Tutto normale

14 febbraio 2018

Era un giorno così.

Un mercoledì mattina un po’ anonimo e decolorato. Uno di quei giorni che se ne restano nascosti tra le pieghe di febbraio e si divertono ad aspettarti al varco.

Lei era una gatta assonnata. Dolce. Morbida. Piena di pensieri.

Lui un gatto sciupato che non si accorgeva del mondo intorno. Di come in qualche modo l’amore gli stava cambiando i pensieri e riallineando le percezioni. Modificando le sensazioni.

Non si era ancora reso del tutto conto che qualcosa gli aveva sconvolto l’equilibrio dei sensi. Ora esisteva una riga netta tra la normale corrispondenza della forma delle parole e il loro contenuto. Tra un gesto e ogni sua conseguenza.

Così la notte lui sentiva con gli occhi, annusava con le mani, leccava col cuore. E dormiva su foglie umide cullato da un vento leggero. Coperto solo dalla sua devastante e inutile sensibilità.

Stamattina la grinta è scesa a comprare le sigarette e io scrivo favole nell’attesa che faccia finalmente ritorno. Forse si tratterrà anche per fare la spesa. Chissà.

A guardare dentro le storie talvolta si scoprono prospettive davvero diverse. Magari adesso mi siedo sul divano e commetto qualche piccolo reato di sonnolenza, alla faccia delle autorità competenti.

Oppure accendo la musica, alzo il volume e metto in ordine casa. Cammino in punta di piedi, come se in terra ci fossero tutte le briciole del mondo, pronte a esplodere. Sembra un film di fantascienza.

E pensare che da piccolo invece guardavo le pellicole western e volevo fare il cowboy. Poi dev’essere successo qualcosa e ho cominciato a fare il tifo per gli indiani.

Ecco, straparlo. Non è una cosa di cui doversi spaventare. Mi sto solo depistando un po’.

Servono ancora un centinaio di metri di strada. Giorni, mesi, anni e volte. Quelle poi, non bastano mai.

Quando sono confuso non posso riprovare granché e tanto il risultato non sarebbe neanche piacevole. Allora meglio proseguire in solitudine.

Insomma.

È tutto normale. Più tardi uscirà il sole. E non smetterà più. Fuori è soltanto un tempo da gatti.

Il portachiavi

1 febbraio 2018

Le notti si somigliano tutte. Ovunque. In ogni luogo dove sono stato. In ogni posto del mondo. Forse dovrei ricominciare a giocare a scacchi. Solo bianco e nero. Abbandonare tutte le sfumature di grigio.

Non ho mai avuto la presunzione di ottenere un posto di prima fila in ogni universo che attraverso. Mi basterebbe una terza fila vista cielo stellato. Magari con un biglietto in tasca per il primo sogno che riparte.

Il mio problema è che mi guardo troppo dentro, così mi perdo tutto quello che succede fuori.

A volte credo che tu mi stia venendo in mente. Allora mangio un dolce, mi lecco le dita e sento il sapore di una certa esistenza. Lo sento ovunque intorno a me.

Resistergli è un conflitto e lottare con i bei ricordi è come fuggire con il Re nero quando tutti gli altri pezzi neri della scacchiera sono ormai caduti.

Intanto i pensieri si accalcano come pedoni ai margini della battaglia. Sento l’eco di scudi infranti e lance spezzate.

Vedo il mio esercito in rotta col passato. Mentre un sorriso di donna campeggia trionfante sui lineamenti indefiniti di un’alba malinconica. Figlia di una serata troppo alcolica.

Stanotte ho provato a bere senza fermarmi un secondo. Ho ripensato a un certo Hemingway, a Bukowski, a Victor Hugo. E ho cercato di riconsiderarmi, nei limiti del possibile, uno di loro.

Ho cercato quel brivido empirico in una visione di me stesso a cui credere. Un’immagine che potesse essere fisicamente vera.

Il punto è che sto lentamente scivolando, ma non so dove. Cammino lungo un crinale in bilico tra un affascinante ricordo e un malinconico abbandono. Avanzo e mi chiedo a che punto di quel libro io mi trovi. Come “quale libro?”

Il coso no?

Ho il ragionevole dubbio di trovarmi arenato nella stessa pagina, fermo tra le parole di sempre. Stretto tra la spietata consapevolezza di aver già letto e la terapeutica speranza di non essere il primo personaggio destinato a lasciare la scena.

Stamattina il cielo è limpido. A Cuba non fa mai freddo. Indosso solo una camicia fiorata fuori stagione, ma ho la sensazione che l’autunno mi insegua da sempre.

Se guardo intorno metto in dubbio i colori. Il giallo del sole, l’azzurro del cielo, il bianco delle nubi, il rosa pastello di queste vecchia Cadillac anni 50, noleggiata a cifre senza propositi certi.

Stamattina ho una mia corretta definizione cromatica. Mi vedo scorrere in una pellicola bianco e nero anni trenta.

Luce impacciata e un timido Charlie Chaplin con cappello nero che recita, pensa e scrive. È un film muto che non sa di niente, eppure riempie.

Poi un’alba. Rallento. Ci penso.

Asciugo un ricordo.

