Laddove il tempo 

22 novembre 2017

Alice sapeva di essere osservata. C’era un gatto che si nascondeva sempre dietro quell’albero senza rami. Altre volte invece si confondeva in un universo parallelo. Un posto dove i buoni propositi facevano concorrenza alle foglie in autunno. 

Alice aveva più di un pensiero. Tagliare pomodorini. Soffriggere strisce di pancetta. Grattare pecorino e parmigiano. E poi se ne stava ore ad annusare le pareti della cucina per ottenere un martellante capogiro.

Alice voleva scendere ancora lungo quel sentiero che porta al mare. Sognava di camminare tra gli scogli dopo il tramonto. Passeggiare fino a quando la temperatura fosse stata insopportabile. Arrivare lontano con gli occhi fino ad avere sguardi inutili. Laddove il tempo non avrebbe avuto più nulla da chiedere ai ricordi.

Con un tempo diverso

18 novembre 2017

Non sono mai riuscito ad accontentarmi delle risposte evidenti. Di tutto quello che si vede e che si sente guardando la superficie. 

Preferisco chiudere gli occhi e andare a fiducia. Quella fiducia che passa anche attraverso i no. Che non è condizionata ai “forse” e ai “perché”.

Nessuna relazione autentica si cresce cercando di essere sempre piacevoli, simpatici, opportuni.

Sarebbe lunghissimo, noioso e forse inutile parlare di tutti gli sbagli commessi nei miei primi quarantacinque anni di vita.

Che senso avrebbe scoperchiare vasi. Scartare involucri. Analizzare fantasmi e scheletri. Convivenze e solitudini.

Chissà. Magari andare fieri delle proprie ferite è la chiave di tutto. O forse sto di nuovo facendo confusione. Una cosa è certa.

Non sarò mai così veloce da seminare la vita, o così fortunato da vedermi sparire nel suo specchietto retrovisore.

Eppure di qualcosa bisogna illudersi.

Così continuo a correre evitando di andare verso il basso. Per quanto sia meravigliosamente seducente scegliere di precipitare.

Corro. A volte mi fermo e respiro. Respiro e riparto.

Ripartire.

Mi accorgo solo adesso di quanto sia ingannevole il rumore dei verbi pronunciati all’infinito presente.

Eppure confesso che sono tante le volte in cui avrei preferito un verbo uguale, ma con un tempo diverso.

Se ce l’ha fatta lui

17 novembre 2017

E’ una fantasia molto diffusa il “credere di non dover morire mai”. Quella di sentirsi migliori degli altri. Quella che ci porta a criticare chi ha ottenuto un risultato. A parlarne male senza aver fatto mai nulla di eguagliabile. 

Cos’è che convince l’ego a raccontarsi più belli. Più simpatici. Più capaci. Che cosa spinge delle perfette nullità a criticare la tua vita senza aver realizzato nemmeno un decimo di quello che sei stato in grado di fare tu. 

Io dico. Realizza. Raggiungi. Ottieni e poi si, forse ti ascolto. E sottolineo forse.

Colpa anche di un social network di troppo. Dei likes. Dei followers. Dei friends. Di questo continuo bisogno di riconoscimento. Di questo dilagare inarrestabile dei programmi per correggersi i difetti sulle foto. 

È troppo importante apparire. Poter convincere tutto e tutti di essere belli, innovativi, eclettici, intelligenti, ricercati e alla moda. Magari anche ricchi e vincenti. 

Indipendentemente da quella che sia la realtà. A prescindere da ciò che ne pensano le persone che ci conoscono davvero. Quelle alle quali non si può mentire.

Un’altra illusione molto diffusa è quella di credere di poter disporre del tempo di chiunque. E il tempo è la cosa più preziosa. Non c’è denaro. Non ci sono valori che superino la quotazione del tempo. E con l’età che avanza tutto si moltiplica. Io lo so.

Per questo non riesco più a fare quello che non mi va di fare. Per questo devo pensarci bene prima di concedere il mio tempo alle persone. Ho bisogno di verificare prima che queste lo abbiano davvero meritato il mio tempo.

“Borges ha detto che ci sono solo quattro storie da raccontare: una storia d’amore tra due persone, una storia d’amore fra tre persone, la lotta per convicere e il viaggio. Tutti noi scrittori riscriviamo queste stesse storie all’infinito.” 

Lo ha scritto Pablo Coelho e sono d’accordissimo.

Credo che vivere acquisti un valore inestimabile solo quando sei preparato ad andare via. A cambiare. Quando hai imparato a salutare. A saperti avvicinare, ma soprattutto allontanare dalle persone, dalle storie malate, dalle relazioni anche più intime. 

