Colpiscimi forte

11 settembre 2018

È che in verità non lo so quante tempeste io abbia evitato. O in quante invece mi sia mai lanciato impunemente. Urlante. Spesso a testa bassa, come chi non pensa. In fondo nella mia vita ho temuto soltanto il tempo.

Stanotte rimetto ordine tra i miei sospetti. Disinnesco dubbi. Ricomincio a cercare un luogo. Una strada. Una ragione. E insieme alla ragione, un modo.

La colonna sonora di questo sogno stavolta la lascio scegliere ad altri. Agli animali. Alle cose. Ai rumori. Alla paganinica indifferenza di un ragno violino. Alle farfalle e ai grilli. Quelli estvi.

Tutto alla fine ritorna. Soprattutto i bei ricordi. Come torna un debito dell’ombra col sole. Come tornano gli sconfinati controcampi della mia infanzia.

Ieri guardavo l’orizzonte. L’ultima volta era stato tanto tempo fa. Ebbene lo ammetto, so essere spietatamente malinconico. Ma anche romantico. E questo fa di me una vittima predestinata.

Intanto passano i giorni e dentro i giorni si ammucchiano le ore. Esondano i minuti.

Colpiscimi tempo. Fallo in fretta dove fai più male. Cancella il passato, senza esitazione. Ma colpisci veloce che è già tempo di andare via.

Una persona qualsiasi

28 agosto 2018

Questa volta ci ha sorpreso il buio. Non il silenzio, ma l’oscurità. Da una città che non conosci puoi aspettarti qualsiasi tempo, ma non il buio. Non la notte fonda.

Sembrava di essere in un vecchio film di John Carpenter. Un caldo umido e pungente. La nebbia. La visibilità ai minimi storici. Eppure sentivo il mare muoversi. Continuamente. A volte sornione. Altre volte rabbioso e violento.

Alice camminava sul pontile, giusto qualche passo avanti a me. È molto cresciuta in altezza. Ondeggia i fianchi su tacchi piccolissimi e sottili. Io non ho mai saputo riconoscere un vestito griffato, ma è sicuramente e costosamente coperta da capo a piedi.

Parla al telefono con un’amica che sembra più silenziosa di lei. Un personaggio inventato che ha passato così tanto tempo tra i libri da non conoscere il rumore del mare. Un qualcuno fuori luogo e fuori contesto.

Camminare senza una meta è come parlare senza avere nulla da dire. Disorienta. E non so se sia colpa del caldo. Del contesto poco abituale, o soltanto perché a in certo punto ti rendi conto di essere il tuo miglior compagno di fuga.

Queste destinazioni così abilmente nascoste dalla fretta e dalle cadenze leggere. Così celate agli occhi dal tempo. Dalla noia. Da un marchio di fabbrica di un uomo che non ha bisogno di un corso per essere una persona qualsiasi.

La mano sinistra di Alice intanto toglie via la pellicola di un pacchetto di sigarette. Un gesto ripetitivo e quasi anestetica. Poi riparla al telefono. Racconta di posti lontani e di un lavoro che ormai non ha più senso. Si porta dietro il tempo nelle parole, nelle immagini, nei gesti.

I suoi ricordi riemergono da un intreccio abissale di alghe e correnti. I ricordi si fanno largo tra il rumore delle onde e le oscurità insondabili di ogni pensiero.

Vorrei che fosse davvero qui, ma il sonno ha le valigie vuote. Infatti se mi volto è già ora di fare ritorno.

Bandiere bianche

11 agosto 2018

Cinque passate. La notte ha schivato il temporale. C’è l’orologio del campanile che rintocca silenzi, mentre la penombra dei lampioni fa da anticamera alle prime luci del giorno.

Stamattina ho già sulla pelle una teoria fatta di cornetti caldi e caffellatte. Sono fantastici quelli con le gocce di cioccolato, ma è ancora troppo presto per trovarne.

Che silenzio! Ho quasi nostalgia delle zanzare. Quelle che ti bacchettano le caviglie. Quelle che ti apprezzano mentre guardi inebetito disorientati pezzi di asteroide cadere a caso dal cielo. Piccoli. Inutili sassolini che le coppiette chiamano stelle.

Alice intanto è distante. Ha nascosto i suoi desideri in un posto lontano, in modo che non siano facili da trovare. Lo ha fatto per i ladri. Per i vanitosi. Lo ha fatto per i saltimbanchi e per i buffoni. Dribblando con lo sguardo il tempo e lo spazio.