Strizzo gli occhi e sorrido per finta, perché il mio migliore amico mi sta guardando. Perché non mi sono mai piaciute le faccine da Pierrot.

“Lo sai? Avrei voluto invitarla a cena per il mio compleanno.”

“Chi?”

“No, niente…”

Sono un fumetto. Mi attacco a un pensiero felice e volo tanto per farlo.

Va tutto bene. Credo. Ho fiducia nella lucida follia. In quel suo nascondersi tra le pieghe di un poderoso starnuto in questa scontata, feroce e umanissima quotidianità.

Intanto il Re nero indietreggia. Se ne sta in fondo, accanto al bordo scivoloso di questa scacchiera. In attesa paziente di una mano che ne assicuri la dolente cattura e ne sancisca la tanto agognata fine.

Lui non ha un portachiavi. Uno di quelli che quando fischietti suona. Quel qualcosa di tecnologico a cui si legano tutte le possibilità di un ritorno a casa, quando non ricordi dove hai lasciato le chiavi e ti senti un po’ perso.

Quelli spontanei

28 gennaio 2018

Una delle cose che ho sempre amato di Alice era quella sua capacità di celare universi complessi dietro a espressioni di disarmante semplicità.

Un sopracciglio che improvvisamente si alzava in modo interrogativo. Oppure quello sguardo ironico che accompagnava un “sine”, o un “none”. Questo e quel costante senso di velata malinconia che la avvolgeva ogni tanto.

Sembra un discorso banale della domenica mattina. Ma lo sarebbe di più parlare della metafisica gotica e di Edgar Allan Poe?

C’era negli occhi di Alice un senso di trasparenza, di semplicità, di linearità minimale che mi catturava e affascinava.

Una sola vita e tanti differenti piani di sensibilità. Universi non paralleli ma, piuttosto, convergenti. Sentieri che collegavano il suo mondo a volte fluttuante, a volte reale, al mio.

Esperienze che talvolta determinavano un’intersezione. Un punto di fuga dal quale partivano le mie fantasie più sfrenate, i sogni impossibili e le incertezze. Quelle che compromettevano la mia percezione del vero, o della verità.

Alice risiedeva in ciascuno di questi mondi. In ogni realtà possibile. In ogni fantasia. Era lei la mia personale raffigurazione dell’ordine, della bellezza e della disciplina. E il suo sorriso sconfinava spesso in un atto di fede.

Che poi, alla fine, sono sempre i sorrisi la chiave di tutto. Quelli spontanei. Quelli che spuntano al mattino con una buona colazione. E rinascono la sera, davanti a una bella storia.

Perché hanno quasi sempre ragione

26 gennaio 2018

Restare qualche istante immobile. ad aspettare il nulla. Stancamente. Mentre risale lungo questo foglio elettronico. Ascoltare il ronzio meccanico di questo ipad e confonderlo con il risveglio prematuro di qualche cicala in gennaio.

A me non piace l’estate. Ho sempre preferito il freddo. In inverno le giornate durano meno e non ho il problema che hanno tutti di riempire il tempo in qualche modo. Di divertirsi per forza. Di apparire più magri e più belli.

Non mi rileggevo da tempo. Ultimamente mi ero solo limitato a scrivere e a riscrivere. Una interessante pausa del tutto volontaria la mia. Un isolamento coatto dal verbo rivivere. Eppure il risultato è stato soddisfacente.

Distanziarmi e cambiare il punto di vista. Restituire qualità al presente. Da qualche anno il mio approccio verso l’infinito presente di ogni verbo si era fatto troppo personale. Troppo critico.

Credevo di saper bene come e dove guardare. Ora ne sono quasi sicuro. Dico quasi, perché a questo mondo, come diceva mia nonna, non si è sicuri di niente. E i nonni hanno quasi sempre ragione.

Molte cose sono successe. Alcune ho contribuito io stesso che accadessero. Per quanto mi riguarda non so se avrò più il modo di discuterne, forse sì o anche no. Fa niente.

Dovrei darmi una possibilità nuova. Ma è un processo alquanto difficile. Troppo meccanico. Ormai siamo perfetti sconosciuti, direbbe Paolo Genovese. E ignoro se esista ancora un “qualcuno” disposto a seguirmi in sala parto, mentre metto al mondo le mie considerazioni. Le mie battute ironiche e tutto il contorno delle mie assurdità.

Allora facciamo così, facciamo che si ordinano da Maison du Monde due gusci a dondolo. Facciamo che un giorno ci dondoliamo su una vecchia terrazza in uno di quei paesi che si addormentano quando cala il sole.

Facciamo che si prova a ridacchiare sui fatterelli, come si trattasse del terzo segreto di Fatima. Magari sorseggiando una spremuta, senza quei fastidiosi pezzetti di arancia, come le faceva mia nonna. Perché i nonni, si sa, hanno quasi sempre ragione.

Il baricentro

22 gennaio 2018

Si erano guardati così. Per qualche istante. Era accaduto tra i vagoni. Alla stazione.

In mezzo alla gente che arrivava. Che partiva. Che chiacchierava. Ai margini di un fiume di persone in piena che spingeva.

Forse li separava una destinazione differente, o un universo di diversi significati. Si, ma quali?