A voltarti quando capisci che il tempo è arrivato. Quando ti rendi conto che il tuo tempo non ha più lo stesso valore per coloro a cui lo hai donato.

Siamo sempre più prigionieri di una spietata voglia di apparire. Un narcisismo difettato che ci sommerge in rete. 

Un mondo virtuale che tende a confonderci e a confondere il valore del tempo. 
Quello reale. 
Quello che si trasforma in risate all’osteria. Oppure in ore a rispondere alle domande sul tuo prossimo libro. Di gran lunga una delle esperienze più belle della mia vita. 

Insieme a quella di aver visto mio padre, che lotta contro un tumore, guardarmi una sera negli occhi e sussurrare: “Lo vedi? Sono forte come il personaggio del tuo libro. E se ce l’ha fatta lui, non esiste motivo perché non debba riuscirci anche io.

Esistere per forza

13 novembre 2017

Alice è seduta sul divano e mi guarda scrivere. Mi chiedo quanto tutto questo abbia un senso. Stasera sento di non riuscirla a contenere quella mia singolare voglia di guardare oltre una finestra aperta. 

Malgrado sia novembre e non ci sia una temperatura amichevole. Malgrado da quassù non si goda di panorami che nascondono un tramonto lontano.

Tra il lusco e il brusco è bello cogliere il modo in cui i colori cambiano giù in strada. Il giallo dei lampioni che aumenta nel corso delle ore. Le ombre dei passanti che si allungano all’interno dei vicoli.

Alice questa cosa la sa da sempre. Non ne ha mai parlato. Ma è difficile essere una buona amica se non puoi comunicarlo. Soprattutto quando sei solamente un fantasma. 

Io non so se sono un bravo amico, non spetta a me dirlo. Però so di avere imparato a cogliere quei segnali che mi suggeriscono di allontanarmi da certe persone.

Cara Alice, è da qui che ti scrivo. Da questo tavolo in legno realizzato con una porta antica e la punta di un vecchio traliccio elettrico.  

Attraverso una finestra aperta su questo universo così distante dal tuo. In una periferia di pensieri che non ce l’ha fatta a diventare qualcosa di più che un ricordo. 

Stasera la malinconia gira per casa senza avere molto da dire. Senza un mondo da salvare, o sostenere a ogni costo. Tanto le cose che devono succedere, alla fine succedono e basta. 

Come se il semplice fatto di accadere le costringesse a esistere per forza. Anche quando non sono così evidenti. Anche quando non sono così convinte di volerlo fare davvero. 

Si. Forse. Magari dopo.

11 novembre 2017

Qualche volta ho pensato a quanto sia difficile raccontare a parole due corpi che fanno l’amore. 

Lembi di pelle che si sfiorano con delicatezza e cura meticolosi. Gesti quasi involontari che non anestetizzano le voglie. Attenzioni spasmodiche. Quel piacere del pensiero di un contatto, prima ancora che esista un contatto. 

E poi il sussultare leggero di corpi. La descrizione attenta di progressive incurvature dell’arco dorsale. Mani indocili che risalgono i pendii delle zone più intime. Mentre occhi socchiusi governano quella dolce disperazione tipica dell’ultima notte del mondo. 

Non è mai facile riempire un istante di significati. Con uno sguardo. Con una carezza. Con un bacio, dopo ogni spinta possibile. Nel momento in cui lo scrivo sento distintamente una contrazione nervosa nel petto. 

Riconosco uno sradicamento del tutto cardiaco del desiderio. Ho considerato il momento presente, la praticità del secondo che sto vivendo. Una ricerca della concretezza. Un necessario ritorno alle geometrie di un meraviglioso corpo di donna. 

La mia è una solitudine volontaria intrisa di senso, di posizionamento geografico, di conoscenza delle distanze. Ma non basta una semplice consapevolezza a fermarmi. Scrivo.

Le parole da sole non si rendono conto di quello che dicono. Ci vuole un cuore a riempirle di significato.  

È vero. Le rose sono meravigliose, ma le spine nascondono qualcosa di ingiusto e terribile. Una speranza discreta, una storia maleducata. 

Una malinconia accennata, un realtà spiacevole. Guardo l’universo attraverso le pagine di un libro che non riesco a terminare. 

Pagine ricche di possibilità. Piani folli e patetiche strategie di sopravvivenza. Inevitabili conflitti. Appaganti vittorie e sconfitte necessarie. 

Credo non sia altro che una particolare variante del caos, quella che tutti chiamano serenità. Una sensazione di crescente completezza. 

Quella zona trasparente e porosa da cui filtrano clandestinamente tutti gli aggettivi che un uomo può immaginare.