Ogni tanto qualcuno si innamora delle mie parole, ma non oggi. Stamattina l’insolenza dei miei pregiudizi divampa a tutte le latitudini. Nel ragazzo che ero una volta. Nella persona in cui mi trasformo ogni giorno.

Intanto crollano ponti sotto le persone di tutte le età. È non è una metafora. Ricordo il terremoto in Abruzzo. Una volta Alice mi ha detto:” La verità è una bandiera che sbatte fiacca. Inconsistente e controvento.”

“Chissà”, le risposi io. “L’importante è che a sventolare non siano sempre queste maledette bandiere bianche.”

Il terzo dei tre

28 luglio 2018

Il desiderio di partire che sento addosso oggi è difficilmente esprimibile a parole. Se fossi un rumore sarei qualcosa di molto simile allo sbuffo di disappunto che fa sempre mio padre. Oppure somiglierei al soffio di una caffettiera che tossisce il primo caffè al mattino.

Sebbene mi renda conto che non ci sia modo di rivivere certe emozioni passate, ogni tanto contraddico me stesso e ci riprovo.

Prenoto quello stesso ristorante. Quello stesso giorno. Poi metto in preventivo quello stesso errore. Invento eccessi da dilettante nel tentativo di diventare il terzo di tre litiganti.

Stamattina scrivo parole prive di fisica e senza filosofia. Poi guardo una vecchia foto e mi trasformo in retorica spicciola, mista a schegge di malinconia. Lo faccio quel tanto che basta per indignarmi col sorriso sulle labbra.

Il cuore è ancora la parte più profonda di me e continuo a precipitarci dentro. È un posto pieno di scrupoli e colorati sensi di colpa. Ma un luogo da visitare comunque e soltanto dal vivo.

Cocomero e Playmobil

21 luglio 2018

Intanto il tempo passa. I desideri cambiano. Una volta avrei fatto carte false per una fetta di cocomero e una busta di playmobil.

Oggi invece i bisogni sono diversi. I vecchi sogni si sedimentano sui giorni che passano. Forse qualche anno fa non me le sarei nemmeno fatte certe domande. Magari me ne sarei semplicemente accorto. E basta.

E questa faccia che vedo ora non sarebbe stata nient’altro che un riflesso in uno specchio. Una figura posta qualche cm sopra a due spazzolini, dentro il loro bicchiere di cristallo azzurro.

Sono sempre lì. Che si guardano da mesi sottocchio, senza parole e senza motori di ricerca. Come nemici agli angoli opposti di uno stesso universo.

Sulla parete specchiata invece riesco a vedere solo una parte del mio viso. Quella che non mostra alcuna espressione.

Ho imparato che ci sono molti modi per ferirsi, ma niente è più affilato delle parole. Quella mattina è come se le avessi ingoiate e poi sputate. Raccolte e piegate come una camicia e poi riposte in cantina.

Il tempo si stava già prendendo tutto lo spazio dentro. Oggi rimane poco. È un altro personaggio con cui dovrò fare i conti durante le accelerazioni. E questo caldo insopportabile?

Magari tu ci avresti visto la poesia di un’estate. Ma ti sarebbe sfuggita l’utilità di quelle gelide gocce di sudore. Avresti ignorato la dialettica della mia lingua pulsante. Quel retrogusto di ferro che ha il sangue quando la mordi e quella percettibile mancanza di fiato, piena di colpi di tosse e respiri a caso.

“Tempo passato” ti prego, rimani e ascolta. So benissimo che non potrei mai addormentarmi di nuovo con te. Poco spazio dentro. Troppo spazio fuori.

Distraimi, ripetimi le stesse storie. Stavolta sono un bimbo più avveduto. Raccontami di orbite ellittiche e di universi non convenzionali.

Annoiami fino a ridarmi la vita. Forse tutto questo impalpabile nulla comincia a piacermi. Ma è troppo tardi perché somigli a qualcosa di cui poter essere comunque felice.

Il posto degli orsetti gommosi

16 luglio 2018

Ascolto a volume alto le parole di una vecchia canzone di Elisa: “E così scegliere, che ci sia luce nel disordine…”

Io invece ho visto troppo spesso la luce buttarsi via. Nascondersi. Celarsi. Sparire con discrezione nei vicoli poco frequentati del centro di Roma.

