Andare avanti ancora

17 novembre 2018

Era il 16 novembre.

L’universo sembrava un pezzo di cemento allungato e sgraziatamente edificato verso sud. Le luci delle finestre che filtravano tra gli alberi raccontavano tutte una storia.

Alice aveva appena spento una sigaretta. Aveva annusato l’odore lercio del filtro prima di gettarlo e forse si era resa conto di quale oscura sensazione profumasse la vita.

In un improvviso desiderio di condivisione si era fermata a scattare una foto della palazzina. Due file di finestre illuminate dal bagliore di lampioni gialli.

“È quella finestra in penombra”. Lo aveva scritto in un messaggio indirizzato chissà a chi. Non gli stava certo chiedendo di raggiungerla. Sapeva però che gli sarebbe bastato un indizio per farlo.

Jep aspettava quel messaggio come si aspetta di entrare dal dentista. Si specchiava nel suo cellulare accarezzando con la lingua un punto preciso della bocca. Quello vicino alla guancia destra.

Per chi guarda le cose da fuori può sembrare tutto facile. Tutto scontato. Ma non lo è. Non lo è mai. Lui si era affezionato a quella donna con il taglio di capelli simile al suo. Le piaceva chiacchierare con lei quando erano soli.

Le aveva massaggiato le spalle. Prestato la sua la mano. Le piacevano le sue battute sottovoce, le faccine e la dolcezza degli sguardi quando assaggiava una granita al limone, o una torta di fragole. In quelle espressioni ogni tanto si rileggeva una prepotente voglia di vivere.

Alice inviò un altro messaggio. “Sto tornando dentro” e si ridestò dal torpore. Riprese la stradina in salita che costeggiava lo stabile di fronte al parcheggio dirigendosi verso l’ingresso. Mentre il motore di una macchina si accendeva e tossiva.

Si erano fatte quasi le venti. Alice pensò di non essere mai stata così stanca. Ma non c’era un posto più tranquillo dove stare in quel momento che non fosse la mano di sua madre. Un posto dove non sarebbe più andato nessuno, perché per qualcuno quella notte sarebbe stata l’ultima notte del mondo.

Era il 16 novembre.

Jep decise di lasciare la macchina e prendere la stradina a destra. Quella che sfiorava la fontana. Quella più illuminata. I padiglioni dislocati a caso sembravano una provocazione futurista, ma non ce ne stava uno che somigliasse alla foto.

Una recinzione fatiscente. Una serie di panchine abbandonate. Un palazzo diroccato e spento. Un campo lungo di strane foreste, blocchi tufacei e la crescente ansia di essere solo. E poi tante foglie bagnate.

Un passaggio melmoso e dannatamente umido appoggiato al raggio costante della sua immaginazione. Poi vide un’indicazione nascosta, ma non abbastanza, che recitava “Anthea in fondo a destra”.

Jep fece ancora qualche decina di metri e si appoggiò con gli avambracci a una ringhiera di ferro scassata e arrugginita. Era consapevole della provvisorietà delle cose, della lontana eco di supernove esplodenti in una notte insalubre e tossica.

Guardò ancora quella foto sul cellulare. La confrontò con la realtà. Il profilo era buio e incerto, ma sembrava proprio la finestra del secondo piano.

Era il 16 di Novembre.

Pensieri confusi da ammassi di ricordi. Speranze costrette nella presa sicura di una mano tra le dita. Sguardi liquidi. Incontri di speranze deboli e ripetute.

Scambi di parole incostanti, dubbi e incertezze promiscue in una spirale precipitante di paure crescenti.

E fuori una notte polverosa e umida più che mai.

Alice sbandò con i pensieri, incerta nelle movenze delle parole da dire. Ma fu solo per un attimo. Sorrise. Le raccontò del mare, degli scogli e di tutte le cose belle. Le sussurrò di non avere paura.

Si preoccupò di non usare un tono di voce troppo alto. Troppo diverso dal suo. Una forma di armonioso rispetto per la donna che in quel giorno di giugno le aveva regalato la vita. Un’esistenza arredata con gusto la sua, ma della quale non si era sentita mai del tutto fiera.

Era il 16 di Novembre.

Jep rimase da solo in mezzo alla pineta, proprio di fronte alla finestra in penombra. Il gatto grigio che si era avvicinato sornione non gli faceva più compagnia, forse più attratto da una piccola preda che dalle coccole silenziose di un uomo.

L’ombra scura di una nube aveva velocemente coperto una porzione di cielo stellato e lui si domandò quando e dove si sarebbe riparato se fosse caduta la pioggia.

Si sistemò la giacca di Belstaff nera richiudendo il bavero. Si aggiustò i pantaloni e alla fine di una serie di inutili automatismi si strinse le braccia al petto per sentirsi più coperto. Tremava.

Più avanti un paio di gatti randagi lo osservavano diffidenti e rigidi. Forse si annunciava qualcosa di simile a un temporale, perché il cielo cambiava colore. O forse era solo la luce gialla dei lampioni intorno a rendere ogni prospettiva così aliena.