Ammirabile, stupenda, incantevole, sbalorditiva, prestigiosa, affascinante, stupefacente, strabiliante, spettacolare, intelligente, splendida, carnale, seducente, grandiosa, opportuna, fantastica, dolce, piacevole, adorabile, attraente, simpatica, deliziosa, squisita, divertente, bella e maledetta.

Certe sere mi lascio sedurre dalle cose che scrivo. Le gambe incrociate, le spalle appoggiate allo schienale del letto, lo schermo illuminato di un cellulare che si trasforma nel punto geografico dell’universo in cui ho spedito quella parola. Quella riga precisa. Quel pensiero. Quell’avverbio barocco. 

Avrei bisogno di fare due passi ma sta piovendo. Ho rivisto due pellicole di Tony Servillo. 

Ho ascoltato Pavane op.50, la colonna sonora de Il Divo. Poi ho riempito il bicchiere con succo di mela e sono arrivato a pagina 155 del mio nuovo libro. 

Proprio lì. Un po’ sulla destra. Tra un punto a capo e una virgola. Nascosta in mezzo a decine di figure retoriche, ossimori e avverbi quasi dimenticati. Forse si nasconde ancora la mia voglia di scrivere. 

Fuori continua a piovere ed è quasi l’alba. Dovrei riposare un po’. Dovrei lasciarmi da qualche parte e dimenticarmi un po’ di me.

Si. Forse. Magari dopo. Però trovo sia davvero geniale questa cosa che, alla fine di ogni notte, i giorni ricominciano sempre. 

Il buio delle mie distanze

10 novembre 2017

Quando ti ho conosciuto non sapevo tante cose. Non sapevo se preferivi il profumo del mare o la quiete della montagna, il dolce o il salato. 

Se ti piaceva la senape o la maionese, se ti stregava il colore di un’alba rispetto al rosso di un tramonto.

Non sapevo se bevevi il caffè amaro o se preferivi non prenderlo affatto. Se ti piaceva il cioccolato con le nocciole, fondente o se magari eri golosa di cioccolato bianco.

Non sapevo se eri un tipo che rimane a letto la mattina, oppure che si alza alle sei per andare a correre.

Non avevo idea dei tuoi gusti musicali, dei tuoi hobbies, delle tue passioni. Se amavi trascorrere un pomeriggio al cinema o magari in teatro. 

Se al bagno eri una che lasciava il tubetto di dentifricio spremuto a metà, o senza tappino.

Non sapevo cosa preferissi, l’ordine maniacale oppure occupare anche la mia parte di armadio con le tue scarpe a caso.

L’amore è proprio questo.

È una scommessa.

È dire “Io non so ancora molto di te, ma voglio starti accanto, in ogni momento, respiro dopo respiro. Un istante dopo l’altro e un giorno dopo l’altro, anche se una sera dovessi scoprire che dormi con i mutandoni di lana fino al ginocchio.”

Qualche volta so che mi hai guardato pensando “Ma chi te lo fa fare?”

È che malgrado le briciole, malgrado le frustrazioni, i difetti, le paranoie, la confusione, le incertezze e tutte le cose che ancora non conoscevo di te. Io credevo davvero che ne valesse la pena.

Perché eri un essere unico, forte, sorprendente. Una meraviglia.

Ti ho voluto bene e stamattina ti avrei teso un agguato fatto di abbracci, per poi sparire di nuovo nel buio delle mie distanze.

Ci si vede per cena

8 novembre 2017

Con gli amici non sono stato del tutto fortunato nella mia vita. Alcuni li ho persi. Altri hanno perso me.

Quando ero un ragazzino li dividevo in tre grandi gruppi. Quelli del mare, quelli di scuola e quelli della comitiva di Santa Silvia.  

Splendidi ricordi. Eravamo semplicemente estroversi. Vivaci. Ma anche rispettosi e appassionati. Ci emozionavano le cose semplici. Lo sguardo di quella particolare ragazza. Oppure soltanto inseguire una palla. 

A quel tempo avevo una fidanzatina che non mangiava tanti dolci. Anche se lei stessa sembrava fatta con gli ingredienti di una piccola torta, per quanto era posata e carina. Crema. Fragole. Pan di Spagna.

Quali e quanti altri significati avrebbe lasciato quel tipo di torta nella mia vita ancora lo ignoravo. Era un novembre. Ma questa è un’altra storia.

Stamattina invece il mio amico Massimo me ne offre prima una gran fetta e poi mi incarta la parte rimanente.  Siete mai stati in una pasticceria Andreotti? Bè, andateci.

