Figli di un dio cattivo

23 maggio 2017

È quello che avviene fuori di me a creare significati dentro. Ma quale significato posso dare a un ordigno misto a chiodi che spazza via l’esistenza di 22 persone, molte adolescenti. 

Dicono che esiste una spiegazione prima, durante e dopo ogni attentato. Allora per dio spiegatemi questo. Spiegatemi perché le vite di ragazzini e ragazzine, apparentemente separati da esistenze uniche e del tutto diverse, si spengono in un istante per colpa dello stesso irrisolvibile destino.

Ci sono solchi nella mia mente che scavo intorno ai gesti incomprensibili. Fossati che mi separano da fatti assolutamente orribili e talmente insensati che nemmeno la più tenace delle volontà potrebbe mai tentare di spiegarne il significativo. Eppure c’è qualcuno che osa parlarmi ancora di religione? Di guerra santa?

Nessuno può avere la presunzione di poter colmare le distanze tra le diverse culture e religioni di questo pianeta. Troppi odi. Troppe insofferenze e vendette. La paura ci accompagna. Ci attraversa.

Ed esiste una personale soglia di non ritorno che continuamente varco. Un’identità fatta di buonsenso e sopportazione che muore dentro me. Succede ogni volta che mi sforzo di capire, di rielaborare. 

Rileggo notizie. Rivedo drammi del passato. Oggi il mio io presente scivola spericolatamente sul piano inclinato dell’inquietudine. Della paura. Tutto questo rancore è scoraggiante. Tutto questo male è alienante. 

Non mi viene in mente altro da scrivere. Che possa un dio spiegarmi un giorno il perché di tutto questo odio nel mondo, poiché non esiste nulla di umano e religioso in gesti così dannatamente vigliacchi. Niente che non possa farmi vergognare di essere un uomo.

I titoli di coda

22 maggio 2017

Certe relazioni sono come quei film di cui non ti è venuto in mente di leggere la trama prima di andare al cinema. Possono deluderti anche se non avevi delle vere e proprie aspettative. Magari riescono a prenderti molto mentre li guardi, perché la piacevolezza trova un suo senso anche nello scorrere delle sequenze. Ma il più delle volte c’è bisogno di un’attenzione sbilanciata verso il significato delle immagini. La superficialità ha sempre conseguenze inevitabili per la profondità di una storia.

Ogni tanto scopro che le cose poi riescono ad andare anche peggio di quanto penso. Viviamo in un evo arenato sull’apparenza. Fermi a un tragico capolinea culturale e a ogni occasione si sprofonda un po’ di più. Questo traspare nelle relazioni di ogni tipo. Ma soprattutto succede quando hai superato i quaranta e ti rapporti quotidianamente con un “altro sesso” saturo di problematiche e convinzioni che non ti appartengono. Che non ti sono mai appartenute.

In passato ho messo a dura prova la mente e il cuore. Provato da quel continuo ricollegare, rimontare, capire, ridare senso a una comunicazione apparentemente semplice, ma costantemente in disordine. Certe persone sono un campo minato dove si cammina in precario equilibrio. Sentimenti, emozioni, momenti drammatici, detto e contraddetto, sono mine antiuomo. Insomma, coltivare una relazione è un esercizio di misura sulla linea di un virtuale fuorigioco. Senza arbitro e senza guardalinee. 

Perché una relazione funzioni, e abbia un senso stare insieme, occorre avere a che fare con le stesse emozioni e non importa quali. Che sia la stessa serenità, o la stessa sofferenza profonda. O almeno percepirne lo stesso peso specifico all’interno della propria vita. E non bastano le parole a descrivere una sofferenza. Mi sono riempito in passato le orecchie di “io sto male” e maltrattato di “ti voglio bene”. Niente di più rarefatto. Niente di meno prezioso. Niente che riesca ad entrare davvero nel cuore.

E di solito è proprio a questo punto che scattavano i titoli di coda.

Certi ricordi

21 maggio 2017

A volte ho l’impressione che Roma si nutra dello sguardo dei turisti. La domenica poi quell’impressione diviene quasi certezza quando li guardo che camminano per le vie del centro.

A quest’ora il sole è basso e lascia che l’ombra s’impadronisca dei vicoli più nascosti. Davanti al Pantheon c’è un anziano che guarda il monumento e prende appunti. Roma lo osserva. Si studiano. Si salutano con lo sguardo. 

Una donna sulla quarantina tiene sua figlia seduta sulla spalle. Le parla. All’inizio non l’ascolto, troppo preso dal personaggio che prende appunti. Poi mi accorgo che la donna è talmente brava, talmente capace di portare la bimba dentro la sua storia, che rinuncio volentieri ad ascoltare altro.

Mi nutro delle storie dal passato. Mi ci emoziono nel presente. E poi le trasporto nel futuro riscrivendole a mia volta. Strano pensare a quello che sto vivendo senza venirne mai a capo. Strano pensare di non essere necessariamente il protagonista di ogni storia. Magari esistiamo per diventare il racconto di altri. Come questa piazza. Come questa città. 

Mi siedo a un tavolo. Un bar a caso dietro la fontana. Ordino uno spritz, poi una granita al limone. È davvero buona, penso, ma non indimenticabile. Indimenticabili forse riescono a esserlo soltanto certi ricordi.


Semplicemente niente 

20 maggio 2017

È la fine di maggio. Sono quasi le 9 di sera. È una giornata che non ha nulla da invidiare all’autunno. A quell’autunno. Un giorno di tanto tempo fa. 

Pioveva eppure non c’era una nuvola in cielo. Ero fermo al semaforo in sella al mio Si. Il più venduto di sempre tra i motorini. 