A un tratto vide un uomo uscire dalla palazzina quasi trascinato da una cagnolina nera. Si affrettarono a scendere le scale. Pochi metri, qualche passo, ma poi rimasero fermi ai margini del piazzale.

Aveva un guinzaglio nella destra e lo sguardo immerso nella luce di un cellulare. Da quella distanza sembrava un fazzoletto bianco. L’uomo si voltò per salutare due donne. Un cenno. Una sola volta.

Era troppo distratto dal telefono per un gesto più teatrale, o per accorgersi di un singolare interesse. Quello della cagnolina per qualcosa, o qualcuno fermo su una panchina solo a pochi metri da loro.

Era il 16 di Novembre.

Un’espressione malinconica si riaccostò sul volto dolcissimo di Alice. Senza lasciarle la mano le aveva baciato la guancia. Le aveva regalato tutta se stessa. Le aveva riempito di tempo gli ultimi giorni della sua vita. Di tutto il tempo che quei giorni erano riusciti a contenere. L’anziana donna aveva chiuso le palpebre.

Un’ora prima una Smart grigia si era allontanata verso il raccordo lungo la via che portava a un letto caldo. Qualcuno era tornato a casa, provato dalla febbre e da una devastante sensazione di inutilità.

I mulinelli di foglie erano stati un buon posto dove nascondersi. Dalla gente. Dalla realtà. Dai giudizi della ragione. Eppure sentiva di non aver fatto abbastanza. Avrebbe voluto dirle almeno un “arrivederci”. Intanto un raggio di luna improvviso stava restituendo al cielo un barlume di identità.

Era il 16 di Novembre e il dolore le schiaffeggiava gli occhi. In bocca un sapore di mandorle amare. Sul volto una gradazione innaturale di sensazioni impossibili da etichettare. Alice si tolse le mani dalla tasca e si strinse nel bavero mentre il freddo smontava di guardia al mattino lasciando il campo a un timido sole.

“Non c’è più”, gli aveva scritto. Ora è da qualche altra parte. Un posto oltre la collina. Un universo assopito dai respiri domenicali. Dai rumori del mare. Dal profumo di ringosperma e gelsomini”.

Era il 17 di Novembre.

Iniziò ad albeggiare. Il sole irradiava le facciate umide dei palazzi, i rami degli alberi e i tetti delle case oltre il raccordo. Jep palpeggiava lo schermo di un cellulare.

“Stamattina ho capito per la prima volta l’amore vero e ho qualcosa da dirti. Avrei voluto regalarti sogni più confortevoli, qualche consolante allucinazione. Ora, a guardarti da qui, con l’anima in ginocchio accanto alla tua, mi viene quasi da vivere.

Ti guardo resistere e cedere a emozioni di cui non si riconosce il senso. A paure di cui non distingui il sapore. Con le mani che cercano e non trovano. Il tempo sfugge tra le dita, ti dipinge la faccia con espressioni a cui non sai dare un nome.

Così mi siedo sul letto e scrivo le ultime frasi di questa maledetta giornata. Piego la testa a destra, poi a sinistra. Leggero, sincopato, deforme e assediato dai mostri dei sogni. Raccolgo le parole come un coltello da terra per fare strage delle paure intorno.

Avrei voglia di fumare con te, ma mi manca da accendere. Avrei voglia di abbracciarti e tenerti al sicuro dal freddo delle emozioni sbagliate, ma sono lontano anni luce.

Ti ho voluto un bene assurdo. E ti ho anche odiata, lo ammetto. Ti ho donato ogni possibile emozione. Praticamente tutte.

Spero porterai la tua vita in acque sicure.

Nell’altro, ma anche in questo universo troverai sempre qualcuno che ti ama e che si prenderà cura di te.”

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È novembre, di qualche anno più in là.

E forse ho ancora qualcosa da dirti, non sono cose che ti ho già scritto.

Ogni tanto ti penso. E forse una cosa l’ho imparata. Quando il vento è contrario bisogna ammainare le vele e sfidare lo stesso il mare anche con la tempesta.

Senza lasciarsi andare alla paura. Senza mollare il timone. Mai, nemmeno per un istante.

Si possono maledire i cieli quando le nubi arrivano a sbarrarti la strada. Insultare il vento che ti strappa le vele. Si può scegliere di piangere accecati dalla pioggia battente, o pregare che arrivi un qualche Dio a regalarti un raggio di sole.

Ma non si può mollare il timone. Quello mai. Va stretto forte e vanno gridate al vento la rabbia, l’amore, la gioia, il dolore e la voglia di andare avanti comunque. Di andare avanti ancora.

#in ogni luogo e a tutte le ore

11 novembre 2018

L’alba ha appena fatto capolino e io passeggio con gli occhi stanchi. Ho dormito un’ora e mezza. L’ultimo sonno degno di chiamarsi tale risale a qualche decina di gradi fa, ma non credo che questa insonnia sia solo da attribuire al caldo di questi giorni.

Il litorale di Ostia è spettacolare nella sua disarmante desolazione mattutina.

Stabilimenti deserti, niente ombrelloni silenziosi, niente pile di lettini accatastati, solo cabine serrate e infestate da ricordi d’infanzia. Saltello per evitare un frammento di medusa spiaggiata e per un istante lo confondo col mio cuore, ma è solo un attimo. Un granello di sabbia.