Gianlù, ma vai a casa? Se non la metti subito in frigo questa ha una mezz’oretta di vita.

All’improvviso immagino di stringere tra le mani qualcosa di più di una semplice torta di fragole. Una vera e propria creatura. Poi mi sorge un dubbio: “Trenta minuti di vita nel senso che scade fra mezz’ora?” 

Ma no è appena fatta! Però questo tipo di torte danno il meglio dopo 12 ore. Occorre tenerle in frigo.” 

Erano 12 anni che me la doveva spiegare questa cosa. E così, dopo oltre due lustri di silenzio assenso, finalmente chiedo e ricevo delucidazioni.

Allora. Io una parte delle fragole la cuocio per la base. E quando la cuocio aggredisco l’ingrediente, capito?” 

Un’aggressione. Una vera aggressione. Aggredire l’ingrediente. Non vedo l’ora di scriverlo su un post del mio blog. Mi piace. Solo che mi sento spietatamente stupido, perché ecco, non ho idea di cosa voglia dire. Ma chiedo e ottengo ancora.

Quando lo cuoci, o lo tratti, un ingrediente non è più se stesso. Quindi dopo che succede?

Boh! E che succede?

Succede che lui si ritrova impastato insieme a tutti gli altri ingredienti, che sono a loro volta modificati, chiaro? “

Più o meno. 

Vabbè, diciamo che la torta è pronta. Ma tutti gli ingredienti si devono, come posso dire, ancora conoscere? No? Devono conoscersi per funzionare bene. Per questo che anche i rigatoni in un condimento importante sono più buoni ripassati il giorno dopo. 

Se mi chiedi il panettone fatto in casa a Natale, io ti dico di venire all’immacolata a prenderlo. Perché se lo lasci riposare due settimane, correttamente conservato, non ha paragoni con i panettoni appena fatti.”

Si devono conoscere. E certo. Salve sono una fragolina di bosco. Lei è la crema? Ma lo sa che ho sempre sentito parlare un gran bene di lei? A casa tutto ok? E che mi dice di quel disadattato del cioccolato?

Massimo intanto è rapito del mio interesse e si entusiasma, d’altra parte sono preso dalle sue parole e dalla semplicità con cui le abbina ai meccanismi della vita anche preparando torte. 

Ti faccio un altro esempio. Prendi il lievito. Tu lo sai cosa sono gli enzimi?” 

Annuisco sperando che non mi chieda niente di preciso. È un bluff. Mi viene in mente “catalizzatori”, ma meglio non chiedere per non scatenare una tempesta.

Ecco, allora, quando tu metti il lievito nella pasta che succede?

E che succede? Per un attimo mi sento Carlo Verdone al negozio di alimentari del suocero. “Come so’ st’olive? So’ greche.” 

Sorrido. 

“Succede che gli enzimi si trombano tutto quello che incontrano e si moltiplicano velocemente. Per questo aumenta il volume. Ma se tu non gli dai nemmeno il tempo di trombare, di conoscersi, non è che possono aumentare di volume“.

Meraviglioso. Oltretutto gli enzimi li facevo molto più romantici. Che so’ manco un fiore. Un invito a cena. Scoppio a ridere. Massimo ride di rimando, ma per fortuna non può sbirciarmi dentro la testa.

Mentre torno a casa con la creatura fatta di fragole e crema pasticcera ripenso ai significati. Quelli che è mia abitudine assegnare alle cose. Ai fatti. Alle parole.

Forse hanno ragione gli enzimi. Bisogna aggredire. O magari no. Magari bisogna saper attendere che le cose vadano insieme. Che le persone si scambino reciprocamente le proprie storie. Gli aromi migliori, i sapori, le essenze. 

Siamo noi stessi un insieme di ingredienti. E non tutti si conoscono. Anzi, molti nemmeno si sopportano. È una guerra tra le parti più diverse di noi, talvolta uno scontro senza quartiere. 

Ha ragione Massimo. Occorre lasciare che i conflitti interni ritrovino un equilibrio, una identità. 

Non importa che si tratti di una ricetta, o di una personalità. Tentare di aggiustare per forza quello che oggi è disgregato, o disunito è pura utopia. Se ingerisci gli ingredienti di un dolce. Uno per volta. Non diventarà mai una torta nella pancia. 

Solo che venerdì volevo organizzare una cena. È che adesso non so come finirà quando metterò il pomodoro nella pentola, il sale nell’acqua, o a soffriggere nell’olio il guanciale. 

Però sarò rapido e discreto. Poserò da una parte la padella col sugo e mi allontanerò sussurrando con un filo di voce: “Ohi! Belli! Facciamo che mi allontano 2 minuti, voi dateci sotto pure indisturbati che ci si vede per cena.”

