Ora come allora

23 febbraio 2017

È così che l’inutile si guadagna importanza? Con la noia?

Quando il tempo mi vortica intorno. Quando non posso fare a meno di ricordare il nome delle cose che non mi accadono mai. E sono li che mi chiedo quale nome attribuire a quel qualcuno che non le fa succedere. 

Scrivere è l’ultima possibilità che si è dato un uomo imperfetto di rileggersi. L’unico modo che conosca per fare in modo che qualcosa possa accadere comunque. 

Mi sarei fatto parole per lei. Ieri come oggi. Ora come allora. Per sempre mai.

Un giorno

21 febbraio 2017

“Un giorno il tempo si vendicherà di tutte le parole che non sono riuscito a scrivere. Punirà la mia indifferenza. Si porterà via i miei anni. I miei rumorosi silenzi. E non avrò nemmeno il coraggio di domandargli dove sono finiti i miei giorni migliori.”

Trascorsi gli anni

18 febbraio 2017

“Trascorsi gli anni, la vita ti trasforma in una sorta di riflesso distorto dei tuoi desideri. Che poi rimangono sempre quelli di un tempo. Solo un po’ più sfumati e meno realizzabili.”

Dentro

14 febbraio 2017

Ricordando. Affondando i pensieri nelle immagini di qualche febbraio passato. Le montagne di notte. Quel freddo irreale che blocca le cose. 

Una volta credevo valesse la pena ricordare solo i fatti più divertenti. Poi col tempo ho capito che ha un senso rivedere anche tutto quello che mi ha fatto paura. Forse perché ho sempre avuto un certo talento con le mie paure. 

Ogni ricordo terribile è una strada piena di coraggio. Qualcosa da ripercorrere sapendo bene dove poggiare i piedi. Per non cadere ancora nei tranelli di una quotidianità stancante.

Basta avere un buon rapporto con le voci dentro. Quelle che ti suggeriscono cosa fare. Le mie sono tantissime. Sono contraddittorie e coesistenti. 

Dentro ho un universo con cui devo ancora fare i conti. Un passato dal quale ho bisogno di imparare a essere onesto. A riconoscere gli errori. Soprattutto quelli da non ripetere più. Ho sempre avuto una certa tendenza a distruggere tutto quello che non riesco a capire.

Ieri sera ho guardato negli occhi un’antica paura. Sono stato qualche istante a ricordarne il retrogusto agrodolce. Senza giudicare nessuno. Senza giudicare me. 

Ho una lista di fatti tristi che prima o poi dovrò dimenticare. E nella lista c’è anche lei, con quella sua espressione dolcissima che mi esondava nel cuore con tutte le mie paure. Un incantevole mostro con gli occhi di fata. 

Un essere in grado di masticare il presente e risputarne le macerie sul mio sentiero sotto forma di futuro impossibile. 

La percezione della verità

9 febbraio 2017

Una cosa che amo di New York è quella sua capacità di nascondere universi complessi in immagini di assoluta semplicità. Quel malcelato senso di malinconia che avvolge le strade. Le insegne luminose. I volti della gente che mi passa accanto. 

Esistono due modi di guardare le cose. Il mio e quello delle persone che mi stanno intorno. Due diverse prospettive non necessariamente parallele, ma spesso convergenti. 

Stamattina nevica. È una specie di mondo fluttuante quello dei punti di vista. Un qualcosa che coesiste con lo stato reale delle cose. Come la neve. Fin quando non si scioglie. La percezione della verità che si posa sulla verità. 

E poi ci sono le decine, le centinaia, le migliaia di intersezioni che si creano ogni volta che questi punti di vista si vengono a toccare.

È da questo mio modo di interpretare le cose che partono le fantasie più sfrenate e i sogni impossibili. L’inizio. La fonte di ogni pensiero. 