Stavo per finire l’ultimo anno di liceo. Esami di maturità. Ultima interrogazione. E io guardavo il rosso intenso di quella luce come si guarderebbe un tramonto. 

Mi dicevo: “Scolpisciti in testa questo rosso. Ricordatelo Gianlu. Perché tra poco percorrerai questa strada al contrario e qualcosa della tua vita sarà finita per sempre.”

Quel semaforo ha continuato a funzionare in tutti questi anni e altri semafori si sono addirittura aggiunti. Ma oggi quella scuola non c’è più. Quelle persone non ci sono più. Professori. Bidelli. Anche il motorino. Tutto sparito nel tempo. 

Sento ancora la leggerezza di quei metri. Di quelle curve fatte piegato il più possibile. Dei pazzi tentativi di andare su una ruota. E tutti quelli falliti di guidare senza mani.

Andavo a scuola in motorino e se oggi dovessi raccontare a mia figlia come il papà ha vissuto gli anni 90, forse sceglierei proprio quella mattina. 

Gli anni 90 li ho guidati come si guidava un motorino. Senza casco. Con le curve della strada favorevoli e nessun incidente possibile.

Ricordo i quarantenni di allora che scuotevano la testa e raccontavano di 20 anni prima. Di quel 1968 a cui avrei dovuto essere eternamente grato.

Sono passato numerose volte da quel semaforo. Centinaia di volte. Guidando, o seduto accanto a qualcuno che lo faceva per me. Oppure a piedi attraversando la strada. 

È passato tanto tempo e dentro di me le salite di Monteverde vecchio continuano ancora a essere l’inizio del percorso della mia vita. Questi trent’anni mi sono serviti a capire che tutto quello che non ritorna al mondo, che non emoziona, che non muove amore. È semplicemente niente.

La sostanza delle somiglianze

15 maggio 2017

Filosofia di pensiero. Il più efficace tra i meccanismi di autodifesa. In questi ultimi mesi mi sono più volte domandato quanto la rabbia sia davvero sinonimo di cattiveria. E quanto la persona più arrabbiata sia di conseguenza la più cattiva di tutti.

In realtà i cattivi si arrabbiano meno degli altri. Questo l’ho imparato. Ma non credo sia una scoperta particolarmente utile al mio interfacciarmi con la quotidianità. Ho imparato anche questo.

Quindi la rabbia non è importante in quanto tale nel suo manifestarsi, ma è più figlia delle sue cause scatenanti e madre del suo imprevedibile esito. 

Ho imparato che se ci tieni tanto ti arrabbi molto. Poi sta nel carattere delle persone manifestarlo, o meno. C’è il cinico, che non si arrabbia e magari medita vendetta. C’è l’istintivo che pontifica parole a caso cercando di auto convincersi di essere cattivo. Quanti potrei inventarne di profili. Ma non troverei in tutto questo qualcosa di utile a capire come funzionano le mie profondità e nemmeno come questo potrebbe aiutarmi a stabilire una connettessione col mio mondo interiore.

Ci sono voluti mesi perché realizzassi un rapporto vero e profondo con le mie reattività verso gli eventi deludenti in generale. Un percorso fatto di scoperte semplici. Del tutto empiriche. Risposte giunte anche a caro prezzo. E non posso dire sia stato facile metterle in fila per il verso “giusto”. Sempre che ne esista davvero uno.

La prima delle scoperte semplici è stata una figura retorica. Una donna può generare un maschio, o una femmina. Un figlio solo, oppure più figli insieme. Ma è del tutto impossibile che nascano un merlo, o un gabbiano. Che centra direte voi?

Ebbene, i nostri sentimenti non hanno a che fare con la capacità di mettere al mondo pensieri? E che cosa c’e di innaturale in tutto questo? Mi spiego meglio.

Il ciliegio fa le ciliegie, non le albicocche. Quello che sono dentro è in ciò che realizzo. Nel modo in cui affronto i problemi. Anche quelli che non riesco a risolvere. In quello che penso. Che quando sono arrabbiato non corrisponde necessariamente a ciò che scrivo, o che dico. Non siamo sempre noi in quello che scriviamo, che diciamo, che gridiamo. 

Come una ragazza che è presente nella sua gravidanza con tutta se stessa. Con la sostanza. Minuto per minuto. Giorno dopo giorno. Per mettere al mondo un essere che è altro rispetto a lei, ma che ha tutto di lei, che le somiglia nella sostanza, che la rispecchia. E questo anche se durante quei nove mesi lei ha gridato. Discusso. Litigato. Vomitato. Desiderato. Cercato, trovato e perso. 

Ogni progetto è un viaggio. Ogni relazione un percorso. Ogni meta un parto. Un cammino che ha richiesto tempo e una serie di sacrifici e passaggi molto complessi, che includono anche l’arrabbiarsi.  

Peccato che il viaggio verso la comprensione dei propri limiti sia un viaggio di non ritorno. E quello che perdi spesso non lo recuperi più. 

Ed è da qui che alla fine riparto. Da me stesso. Questa potrebbe essere una buona notizia, ma anche no. Bisogna sempre stabilire che tipo di altrove è quel “me stesso”. 

Se è un territorio delimitato dall’amore. Un luogo di pienezza. O un altrove oscuro. Un posto di incertezze, doppi fondi e baratri dal quale vedi sempre spuntare mani tese. E ignori se siamo li per aiutare qualcuno ad uscire, o solo per tirarti ancora più giù.

Per fare un viaggio bisogna averne voglia e oggi non ho tutto questo desiderio di entrare nella stanza più disordinata di un uomo. Molto dipende da come si presenta questa stanza in cui risiede il “me stesso” che sono.