Eppure si erano davvero guardati e Alice era sembrata bellissima. Ma qui non era certo in gioco il suo aspetto.

Quando Jep la notò, pensò a una cosa scioccante. Pensò che a pochi passi dalla stazione di Bergamo. Tra le strade. I negozi. Le insegne vintage degli spacci a metà prezzo.

Tra i pulmini che portano a città alta. I taxi bianchi e i venditori di borse farlocche sul bordo della piazza. Cosa ci stava a fare una purezza come quella?

Per un istante Jep ebbe poi chiaro il significato delle parole “fuori contesto”. Ed ecco cosa mancava alla sua riflessione, e chissà a quante altre. Il contesto.

La variabile della storia che nessuno avevo isolato. Io. Lui. Lei. Le persone intorno. Il tempo. Il luogo. È solo il contesto che fornisce il significato di ogni dettaglio importante.

Se sei fuori contesto sei fuori senso. E se non sai volare, che te ne fai di un cielo immenso e limpido.

Un posto che Jep aveva inaspettatamente trovato in quegli occhi di donna. Ai margini di un contesto sbagliato, ma a pochi passi dal baricentro di tutto il suo pensiero.

In tazza grande

15 gennaio 2018

Chissà qual è l’altro punto di vista. Cosa si vede dall’altro lato dell’enorme tavolo. Chissà come vedono me?

In fondo non potrebbe esistere una terra di mezzo fatta di burocrazia, privata di un suo Gollum in giacca, anche se rigorosamente senza cravatta.

Oggi ho un jeans strappato all’altezza delle ginocchia. Piccoli tagli discreti, appena accennati. Un po’ come lo sguardo che stamattina ho indossato e che non saprei neanche descrivere a parole.

Gomiti poggiati sul tavolo e una mano che abbraccia l’altra racchiusa in un pugno, con l’indice alzato. Il polpastrello mi accarezza il mento.

È un tavolo riunioni. Davvero troppo grande. O forse no. Forse qui lo usano in modo strumentale per tenerti a debita distanza. Per chiarire i ruoli. Per sembrare, in un certo modo, inarrivabili.

Usano quella rassicurante geometria di un tavolo circondato da comode poltrone. Una sorta di immaginario sistema solare che amplifica le distanze.

Soprattutto quando ti appoggi all’indietro. Quando lo schienale si adatta alla schiena, e questo sembra allontanarti ancora di più.

È tattica la distanza intorno a un tavolo. Si può orbitare sul perno della sedia insieme ai pensieri. Affermare qualcosa sottovoce senza essere sentiti. Sorridere. Annuire, persino guardare il cellulare, o scattare addirittura una foto.

Ci si possono mandare messaggi da un posto all’altro. In modalità vibrazione, o in assetto silenzioso. È un gioco no? Il gioco dei ruoli praticato da uomini di un certo spessore. Quelli col potere.

Io non siedo molto spesso a certi tavoli. E anche oggi, che invece ci sono, sto dalla parte di chi ascolta. Quindi ascolto. E guardo. E magari giudico, aspettando a mia volta di essere giudicato.

Loro sono due. Di fronte a me ho l’uomo con meno potere. Sembra un orsacchiotto di peluche. Un Trudy. È apparentemente più giovane dell’altro. Stempiato, ma con i capelli grigi e porta gli occhiali. Annuisce, dice qualche sì e qualche no. Ma i suoi sembrano dei no confermativi.

Muove obiezioni sulle banalità tanto per far capire che c’è anche lui. Tanto per non dare fastidio a nessuno.

Sembra dire: “Ok, investite pure le vecchiette al semaforo, picchiate donne e bambini, ma mi raccomando nella carbonara niente panna”.

Snoda parole senza gesticolare, senza cozzare mai. Senza nemmeno obiettare mai. Ogni tanto sembra prendere appunti, ma disegna pupazzetti e quando disegna non guarda in faccia nessuno.

E poi è prontissimo. Un aquilotto da conversazione. Quando il suo capo fa una considerazione lui si accoda. Poi, dopo una parola a mezza bocca e un mugolio strozzato, conferma annuendo con la testa:”Stavo per dirlo io.”

Ma accidenti a tutti quelli che non ci arrivano mai per primi. Siete mica una setta? Una volta una persona cara mi disse che non devo fidarmi di chi al tavolo dice “pago io”.

Chi vuole pagare di solito lo fa senza dirlo. Altrimenti è solo una tattica per sembrare quello che non si è.

E quest’uomo che sta sempre per dirlo e non lo dice mai? C’è da fidarsi di lui “nonno”? Ah già non puoi più rispondermi, ma credo di sapere quale sarebbe stata la tua risposta.

Un’altra persona cara mi ha invece raccontato che una donna ci attrae per le sue qualità, ma è per i suoi difetti che arriviamo ad amarla. Ed è vero accidenti, ma questa forse è un’altra storia…

Penso e scrivo con la mia solita “iperbole”.

Dall’altra parte del tavolo intanto l’ometto con gli occhiali sembra un uomo arrivato. Non del tutto arrivato forse, ma insomma è lì. È comunque arrivato. Interagisce direttamente con il capo e può persino obiettare qualche idea.