Cammino piano, dondolando i passi.

Perdo un sacco di tempo, perché penso. In alcuni momenti sembra un grandissimo errore pensare al tempo come a qualcosa che scorre. Il tempo è una forma. Il tempo è sabbia e qui di sabbia ce ne è da buttare. Questa spiaggia sembra una enorme clessidra che prende forma sotto ai miei piedi e io l’intruso di turno che se ne sbatte.

Il lungomare di Ostia esiste da sempre. Tante cose sono cambiate dallo sbarco di Enea, eccetto la sabbia. La sabbia no. La sabbia sta con quello che viene. Sta qui, era ieri, è ora e sarà domani.

Dove sono finiti invece tutti i giorni delle certezze? I momenti del fare, del prendere, del diventare? E chi si è preso anche gli altri? Quelli nei quali l’amarezza del “non esserci riuscito” sembrava così devastante e totale?

Cercare qualcosa, o rimpiangerla non fa differenza, non ce l’hai. E stamattina mi sento come se il mio “qualcosa” si fosse perso in mezzo a tutta questa sabbia.

Alla fine ho solo due braccia, due occhi, due orecchie e due gambe. Sono limitato nel cercare e intorno c’è troppo mondo che si muove, persino la vita in questi stabilimenti semi deserti in fondo si muove. La coda alla domenica mattina per un metro quadrato di ombra, si muove.

Credo che una delle forme più alte di coraggio sia domandare alla vita e rimanere in ascolto pronto ad accettare qualsiasi tipo risposta. A prenderla sul serio, intendo.

Che forma ho? Che cosa sto diventando? Ho paura del tempo che passa? Quando me lo chiedo mi accorgo che non bisogna opporre resistenza. Ieri una persona a cui tengo voleva per forza girare a destra e io le intimavo di andare dritto.

Sbagliavo!

Le curve si devono fare, perché se tiri sempre dritto non vedi tutte le prospettive che la vita ha preparato per te.

Tutto quello che è venuto al mondo con me stamattina si trova qui, su questa spiaggia. Tutto questo non può essere altro che un punto del mio percorso.

Quando sono con me stesso nessun momento è da buttare, nemmeno il tempo passato a passeggiare solo, in un apparente deserto, come il personaggio di un film che non ha ancora guardato nessuno.

Le insegne accese mi accompagnano al bancone di un bar e il mio tempo cambia di nuovo forma. Poche parole e mi ritrovo nel pieno di una storia pericolosa e bellissima. C’è un solo cornetto con la nutella e siamo in tre ad ascoltare il suo richiamo. Non ci sono più i pensieri, la spiaggia, le mie paure, il tempo che passa, gli ombrelloni e l’immagine di me.

Quel cornetto è un sorriso da prendere al volo prima che qualcuno lo faccia al posto mio. Allungo la mano, lo porto alla bocca, poi mi affaccio e guardo le case di questo lungomare che non riesco a non trovare brutto. E a un tratto la vita risponde.

“Ogni istante può essere un posto bellissimo. In ogni luogo e a tutte le ore.”

Prova ad accendermi

9 novembre 2018

Jep aveva incontrato quella ragazza a Madrid, durante una visita al Prado.

Lei era intenta ad osservare “Il Giardino delle Delizie” di Bosh, un capolavoro realizzato su ante di legno. Da un lato la creazione del mondo. Dall’altro la visione dell’artista del paradiso e dell’inferno.

Jep considerava l’arte noiosa. “Un quadro è sempre in contraddizione con il mondo che lo circonda” diceva. E poi era difficile immaginare qualcosa di più interessante di un profilo di ragazza immobile di fronte a una qualsiasi tela appesa.

Jep diceva che “le donne belle sono ovunque”, ma che “solo all’interno di un museo una donna bella diventa anche interessante”. Quel giorno Jep osservó la bellezza dell’opera di Bosh riflessa nello sguardo di una persona incantevole.

Alice. Si chiamava Alice. E moltissimi sguardi dopo, quegli occhi sarebbero diventati il baricentro di tutto, ma anche la fonte di innumerevoli incertezze.

Dubbi dal sapore barcollante. Qualcosa di simile a una brutta sbronza notturna. Una serata brava trascorsa a rotolarsi da lungotevere ai giardini di castel sant’angelo. Abbandonato e confuso sotto l’occhio curiosi dei gabbiani gracchianti.

“Dammi da accendere”, gli aveva chiesto Alice. “Oppure prova a accendermi.”

#tiraci fuori di qui

8 novembre 2018

Certe notti i ricordi si perdono come la Nutella, quando ti sfugge via da un cornetto appena addentato.

Certe notti non servono piani di fuga perfetti per evadere. Si scappa e basta.

Certe notti non esistono stelle e la terra torna a essere piatta come una mappa. Un posto dove si può soltanto cadere oltre i bordi per non guardare il mondo. E pensare che basterebbe soltanto un parapetto.

Certe notti i cellulari chiamano da soli. A volte numeri che non ti sogneresti mai di digitare e che comunque non rispondono.

Certe notti, se non chiudessi gli occhi, sarebbe sempre oggi.