Una delle cose più difficili della verità oggettiva è che non riusciamo a capire se è vera semplicemente osservandola. Bisogna interagire con lei. Bisogna danzare con lei. Sapere che esiste. Ascoltarla, ma anche educarla ad ascoltare noi e non le nostre paure. 

Serve una domanda giusta. Ma una domanda giusta nel momento sbagliato è una domanda giusta? Non lo è. Allora servono anche i tempi giusti. Perché il tempo che passa ci concede la prospettiva migliore per capire cosa domandare.

Perché solo col tempo ci accorgiamo che si tratta di una verità oggettiva e non della nostra verità. Solo il tempo che passa che ci aiuta a superare quella frustrazione del non aver saputo essere all’altezza di una situazione. Di aver sbagliato.

Sparire 

26 gennaio 2017

“Sparire” è una parola ostica. È melliflua, è ostruente. È povera di poesia e in certi giorni anche di significato. Non riesco a scriverla. Figuriamoci a pronunciarla. E poi ho appena finito di mangiare una fetta biscottata. Integrale, per giunta. “Je suis fetta biscottata.”

Rimanere troppo tempo fermi, senza trovare risposte, equivale a scavare nello spazio. E nello spazio non si può occupare lo stesso posto troppo a lungo. Poi ci si dimentica di tutto quello che ti orbita intorno.

Non credo che riuscirò a scrivere altro stamattina. Dovrei prendere una vacanza da questo mio compulsivo bisogno di stanare risposte. Dovrei riprovare a fumare. Cucinare nuove ricette. Tornare a visitare qualche museo. Ultimamente non lo faccio con la stessa voglia di prima. 

E poi ho un approccio ai tramonti da film di Quentin Tarantino. Prima metto gli occhi a fessura, come se volessi fissare un punto ben definito di un orizzonte indefinibile. E poi mi convinco di poterlo addirittura attraversare. Di poter sgattaiolare oltre. Dall’altra parte. 

Scrivo, a intermittenza. Le storie mi scansano. I pensieri mi sanguinano parole a caso. Ma continuo a cercare qualcosa che mi racconti la vita.

A volte guardo negli occhi le persone, come se questo indisciplinato “guardare” potesse aiutarmi a definire il senso delle cose. Quello che ogni giorno sembra “sgretolarsi” nei notiziari alla TV. 

Persone che salvano persone. Che poi perdono la vita proprio facendo ciò che credevano servisse a trovarlo quel senso. E a poche centinaia di chilometri altre persone che il senso lo hanno perduto. Che si lasciano morire, in uno specchio d’acqua. Lentamente. Progressivamente. 

Sotto gli occhi colpevoli di chi potrebbe impedirla una tragedia. Non raccontarla. Non filmarla. E non può trattarsi solo di una questione di colori. Chissà cosa si prova a puntare il dito, non verso, ma contro un arcobaleno! A gridare sempre “colpa sua!”. Non so. Non mi capacito. Forse non ho tutta questa grinta per capire “chi”. Per spiegarmi “cosa”. E sopratutto il “perché” di “cosa”.

Sarà una specie di catalessi intellettuale. O magari un sonno differentemente ristoratore. Ma ho l’impressione che la coerenza si trovi solo in affitto e il prezzo somigli a quello di una stanza d’albergo a ore. Un posto dove trascinare per il braccio destro certe giornate di merda e sbattersele su un letto scomodo, fino a non avere più un briciolo di respiro dentro.

Tra un po’ è il mio compleanno. Forse il peggiore della mia vita. E in questa specie di gioco a premi in cui mi trovo ogni mattino a partecipare, non trovo tattiche che funzionino. Ci vorrebbe la pazienza del giocatore di Monopoli, la grinta del comandante di Risiko e l’incoscienza del bimbo che vuole eccellere a Ruba Bandiera. 

Osservo gli altri giocare. Ascolto gli altri commentare mosse e situazioni. Non ho pagato il biglietto. Tuttavia non credo sia un reato punibile col silenzio. Prima di ogni mossa però ho imparato a contare i minuti, le ore, i secondi. E a chiedermi se avrò il privilegio di farne un’altra ancora.

