba che vuole tornare in hotel. La sterzata del van all’ultimo momento. La nostra storia che è sempre la somma delle conseguenze di tantissime altre storie. 

Esistono solchi profondi tra le persone, che nemmeno le più tenaci volontà sarebbero in grado di ricucire con la tolleranza. E questi baratri non sono generati da un conflitto, ma dalla pura e semplice differenza di pensiero.

Anche dentro di noi ci sono linee e soglie di non ritorno che continuamente varchiamo. Identità che quotidianamente muoiono e nascono. Tutto questo può apparire deprimente, dispersivo, frustrante. 

Immagino il furgone che corre. Le persone che cadono e muoiono. Alcune senza avere la benché minima consapevolezza, o reazione al fatto. Nessuna strategia difensiva opponibile. Soltanto il dolore. 

Le grida incomprensibili in lingue diverse. Ma tutte con la stessa intensità. Poi un’altra improvvisa accelerazione arriva e consuma ogni giustificazione morale. Le ruote sgommano in una serie di sterzate casuali sull’asfalto. Ogni schema logico salta. Il buonsenso viene fatto deflagrare in un tempo troppo piccolo per reagire. 

Così a un tratto è ancora il destino a lasciare poco spazio al bisogno di sopravvivenza di tutti. Dei terroristi. Delle coppie a passeggio. Dei turisti. Delle mogli, dei mariti e dei figli.

Al volgere dell’ultima sterzata un uomo viene soltanto sfiorato, mentre un’anziana signora italiana viene colpita dal paraurti e vola a oltre 20 metri. È il suo ultimo respiro e si esaurisce al suolo. 

È l’immagine più drammatica della nostra impotenza. E non mi viene altro da scrivere ora che non sia, maledetti.

Il mondo visto dal sor Giulio

16 agosto 2017

Mi manca il chiacchiericcio. Si proprio quell’inconfondibile brusio di banalità mattutine, che si sviluppa nei vicoli, tra finestra e finestra. Quel quotidiano scambiarsi “buongiorno creativi”, tipico dei negozianti e bottegai romani. 

Ogni mattina. Alle sette e trenta. Spalanco le persiane sul vicolo più stretto del quartiere ebraico e ogni mattina nuove versioni di dialetto romano si stratificano nelle mie orecchie.

Ricordo quel giorno del terremoto nelle Marche.

“Sor Giulio l’ha sentita che scossa?”

“E che non l’ho sentita!”, rispose qualcuno da una finestra al primo piano.

Oppure, “Sor giù, ma l’ha vista la Roma?”

“E che non l’ho vista?”. Stessa finestra.

“Sor Giulio, ma lei dice sempre la stessa cosa?”

“E che non lo so!”, risponderebbe il sor Giulio. 

Lui. Una sorta di Marchese del Grillo dei giorni nostri. Una macchietta tipica della romanità. Avercene di “sor Giulio.”

Oggi però nessuno domanda. Nessuno risponde. Le botteghe sono serrate. Le finestre chiuse. Il vicolo è silente. Sembra una mattina qualsiasi di un agosto qualsiasi degli anni 80. Quando la città si svuotava davvero e Roma diventava, magica.

Differenze da allora ce ne stanno. Sfumate, o fondamentali. Siamo cambiati noi. La nostra età. Le nostre abitudini. Abbiamo modificato la nostra architettura di pensiero. Il nostro modo di bere e di mangiare. Di vestire. Di comunicare.

Ce ne sarebbero di cose da scrivere. Quello che invece è rimasto uguale sono le strade. I vicoli. E i ricordi, come tanti frammenti di immagini impressionate sui papiri che abbiamo archiviato nella testa. Roba difficile da lasciare ai posteri. 

Sono grato a questo spettacolo di città per migliaia di ragioni. E ogni mattina ce n’è una di più. 

La caffettiera tossisce caffè caldo. Mi affaccio ancora. Ogni dettaglio è al suo posto. Dal silenzio della strada, ai tavoli di legno con le sedie accatastate. I lampioni sono ancora accesi alle 8 del mattino. Magari controllano se ci sono lampadine fulminate. 

“Se vabbè, de 16 agosto?”, mi risponderebbe er sor Giulio.

Ebbene questo è il clima generale. E quello che non vedo sporgendomi dal davanzale lo posso sempre immaginare. Per riderci sopra. E magari poi scriverlo. E perché no, ogni tanto, rileggerlo. “In fondo, al sor Giulio, je potrebbe pure fa piacere.”

La donna cannone

12 agosto 2017

Desiderio. Quello di restarsene lontano dai pensieri che contano. Stamattina provo a disinnescare quelli più frequenti. Forse soltanto De Gregori riuscirebbe a musicare i miei ricordi, facendone poesia.

Mi guardo intorno. Prima mi soffermo sui colori. Poi sui profumi. Alla fine indugio su un profilo di donna. Penso alla leggerezza delle interazioni minime col mondo che mi circonda. Respiro.

A volte percepisco netto il potere della sensualità. La profondità di uno sguardo. La metodica dell’intelligenza. La solidità dell’affetto e la leggerezza dell’amicizia, quella vera. 

Leggerezza. Così come la bellezza e l’ordine, la considero uno dei misteri che hanno dato continuità e sollevato di responsabilità il mio universo. 