Ecco. Nemmeno questo mi avevano spiegato le maestre a scuola. Sei tu che metti al mondo tutto quello che è venuto al mondo con te. Che tu lo riconosca, o no. Che ti piaccia, o meno. Che abbia un senso, oppure si tratti di pura assurdità. Tanto le somiglianze alla fine non lasciano mai alcun dubbio.

Viste da fuori

9 maggio 2017

In un’altra vita non me ne sarei nemmeno accorto. O forse ci avrei fatto caso, ma non sarebbe stato niente di più di ciò che è. Un dettaglio. Due persone all’interno di un’automobile parcheggiata. Sedute vicino. Adagiate sullo schienale, si mostrano l’un l’altra gli occhi. 

Le mani nelle mani. Le braccia incrociate. Viste da fuori sembrano un confuso schema araldico. Come due lance che simboleggiano battaglie combattute e ormai dimenticate. Non c’è desiderio di nobiltà alcuno, ne di un vessillo da tendere avanti. Il perdono non è il più fragile tra gli atti umanitari. E non è arbitrario come l’abbraccio che lo rappresenta. 

Passo a piedi accanto alla vettura. Sbircio sottocchio. Seguo il riflesso dello specchietto retrovisore. Un tempo questa era la mia automobile e c’è l’immagine confusa del mio volto in ogni singola parete riflettente. Un viso che non porta alcuna espressione, se non quella di un tempo che non esiste più.

Abusi di pensiero 

8 maggio 2017

Quanto tempo sta scorrendo oggi. Non sembra affatto lo stesso di ieri. E pensarlo rende la cosa più disperante. Ma è un abuso di pensiero che si esercita anche sull’erosione del tempo percepito degli altri.

Una donna sta osservando seduta un quadro da quasi cinque minuti. Credo sia questa la chiave della giornata. Poi la ragazza si alza, si avvicina alla tela e attraversa tutta la sala senza passarmi davanti. 

Lo fa semplicemente, da parte a parte, spingendo chi deve verso dove si deve andare. Con la spietata inesorabilità e l’indifferente calma di chi sa che non ci sono alternative all’andare avanti. Non ci sono mai. Un passo alla volta. Attimo per attimo. Giorno per giorno. 

A volte un’opera d’arte può sembrare un luogo dove poter finalmente naufragare. Ma non è così. Ha ragione lei. Ci sono altre strade da percorrere. Ci sono altre storie da vivere. E fuori sta tirando un venticello che mi ricorda tanto le “ottobrate romane”.

Quando salgo e scendo le scale

6 maggio 2017

Quando salgo o scendo le scale lo faccio lentamente. Affronto ogni gradino senza pensare a quello successivo. E non è certo perché abbia bisogno di riprendere fiato, questo no. Anche quando cammino sono lenta, ma il modo in cui le mie zampe sfiorano il pavimento dona regalità ai miei piccoli passi. È come se qualcosa di inesprimibile rendesse più bello andare piano. Però arrivo sempre dove ho voglia di arrivare.

Stanotte l’ho vista che si avvicinava come un’ombra, nel fascio di luce che giungeva dal corridoio tra il primo e il secondo piano. Io ero in cucina, tutta intenta ad assediare una briciola di qualcosa dimenticata sotto il frigorifero. Sognavo di essere per un istante una grossa formica nera e avere così libero accesso a universi in miniatura. Mi davo un gran da fare, perché lo spazio era angusto e non potevo usare le zampe per avvicinarla, ma era troppo distante anche per farlo con la lingua.

Noi cani di taglia media abbiamo questo devastante problema. Siamo troppo piccoli per salire sui tavoli, saltare nelle credenze e troppo grandi per infilare le zampe negli spazi angusti tra i muri e i frigoriferi, laddove finiscono di tanto in tanto le cose buone. Però abbiamo la faccia da biscotto. Quello sguardo melanconico e dolce più simile a un “ti voglio bene” che a una mera richiesta di aiuto.

Lei entrò in cucina stringendo in mano una sigaretta spenta. Probabilmente vagava in cerca del solito accendino. Era davvero incantevole. Aveva i capelli neri. Indossava jeans elastici perfettamente aderenti e una felpa col cappuccio che nascondeva un’espressione del viso che non riuscivo a vedere.

Mi lanciò subito uno sguardo interrogativo. Un proiettile che andò a segno come un rigore calciato da un vero professionista. Mollai immediatamente la mia briciola e saltellai sulle zampe posteriori poggiando le anteriori sulle sue gambe, ma era troppo tardi. Mi trovai in un attimo sul banco degli imputati e la giuria non sembrava a mio favore.

“Cosa hai fatto?”, esclamò.

“Niente”, avrei voluto risponderle.

“Ti giuro e spergiuro che  era solo una briciola, ma non sono riuscita nemmeno a sfiorarla e…”

Non ebbi il tempo di pensare oltre. Le sue mani mi ispezionarono il muso, poi la bocca, infine venni trafitta da uno sguardo. Un ossimoro. Un’assurda figura geometrica fatta di amore e spigoli di colpevolezza.

Il riflesso scomposto dei miei occhi aveva proiettato nei suoi il dubbio che potessi aver ingoiato qualcosa. In passato era successo. Avevo mangiato cose a caso. Alcune irripetibili.

Ma lo avevo fatto non per fame. Non per stupidità. Solo per attirare la sua attenzione. Solo per farle capire che avevo un assurdo bisogno delle sue premure. E come d’altronde è noto, io non so parlare. Non posso scrivere. Posso solo pensare, mangiare e guardare.
Quando scelse di sedersi sul divano mi spinsi addosso a lei diventando una specie di macchia progressivamente più scura per poi annullarmi definitivamente e formare un tutt’uno sul suo corpo.