Certe notti nemmeno le gemelle di Shining si fermerebbero a bere un gin tonic con me.

Certe notti il bambino dentro si rifiuta di stare seduto sul sedile posteriore. Vorrebbe guidare. E io alla fine, lo lascio fare.

Certe notti se le parole fossero porte, i silenzi sarebbero serrature a doppia mandata.

Prendo un libro di Foster Wallace. “La ragazza dai capelli strani”. Leggo venti pagine e mi accorgo di aver sbagliato tutto. Così torno indietro di 5 pagine. Sospiro. Giro pagina. Sorrido. Poi stupore. Incomprensione.

Mi comporto come se quello che ho in mano fosse un luogo da raggiungere. Rileggo pagine. Traccio rotte.

Certe notti ho gli occhi talmente annuvolati che alla fine ci piove dentro. E ascolto le parole in gola. Quelle che non ho ancora pronunciato. Le sento gridare impaurite:”Ti prego. Ti scongiuro. Adesso tiraci fuori di qui. ”

#undicesimo piccolo indiano

2 novembre 2018

Una porta che sbatte. Un caffè che si fredda. Il tempo preso a calci, lanciato come una monetina nel pozzo. E alla fine tutto rimane fisso davanti agli occhi. Giusto al di là di un parabrezza. A volte appannato dai sospiri. Altre volte accarezzato dalle minuscole facce imbronciate di una pioggia poco convinta e scura.

In fondo somigliamo a quei tergicristalli che si rincorrono senza sosta. Ostinati e presuntuosi. Testardi e permalosi. Inutili come lancette dell’orologio di un campanile che segna da un secolo la stessa ora. Sembra strano, ma non tutte le notti sono fatte per dormire.

Questa non lo è. Questa sembra nata per ricordare i momenti e le persone che non ci sono più. Le cose perdute. I volti e le voci. Questa sembra fatta a posta per ripercorrere i nomi di chi ti è sempre e comunque vicino, fino a chiuderti gli occhi. Con i pensieri appoggiati nella penombra del corridoio di un ospedale.

Potrei tentare di scriverli tutti. Umberto, Anna, Guido, Francesca, Fabrizio, Salviano, Alexei, Sonia, Roberto, Anna, Roberta, Ilde, Fernando, Giacinta, Gesualdo, Bernardina, Annamaria, Alessandro, Lucia, Maurizio, Giorgia, Giuseppe, Maria Dora, Massimo, Stefania, Stefano, Marina, Barbara, Emanuela, Isabella, Carla, Tonino, Elisabetta, Gabriele, Tiziano, Francesca, Giovanni, Ylenia, Eleonora, Michela, Gianluca, Massimiliano, Luca, Alex, Pino, Cristian, Roberta, Riccardo, Enrica, Marco, Nello, Gianmarco, Silvia, Amedeo, Francesco, Alberto, Alexandra, Cinzia, Sara, Deborah, Mirella, Adelina, Ida, Andrea, Giorgia, Luisa, Luca, Davide, Cristina, Andrea, Cristina, Lorenzo, Gioele, Luca, Pierpaolo, Stefania, Marco, Piero, Eugenio, Simon, Valentina, Chiara, Luca, Lucrezia, Daniela, Monica, Max… e poi?

Come faccio a ricordare tutti senza aprire una bottiglia di birra? Si stappa. Si alza il calice. È così che si ricorda. Alzandolo per brindare a qualunque cosa del passato e di questa giornata. A quel pensiero che mi attraversa da parte a parte. Senza bussare. Al meraviglioso disegno di mia figlia. Agli impegni da regalare a mio padre.

C’è ancora da guardare la Roma in champions. C’è il prato da tagliare. Ci sono le multe dell’auto ancora da pagare. E poi l’appuntamento dal commercialista, dal dentista, dall’avvocato. E gli ho promesso di perdere peso. Questa pagina non è altro che l’anticamera di un sogno. È l’undicesimo piccolo indiano. È arsenico, ricordi e vecchi merletti. È polvere sui libri di scuola da soffiare via.

#amartofobia

30 ottobre 2018

Se solo le persone si accorgessero delle stelle che hanno dentro forse reagirebbero ad una vita piena di automatismi rischiando di più per i propri sogni.

Si chiama “amartofobia” ed è la paura di sbagliare.

Stamattina frugo tra i cassetti e mi accorgo di non avere un piano per modificare il mondo. Forse perchè l’unica cosa che sono stato in grado di cambiare è stata la mia vita e non mi sono mai preoccupato del resto.

Questa rivelazione mi solleva da tutte le responsabilità, tranne quella di scoprire le definizioni nascoste tra le più piccole pieghe di questa esistenza, come quei raggi di un sole curioso che ogni tanto mi accarezzano il volto.

Come il bruciore per i tanti minuscoli graffi che la vita mi ha lasciato. Vivere in base al desiderio profondo è l’unica vita che ritengo degna di chiamarsi tale e solo chi non ha mai ceduto alla paura di sbagliare può capirmi.

Chi invece tiene chiuso il coraggio sottovuoto può anche accontentarsi di sopravvivere leggendo l’oroscopo del giorno.