Alice e David Gale

6 novembre 2017

Alice era ossessionata dai fotogrammi. Come se il tempo fosse in qualche modo addomesticabile. 

Il che, a pensarci bene, è abbastanza scontato quando si scatta una fotografia. Ma Alice aveva la stessa ossessione per tutto. 

Conservava qualsiasi cosa. Scatole, scatolette, scatoloni. Ogni cosa meritava un contenitore e un suo spazio in casa. E quello che non entrava in casa veniva ordinatamente riposto nel grande garage. 

Alice diceva che, dal momento esatto in cui vengono al mondo, il tempo si appoggia sulle cose senza farsi sentire. E in quel momento le cose diventano un ricordo da preservare.

Alice era una specie di Jacques Lacan vestito da governante. E comunque io ne ero spietatamente affascinato. Da quella sua ricerca del fotogramma. Da quel suo modo di disporre le cose con le etichette ben visibili anche in frigorifero. Dal quel suo vivere necessariamente impresso su una pellicola in bianco e nero, piuttosto che a colori. 

Quello che Alice cercava era un antidoto al tempo che passa. Che consuma. Che porta via gli istanti migliori di noi. E forse a un certo punto pensava anche di averlo trovato. Quell’antidoto, intendo. 

Invece il tempo continua a passare. Senza nessun antidoto opponibile. E l’unica cosa che può fare un uomo qualsiasi a contatto col tempo è farsi dimenticare. 

Dover obbligare il tempo stesso a riscoprirti. In un’altra storia. In un’altra città. In un differente universo. In rete c’è un sacco di roba su Jacques Lacan, ma niente spiega meglio il suo pensiero dei due minuti di monologo di Kevin Spacey nel film “La vita di David Gale”. 

Questa pellicola merita. Merita non soltanto perché è una bella storia, molto americana. Merita perché è un racconto sul desiderio. Sul pregiudizio. Sulle scelte. E sull’accettazione delle conseguenze che ogni scelta comporta.

Alice e la palla

4 novembre 2017

Alice pensava che scrivere fosse una cosa seria. Pensava che non bastasse soltanto sentirsi prigionieri della propria vita. O immaginarsi sbronzi a combattere i demoni del passato.

Alice aveva imparato che le parole dentro una testa non finiscono sempre su un foglio.

Aveva imparato che nel momento esatto in cui si decide di scrivere “c’era una volta”, oppure cose del tipo “credo sia arrivato il momento di decidere”, si comincia a sognare. 

E alla fine bisogna rendersi conto che ogni parola, quale essa sia, resta con noi per pochissimo tempo. 

Alice mostrava la serenità insindacabile di un monaco tibetano e l’incoscienza di un bambino. Uno di quelli che parte in quarta per rincorrere il suo pallone finito in mezzo alla strada. 

Alice quel giorno non vide la macchina che giungeva da dietro una curva. E la macchina non vide Alice.  

Ma si trattava soltanto di un sogno. E in quel sogno lei recuperava la palla e tornava di corsa a giocare.

La ragazza nella nebbia

2 novembre 2017

Spazi. Esistono fuori e dentro di me. Spazi che separano. Che allontanano. Che delineano. 

Esistono i minuscoli spazi di silenzio tra le parole. Ma anche le pause di riflessione e i verbi al condizionale utili a riflettere. 

E poi c’è il “tempo necessario”. Lo spazio più importante. Uno spazio senza dimensioni precise. Ed è quello che serve a capire poi, quello che non si era capito prima. 

Imparare a comunicare non è facile e non succede mai velocemente. Non è mai subito. Fa parte del processo di crescita di un uomo. 

Per questo ci sono i tempi in cui crescono le piante. I tempi in cui gli animali diventano grandi. E poi c’è il tempo che impiega un uomo a smettere di essere bambino. 

Stavo pensando a questo osservando lo schermo bianco. Poi le luci si sono spente ed è iniziato il film.

Anna Lou. Ora, che voi abbiate letto, o meno, il libro di Donato Carrisi non è davvero rilevante ai fini del discorso. Lo so. È completamente fuori tema. Io per una donna con un nome così avrei battuto il record mondiale di abbraccio anche col vento contrario. 

Ma la ragazza col nome più bello del mondo è anche una vittima designata. Un pazzo? Un serial killer? Chi ha ucciso Anna Lou? E perché? E se Carrisi non fosse stato così ossessionato dai colpi di scena, “La Ragazza nella Nebbia” poteva trasformarsi in un capolavoro? 

La mia risposta è sì.