Nell’appoggiare le braccia sulle mie zampe i suoi capelli le scoprirono un pochino il profilo del collo e i lineamenti del viso. Aveva gli occhi tristi, sconfitti e sembrava che stringendomi, anche solo per un momento, si stesse abbracciando da sola per un tempo lunghissimo.

Non ho mai desiderato essere un uomo. Non ho mai invidiato il fatto che parlino, perché spesso li ho sentiti pontificare a caso per dire cose angoscianti e irripetibili. Li ho anche sentiti affermare che siamo stupidi. Magari hanno anche ragione. Magari è colpa del modo in cui scodinzoliamo. Del fatto che spesso usiamo la lingua per trasmettere un’emozione. O forse è quando abbaiamo alle ombre che sembriamo del tutto idioti.

Quel moto continuo e ininterrotto della coda ci fa apparire più sciocchi di quanto in realtà non siamo. Ma come lo spiego a un uomo che se davvero potessi io lo farei un sorriso. Se davvero avessi il dono della parola risponderei a tono citando anche filosofi e scrittori del passato.

Siete intelligenti. Parlate. Scrivete. A voi è stata data la possibilità di abbandonare i lavori che non vi piacciono, i compagni che non vi amano, le cucce in cui non vi sentite più al sicuro. E potreste farlo anche senza aprire bocca. A voi è stata donata una coscienza che parla anche quando non dovrebbe. Noi invece obbediamo alla libertà di starvi accanto in ogni momento e solo a quella. Siamo noi, e solo noi, quelli che salgono e scendono le scale piano. Da soli. Affrontando un gradino alla volta.

Mentre pensavo a queste cose, lei si allontanò dal torpore del sonno e aprì di nuovo gli occhi. Erano scuri come i suoi capelli. Mi accarezzò. Mi sorrise. Mi fissò quasi incuriosita, come se per un istante mi avesse sentito parlare. Allora allargai un poco le zampe per farmi grattare la pancia.

“Forse sentirai anche questo”, pensai. Lei rise forte, mettendosi la mano davanti agli occhi. 
Non è la favola della principessa e del cane. Mi aveva sentito davvero. Le avevo parlato col pensiero e ora mi stava accarezzando la pancia. Non esistono parole che possano descrivere il senso di appagante godimento di quel gesto così semplice.
“Piccola”, mi disse, “io non ti permetterò di lasciarmi da sola. Mi senti? Mi capisci?”.

Stavo iniziando a scodinzolare, quando qualcosa prese a premermi al centro del petto. Qualcosa di dolce e che allo stesso tempo somigliava a un dolore. Qualcosa che non aveva nulla a che vedere con i muscoli o il cuore. Qualcosa che forse avrei potuto descriverle se avessi avuto corde vocali e voce. 

Lei fece gli ultimi sguardi dolci, poi si alzò e percorse di corsa i gradini della scala a chiocciola che portavano al piano superiore per rispondere a un cellulare.

A me invece non chiama nessuno. Quando salgo o scendo le scale lo faccio lentamente. Affronto ogni gradino senza pensare a quello successivo.
Aspettandomi. Guardando ogni tanto all’indietro la strada percorsa.

Eccomi.

Sto arrivando.

Non gridare.

Non piangere.

Aspettami.

Prova a immaginare che io sia lì con te.

Avanti il secondo

6 maggio 2017

Stai per terminare il tuo secondo libro. Hai scritto e cancellato decine di pagine. Lo hai fatto decine di volte. Poi hai avuto un’intuizione luminosa e la tua storia d’amore di un eroe attempato e introverso, si è magicamente trasformata in un incalzante thriller metafisico con finale aperto. 

Hai affrontato lunghe e rigeneranti camminate notturne riflettendo sulle sfumature dei luoghi. Studiando i vicoli di Roma e le ambientazioni dove si svolgerà il tutto. Anche chi inventa ha bisogno delle situazioni così come si presentano nella realtà.

La riflessione è data solo dal confronto tra la realtà che abbiamo e quella che vogliamo trasmettere. Questo confronto mi impedisce ancora di entrare in relazione con le cose come stanno davvero. Mi spinge a rimuginare, a rimpiangere, a recriminare, a protestare. E poi a plasmare la storia senza preoccuparmi troppo che non risulti credibile. Ma i luoghi devono comunque rispondere fedelmente alla realtà.

Nelle sinossi che posso inventare invece riesco a danzarci dentro. A ballare un lento con tutti i personaggi della trama. A provare sensazioni a 360 gradi. Oggi siamo io e la mia fantasia contro tutti. Sfidiamo la vita che si può raccontare. Semplicemente. Come a una festa dove nessuno ti ha invitato, eppure sembrano tutti felici che tu ci sia. 

L’ho fatto oggi  

5 maggio 2017

Quel giorno avrei dovuto capire una serie di cose. Percepire meglio i dettagli. Interagire con tutto quello che il destino avrebbe tenuto in serbo per me. Ma non trovai cartelli ad avvisarmi. Non c’erano indicazioni. Nessuna didascalia.

Così dopo due ore ci avevo depositato una pesante pietra sopra. Soltanto tre giorni prima invece, ero stato stregato dalla muraglia cinese, ma non credevo che emularne l’architettura mi sarebbe venuto così naturale. Così ho meravigliosamente e definitivamente alzato una inutile struttura di pensieri e azioni, tutto intorno a me. Qualcosa che non mi permettesse più di vedere oltre, o di guardare indietro.