Chi è migliore di chi?

Chi è più forte di chi?

Ed essere migliore vuol dire essere anche più forte?

Migliore lo scrittore del poeta, o il filosofo del giornalista?

Più forte l’uomo imprenditore o il giocatore di poker?

Io non credo che esista il migliore e per quel che vale, non credo che esista nemmeno il più forte.

Esiste il coraggio di agire e il momento giusto per farlo.

Tutto il resto è solo l’immaginazione di qualcosa che sta nel mezzo.

L’aerofagia mentale e l’abusivismo di sogni non sono reato in questa dimensione. Sto qui. Ma dovrei essere altrove nell’emisfero opposto. Sospeso con la mente tra le pagine bianche di una storia ancora tutta da scrivere.

Adoro la montagna, il mare, le mie città, ma sarei pronto a barattare ogni colore del giorno per le mille luci notturne di Las Vegas.

È un mercoledì qualsiasi, l’ultimo di ottobre. Ma fatemi pensare che sia già quel martedì pomeriggio. Fatemi immaginare il Wynn e il sole che cala riflesso sui cristalli dorati delle sue finestre. Fatemi immaginare di rivivere le emozioni delle world series di poker.

Le sconfinate sale del pavillion che si aprono mentre ogni pensiero si trasforma in un nodo alla gola. Uno di quelli che più tenti di sciogliere e più ti si stringe addosso.

Occhiali bianchi, lente scura, camicia griffata e una tazza di caffè nero nella mano destra. Ecco, quello sarà il mio martedì. La mia onda perfetta. Sarò lì, circondato dai più forti del mondo e in testa un solo pensiero. “Lasciatemi passare! Toglietevi di mezzo o vedremo cosa succede quando a una forza impossibile da fermare si oppone un ostacolo impossibile da spostare.”

Reazioni a catena nella testa mi spingono ora nella tana di un bianconiglio a stelle e strisce. Galleggio tra espropriazioni governative di pensieri, tavoli finali apparecchiati e un conto sempre aperto con il mio destino. Sul fondo solo razioni di desiderio in scatolette di alluminio mono porzione e sogni talmente affilati che solo al pensiero ti ferisci le dita.

Si è mosso il desiderio. In questo mio sogno aerei e orari non potevano essere coinvolti. E’ solo una scintilla, quella che annuncia il grande fuoco.

Il suo migliore amico

26 ottobre 2018

Alice si addormentava accarezzata da un raggio di luna. Poco importava che si trattasse di una panchina gelida, un pavimento anonimo, oppure un letto comodo.

“Qualcuno si sta prendendo cura di lei” pensava Jep, distante anni luce. E nei suoi pensieri si affollavano figure senza un volto definito, senza apparente identità.

Jep ne avrebbe voluta scegliere una per credere in lei. Una, per sperare che qualcuno si stesse davvero prendendo cura di Alice, come avrebbe fatto lui in un’altra vita. Ma come diceva il suo amico Titta di Girolamo, è difficile scegliere tra le cose che non ti fanno dormire.

“Esiste nel mondo una specie di setta della quale fanno parte uomini e donne di tutte le estrazioni sociali. Di tutte le età, razze e religioni. È la setta degli insonni. Io ne faccio parte da dieci anni.

Gli uomini non aderenti alla setta a volte dicono a quelli che ne fanno parte: ‘se non riesci a dormire puoi sempre leggere, guardare la tv, studiare o fare qualsiasi altra cosa’.

Questo genere di frasi irrita profondamente i componenti della setta degli insonni. Il motivo è molto semplice. Chi soffre d’insonnia ha un’unica ossessione. Addormentarsi.”

Stanotte l’incertezza sembra più reale del me stesso riflesso in questo specchio. “Io non sono un bastardo” mi ripeteva Jep, “non lo sono mai stato. L’universo intorno ha complottato che mi trasformassi in ciò che fino a ieri credevo di non poter mai diventare.

Per questo la continuo a cercare tra la cenere dei ricordi. Anche se continuo a sostenere che sto bene solo. Anche se ancora m’inganno con il sesso e gioco a fare finta che sia amore.

Un tempo passeggiavo per le strade di Roma. A volte solo. Altre volte con un cane stanco al guinzaglio. Oggi non riconosco più quei palazzi. Le fontane e i monumenti non mi appartengono. Tutti quei luoghi che sembravano il nostro gioco somigliano alla sceneggiatura di un vecchio film finito nel dimenticatoio.

Che fine hanno fatto i vicoli semibui che percorrevo spensierato. Che fine ha fatto Dio? Ogni giorno si prende una parte della mia vita. Un po’ di me scompare. E anche queste figure sono cambiate nella mia testa.”

Una sola cosa avrebbe desiderato Jep. Io lo so. Che ogni tanto, tra le pagine della sua vita, in mezzo a una distesa di persone, o tra i vicoli semideserti della sua città, Alice si fosse finalmente fermata malinconicamente a pensare. Osservando il nulla attraverso una fontana. Immobile. E avesse preso, anche solo per un istante, in considerazione il fatto che lui, Jep Gambardella, era stato il suo migliore amico.