Messaggi dal futuro 

24 gennaio 2017

Stamattina il cielo è cupo. Sembra un posto impossibile. Un altrove fatto apposta per i vecchi aerei capaci solo di sganciare ordigni. Un po’ come quelle persone appagate soltanto quando rilasciano un giudizio. 

Che strano pensiero! Per fortuna dura poco. Scompare subito tra i tetti barocchi e i piani alti delle case di San Lorenzo. Quelle più vecchie. Quelle che forse un bombardamento potrebbero descriverlo davvero, perché lo hanno vissuto da vicino. 

Un uomo anziano attraversa la strada. Passo lento, contratto. Ha un quotidiano stritolato fra le mani. Guarda in basso un’irreale traiettoria fatta di piccoli passi e poche cose da fare. Sparisce dietro un portone. Forse aveva chiuso da poco una porta. Magari vuole solo infondere attendibilità a quel vecchio proverbio.

Attraverso una piazza e mi lascio alle spalle l’insegna di un istituto di credito. Poi entro in una pasticceria. Un ragazzo con le mani in tasca sta scegliendo il cornetto giusto da abbinare al suo cappuccino. La signora al banco sembra un gatto curioso. A volte penso a quanto ci starebbe bene una fontana al centro di ogni piazza.

Le fontane sono da sempre la mia fissazione. Devo avvicinarmi. Bagnarmi le mani. Sedermi sul bordo. Devo controllare sempre se ci sono pesci rossi e monetine. Perché parliamoci chiaro, una fontana ti mette in disordine i desideri. Se ci sono i pesci rossi però sono più contento. 

Sulla parete esterna di un palazzo adiacente c’è un scritta. Attira la mia attenzione. Pennarello su marmo. Coincidenze bianco e nero. “Principessa ti voglio bene. Grazie di esistere, 22.06.2017”.

A volte il mattino sembra addirittura  fantascienza. Oppure è soltanto un difetto del presente. Un “messaggio del passato”, travestito da “messaggio dal futuro”.

Il vento che accarezza le parole 

12 gennaio 2017

La neve scende. Educatamente. Senza inopportuni estremismi. Fuori non si sente alcun rumore. Non tira un alito di vento. Regna soltanto una pace aliena, ma non alienante. 

Stamattina ho voglia di cambiare strada e un desiderio assurdo di tornare indietro. Ma lascerei tracce indelebili. Almeno temporaneamente. E i ricordi seguirebbero i miei passi fino a farmi male. Fino a prendersi gioco di me. 

Potrei infilarmi in un bosco come nella più classica delle favole per bambini. Inoltrarmi laddove uscire dal sentiero è vietato. Perché in qualche modo ci sono già stato. Perché è sempre pericoloso. Perché certi personaggi in calzamaglia azzurra lo hanno già fatto per svegliare una principessa. E li hanno poi ritrovati impiccati a qualche ramo. Mentre la fanciulla si riempiva la testa di pensieri, come farmaci adatti a non svegliarsi più. 

Io ovviamente non so resistere. Succede ogni volta che prendo un sentiero. Ogni volta che mi fermo a pensare. Ogni volta che chiudo per un secondo gli occhi e decido di tornare indietro. Di inoltrami nel bosco. Percepire la solitudine. Gli alberi. Il vento che accarezza le parole. 

Mi piace passeggiare tra i ricordi semi sbiaditi di ciò che non mi appartiene più. Intanto l’orizzonte se ne sta nascosto dietro una collina. Si contende la fine con l’infinito. E tu puoi sederti su quell’unica roccia che non è ancora coperta di neve. Senza fretta. Chiudere gli occhi e ricordare.

Quel giorno il cielo era un prato stellato. Era una bella serata di inizio luglio. Faceva caldo e c’era il deserto intorno. Credo di aver passato la mia vita percorrendo spesso sentieri a ritroso. A volte in mezzo al niente. Altre volte incontrando proprio quel destino che cercavo di lasciarmi alle spalle.