Lui è il classico dirigente ignaro. Continua a ripetere i suoi “non lo so”. E ora ogni tanto mi guarda anche. Forse giudica. È tutta una pioggia di “adesso bisogna vedere i numeri”, di “non so come si può fare”.

Ha gli occhi di un gatto. Furbo. Attraverso questo suo essere felino ha probabilmente scalato qualche albero, sì. C’è riuscito. Ma non del tutto.

Raccoglie gli interessi di un piccolo cabotaggio coltivato per anni. Cena col capo. Teatro col capo. Scivola dolcemente e sorride. L’amico di tutti. Questa è la strada giusta da percorrere in un istituto di credito.

Qualche sospetto che la tanta gentilezza a oltranza non sia credibile deve averlo anche lui, però. Difatti ora eccolo che racconta le sue imprese: “Io con i revisori della Parmalat all’epoca sono stato molto duro”.

Insomma che eroismi mi sono perso? Tutte la battaglie che Trudy ha condotto fieramente. Ma secondo me in fondo è sincero. È anche malinconico. Ora ha lo sguardo di chi ha perso più di un treno. Ma non i segni di chi lo ha mai preso in faccia.

E a destra poi c’è lui. Il capo. Accartocciato sulla poltrona alla sinistra del collega, semidondolante. Senza il suo immenso ufficio intorno. Senza il suo potere che si riflette in ogni oggetto.

Sembra un bimbo in cerca di coccole. Tra lui e il suo braccio destro ci sono circa 60.000 euro annui di differenza.

Il capo mette dei paletti, nessuno sa perché. Io però me lo aspetto. “Marcucci, il suo fatturato è sceso nel 2016. Questo vuol dire che ha lavorato meno.”

“Oppure che ho ceduto in affitto una delle mie attività?” Gli rispondo, ma col tono di chi non vuole insegnare nulla a nessuno. Basta leggere.

L’orsetto Trudy non emette un mugolio, disegna pupazzi mentre il capo aggiunge, “in effetti sono calati anche i costi!”

Ma va? Mi sento un gradino più di loro. Ma sorrido. So solo che bisogna rispettarli. E che da alcune posizioni di questo tavolo si possono dire cose che non stanno né in cielo, né in terra.

Se ti va bene sei solo un idiota, altrimenti è comunque una loro concessione.

Parto con il mio monologo. Do spiegazioni. Parlo di numeri. Di previsioni. Ma che meraviglia!

Ascoltano il minimo indispensabile, perché fondamentalmente non gli interessa. E si assentano. Chissà dove vanno mentre io parlo. Mentre spiego cosa ho in mente. Mentre mi muovo tra problemi e soluzioni.

Di fatto sono lontanissimo, ma in qualunque posto siano loro, non sembra davvero un bel posto.

Continuo il discorso guardando il capo negli occhi. Lo guardo e mi chiedo che cosa potrebbe riaccendere quello sguardo.

Quando sarà stato entusiasta per qualcosa? Un gol? Una ragazza? Un tramonto? Un figlio? Un traguardo?

Intanto il tempo scorre, io finisco il monologo e la questione si rimpalla tra il potente che mette i punti fermi, quelli che se non sono incredibilmente fermi lo priverebbero del fascino del ruolo, E il suo braccio destro. L’uomo che non sa mai cosa rispondere, perché non ha i dati. Perché non sa e vuole evitare di dire inesattezze. Ma intanto ha disegnato pupazzi.

Ma quando è che diventiamo come siamo? Come succede? E perché?

Poi all’improvviso il capo mi chiede:”Quindi signor Marcucci lei crede che questa struttura alberghiera a Firenze oggi sia una buona idea?”

Mi verrebbe da rispondere “no” e andarmene a cena. Poi ripenso a quanto mi compete e rapidamente rispondo:”Certo”.

Ma lui insiste. “E ce la fa a gestirli tutti da solo?”

“Le sembro così solo?” Gli rispondo di getto. Poi aggiungo:”E Lei come fa a gestire tutte quelle filiali?”

Si guardano. Annuiscono. L’orsacchiotto ride. Non va se annuiscono? Forse va. Forse è andata. O forse no. Mi offrono un caffè. Magari è l’ennesimo giro di ruota dove i migliori stanno a guardare. A ogni buon conto io lo prendo doppio, sempre in tazza grande.

La più breve

12 gennaio 2018

Sorseggio un’aspirina effervescente. Le poltrone non sono poi tanto scomode se sai sopportare un mal di schiena. Il vagone è colmo di persone. Chi parla al telefono, chi gesticola idee. Io non presto attenzione. Non ho nulla da barattare, tantomeno parole.

Potrei separarmi da questa poltrona e camminare verso la coda del convoglio, mentre il treno sfreccia in direzione opposta. Andare così, avanti e indietro nel tempo che passa. Un lusso che non tutti possono permettersi.

Io non ho proprio idea di quale forma abbia la mia disciplina stasera. Però viaggiare non mi ha mai fatto davvero paura. E comunque non troverò nessuno in piedi ad aspettarmi stasera, magari nervoso, mentre guarda un orologio.

Mi piacerebbe scoprire l’origine di certi vocaboli. Per esempio chi ha inventato la parola “destinazione”. Vorrei essere astuto e invece sto camminando verso la coda di un treno che sfreccia in direzione contraria. Ma questo l’ho già scritto.