#singole molecole di romanticismo

25 ottobre 2018

Giornata strana. Troppo silenzio per un giovedì mattina. Bevo un caffè e mi sembra di bere dalla tazzina dell’altro ieri. Una volta ho scritto da qualche parte che avrei sempre voglia di fare l’amore. Idee gonfie, dense. E non so quanto cose del mattino o residui di desideri di una notte andata.

Esiste uno spessore di pensieri con cui devo sempre venire a patti. Alcuni poco realizzabili. Altri nemmeno particolarmente intelligenti. Ma ce ne sono anche di veri. E sono sicuramente quelli più difficili da scrivere.

Eppure ci voglio provare. Ora, proprio adesso. Anche se è presto. Anche se sembra banale e riduttivo desiderare qualcosa di così umano a quest’ora del mattino. Che poi scrivere non mi è mai venuto difficile. Forse perchè tengo i concetti in disordine insieme ai desideri. Certo. Ma ci sono sempre tutti. Anche se dovessi farlo a caso qualcosa resta. Intanto penso.

Intanto ricordo e bevo il mio secondo caffè. Il sole mi accarezza la faccia. I gabbiani mi suggeriscono direzioni da prendere. Io restituisco sguardi con gli occhi a fessura e un’invidiabile smorfia sul viso. Volevo iniziare la giornata facendo l’amore, ma non ne sono più così sicuro. Forse volevo chiudere quella di ieri.

In verità non ricordo nemmeno cosa ho fatto stanotte. Ho visto un film. Ho mangiato un piatto di spaghetti aio e oio. Poi una fetta di formaggio. Ma non ho letto nulla. Non ho ascoltato musica. E nemmeno usato il cellulare. Ho camminato, credo. Poi mi hanno chiamato, ma non ho risposto. Non ricordo a chi.

Sono tornato a casa e ho incastrato cose nei cassetti. Ho giocato col puzzle. Poi mi sono sdraiato sul divano in terrazza e ho trascorso qualche minuto cercando di fotografare una luna bugiarda. Quel tipo di luna che a occhio nudo sembra bellissima, ma poi sulle immagini ti appare come un lampione sfocato. Una truffa che spazza via ogni singola molecola di romanticismo.

Le realtà che vediamo forse non hanno molto in comune con le realtà che memorizziamo. Guardi una tipa con gli occhiali scuri. Reggicalze e scarpe tacco quattordici. Si piega a raccogliere un fazzoletto. Ma memorizzi qualcosa di molto più simile a una colazione in Piazza di Spagna con Vivien Leigh. E poi? E poi basta.

Magari questa mattina non è stato altro che un tentativo forte di comunicare. Magari è fallito. Magari me ne farò una ragione. E magari troverò quella singola molecola di romanticismo che cerco, soltanto nella puneggiatura.

Il trucco

7 ottobre 2018

Si può essere lontani anni luce anche seduti allo stesso tavolo, nella stessa città. Oppure vicinissimi pur divisi da un oceano. 

L’amore è una percezione profonda che prescinde dalle variabili di tempo e spazio. E percepire non vuol dire altro che ascoltare col cuore. Trasformare il passato in presente. Le distanze in centimetri.  

Nella mia vita ho fatto tentativi su tentativi con l’intento di spiegarmi alcune cose legate all’amore e spesso ho fallito. Per questo ho pagato conseguenze dolorose. In qualche caso ho anche reiterato degli errori. E per quanto riguarda certi fatti sto ancora cercando di capire.

Forse la vita non è soltanto la sequenza delle cose che mi sono accadute e che sogno di realizzare, ma tutto quel dolore che ho attraversato per riuscire a capire e realizzare ogni cosa.

Tutte quello che ho sempre saputo e che nel flusso del tempo spesso ho preferito far finta di non sapere. Ho scelto di dare spazio a quel silenzio, autentico e trasparente, che se ne stava dentro, incurante come un gatto. L’ho preso, accudito e nutrito quel silenzio con parole di circostanza e copertura. Un anestetico alla quotidianità.

In fondo la vita, se smetti di farti domande, si riduce a un continuo e meno doloroso flusso di presente. Un trucco che forse, e sottolineo forse, dovrei usare più spesso.

#io pensiero

26 settembre 2018

I pensieri non fanno rumore, eppure lasciano un’eco.

“Ti ricordi di me Jep? Sono un pensiero, e sono già stato qui.”

Ogni volta che la tua testa si trasforma in un castello di sabbia la tua mente diventa casa mia. Un posto dove abitare e dove gli altri pensieri mi conoscono e riconoscono.

Sono abituati a me. Ormai faccio parte del paesaggio circostante. Io sono come un ricordo che non scompare, un profumo che non svanisce, un rumoroso silenzio da ascoltare, un oscuro bagliore di luce, l’insegna spenta di un sogno ancora irrealizzato, il cuore pulsante di ogni emozione ancora da provare.

Se i tuoi occhi non mi vedono, tu non temere. Se le tue orecchie non mi ascoltano, tu non avere paura.

Non ti sei mai accorto di me prima di ora. Io invece ho sempre visto e continuo a vedere tutto.