Nei rumorosi ristoranti, sempre alla moda e sempre pieni. Nella frenetica fila dei semafori di viale trastevere. Sempre rossi. Sempre anticipati dai motociclisti.

Sorrido a mezza bocca. A volte la mia ironia zoppica. Anche il sarcasmo ogni tanto vacilla.

Chiudo gli occhi e finalmente prendo coscienza di me stesso. Un uomo quasi alla fine della fila. Lanciato prepotentemente nel posto dove vivono gli orsetti gommosi, le vivident e i kinder bueno.

Non arrabbiarti

7 luglio 2018

Per fare certe cose bisogna essere concentrati. Per altre magari un po’ meno.

Nel gioco del poker non basta che tu abbia scavato e capito le debolezze del tuo avversario. Devi fare in modo che quelle debolezze si manifestino contro di te.

Alcuni giocatori devi tormentarli. Fargli credere che giochi a caso. Mentre invece stai giocando esattamente contro di loro.

Organizzare la giocata sbagliata. Una tattica dove, mentre sono convinti tu stia puntando a caso, stai invece organizzando la grande trappola. Sintetizzo il concetto amico.

Non me ne frega niente di te, di chi sei, del tuo stile, del tuo talento. Non mi importa cosa tu abbia vinto, o perso in carriera. Per me rimane solo un gioco dove devo buttarti fuori per vincere. E in questo gioco valiamo le chips che abbiamo davanti.

Facciamo così, io te le metto tutte nel piatto e tu decidi quello che vuoi fare, dall’alto del tuo curriculum. A prescindere da ciò che pensi, ma anche da ciò che penserai dopo che sarà successo quello che sarà successo.

È solo un gioco amico mio. Soltanto un gioco. Non arrabbiarti. Respira profondo. E fatti due risate.

Scrivere e soprattutto sognare

30 giugno 2018

Il freddo. Avete presente quella scossa leggera che ne precede la percezione? Qualcosa di molto simile alle conseguenze generate dalle dita di una bella donna che ti sfiorano, in un momento in cui non ti saresti mai aspettato quelle carezze. Un gesto spietatamente proibito che ridisegna i confini di ogni pensiero.

“Avvicinati!” Le avrebbe voluto chiedere Jep. Ma Alice non sembrava aver dimenticato. “Non ci penso affatto!” Gli avrebbe sicuramente risposto. E lo avrebbe detto guardandolo negli occhi. In piedi. A pochi metri da una di quelle incantevoli fontane del centro. Osservando i vicoli di Roma come se ne fosse stata da sempre l’unica padrona.

Ci sono sere in cui ricordo ancora quelle parole mai pronunciate. “Non ci penso affatto! Fattene una ragione.”

E così mi appoggio da qualche parte. Innocuo come un arco senza frecce. Tanto più che nemmeno lo saprei usare un arco. Freccia, o non freccia.

Ieri sera il tramonto era incantevole come le donne che non ho ancora desiderato. Magari un giorno riuscirò a convincere l’estate a diventare inverno.

Baratterò la luna con la luce leggera di un’alba. Poi la trasformerò in un nuovo giorno. Insomma, mi darò da fare nel fare quello che meglio so fare. Scrivere e soprattutto sognare.

Con la coscienza sporca di uno scrittore maledetto. Uno di quelli che sarebbero capaci anche a narrarlo un lieto fine. Ma che invece “non c’è mai una stazione dei carabinieri dietro la casetta di marzapane”.

Perdersi

27 giugno 2018

Solo chi ha vissuto la meraviglia di conoscersi può affrontare il “privilegio” di perdersi.

Perdersi per cogliere in pieno la maestosa nullità di ciò che saremmo stati senza mai incontrarci.

Perdersi per carpire che non possiamo più appartenere. Perdersi per renderci conto che forse nulla ci è mai appartenuto davvero.

Anche se qualche volta lo abbiamo pensato. Sperato forse. Mentre gli istanti migliori passavano e gli attimi via via si esaurivano.

Poi una mattina la realtà di un tempo piccolo ci ha separato e ci ha trasportato avanti nel tempo. In modo arbitrario e semplice, ma allo stesso modo incomprensibile.

Incredibile come un istante possa essere niente, oppure tutto per qualcuno di noi. E c’è chi a tratti non riesce nemmeno a immaginarne la fine.