Guardo l’ora. Le cinque meno un quarto. Ho poco tempo. Presto sarà notte e sono parecchio lontano. Forse esiste ancora una strada che non ho mai calpestato prima. 

Rileggo qualcosa che ho scritto e riesco a rivivere quei momenti dove non ci sono pensieri, ma solo una serie di profonde consapevolezze. La vita in fondo non fa che disegnare perimetri. Lo sbaglio più grande che può fare un uomo e rimanerne schiavo, restare in ginocchio e non uscirne più.

La scintilla 

12 gennaio 2017

Che te ne fai di una scintilla se poi non diventa un incendio. Nulla. Non provoca danni una scintilla.

Non illumina una strada.

Non scioglie il ghiaccio depositato dentro. Al limite lo evidenzia per un tempo piccolo e niente più. 

La scintilla ha un non so che di inopportuno. Un’anomalia sistolica. Un attimo di vuoto struggente. Un baratro di parole mai pronunciate e dolcezze mancate.

La scintilla ti illude. 

La scintilla è scontrosa e saccente.

Falsa e manchevole.

Qualcuno ci ha costruito un universo intorno alla scintilla. Ma non era governato da leggi.

Stamattina il freddo mi tiene per mano. Forse non ho un giaccone adatto.

A volte è terapeutico darsi in pasto ai brividi. Ne sono ben consapevole. Eppure anche oggi non è difficile trasformare un inutile sacrificio nell’ennesima perplessità da abbattere.

Sarebbe curioso 

11 gennaio 2017

Giuseppe Statuto. Seicento milioni di euro di linea di credito per il Four Season, il Mandarin a Milano e per l’hotel San Domenico a Taormina. L’hotel Danieli a Venezia già pignorato per insolvenza. È poi i Mezzaroma con ben 111 cambiali in protesto per centinaia di milioni di euro. E questo solo con il Monte dei Paschi di Siena. Quante società finanziate per decine di milioni di euro per progetti immobiliari nemmeno iniziati. E dietro sempre nomi altisonanti. 

Fare gli imprenditori. Facile utilizzando i soldi delle banche e le conoscenze politiche per ottenerli. Altrettanto facile dilaniare tutto, ma trovare comunque il modo di uscirne straricchi. Un po’ come quei manager che si sono alternati al timone di Alitalia lasciando sempre miliardi di debiti e uscendone con liquidazioni da capogiro. Sembra un universo distante anni luce dal mio. Dal nostro.

Sono un “piccolo imprenditore”. Il mio è un posto dove si gioca a fare gli uomini di successo, gli innamorati, i vincenti de noantri. Noi che siamo fidanzati, mariti e amanti insoddisfatti. Che non somigliamo per niente ai nostri genitori, ma nemmeno ai nostri figli. Che ogni mattina ci osserviamo, ci misuriamo e valutiamo il nostro piazzamento rispetto a ció che ci circonda, a quel che siamo e che facciamo. 

Noi che compensiamo le porte sbattute in faccia con la voglia di provarci ancora. Spesso facendo leva sulle nostre forze. Sulla nostra intramontabile voglia di guardarci ancora allo specchio orgogliosamente.

Non siamo altro che imprenditori della nostra esistenza. Siamo noi che investiamo il capitale in questa impresa. Noi e soltanto noi ci assumiamo tutti i rischi e le opportunità, anche quando siamo costretti ad accettare quello che non si può cambiare. Sarebbe curioso vedere di cosa saremmo capaci con una linea di seicento milioni di euro. 

Lo spettacolo migliore 

7 gennaio 2017

Uno dei meccanismi in grado di incepparmi la mente è il dubbio. Quella sottile paura di non aver fatto bene. Il timore di non essere sulla strada giusta. Quel moto perpetuo di incertezze che spesso passa anche attraverso lo sguardo degli altri. 