Ascolto ogni tua considerazione con pazienza, anche la più sciocca. Attendo ogni tua decisione con fiducia, perché pazienza e fiducia sono le sole cose che fanno la differenza.

Si è fatto buio. L’attesa del mondo che ti crolla addosso è più dolorosa del crollo del mondo. L’oscurità vuole ingoiare ogni pensiero e fare sua anche la più scontata retorica. Dove sei Jep? Non riesco a vederti. Mi sono perso.

Il castello di sabbia sta venendo giù e percepisco lo spazio vuoto intorno. Percepisco ogni singola vibrazione che ruba granelli di sabbia e lascia spazio allo spazio. Ho cercato di comunicare con te ma sento che non mi ascolti. Ti ho parlato, ti sto parlando e non smetterò di chiamarti.

Non lasciarmi solo in questo spazio vuoto. Non lasciare che io sia l’unico pensiero possibile. Non lasciarmi qui, intrappolato tra tanta doverosa volontà e tanto dubbioso cannibalismo.

Non c’è più sabbia. Anche l’ultimo granello di ragione è svanito nella tua testa. Rimangono dubbi enormi come dinosauri che si incontrano e scontrano tentando di avere la meglio prima uno sull’altro e poi sull’ultimo pensiero.

Io, pensiero. Unico puntino luminoso di una lunga notte che si annuncia senza luce.

È come avere una vita in più

22 settembre 2018

A volte trovavo un ragno accomodato sul parabrezza della mia macchina. Lo sentivo come una presenza amica. Qualcuno che mi avrebbe presto liberato della prossima zanzara tigre. Per questo, ogni volta che accade, lascio che bivacchi mentre guido.

Stamattina parcheggio malissimo ed entro alla Feltrinelli di Largo Argentina. Glisso le ultime uscite. Vado diretto agli scaffali della narrativa. Comincio a scorrere i testi. Li trovo insipidi. Inizialmente non afferro neanche un libro.

Poi comincio a studiare copertine a caso. Intanto sbircio le commesse carine. Ascolto chiacchiere. Osservo i titoli dei libri in mano agli altri. Poi comincio ad ammucchiare nell’altra mano tanti libri che vorrei leggere, accudire, coccolare, a cui vorrei ridare vita.

Leggo trame. Mi interrogo sulla natura dell’ordine alfabetico. Poi sull’opportunità di un ordine cosmico. Nella mia libreria ideale, i testi sarebbero tutti in ordine di interesse crescente. Ovviamente parlo del mio interesse.

Così potrei un giorno entrare in Feltrinelli. Prendere un libro e sbuffare esclamando a mezza bocca:”eccolo”. Poi vederne un altro: “eccolo”. E così via fino al momento di andare via, avendo detto un mucchio di volte “eccolo”.

Le cassiere di Feltrinelli mi hanno sempre messo addosso una sorta di agitazione. Quasi un’ansia da prestazione. Stamattina le immagino che se ne stanno lì a giudicare spietatamente in base agli acquisti fatti. “Ecco un altro sfigato che legge Zafon e vuole fare lo scrittore”.

Rimetto sullo scaffale un testo di Carofiglio che non ho ancora letto e che avevo pensato di prendere, ma che ho poi deciso di mollare. Ora immagino di avere un debito nei suoi confronti. Di Carofiglio intendo.

Intanto dalla porta entra un ragazzotto di 14 anni insieme a quello che potrebbe essere il padre. Il ragazzo gli sta spiegando che :”lo sai che se accumuli punti sulla carta feltrinelli, è come assicurarsi una vita in più?”

Mi guardo intorno, cercando di incrociare lo sguardo di qualcun altro che abbia sentito. C’è solo un signore attempato e calvo. Indossa giacca e camicia chiari, un paio di occhiali scuri, spessi e squadrati.

Lo guardo dritto nella direzione delle lenti.

Lui mi sembra osservi di riflesso. Ma non ha capito niente. “Deve essere un altro sfigato che legge Zafon e vuole fare lo scrittore”. Penso, sorridendo di gusto.

“È come avere una vita in più”, diceva il ragazzo.

Sorrido ancora. Ecco, sì, più o meno. O forse no.

Colpiscimi forte

11 settembre 2018

È che in verità non lo so quante tempeste io abbia evitato. O in quante invece mi sia mai lanciato impunemente. Urlante. Spesso a testa bassa, come chi non pensa. In fondo nella mia vita ho temuto soltanto il tempo.

Stanotte rimetto ordine tra i miei sospetti. Disinnesco dubbi. Ricomincio a cercare un luogo. Una strada. Una ragione. E insieme alla ragione, un modo.

La colonna sonora di questo sogno stavolta la lascio scegliere ad altri. Agli animali. Alle cose. Ai rumori. Alla paganinica indifferenza di un ragno violino. Alle farfalle e ai grilli. Quelli estvi.

Tutto alla fine ritorna. Soprattutto i bei ricordi. Come torna un debito dell’ombra col sole. Come tornano gli sconfinati controcampi della mia infanzia.

Ieri guardavo l’orizzonte. L’ultima volta era stato tanto tempo fa. Ebbene lo ammetto, so essere spietatamente malinconico. Ma anche romantico. E questo fa di me una vittima predestinata.