Una situazione simile mi era già accaduta qualche anno prima. Ma quando visitai l’interno del Gran Canyon in Arizona, non avevo ancora mai abbinato la parola “meraviglia” a un essere umano. Soltanto a cose. A luoghi. Fu ancor prima di scrivere un libro. Ancora prima che nascesse mia figlia. Ancora prima di capire che si può anche arrivare a scegliere di non volersi più bene. 

Quel giorno invece non immaginavo momenti epici. Dopo anni passati a leggere romanzi di ogni tipo. A capire che tra il dire e il fare c’è di mezzo il buonsenso, la lucidità, l’onestà intellettuale e la sapienza linguistica. 

Sono stato un uomo pazzo d’amore per i suoi personaggi. Reali o inventati. Ma soprattutto un uomo innamorato delle sue sceneggiature e dei suoi “lieto fine”. Anche se soltanto sognati. Un uomo che ha corso a perdifiato per stare vicino ai sospiri, alle mezze parole, alle occhiate e a quei passaggi quasi casuali che poi tanto casuali non lo sono mai stati.

Le esperienze passate non mi avevano detto tutto. Ma erano state oneste, perché mi avevano comunque trasmesso tutto quello che avevano potuto. Lei però era oltre. E non avevo idea di cosa volesse dire.

Certo è che a volte il destino organizza i dettagli come fosse un dio cattivo. Ma questo è secondario. Perché prima è sempre venuto il mio disperato desiderio di averla vinta su tutto, destino compreso. Sui miei molteplici stati d’animo. Sui miei stessi personaggi. Sulle conseguenze delle tante transazioni emotive. Sul mio profondo desiderio di trovare risposte. Di capire.

Ecco, il desiderio di capire. Che è fondamentale perchè rovescia l’approccio. Quando desidero è perché non ho. E desiderare di capire significa soprattutto “non aver capito”. Allora il meglio che ho saputo fare è stato gridare sbracciandomi nell’ignoranza. Solo per farmi notare da qualche “mezzo di soccorso” e uscirne. 

È la lotta disperata per vedere quando non si vede, per sapere quando non si sa, per credere quando non si crede. Ma che cosa passa nella testa di una persona innamorata quando non accetta lo stato dei fatti? 
Sembra una sciocchezza. Invece è un passaggio fondamentale nella vita di tutti. Perché tutti, ma proprio tutti, alla fine si innamorano.

E che cosa fai quando solo la parte oscura di te ti offre aiuto? 

Il controllo è impossibile. Perché si esercita solo sul controllabile. E non su tutto quello su cui andrebbe esercitato. 

Indesiderabile destino. Sintatticamente la parola suona ineccepibile. E il destino drammaticamente non parteggia. Non spiega cosa bisognerebbe fare, dire, o pensare nella vita. Non commenta. Non invade. La sua azione ti sta accanto. Ti cammina dietro. Ti avvicina alla vita che è, perché lui la vita la sente con la pancia.

E amare non vuol dire anche “saper amare”. Così come “amare visceralmente”, non implica il saper amare allo stesso tempo anche noi stessi. Esiste una parte oscura nell’amore. Un luogo pericoloso. Un tugurio ossessivo e perverso dove alla fine trovi anche comodo e confortevole stare. 

Quando ci passi troppo tempo finisci con l’affezionarti alle sue parti più nere. Oppure col voler a tutti i costi fuggire demolendo i ponti dietro. Distruggendo strade. Edificando quelle grandi muraglie di cui parlavo prima. Così l’amore non vince. Non vince nessuno. 

Ecco cosa non mi avevano detto a scuola. In nessuna delle scuole. Non mi avevano parlato dell’amore. Del sentimento sì, del desiderio tantissimo. Dell’odio anche, molto. Dell’amore mai. 

Nemmeno di quel coraggio inconsciente che ci vuole per buttarsi senza riserve alla ricerca dell’altro. Ignorando che l’altro magari sta conducendo una “sua battaglia”, e la sua battaglia apparterrebbe anche a te, se davvero amassi. Se davvero credessi di essere vivente e premuroso nello stesso mondo.

In questo momento credo che una delle parole più usate sull’intero pianeta sia la parola “ti voglio bene”. Si difendono giustamente i nostri “ti voglio bene”, ma soltanto a parole. Dire è un diritto di tutti, ma è il “fare” che qualifica tutti i diritti. E questo clima si infiltra anche in questa storia. Fatta di momenti bellissimo da ricordare, ma anche di cose deprecabili da cancellare. Per sempre. 

Ottima cosa il diritto. A volte basta a restituire un uomo a se stesso e alla sua dignità. La vita in fondo non ti accusa. Non ti giuduca. Ci rende solo testimoni. Ci mette in pericolo. E quando può, ci sveglia.

Bisognerebbe fare una prova concreta. Fermare tutto, osservare, considerare. Rendersi conto di quanto amore ci vuole per se stessi, prima di imparare a “saper amare” qualcun altro. E che le persone esistono anche quando non sono amate. 

Come noi. Come gli altri dentro e fuori di noi. E come noi dentro il cuore degli altri. Esistiamo a intermittenza, a volte più incisi a volte sbiaditi. Poi è la vita che arriva a ricordarci che siamo vivi. Con i nostri sbagli. E che ogni parte di ciò che facciamo contribuisce a essere quello che siamo. Ciò che decideremo di raccontare dopo conta poco. 

Niente fa presa sulla vita, più della nostra stessa vita. Quel giorno avrei dovuto capire una serie di cose. L’ho fatto ora.