E allora perché è stato così difficile accontentarsi del primo grande finale?  

È davvero un peccato che il regista si sia limitato soltanto a suggerire il suo concetto di vanità, senza analizzare le devastanti conseguenze che stava comportando sulla moralità dei protagonisti. 

“Il peccato più sciocco del diavolo è la vanità”, recita più volte una battuta del film, ma l’ispettore Vogel, in arte Tony Servillo, è troppo impegnato a combattere ogni giorno contro i demoni del suo passato. Indaga da solo. Mangia da solo in una sala semi deserta di un ristorante in quota, seduto con i fantasmi dei suoi recenti insuccessi. 

In ogni scena sembra voler dire: “Fidatevi di me. Fidatevi fino alla fine che è una cosa giusta. Una di quelle cose che si fa col cuore, ma anche con la mente. Non giudicate me, giudicate lui.”

Io non sono riuscito per 127 minuti a mollare il mio colpevole. È stato come quando ti sfila davanti la bellezza e non puoi fare a meno di incollarle gli occhi addosso. Perché in ogni ragionamento che si rispetti è la traiettoria la parte interessante, non il punto di arrivo. Non il gran finale.

Avrei voluto parlare della trama con una serietà differente, ma sarebbe stato impossibile farlo senza rivelare i colpi di scena. E non so nemmeno se ne sarei stato così capace. In fondo questa è solo una pagina del mio blog e non una recensione “mymovies”. 

Quello che volevo scrivere è che mi sono accorto per l’ennesima volta che parlo a tutti, ma in realtà quello che ho da dire lo sto raccontando soltanto a lei. Il vero miracolo della scrittura è questo. Superare quegli spazi di cui parlavo prima. 

Comunicare con lei quando non me ne rendo conto. Scrivere cose che arrivano da un altrove mai troppo lontano. Che attraversano le distanze e il tempo. E che proiettano davanti ai suoi occhi il me stesso che le sta scrivendo, in quell’istante preciso. 

La ragazza nella nebbia è per me il ricordo di qualcosa che non c’è più. Una sottile figura retorica dove si suppone sia stato lo spazio a uccidere. Intanto il tempo indaga. Ma sono del tutto certo di essere io l’assassino.

In fondo al corridoio 

28 ottobre 2017

Stanotte il cielo era dorato. Alieno. Quasi prigioniero di riflessi postatomici. 

Il lavandino del bagno ancora gocciola. Un tempo certi automatismi mi avrebbero spinto a chiamare un tecnico e farlo riparare immediatamente. A cercare di sistemare il sistemabile.

Invece oggi rimango un secondo a fissare le gocce, poi lo specchio e infine finisco col dare le spalle al bianco e nero di questi secondi. 

Nell’aria c’è odore di dentifricio e di cose che hanno smesso di essere. C’è odore di tempo. 

Se fumassi mi accenderei una sigaretta. Devo solo ricordarmi il perché non abbia mai iniziato a farlo. 

Che differenza c’è tra il senso e il significato che si da alle nostre scelte?

Il senso è oggettivo, mentre il significato è una interpretazione del tutto personale. Tu eri il senso, o il significato? Eri tutto, oppure niente? 

Davvero non lo so. E a dire il vero non ho così tanta voglia di darmi risposte ora, a meno che non riesca davvero a nasconderci dentro la scomodità di certe domande. 

Preferisco spiegare un lenzuolo. Uscire e fare quattro passi. Scegliere qualcosa da non comprare. Scorrere tra il passato e gli scaffali di un negozio. 

Oppure mangiare un piatto di pasta, cercare un parcheggio, o guidare veloce con i fari accesi e la musica alta.

A volte la felicità è ricordarsi una faccia buffa. È questo quello che davvero mi scuote. La normalità. Come, da studente, era normale andare a scuola e rincorrere un dondolante autobus verde. 

Gli autobus di oggi invece hanno cambiato colore, sono arancioni come il cielo di questa sera. Sono sudati e anche l’aria ha cambiato consistenza. Ed io? Pure io ho perso parte del mio spessore. Non li inseguo più.

Credo che stanotte finirò col mettermi a scrivere. Una lettera. Una di quelle che poi non spedisco. Che rimane dentro un cassetto, o magari diventano una palletta di carta da affidare alle cure della raccolta differenziata. 

Prima, soltanto per un attimo, mi sono perso per i vicoli del centro di Roma. Perdersi non è poi così male. Lasciarsi andare, abbandonarsi, non aver nulla da dire e nessun posto dove andare. 