Si, perché sposiamo religioni. Veneriamo deità diverse per cultura e dogma. Ma poi gli unici occhi che davvero ci preoccupano non sono mica quelli di un dio. Ma i pensieri di chi ci sta intorno. Di chi nemmeno amiamo, o stimiamo. Gente. A volte virtuale. Fisicità che nemmeno conosciamo, ma per le quali bisogna essere pronti a piacere. A essere simpatici. A essere belli. A essere opportuni. 

Occorre almeno sembrare di essere giusti agli occhi di tutta questa giudicante moltitudine, no? Io mi sono sposato e poi ho divorziato. Ho avuto alcune storie importanti. Una figlia. Ho fatto cose buone e altre un po’ meno. Ho gridato. Ho attaccato e mi sono difeso. Ho riso, pianto e agguantato pareggi all’ultimo minuto. Ho aggiunto ore ai giorni e tempo agli anni nella spietata convinzione di non aver mai fatto davvero nulla di completamente inutile. Anche sbagliare. Anche scrivere banalità. 

Trovo appagante per esempio raccontarmi. Sorseggiare un caffè in strada. Oppure viaggiare prigioniero di un maleodorante treno regionale. Per raggiungere mete sognandone altre. Passeggiare per i vicoli di una città che amo. Osservare un’alba. Un ricordo. Una storia. Mai del tutto in compagnia, eppure mai completamente solo. Ogni giorno c’è un uomo che strizza l’occhio al ragazzo che gli è rimasto dentro. 

E mentre gazzelle e leoni si rincorrono da qualche parte nel mondo. Lui gli rivolge un sorriso. Poi una domanda. E non c’è spettacolo migliore che attendere la sua risposta. In fondo la fantasia è l’unico abito che mi sia mai stato così meravigliosamente bene addosso.

L’aria

2 gennaio 2017

C’è uno spazio infinito davanti a me. Ma non ho abbastanza tempo e capacità per attraversarlo tutto. Stamattina il lungomare di Ostia è trasparente. Sembra addirittura più tiepido degli otto gradi centigradi delle previsioni. Colpa di una brezza leggera che arriva dal mare e accarezza le strade semi-deserte. 

Io passeggio. Gioco con le profondità dell’animo. Immergo ingenuamente lo sguardo in un orizzonte lontano. Riemergo solo ogni tanto per prendere fiato. Galleggiando tra i disciplinati semafori e le vetrine dei bar. E poi un’altra cosa. C’è tanto silenzio. 

Stamattina è un tempo giusto per leggere, per ascoltare, per guardare e raccontare. La città è ammutolita. Sono tanti i pensieri che si precipitano fuori, alcuni però se ne restano in equilibrio sulla linea delle necessità. Per l’ennesima volta mi ritrovo a osservare il futuro da una prospettiva seria e profonda. Il domani appare un luogo sinistro. Roma sembra arrabbiata per questo. E io? 

Io me la cavo con gli occhi da topo addomesticato. Con la mia solita faccia da schiaffi e lo sguardo smarrito tra i suoi “perché”. Mentre la terra trema. Mentre terroristi da qualche parte agiscono. Mentre gli ideali di qualcuno crollano. Resistono solo le banche. Quelle non falliscono mai. E le ridicole trasmissioni televisive di fine anno. Ammiccanti produzioni con le gambe aperte che ti fanno venir voglia di spengere la TV.

Questo immenso spazio davanti a me sfila via più veloce del tempo necessario a percorrerlo tutto. Forse l’universo mi sta suggerendo qualcosa di quello che potrei finalmente essere. Non solo di quello che non sono più. Ci sono attimi in cui la vita mi regala la straordinaria possibilità di fermarmi. Di riflettere e pensare. Di riconoscere questo silenzio assordante e dannatamente spiazzante. 

Succede la mattina presto, quando attraverso a piedi un vicolo. Una strada. Un lungomare. E all’improvviso mi accorgo che la vita mi sta cambiando l’aria.