The final stage

1 maggio 2017

Io sono stato lontano per un po’ di tempo. Luoghi e persone mi hanno distratto. E io stesso mi sono distratto, pretendendo di essere ciò che non sono. Tollerante. Quando me ne sono accorto mi sono fermato un attimo e ci ho riflettuto su. Lo scrivo sul blog? Mi sono chiesto. Ed eccoci qui.

Lo so, magari tutto questo potrà sembrare la solita stronzata minimalista. Ma il minimalismo interiore oggi è quasi una moda. Un modo per dare una possibilità a tutte le proprie personalità. Imparare a riconoscere i propri spessori. I propri limiti e ampiezze. Imparare ad avere coscienza di sé nello spazio, ad avere la percezione di quale sia il proprio posto. Di come lo si occupa e con quale qualità.

Ultimamente sto regalando moltissime copie del mio libro. Non ho nessun problema a dirlo. Non ho dispiaceri. Non sono attaccato al denaro. La cosa migliore che ti può accadere, a volte, è dimenticarti di dare un prezzo alle cose. E ho usato il sostantivo prezzo, non valore. Ci ho messo un po’ a capire la sottile differenza, ma alla fine pensa, ci sono addirittura arrivato. 

Il prezzo è quello che saresti costretto a pagare per fare tuo ciò che non ti appartiene. Il valore invece non è vincolato a un possesso. È un sostantivo libero. Non ho ancora capito come dare un valore alle cose importanti, ma se non altro, ho smesso di giustificarmi quando ci provo e sbaglio. 

Quando rinuncio a qualcosa, o qualcuno. Quando perdo banalmente ciò a cui un valore pensavo di averlo dato. Il potere del verbo sbagliare è davvero inquietante. La sua capacità compensativa è terrificante. Il suo modo di farti ricordare e ricordarsi di te è quasi famelico. È spietata quella sua variabile quasi scientifica di declinarsi nel momento esatto in cui pensi che non sbaglierai più. E poi invece sbagli. Lo fai di nuovo. Lo fai ancora.

Molte delle pagine del mio prossimo libro sono bianche. Anche le pareti della mia camera da letto sono bianche. Che c’entra vi domanderete voi? Niente. Solo che lo spazio intorno a me sta tornando bianco e disponibile. Un perimetro indifeso. 

Tutto quello che è bianco può essere invaso dalle parole. E se devo dirla tutta, non ho voglia di alzare di nuovo trincee, né di mettermi al sicuro dietro le mura merlate dei ricordi e delle vecchie fotografie senza filtri. 

In ogni videogioco da piccolo c’era un temibile e ambitissimo ultimo quadro. “The final stage”. Bè il mostro finale è sempre stato qui con me e ho imparato solo ad affrontarlo. Batterlo non so, devo fare ancora pratica. Intanto mi creo la scenografia migliore.

Per esempio. La scelta di ridurre al minimo le amicizie occasionali facilita la vita pratica e invoglia a stare bene da solo. Questo non significa che io non abbia ricordi, o che improvvisamente abbia perso la voglia di stare con la gente o di guardare un film in compagnia. Solo che non voglio più frequentare le persone che non mi fanno stare bene. Non voglio restare con qualcuno più di quello che serve. 

Le cose, le storie, i personaggi, transitano ogni giorno nella mia vita e io faccio parte di un flusso a parte. Dagli altri flussi raccolgo quello che posso imparare, quello che mi diverte o che desidero tenere per me. 

Con le persone non sempre è possibile. Quelle che hanno creduto di poter occupare un posto nella mia vita, tanto per citarne qualcuna. Quelle che hanno pensato di potersi accomodare fra i miei sentimenti e di restare lì a godersi il panorama. Ecco, quelle le posso dimenticare con una scrollata di spalle. E se rimane un po’ di polvere in terra mi basta spazzare e cambiare l’aria dentro la stanza. 

Altre persone invece resistono a questa scrollata. Si attaccano al cuore. Non se ne vanno. Specie quelle che quel posto non hanno fatto nulla per meritarselo. Quello che ho capito è che molte cose possono piacere o non piacere. Molte altre possono interessare ed almeno altrettante si possono addirittura odiare ed amare. 

Ma non si può aver cura di tutto. O tollerare tutto. “Avere cura” è un atto di precisa volontà che impone un’attenta pianificazione dei propri sentimenti. Della propria pazienza. Dei propri limiti. Si deve scegliere, oppure si deve rinunciare. Che poi è come scegliere al contrario. 

Queste pagine bianche che mi porto dietro mi aiutano. Mi ci rannicchio e le sento pulsare ogni volta che ho necessità di ritrovarmi. Ma anche tutte le volte che sento il bisogno di perdermi. Una cosa però devo scriverla. Solo le cose, le storie e le persone a cui tengo davvero sono quelle che alla fine mi riportano a casa.

Non ci parliamo da tempo

29 aprile 2017

Città. Le nostre città. Ma anche tutte le altre città. Sono edificate nel tempo. E forse somigliano molto a chi le ha costruite. Somigliano ai nostri stati d’animo. Al nostro modo di essere. Di reagire.

Tutte ad esempio hanno un centro e delle periferie. Le periferie rappresentano il limite, il confine. Invece in centro si trovano i negozi. Le griffe. I ristoranti migliori. È in centro che si puliscono meglio le strade. Che i buchi sull’asfalto vengono riparati all’istante. 

Un parallelismo interessante. Amiamo stare nelle zone più curate della città come nelle zone migliori di noi. E poi ci sono le nostre spiagge. Le nostre favelas. Le nostre borgate. Un confine quasi sconosciuto, perché da sempre poco e mal frequentato. 