Ricordo Alice. Lei teneva l’astuzia in cucina, nella cassettiera in basso, accanto alle barrette di un qualche tipo.

Il treno rallenta all’improvviso. Si scuote di dosso la realtà. Io cado scivolando sulle ginocchia. Giusto davanti a una ragazza.

Che diamine di figura retorica è questa? Un’iperbole? Una sinestesia? Magari è una semplice figura da scemo.

Mi rialzo. Sorrido come le statue di cera. Non ricordo nemmeno se ho salutato prima di ricominciare a camminare. Forse ho solo immaginato di farlo.

Quando ripasso porgerò a quella ragazza le mie più sentite scuse. Non mi ero mai trovato in ginocchio davanti a nessuno.

Adesso ho solo idee un po’ confuse. Quella felpa nera col cappuccio l’ho già vista. E quel libro sulla vita di Marilyn? Ne esiste un altro dimenticato da qualche parte e che avrei tanto voluto leggere.

Questo mio inutile tornare indietro. Questo pensare e ripensare a dove fossero le mie mani in quel momento. La fisica gioca con il passato. La chimica provoca ricordi allucinatori. Ma è la filosofia che trasforma tutto in parole.

Non ci sono le geometrie giuste per intervenire stasera. Niente emozioni da elevare al cubo. Nessuna piramide che nasconda un segreto. Nessuna sfera che introduca una conoscenza. E neanche un cilindro dal quale estrarre un fottuto coniglio bianco.

La ragazza non c’è più. Forse l’ho soltanto immaginata. Oppure anche lei era di passaggio nella mia vita. In assoluto è questa la mia storia d’amore più breve.

Questa testa non è un albergo

9 gennaio 2018

E poi ci sono quei giorni in cui smetto per qualche istante di pensare. Succede ogni tanto e dura fin quando ricomincio a farlo. A pensare intendo.

Mi risveglio improvvisamente come uno che si ricorda di aver lasciato il latte sul fuoco.

Ognuno di noi nasconde una specie di risacca. Un posto fatto di bei ricordi dove i pensieri raggiungono faticosamente il mare. Un po’ come fanno i piccoli di tartaruga.

Per questo me ne resto lì, sulla spiaggia. A guardarli inebetito. Mentre a largo succede qualcosa. Mentre un movimento molto simile a un’increspatura si alza sempre di più e mi corre incontro.

Nessun timore. Solo tanta schiuma bianca e un suono sordo. Prima un ruggito. Poi un boato.

È il rumore della realtà che mi aspetta al varco. Un impaziente destino che mi attende sull’uscio di ogni storia.

Se ne sta lì che fissa nervosamente l’orologio. Che batte il piede in terra come qualcuno che sta aspettando da tanto, troppo tempo, di accadere.

Eppure non sono passati nemmeno dieci minuti da quando ho iniziato a scrivere. Ok. Magari è troppo tardi ed è già ora di mettere un punto.

In fondo questa testa non è un albergo, ma tutto quello che gli gira intorno adesso, si.

Fino all’ultimo gradino

7 gennaio 2018

Si racconta che Picasso un giorno abbia dipinto un’opera con pochissime linee di pennello. Solo qualche tratto.

Si dice anche che qualcuno maliziosamente, quel giorno gli avesse chiesto quanto tempo ci fosse voluto per realizzarla. E che la risposta sia stata semplice:”Quarant’anni”.

No. È vero. Non possiedo alcuna capacità di catalogazione. Non c’è nessun ordine cronologico in ciò che scrivo e spesso pubblico cose già scritte in passato. Ed è solo perché mi sento esattamente come nel momento cui le ho scritte.

Non vi è niente di democratico nella mia testa. Soltanto atti di fede nei confronti della confusione, del disordine e del mio non saper essere così metodico, come la realtà richiederebbe. Ma sto cambiando.

Niente succede subito, soprattutto i cambiamenti. E nulla accade gratuitamente. Me ne accorgo ogni giorno. Tutti i giorni.

D’altronde certi cambiamenti sono impercettibili. Altri durano quarant’anni. Alcuni tutta la vita o fino quando la realtà non ti grida in faccia.

E di solito è un no talmente forte che ti costringe a rimanere ciò che sei. Ad arrenderti alle logiche più semplici.

È la solita storia. Quella di un uomo che cerca di configurarsi correttamente nelle realtà che lo circondano.

Un dilettante scrittore impegnato a trovare il giusto equilibrio tra fatti e conseguenze. Tra passato e presente. Tra le sue decisioni e il senso stesso di ognuna di esse.

In questa mia realtà il tempo non si limita soltanto a scorrere. Mi lascia un substrato di risonanze e polvere che sembra impossibile scrollarmi di dosso.

E alla fine è come in quei vecchi film di Damiano Damiani. Dove c’è una porta in fondo alla cucina e una scala che porta nel buio. Impossibile resisterle. E nessuno si è mai trattenuto dal provare a percorrere fino all’ultimo gradino.

#31 dicembre

31 dicembre 2017

È la fine di dicembre. Ma non un giorno a caso. È proprio la fine. L’ultimo giorno. L’ultima notte. Quella dove tutti festeggiano la routine. Anche chi non avrebbe un bel niente da festeggiare.