La sabbia che cade

1 gennaio 2017

Chissà cosa mi rimarrà un giorno di tutto questo scrivere. Mi resterà il dubbio dei condizionali. La malinconia dei passati remoti. La confusione del presente. Oppure solo quell’illusoria speranza che accompagna a braccetto il futuro. E magari anche l’ombra di qualche lagnoso imperfetto. Saranno stati comunque pensieri bellissimi, a tratti meravigliosi. 

Concetti edificati senza progetto, ma con passione e dedizione. Pontificati a immagine e somiglianza di ogni mio più profondo sentimento. Fino al giorno in cui la sabbia finirà completamente nell’altra piccola ampolla di vetro e io sarò dall’altra parte con lei a costruire castelli. Ma non cambierà nulla. 

Il tempo intanto continuerà a raccontare le sue storie. Quelle che pensiamo di vivere. Lo farà a modo suo. Non userà penne o matite. Eppure ogni vita sarà un quaderno. Difficile non arrendersi a questa spietata evidenza. Difficile resistere al fascino indiscreto della sabbia che cade. 

Quelle che hanno sempre ragione 

24 dicembre 2016

Poi succede che te ne resti qualche secondo ad ascoltare il rumore che fa la ghiaia sotto le scarpe. Castel Sant’Angelo è illuminato. Lungotevere è una strada deserta. È bello affacciarsi e restare a guardare l’acqua del fiume saltare da una sponda all’altra. 

A me non piace più il natale. Non mi piace soprattutto perché mi ricorda che occorre riempire il tempo in qualche maniera, più o meno opportuna. Più o meno assurda. Scrivendo, ad esempio.
Con gli anni lo sguardo sulle cose che mi circondano si è fatto più attento. Il pensiero è diventato più personale, più penetrante. 

Credevo di sapere osservare. Oggi posso affermare di esserne quasi sicuro. Dico quasi perché in questo universo non si può essere certi di niente. Di cose ne sono accadute in questi tre anni. Alcune addirittura in queste ultime ore. 
Dovrei partorire un’opinione, ma è un processo alquanto elaborato e non so quanto al mondo interessi davvero il mio punto di vista. 

Allora facciamo così. Facciamo che ci sediamo sul muretto che costeggia l’isola Tiberina. Beviamo una birra. E aspettiamo l’alba raccontandoci vecchi aneddoti. Come fanno le persone di una certa età. Quelle più sagge. Quelle che hanno sempre ragione. Quelle sedute in piazza la sera nei villaggi che muoiono dietro le colline.

Forse è giusto così 

21 dicembre 2016

Quanto si può sapere di una persona a cui si vuole bene? Quanto ci si può sentire traditi scoprendo cose che non ci ha mai detto. Che ci ha addirittura negato con le parole. Con l’architettura delle espressioni più convincenti. 

E viceversa quanto ci sentiamo attaccati e invasi, quando una persona ci chiede cose che abbiamo difficoltà a rivelare? 

Dov’è il confine?  

La vita non risponde a tutte le domande. La vita pone in essere solo i devastanti quesiti. 

Perché siamo così morbosamente curiosi di sapere le cose? Cosa si nasconde dietro alle bugie?

Non lo so. Ma a sensazione mi verrebbe da scrivere che la preoccupazione è un’altra. Quando si chiede così insistentemente, così ambiguamente, così morbosamente qualcosa, non è delle altre persone che vogliamo sapere. Vogliamo sapere di noi. 

E dentro di noi che si apre il sipario del confronto. 

Chi mi vuole bene davvero? Chi mi sta usando e perché ? Chi stabilisce il limite oltre il quale non ci si deve andare? Cosa vuol dire coerenza? E a che serve saperlo? 

Nei ricordi di tutta una vita si celano le nostre battaglie più intime. Quelle combattute. Alcune perse disperatamente. Ma questo nessuno lo sa e forse è giusto così.


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