Finché la vita ci permette di stare al centro della vita stessa non abbiamo motivo di addentrarci verso i limiti. Non abbiamo voglia di scrutare la periferia. Le zone della nostra più devastante impotenza. 

Charles Darwin ci ha riconosciuto un istinto, che ci ha salvaguardato nel tempo. E che oggi ci conduce e ci rende esperti di fronte ai rischi. Un qualcosa che vive annidato nella cultura di ogni popolo.

Ogni storia può essere osservata con il punto di vista del calciatore brasiliano, del pastore sardo, dell’astronauta russo. Oppure con l’angolazione dell’agricoltore, del prete, del cow boy. Che magari osserva il mondo da dentro e coglie soltanto l’immensità del deserto attorno a lui. 

Chissà. L’astronauta invece vedrà la terra nel suo complesso. Questi pensieri sono un trasferimento continuo dalla sella all’astronave. È l’immenso racchiuso nel dettaglio che ci proietta dalle stalle, alle stelle. A guardare, come un astronauta, da lontano tutta la nostra vita. 

E viceversa, solo una considerazione più alta e assoluta ci spiega meglio un dettaglio. L’impronta di rossetto in un bicchiere. I lineamenti di un sorriso, o il sapore delle labbra di una persona. Una che oggi non sappiamo nemmeno in che città, o periferia, sia finita.

Ma abbiamo bisogno di questi racconti? Abbiamo necessità di essere una città dentro la città? A cosa mi è servito viaggiare, scrivere, parlare e ascoltare? A cosa mi serve questo blog? Che cosa cambia mentre niente sta cambiando?

Di fronte a “tutto quello che rimane lo stesso” io posso mutare solo il mio punto di vista. Scegliere la collina da cui osservo me stesso e il mondo. Posso partire dalla mia intelligenza, dalla mia speranza, dalla mia ironia, da tutti i miei sbagli. Dalla rabbia. Dalla paura. 

Ecco a cosa serve guardare “le cose che non cambiano”. Serve a riconoscere ciò che invece sta cambiando in me. Il significato più profondo di tutti quei centri e tutte quelle periferie. 

Mi sfugge il significato della vita, ma non sfuggirò mai alla vita. Non posso capirla, ma posso domandarmi in quanti modi mi è possibile considerarla. A quali siano le diverse profondità raggiungibili. A quali siano i momenti più esaltanti, o rabbiosi della mia esperienza. 

Direi che sono arrivato al dunque di questo pensiero. È “me stesso” che sto raccontando in queste pagine. È “me stesso” che ogni volta rimprovero e giustifico con il solito mezzo. Le parole. 

E ringrazio la vita, per tutta questa vita. Perché finché avrò la fortuna di esistere sarò io il passato, il presente e il futuro di ogni singolo giorno della mia esistenza. 

Non conta dove. Non conta con chi. Questo lo stabilirà il destino. E ormai non ci parliamo da tempo.

“Esistere ancora”, intendo.

26 aprile 2017

Mangio un cornetto, ma poi sciolgo una bustina di dolcificante nel caffè. E mi chiedo quanto, in tutto questo tatticismo, esista un senso. Probabilmente c’è. Ce n’è più di quanto senso si celi nelle altre cose che ho cominciato stamattina. A volte inizio piccoli progetti con il chiaro intento di lasciarli decisamente a metà. 

Ho decine di storie incomprensibili e incompiute che mi sfilano davanti agli occhi. Come una improvvisata parata per la solita festa di paese. Piena di personaggi buffi. Colmi di colore.

La vita. Sto cercando di tenerla sotto controllo. Magari solo per regalare una soddisfazione al dio della consapevolezza. Al genio dell’adempienza. Sempre che ne esista uno. O più di uno. Perché mai negarsi questa allegra possibilità?

Spesso, quando mi siedo e scrivo, sto qualche minuto a guardare fuori della finestra. Di fronte al mio portatile alla moda. Poggiato sul tavolo in legno. A tre passi da un finestrone che affaccia sulla stradina chiusa al traffico urbano. 

Da piazza Mattei il vicolo scende facendo una curva da sinistra a destra. E la mia finestra e più in alta rispetto agli altri palazzi nel percorso. Questo mi permette di guardare costantemente il cielo. Di non dover fare acrobazie particolari col collo per vedere ad esempio che tempo fa. 

Il muro della scuola confinante, che segue la strada nella sua discesa, mi offre poi una specie di protezione molto rassicurante. Non posso essere rapito dagli alieni. Anche perché credo mi abbiano abbandonato qui loro.

Poi. Quando sento di non poter contenere ulteriormente la mia fantasia arrivo anche ad accostarle le persiane. Lascio solo uno spiraglio. Non c’è un panorama particolare, ma è bello cogliere il modo in cui i colori del vicolo cambiano nel corso della giornata. È interessante la trasformazione della sera, con i lampioni accesi. 

Questo è il momento in cui mi piace scrivere. Quello in cui mi accorgo di come cambiano i toni delle cose che ho intorno. È sempre stato così. Mi piace capire da solo quello che bisogna capire. La solitudine è stata da sempre una preziosa maestra, anche quando restare solo era soltanto un pensiero. 

Non saprò mai se sono stato un allievo capace. E non spetta nemmeno a me dirlo. Però so di aver imparato a raccogliere certi dettagli. 

La solitudine si aggira ancora per i corridoi di questo appartamento. Lo fa senza avere niente da dire. Solo che, rispetto al passato, le cose accadono con una certa difficoltà. Come se accadere le costringesse innanzi tutto a esistere. E non sono così sicuro che vogliano davvero farlo.
“Esistere ancora”, intendo.