Ultimamente mi sono reso conto che prima di scrivere penso in bianco e nero. Forse in una scala infinita di grigi la cose accadono più lentamente. E comunque le cose accadono. Anche nelle favole.

Che senso avrebbe un cappuccetto rosso senza lupo. Una bella addormentata nel bosco senza arcolaio. O una Biancaneve senza la strega cattiva. Dalle favole però ho imparato a fuggire. E l’ho fatto tante volte, ma sono sempre tornato, convinto che prima o poi sarei rimasto. E invece ogni volta sono ripartito. Scappato.

Anche stanotte ho fatto ritorno nei miei pensieri più intimi. Senza muovermi. Senza spostarmi di un centimetro. Immobile sul divano di una stanza circondato da cose. In compagnia dei miei silenzi. A tratti spiato da un soffitto curioso.

La notte ogni pensiero è la pagina di un diario. La notte ogni ricordo mi ruota intorno. E per un istante la mia mente diventa il centro copernicano di un universo che orbita al contrario. Sono tornato. Forse per sussurrare a qualcuno un “mi manchi”. L’ho fatto in modo scontato. Quasi didattico. Eppure era la verità e lo è anche ora che sto ripartendo.

Stasera alzerò un calice per brindare a tutto quello che non sono riuscito. A tutto quello che non posso e che non voglio. A tutto ciò che non importa a nessuno e che per me è importante. A tutti i desideri che vorrei indossare ancora. E a tutti quei meravigliosi errori che mi piacerebbe strapparmi di dosso.

Del resto che rimane farò invece una pallina di carta da gettare via con un impreciso colpo di tacco. Guardando negli occhi i miei genitori e abbracciandoli non come fosse l’ultima notte al mondo. Ma come per dire semplicemente, Auguri.

Caro albero

27 dicembre 2017

Caro albero, si comincia così no? Quando si scrive una lettera a qualcuno. Anche se davvero non so quanto tu sia “caro”, o meno. Quindi tiro a indovinarlo.

È divertente però. È quasi come scrivere una lettera a Babbo Natale. Oddio, sto divagando. Sto cercando di prendere tempo. È evidente. E accade sempre quando qualcuno ha qualcosa da nascondere.

Magari voglio sottrarmi al tuo giudizio e celarmi dentro le parole. Come fa chi è troppo timido per poter essere sintetico, o chi è troppo agitato per poter essere conciso e concreto.

Mi parlo addosso. Cerco di prenderti per stanchezza e rivelarti solo sul finire della nostra conversazione un confortante frammento di verità.

Stasera mi sarebbe piaciuto esserti più vicino. Come gli inverni passati. Magari parlare ancora. Forse mi avresti anche raccontato la tua storia, quella dei rami. Delle infinite decorazioni. Delle mille lucine a led. E invece me ne sto qui. Tre metri sotto il cielo. In un posto lontano, ma non troppo da impedirmi di guardare la stessa luna.

Da cosa sto cercando di tenermi lontano? Non so. Probabilmente da me. La verità, caro albero, è che a volte sento addosso uno strato di inadeguatezza costante. Qualcosa che impedisce al me stesso che scrive di farlo consapevolmente. Divertente, non trovi?

Non so nemmeno perché ne sto parlando con te. In questi giorni, a dirla tutta, scrivo più usando il passato. I verbi si accalcano, consueti e scontati.

Sono troppo distante dai miei sogni, caro albero. Sono distante anni luce dall’intravedere i miei condizionali, i miei vorrei e tutti i miei potrei. Troppo distante per riuscire a cambiarli in un comodo indicativo presente.

Forse mi manca il coraggio, o forse sono troppo spavaldo per provare paura. In entrambi i casi comunque sono una conseguenza dei miei difetti.

Sai? Ultimamente sposto gli oggetti in cucina. Metto le etichette in fila, tutte rivolte nello stesso verso. Guardo le scadenze e i prezzi al supermercato. Schiaccio le bottiglie di plastica e raccolgo tutto in un contenitore a parte. Mi diverto a cucinare anche solo per me. Invento. Provo. Sbaglio. Mi correggo.

Sbircio i siti di architettura moderna. Guardo vecchi film di Stanley Kubrick. Ascolto musica strana su youtube e cerco di percepirne il senso.

Poi rileggo cose. E scrivo, scrivo tanto. Interagisco con persone nuove. Ce n’è una in particolare che ha il potere di ridisegnarmi il sorriso. Un po’ pazza lo ammetto.

Ma la pazzia spesso ti regala i sorrisi migliori. E li memorizza meglio di quanto farebbe un foglio elettronico. Così mi basta rileggere certe conversazioni per richiamare un minimo di sana allegria e lasciare che il buonumore faccia capolino.

Sai, caro albero, quando ti ho detto che non sapevo il perché avessi gettato al vento tanto tempo nella mia vita? Era una bugia. È il desiderio di proteggere qualcuno che ritieni più importante di te a farti fare le cose a caso. Ti lascia sprecare i momenti migliori della tua esistenza.