Apro la finestra, fa freschetto. C’è qualcosa che entra improvvisamente e sembra confusa. Una zanzara, un ronzio leggero. Poi una lama intermittente di luce. Sì, credo ci sia qualcosa che non funziona nel lampione sulla strada.

Credo anche di non saperlo descrivere bene. L’amore intendo. Magari è solo un punto interrogativo. 

Chiedetemi ora il perché, in questo momento, tutto quello che davvero mi attrae è sentire un vento freddo che mette i brividi. 

Quella pelle d’oca leggera che precede l’incoscienza della consapevolezza, della percezione totale, del riposo dall’inquietudine.

Quando saremo dei gatti, in un’altra vita magari, potremo abbracciarci ancora. Ma se davvero accadesse, allora fai in modo che sia indimenticabile. 

È arrivato il taxi. Si è chiamato da solo. Adesso mi siedo dietro e guardo un po’ il tassametro. Ho voglia di sentire il valore del tempo. 

La macchina parte, le ombre diventano incerte, le pareti della strada ora sono palazzi.

Non c’è una linea d’orizzonte. Non c’è possibilità di coniugare il verbo raggiungere. C’è una solitudine espansa, una compressione tutta interiore, una supernova in procinto di esplodere tra stomaco e cuore. 

Sorrido. Guardo il profilo mezzo addormentato del conducente e me la rido ancora. La felicità è un momento asettico e puro e l’amore non è fatto per quelli prolissi. 

Ho finito l’inchiostro nel telefono e non sono nemmeno arrivato all’ultima pagina. Quella parola l’ho scritta. Quella di cinque lettere. Quella che inizia per A e finisce per E. Quella che da senso e significato a tutte le lancette del mondo.

Sono solo le cinque ed è quasi ora di bere un caffè. Nemmeno molto fuori orario. È quasi tempo di fare un check in nei ricordi. 

Basta solo ricordarsi di allacciare le cinture. In fondo è un giorno come tutti gli altri e le uscite di sicurezza sono sempre in fondo al corridoio. 

Banale e illusoria sensazione di libertà

26 ottobre 2017

Io e il mio desiderio di partire siamo diventati amici col tempo. Chiacchierando negli scompartimenti di un treno, nelle sale d’attesa negli aeroporti e lungo tutte quelle autostrade che portavano ovunque, ma altrove.

Stamattina osservo le mie dita zoppicare esitanti sullo schermo di questo iphone. Come spaventate da quella irrefrenabile piena di ricordi che ha rotto gli argini e trasformato, ogni mio pensiero, in una inconsistente e irriconoscibile poltiglia di presente e passato.

E’ come una pellicola al cinema. Un film dove ti ostini a leggere i titoli di coda con i nomi degli operatori, produttori, stuntmen, segretarie di produzione, ringraziamenti, ma la storia è finita da un pezzo e rimanere seduti a leggere tutto il resto è solo una ricca presa in giro.

Ho il desiderio di sgranchirmi un po’ le gambe e la testa. Voglio allontanarmi da questo mucchio di carcasse di pensieri e dubbi in assetto antisommossa. 

Pochi passi basterebbero per uscire dalla mia stanza, pochi metri per uscire dalla mia città, pochi anni per uscire dalla mia vita. 

Ma se chiudo gli occhi per un istante posso addirittura perdermi nello stesso spazio, perchè al buio tutto sembra enorme e ogni distanza spietatamente incolmabile. Come nei miei sogni.

In fondo questa vita somiglia sempre di più a un viaggio in treno. Uno preso a caso. Sei a bordo con la tua storia, non sai bene dove puoi arrivare e non ti va di scendere prima. Così decidi di saltare le soste. 

Ti limiti a camminare tra gli scompartimenti alla ricerca di un posto tranquillo, ed è solo un ingannevole movimento all’interno di un movimento. Una banale e illusoria sensazione di libertà.

Quelli che non serve raccontare 

23 ottobre 2017

E quindi ? Quindi niente. 

Si ascolta. Si parla. Soltanto che non tutte le parole seguono lo stesso tragitto. Alcune mi rimangono incastrate nella bocca e in certe occasioni riesco addirittura a intravederle. Attraverso le labbra. Dietro ai denti. Che se ne stanno lì, impaurite e un po’ masticate.

Forse il destino di queste parole è quello di non essere mai pronunciate, per non preoccupare più del dovuto. Rimanere solo un pensiero. Come un strada difficile da percorrere, ma non da attraversare. Un qualcosa di comunicabile soltanto a me stesso.

Ci sono parole che non avrebbe senso raccontare a mio padre. Altri pensieri che probabilmente non condividerò mai con mia figlia. E poi ci sono i silenzi che li sostituiscono. 