“Perché alla fine continuiamo a contare le stelle cadenti. Seduti sulla riva di un lago. Imperturbabili come crateri di vulcani apparentemente spenti.”

Inganno il tempo

9 agosto 2017

Esistono altezze che non sono mai riuscito a considerare e tempi quasi impossibili da percepire. 

Come il materasso su cui dormo rappresenta la base dei sogni che faccio, così il tempo che passa è del tutto separato dagli eventi della vita. Pur facendone paradossalmente parte.

Il freddo stamattina aveva qualcosa di opportunamente familiare. Il freddo sa essere discreto e cordiale. Se il tempo è un nemico, il freddo è un prezioso alleato.

“Sei in montagna. Sei al fresco. Non sei felice?”, mi domanda il mio amico Emiliano, sorseggiando acqua da una sorgente in quota. 

“Perché?”, gli rispondo. 

“Che senso avrebbe “essere” o “sentirsi” in qualche modo a duemila metri di altezza? Secondo te una fragola potrebbe essere più rossa di quanto appare rossa? E se la fragola è rossa, il rosso cosa rappresenterebbe davvero? E se la fragola e il colore rosso magari fossero soltanto la stessa cosa? Ok, allora sono al settimo cielo come una fragola rossa.”

La felicità è uno spazio che si attraversa saltellando. A volte fischiettando un motivetto buffo. Perché in fondo, chi si sente felice, ama farsi ammirare felice. Io invece pedalo, sudo e sparo sciocchezze. Inganno il tempo. Strappo sorrisi a un amico. E ad ammirarci solo nuvole passeggere. 

Fidati del tuo respiro

8 agosto 2017

Immagino. Ricordo. Scrivo. Frugo lentamente dentro di me. Non nel mio cuore, solo nella testa. Imposto domande. Valuto risposte. Cerco di arrivare a un’indicazione concreta. 

Io non so perché mi appaiono le immagini che mi appaiono. Ne tantomeno sono in grado di capire se funzioneranno. Se comunicheranno esattamente quello che ho dentro. 

A volte le parole sono un pugno di sabbia. Qualcosa che più stringi e più ti sfugge. Puoi riprenderla la sabbia e stringerla ancora. E ancora. Ma la voce che esce. Le parole che escono, non le puoi fermare. Ti prendono il respiro. E certe volte fai tutto il possibile, ma “tutto il possibile” non è mai abbastanza. Stringi quel che non si può stringere. 

La rabbia. L’odio. Non sono il contrario dell’amore. Il suo contrario è il possesso. Non lo scrivo certo io, anche se ci sono passato. Sono parole di un famoso santo di Assisi che parlava con gli animali. E non c’è bisogno di credere a un Dio per capire quanto un santo abbia scritto una cosa fondamentalmente giusta.

Forse il vero problema non è il timore di perdere, ma quel devastante senso di inadeguatezza che irrompe dentro, quando ti accorgi di non avere mai avuto. Invece ogni istante vissuto dovrebbe essere considerato come un regalo. Sempre. 

O accetti quel regalo ogni istante, o cominci a stringere forte pensando che ti venga portato via. Perché, quando sei ossessionato, credi di avere soltanto diritti. Quando sei innamorato invece dovresti soltanto dare e ricevere dei doni.

Guardo una rosa appassita poggiata da anni in un cassetto del mio ufficio. Comincio a deglutire. La voce mi sprofonda non so più dove, ma per fortuna non c’è davvero nessuno che sia costretto ad ascoltare ciò che ho da dire.  

Posso anche scrivere con i polmoni vuoti e senza respirare. Finché ce la faccio. Finché il mio corpo risponde. Deglutisco e rimango per qualche istante senz’aria, per poi ritrovarmi a pensare che è stato proprio questo a succedere.

Ognuno di noi realizza intorno a sé la ferita che ha dentro. Quello spietato e inconsapevole non saper essere abbastanza adulti. Siamo più disperati e soli, che cattivi. Ma solitudine e disperazione sono variabili pericolose. 

Se dovessi oggi parlare con mia figlia, le direi: “Quando senti che qualcosa ti sta togliendo il fiato, tu corri via. Il fiato è indispensabile per vivere e se qualcuno, o qualcosa, te lo toglie, non è amore. Se senti che ti viene tolta la possibilità di parlare, tu scappa lontano. 

Le tue parole sono il tuo pensiero che nasce. Se qualcuno, o qualcosa, ti costringe a tacere, non è amore. E se ti rendi conto che qualcuno ti vuole soltanto possedere, per quanto tu sia in grado di capirlo e giustificarlo, non è amore e non potrà mai e poi mai finire bene. 

I cambiamenti avvengono soltanto dall’interno. Non provare mai a cambiare qualcuno. Le persone non cambiano le persone. Non possiamo farlo. Soltanto la vita lo fa. Quindi non pensare mai a essere tu che stai cambiando qualcuno.

È semplice amore mio. Lascia che lui ti guardi come se… Che ti accarezzi come se…. Che ti ascolti come se… Che ti parli come se… non ci fosse nessun altra cosa al mondo tranne te. 
Fidati soltanto del tuo respiro piccola mia. Perché soltanto lui la sa più lunga della testa e del cuore.”


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