A volte mi sono addirittura illuso di poter cambiare le persone e cauterizzare le perdite di tempo. Ma con cosa poi. E perché ? Forse per esorcizzare la magra consolazione del suo inevitabile scorrere? Il tempo è la misura dell’andirivieni del mondo e porta in se tutto l’inganno che la vita continua a tessere alle nostre spalle.

Che ridicola situazione. Non mi sorprenderebbe un giorno incontrare una qualche deità che se la ride di noi. Nel frattempo, caro albero, bevo un Nespresso blu e controllo la contabilità.

Vado rastrellando pensieri come foglie cadute e invento frasi a effetto, in attesa che arrivi il “freddo vero” a imbiancare nuovi entusiasmi fuori stagione.

Lo so che il giorno non porta alcun consiglio e che anche alla notte piace farsi i fatti suoi. Ingannevole è la ragione più delle parole. A volte anche più di ogni altra cosa.

Caro albero, ora devo andare. Smetto di scriverti. Ho un appuntamento con la mia coerenza. Non l’ho mai fatta aspettare troppo.

Dopo la parola fine

23 dicembre 2017

Quel giorno Alice sembrava una persona in attesa di un qualcosa che non sarebbe mai arrivato. E Jep la osservava senza parlare.

“Noi personaggi della tua fantasia sappiamo aspettare!” Gli aveva detto una volta Alice senza che lui le avesse chiesto nulla.

“Il momento giusto?” Le aveva domandato Jep con malcelata ironia.

“L’inevitabile!” Aveva aggiunto ancora lei.

“L’inevitabile non esiste e lo sai.” Questa volta Jep le aveva sospirato la sua risposta. Era il modo di sussurrare le cose tipico delle persone rispettose.

“Essere un personaggio inventato pone l’inevitabile sullo stesso piano dell’impossibile. Chi proviene dalla tua fantasia lo sa. E poi io ho tutto con me e nulla per cui tornare indietro. Sono Alice, mi hai creata tu, non posso fare altro che aspettare.”

Lui si era appena aggiustato i polsini della camicia. Aveva osservato il suo riflesso allo specchio fare la stessa cosa. Poi si era abbandonato sullo schienale della poltrona e toccato un punto a sinistra del petto. “Fa male?”

“Cosa, Jep?” Rispose lei. “Non conoscere l’ultima pagina? Niente può far male quando non è stato ancora scritto, o addirittura neanche pensato. E non farebbe male comunque visto che sono un personaggio inventato. Però subisco i tuoi umori e sparisco nel momento in cui la vita reale ti prende alla gola.

Per me la realtà è il suono sordo di qualcosa che ingoia tutto. È come essere chiusi in una stanza che diventa sempre più piccola. Ad ogni minuto che passa. Ad ogni ora insopportabilmente più stretta.

Alla fine tutto si fonde in un puntino minuscolo, anche se niente sparisce mai davvero.”

Alice gli sfiorò i pensieri leggera come una carezza. “Prendi queste mie parole Jep.”Sono l’inizio di un’altra storia. Ora puoi inventare un nuovo epilogo, e credo che sarà d’aiuto a tutti e due. In alternativa quello che ci aspetta è un punto. Diventarlo entrambi, magari qualche istante dopo aver scritto la parola fine.”

Le decisioni difficili

16 dicembre 2017

Alice gli passò un foglio di carta piegato a metà. Jep lo aprì e vide un disegno. Piccoli quadrati di diverso colore.

Ogni quadrato era di una tonalità differente e all’interno di ognuno vi era scritta una parola. Cielo, pensiero, viaggio, spazio, fuoco, terra, universo. Lui si trovò in disaccordo con tutte.

A Jep mancava il tempo da inserire nelle cose più semplici, come leggere un quadrato colorato.

Non le disse nulla. Indicò ad Alice con la mano la luce del tramonto che sfumava. E in quello stesso istante desiderò che tutte le parole tra loro si fossero esaurite.

Che ogni sbaglio fosse migrato via, invece di restare appollaiato sui fili neri stesi tra le loro distanze.

Provò ad immaginarlo il suono di quelle parole. Erano colpi di martello. Quelli che un tempo il capotreno dava alle ruote dei vagoni fermi in stazione.

Era quello il suono classico delle decisioni difficili. Era quello il rumore devastante che fa “andare via”.

Il fruscio di sottofondo

12 dicembre 2017

Conosco quello che hai intenzione di dirmi. Lo capisco dalle espressioni che fai e dal sopracciglio alzato.

“Hai smesso di andare per musei? E le mostre? A Roma ci sono Monet e Picasso! Che aspetti? Vai da solo?”

Andare per musei. Detto in questa maniera somiglia quasi all’andare per mercatini di Natale.

Invece il museo rappresenta un fatto del tutto particolare. Esistono il modo, il momento e la persona giusta con cui andare.

Come diceva Emile Durkheim, tutto dipende dal modo di pensare, di fare e di agire di un individuo rispetto a quello che ha intorno.

Così anche la mia voglia di andare è soggetta a una specie di ritualità di pensieri.

Ogni possibilità viene soppesata. Ogni opzione viene setacciata. Ogni azione giudicata. E a volte questo processo può durare giorni nella mia testa.