Quelli che sembrano carezze leggere fatte con gli occhi. Quelli che non parlano di me, ma di tutto quello che sarei disposto a fare per chi mi guarda. Quelli che non serve raccontare.

Indelebile intorno alla bocca

21 ottobre 2017

A volte mi guardo dentro con un certo strabismo di pensieri. Succede così che il silenzio finisce per riprendere il suo posto al centro del villaggio.

Succede che il silenzio diventi me, le mie facce, la mia mente, i miei modi e mi sembra di pescare idee come da una di quelle macchine in cui infili due euro per guidare una mano meccanica a raccogliere un premio a caso.

Un telefono. Una palla. Una scatola di caramelle. Un polipo di stoffa. Stringendo troppo forte qualcosa mi ricade sempre nel mucchio. 

Ma se provo a riprenderla dolcemente, poi mi sfugge lo stesso. Sempre nel mucchio. Giù in basso. Giusto un attimo prima che riesca a farla davvero mia.
Così passa il tempo. Inarrestabile come quelle barchette di carta che seguono il corso del fiume con l’illusoria convinzione di tracciare la rotta. 

Assecondo il giorno e mi affaccio alla finestra. Poi mi soffermo sugli scaffali della libreria e mi vengono in mente titoli di libri surreali. L’uomo senza solitudine. Alla ricerca del tempo mai avuto. Cento colpi di spazzola in faccia. Cinquanta sfumature di Ciccio. Alla fine incontro anche un titolo di Fabio Volo, storco il naso e non sorrido più.

Oggi la mia testa è una foto in bianco e nero. Mi piace pensare alla gente che cammina in strada. Pensieri che vanno e vengono. Mi piace immaginare che qualcuno esca e che altri invece stiano tornando a casa.

La cosa migliore che può capitare a un uomo che si sveglia da solo in un appartamento nel centro di Roma, è un post-it sul frigorifero con su scritto “Buongiorno amore. Stai tranquillo. Sono scesa a prendere la colazione. Presto torno a riportarti il sorriso. Tu però ricorda di svuotare la lavatrice.”

Lo so. È un post diverso dal solito. Ma oggi volevo soltanto condividere i miei stati d’animo da luna park. Fare un giro di montagne russe. Un salto sulla ruota panoramica, 4 passi nella casa degli orrori e vincere un pesce rosso.

Tutto quello che è indefinibile io lo chiamo amore e oggi sa di zucchero filato. Quel sapore che ti rimane attaccato alle labbra, troppo appiccicoso sulle mani e quasi indelebile intorno alla bocca.

Il punto di partenza

20 ottobre 2017

Momenti identici disposti in un periodo di tempo diverso. Ricordi dapprima invisibili che si spalancano all’evidenza. 

No. Non mi sono mai rassegnato al fatto che alla fine le cose ritornano sempre.

Stanotte non è stato possibile chiudere gli occhi. Troppo da fare, troppo a cui pensare. Troppo bisogno di tornare alle origini. Di tracciare righe e fare bilanci.

Ogni tanto mi ritrovo a bere qualcosa con un vecchio amico. Il senso di ansia. 

Allora ricordo quel giorno di tanti anni fa. Quando il mio mondo si stava disgregando e non mi sentivo più all’altezza dell’uomo che avevo costruito. Quello che credevo essere.

Ricordo la sensazione di accerchiamento. L’insofferenza. Il fatto che tutti mi irritassero, perché non facevano quello che io mi aspettavo avrebbero fatto. Quello che io avrei fatto per loro in una situazione analoga. 

Non mi piacevo e non mi piaceva nessuno. Squilibri emotivi, caos e inadeguatezza. Confusione. Bisogno di puntare un dito. Di spostare il punto intorno al quale ruotavano le decisioni.

Mio padre quel giorno mi prese da parte e mi raccontò che a volte anche i suoi “75 giri” si incantavano. Non smettevano più di girare. Si ripetevano senza un senso. È lui si sentiva come imprigionato dentro. 

Era allora che bisognava dargli un colpettino, per non rischiare che il solco diventasse più profondo. Che la musica sparisse. E che il disco finisse per essere rovinato per sempre.

Spesso le tempeste emotive arrivano, perché ci siamo addentrati in un oceano troppo profondo. Perché stiamo navigando in modo deciso verso qualcosa che non conosciamo. Una rotta che non abbiamo mai preso.

Eppure basterebbe riflettere. Dare un colpettino. Perché alla fine, per quanto ci si possa inoltrare e andare lontano, se si percorre tutto lo spazio possibile, ci si accorge che il punto più lontano non è altro che il punto di partenza. E il punto di partenza non può fare paura.


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