Intanto passano i giorni e dentro i giorni si ammucchiano le ore. Esondano i minuti.

Colpiscimi tempo. Fallo in fretta dove fai più male. Cancella il passato, senza esitazione. Ma colpisci veloce che è già tempo di andare via.

Una persona qualsiasi

28 agosto 2018

Questa volta ci ha sorpreso il buio. Non il silenzio, ma l’oscurità. Da una città che non conosci puoi aspettarti qualsiasi tempo, ma non il buio. Non la notte fonda.

Sembrava di essere in un vecchio film di John Carpenter. Un caldo umido e pungente. La nebbia. La visibilità ai minimi storici. Eppure sentivo il mare muoversi. Continuamente. A volte sornione. Altre volte rabbioso e violento.

Alice camminava sul pontile, giusto qualche passo avanti a me. È molto cresciuta in altezza. Ondeggia i fianchi su tacchi piccolissimi e sottili. Io non ho mai saputo riconoscere un vestito griffato, ma è sicuramente e costosamente coperta da capo a piedi.

Parla al telefono con un’amica che sembra più silenziosa di lei. Un personaggio inventato che ha passato così tanto tempo tra i libri da non conoscere il rumore del mare. Un qualcuno fuori luogo e fuori contesto.

Camminare senza una meta è come parlare senza avere nulla da dire. Disorienta. E non so se sia colpa del caldo. Del contesto poco abituale, o soltanto perché a in certo punto ti rendi conto di essere il tuo miglior compagno di fuga.

Queste destinazioni così abilmente nascoste dalla fretta e dalle cadenze leggere. Così celate agli occhi dal tempo. Dalla noia. Da un marchio di fabbrica di un uomo che non ha bisogno di un corso per essere una persona qualsiasi.

La mano sinistra di Alice intanto toglie via la pellicola di un pacchetto di sigarette. Un gesto ripetitivo e quasi anestetica. Poi riparla al telefono. Racconta di posti lontani e di un lavoro che ormai non ha più senso. Si porta dietro il tempo nelle parole, nelle immagini, nei gesti.

I suoi ricordi riemergono da un intreccio abissale di alghe e correnti. I ricordi si fanno largo tra il rumore delle onde e le oscurità insondabili di ogni pensiero.

Vorrei che fosse davvero qui, ma il sonno ha le valigie vuote. Infatti se mi volto è già ora di fare ritorno.

Bandiere bianche

11 agosto 2018

Cinque passate. La notte ha schivato il temporale. C’è l’orologio del campanile che rintocca silenzi, mentre la penombra dei lampioni fa da anticamera alle prime luci del giorno.

Stamattina ho già sulla pelle una teoria fatta di cornetti caldi e caffellatte. Sono fantastici quelli con le gocce di cioccolato, ma è ancora troppo presto per trovarne.

Che silenzio! Ho quasi nostalgia delle zanzare. Quelle che ti bacchettano le caviglie. Quelle che ti apprezzano mentre guardi inebetito disorientati pezzi di asteroide cadere a caso dal cielo. Piccoli. Inutili sassolini che le coppiette chiamano stelle.

Alice intanto è distante. Ha nascosto i suoi desideri in un posto lontano, in modo che non siano facili da trovare. Lo ha fatto per i ladri. Per i vanitosi. Lo ha fatto per i saltimbanchi e per i buffoni. Dribblando con lo sguardo il tempo e lo spazio.

Ogni tanto qualcuno si innamora delle mie parole, ma non oggi. Stamattina l’insolenza dei miei pregiudizi divampa a tutte le latitudini. Nel ragazzo che ero una volta. Nella persona in cui mi trasformo ogni giorno.

Intanto crollano ponti sotto le persone di tutte le età. È non è una metafora. Ricordo il terremoto in Abruzzo. Una volta Alice mi ha detto:” La verità è una bandiera che sbatte fiacca. Inconsistente e controvento.”

“Chissà”, le risposi io. “L’importante è che a sventolare non siano sempre queste maledette bandiere bianche.”

Il terzo dei tre

28 luglio 2018

Il desiderio di partire che sento addosso oggi è difficilmente esprimibile a parole. Se fossi un rumore sarei qualcosa di molto simile allo sbuffo di disappunto che fa sempre mio padre. Oppure somiglierei al soffio di una caffettiera che tossisce il primo caffè al mattino.

Sebbene mi renda conto che non ci sia modo di rivivere certe emozioni passate, ogni tanto contraddico me stesso e ci riprovo.

Prenoto quello stesso ristorante. Quello stesso giorno. Poi metto in preventivo quello stesso errore. Invento eccessi da dilettante nel tentativo di diventare il terzo di tre litiganti.

Stamattina scrivo parole prive di fisica e senza filosofia. Poi guardo una vecchia foto e mi trasformo in retorica spicciola, mista a schegge di malinconia. Lo faccio quel tanto che basta per indignarmi col sorriso sulle labbra.

Il cuore è ancora la parte più profonda di me e continuo a precipitarci dentro. È un posto pieno di scrupoli e colorati sensi di colpa. Ma un luogo da visitare comunque e soltanto dal vivo.


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