È ridicolo, lo so. Non giudicare sarebbe davvero un’ottima cosa nella vita. Ma se non lo faccio vado contro il bambino che è in me.

Contro quella sensazione di naturalezza che mi porto dentro dall’adolescenza. E tutto ciò che viene da dentro va sempre rispettato.

E per rispettare bisogna ascoltare. Osservare dove tutto questo può condurre. Alla fine basta essere in buona fede.

Tutto questo noioso preambolo non può che portare a una serie di conclusioni. Bisogna imparare a capire chi è meglio frequentare e chi no. A prescindere dalla qualità del tempo che si intende trascorrerci insieme. Che si tratti di una cena. Un museo. Un viaggio. O semplicemente un caffè.

Che poi, a ogni mio giudizio segue sempre un “perché molte delle cose antipatiche che mi accadono dipendono dalla malafede delle persone?”

E a questa domanda do sempre una risposta. Così finisco col trascorrere il mio tempo da solo. La solitudine, quando è scelta, è comunque qualcosa di buono e da non sottovalutare.

Questa è una regola la cui applicazione benedettina spesso mi mette nella stato di dover rinunciare ad alcune possibilità e a dimenticarmi di altre.

Quindi, va da sé che se si tratta di regola, deve esistere anche una qualche eccezione che la conferma e la consolida.

Qualche giorno fa sono andato da un’amica a vedere “Barfly”, una pellicola del 1987. Se stai per dire che è il film su Charles Bukowski, hai quasi centrato il concetto.

E dico “quasi” perché quella preposizione “su”, non è esattamente la parola più adeguata.

Io direi, ma sentiti nel tuo completo diritto di darmi dell’idiota, che è “realmente incentrato sulla figura maledetta di Charles Bukowski”.

Un film profondamente sbagliato per una ragione. Lo ha scritto proprio Bukowski. E Charles era chiaramente incapace di scrivere una sceneggiatura.

Però a me il film è piaciuto. Sia chiaro, non faccio parte di una chiesa avventista che venera Bukowski a prescindere. Non parlo con secondi fini alquanto difficili da individuare.

Ho soltanto immaginato che Barfly fosse la finale contraddizione di un uomo che adorava Mozart, amava Schopenhauer, odiava ballare e soprattutto detestava il cinema.

Insomma, più che dei musei e del mio rapporto difficile con le persone, oggi ti sto parlando del mio rapporto con i libri di Bukowski.

Forse ho solo voglia di annoiare e annoiarti quel tanto che basta da farti desiderare spietatamente il prossimo “punto a capo”. Magari seguito dalle parole “ciao e a presto!”

Perché in fondo mi trovo meglio con le persone che non conosco? Perché mi fanno le domande giuste. Qualcosa di simile a quel rapporto che si crea tra autore e lettore. Quello limitato all’intimità di un paio di centinaia di pagine.

Un microcosmo privato simile a un bar, nel quale io entro senza sapere nulla di lui e rimango cosciente che anche lui non sa assolutamente niente di me. Però si beve insieme.

Ci si trova a metà strada. Si parla delle nostre cose. E si va via un po’ più arricchiti e parzialmente storditi dal whisky.

L’idea di conoscere uno scrittore attraverso le cose che scrive è ridicola esattamente come quella di poter considerare Sting un tuo compagno del calcetto, o Vasco Rossi il tuo vicino di casa.

Il punto è che esistono domande che mi accompagnano e che, quando smettono di chiedere, mi mancano. Ed è una tipologia di mancanza tutta particolare la mia.

Un po’ come quando da piccolo finiva il nastro nel mangiacassette e sentivo ancora un po’ di quel fruscio, prima dell’autostop.

Un rumore che non era più sottofondo, ma solo l’anticamera di quello che era stato e non poteva più continuare a essere.

E comunque ok. Oggi andrò a vedere le opere di Claude Monet al Vittoriano. Magari ci si vede davanti alle Ninfee. O forse no.

Manca una fine

7 dicembre 2017

Credo che sia possibile vivere senza stringere. Senza abbracciare. Senza baciare. Ma non senza desiderare spietatamente di farlo.

Quando le possibilità non esistono i desideri non hanno corpo. Non sanno camminare. Non riescono nemmeno a tossire. A sbuffare. Oppure ad alzare un sopracciglio.

Una canzone di Tom Jones mi cammina dentro mentre aspetto a occhi semichiusi il solito treno. Intanto il freddo mi fracassa le ossa. Gela respiri. Mastica i polmoni e li risputa in terra. Goccia su goccia.

Ci sono giorni in cui sembra facile lanciare il cuore a canestro con la speranza di fare centro. Eppure continuo a prendere il ferro. Con quella sensazione di debordante incompletezza a farmi da sipario. Quando lo seguo con gli occhi. Quando lo vedo compiere qualche giro a vuoto. E poi cadere giù.

Stanotte mi resta la scrittura, lei sola. Assieme a tutte quella musica che non ascolta più nessuno. Quella che non è mai abbastanza. Quella che non è mai all’altezza del momento.

A tutti e tutto manca sempre qualcosa che li completi. Agli uomini. Al tempo. Allo spazio. Alla storia. Ai resti di un grande impero.

In fondo, anche all’infinito, manca una fine.


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