Staccarsi con dolcezza 

25 aprile 2017

Le parole si leggono. Si ascoltano. Oppure si pensano e si pronunciano. O meglio ancora, si scrivono. Si cantano. E sono quelle le più difficili. Quelle che creano il mondo all’interno del quale un pensiero potrà essere condiviso da tutti nel tempo. 

Mario Biondi saluta il pubblico. Gli applausi non lo toccano. È lì con il microfono in mano. La musica da il tempo e lui la prende reagendo con tre impulsi che partono dai piedi e gli attraversano tutto il corpo. 

Al terzo impulso i suoi movimenti diventano canzoni e musica.

Mario Biondi, nome d’arte di Mario Ranno, è un cantante, un compositore e arrangiatore italiano. I suoi genitori si chiamano Concetta Porto e Giuseppe Ranno. Ma questo non interessa davvero a nessuno.

Quando la luce stacca sul suo primo piano riesco osservare da vicino l’espressione del volto. 

“Love is a temple”.
“L’amore è un tempio, Non darlo per scontato, e quando succede, è il momento di scrivere la tua storia.”

Gli occhi si aprono un varco tra le note. I pensieri prendono vita. Seguono la strada indicata. Il corpo comincia a vivere, a farsi abitare dalla musica e questo è un passaggio straordinario. 
È il miracolo che l’uomo può arrivare a compiere. 

Mario si lascia passare la musica nelle spalle, che prendono a seguirne il movimento. Non sono movimenti che fa. Sembrano piuttosto movimenti che gli sfuggono via. Ha un perno fisico, una focalizzazione che tiene con una disciplina da militare. Non stacca gli occhi da un punto indefinito della platea. Forse cerca qualcuno. Oppure segue soltanto il flusso delle parole. 

C’è un rigore assoluto nella semplicità e nella verità dell’azione che sta compiendo. E la disciplina fa sì che la vita possa scorrere e fluire. Il suo corpo è musica e il suo sguardo tiene l’azione di profondità. Il perno che solleva il mondo. Il baricentro.
E il suo fisico è quasi contratto. Muove il braccio destro e il movimento lo aiuta nell’esecuzione. 

“Take me up and let me down, Hold me when I’m sad, Take my eyes to look around, Take my ears to listen to the stars, This is what u are, Knock me down knock me out, Make me feel shy,But when you hold me in your arms, I can just forget the tears I’ve cried, This is what u are”

Questo è quello che sei? Davvero?
Un uomo diverso, non come noi. Il suo baricentro è l’esecuzione. È la musica. Il suo punto di focalizzazione nasce lì. Ed è un triangolo meraviglioso. Lui. Noi. Le parole.  
Nessuna regola, né il ritmo, né la melodia, né il palcoscenico permettono di separare le frasi dal loro significato. Dalla loro energia. 
Rimango a guardarlo rapito e penso alle sue capacità. A quel cappello che soltanto lui potrebbe indossare. Al talento che trasforma le “regole assolute” in “regole del gioco”. 

Penso che mi stia indicando un altro modo di amare. Non di certo una donna. Non di certo gli altri. Ma me stesso.  

È una serenità che mi nasce da dentro e che rivela un altro luminosissimo orizzonte. La capacità di saper contenere le emozioni. Non di negarle, non di reprimerle, né viceversa di cedere loro un timone cieco. 

Catturare le emozioni. Nel senso di sapere che ci sono e di controllarne il flusso. Essere liberi di viverle, di farle vivere e di contenerle nella partitura della canzone. Le canzoni sono la colonna sonora di tutta una vita. 
Ormai la strada è segnata verso la fine e anche questo passaggio così difficile risplende di serenità. Ritmo e musica con le loro regole sono ormai digeriti e diventano sangue che mi scorre dentro miscelato a respiro. 

Qui. Ad altezza cuore. In questo punto più che negli altri, secondo me, esce la qualità fisica profonda. La compostezza. Sono padrone di me stesso e completamente libero.
Mario saluta e ringrazia. Nessun compiacimento, solo piacere. Questo finale mi ricorda qualcosa che ho già scritto in passato. 

“È impossibile quando ti tieni forte, aggrappato a qualcosa con tutto te stesso, staccarti con dolcezza”.

Non sai che fartene

22 aprile 2017

Ci siamo guardati così. Un sabato mattina. Per qualche veloce minuto, attraverso un quadrante illuminato. In mezzo alla gente che passeggiava lungo la spiaggia. Ma non ci siamo veramente studiati. Non era in gioco solo la sua bellezza, ma anche tutte le mie devastanti insicurezze. 

Non è poi un reato così grave desiderare ogni tanto di riavvolgere il tempo. Affidarsi a uno sguardo compiacente che attraversi lo spazio. Anche se ho passato tutta la vita a rifiutarlo il passato. Ad allontanarlo. Forse per via di quella stucchevole repulsione di fronte alle cose che non sono andate come avrei voluto. 

Cosa sono? Cosa è successo e dove si nascondono le risposte giuste? 

Una parte di me si risponderebbe immediatamente. Quella parte un po’ stupida, ma sincera. Libero io, in fondo. Liberi tutti. Tu da quella “prigione dei ricordi” e io dai miei sensi di colpa. 

Registro su memoria elettronica questo pensiero. Guardo bene dove poggiare i piedi sulla sabbia. Faccio qualche decina di metri.

Oggi sono fuori contesto. Ecco quello che manca a questa riflessione. E chissà quanto altro. Ma certamente era questa la variabile che non avevo isolato. È il contesto giusto che offre la base della libertà. Se sei fuori contesto sei fuori senso. E se non sai dove mettere i piedi, di tutto lo spazio del mondo non sai che fartene. 


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