La vita è un viaggio dove si indovina la rotta a fatica. Ecco perché tra viaggiatori ci si incontra. Ecco perché ogni tanto ci si aiuta. Ecco perché molto spesso ci si perde.

Fino a consumare tutto

17 giugno 2018

È impossibile guardare il sole, se non attraverso un vetro opaco. Questo a meno che non si tratti di un’alba, oppure di un tramonto. Quando l’intensità della luce percepita è appena all’inizio, oppure quando non ne rimane quasi più.

La nascita e la fine di ogni cosa sono da sempre alla base del romanticismo più puro. Che si tratti di un progetto, del primo e dell’ultimo sorso di birra gelata, oppure di una relazione.

Per scovare il romanticismo di tutto quello che sta nel mezzo invece ci vogliono i filtri. Quelli che scegliamo noi. Quelli che si ricorda soltanto ciò che fa più comodo ricordare.

Anche stasera il sole aveva un’aria squisitamente passeggera. Veniva quasi voglia di ignorarne i raggi.

Così mi sono nascosto in uno spritz, giusto dietro la scorza d’arancia e ho atteso pazientemente che tutto finisse.

Quando è arrivato non mi ha nemmeno calcolato. È passato oltre spostando le ombre delle cose un po’ a caso.

Ho sorseggiato. Poi ho giocato con la lingua a girare i cubetti di ghiaccio. Con un rumore meno importante di quello che avrebbe prodotto il whisky di un Bukowski qualsiasi.

Eppure alcune cosa da chiedere al sole le ho ancora, domande che non ho mai trovato il coraggio di fare.

Per esempio, dove è finita Alice?

Con quali demoni ha fatto l’amore?

Con quante perplessità sta patteggiando per i suoi pensieri?

Adesso non c’è più ghiaccio nel mio bicchiere. L’ultimo sorso è andato. Sulle pareti di vetro si è formata una sottile scia trasparente. Quella che se ci guardi attraverso deforma tutto, anche la realtà.

Ed è in questo preciso istante che posso finalmente fare ciò che desideravo. Abbandonarmi qualche minuto allo schienale di una sedia.

Poggiare maleducatamente i piedi sul tavolino. Chiudere gli occhi e scavalcare un immaginario recinto, insieme a qualche pecora distratta.

In questo altrove a tempo determinato il sole non brucia più. Il ginocchio destro tiene. Anche le mie convinzioni sembrano solide. E io ne approfitto per correre su e giù sul bagnasciuga come 20 anni fa.

Solo.

Disinnescando ricordi.

Ai margini di una spiaggia vuota.

Fino a consumare tutto. Anche l’ultima luce del giorno.

Tutto il bello che deve ancora arrivare

7 giugno 2018

È vero. Ho speso tutto in viaggi, parole, brutti pensieri e regole da trasgredire.

Ho lasciato giusto gli spiccioli per la colazione e un litro di prosecco con le bollicine.

Mi sono lasciato ferire ogni volta che qualcuno sentiva il bisogno di farlo.

Ho barcollato. Ho sorriso. Sono caduto. Mi sono rialzato e poi subito lasciato ricadere in terra, per abbracciare lo spigolo successivo.

Ho smesso di spiegare. Ho smesso anche di piangere. Di desiderare. Di raccontare.

Ho smesso di essere ironico e ho lasciato il posto al sarcasmo dei miei personaggi.

Mi sono piegato ogni tanto a stringere mani pensando chiedessero aiuto.

Ma erano mani che volevano soltanto tirarmi giù con loro. Nel baratro dell’insoddisfazione. Nel backstage dell’indifferenza.

Così ho spento e riacceso la speranza per resettare tutto.

È vero. Mi sono giocato ogni cosa. Ho speso anche quello che non ho mai avuto. L’incanto. L’amore ricambiato. I brividi.

La meraviglia di un tramonto. Gli abbracci che riparti da zero. Gli sguardi che ti viene da sorridere.

Ho rubato significati alla mediocrità e centimetri al demone sotto al letto.

Ho giurato e nessuno mi ha creduto. Ho imprecato e nessuno mi ha dato attenzione.

Allora ho gridato e mi sono sbracciato per non sentirmi troppo a lungo solo.

In fondo aveva ragione mia nonna. È proprio nelle giornate storte. Nelle brutte figure. Nelle sconfitte. Nelle ginocchia sbucciate.

E nelle idiozie più epiche che siamo in grado di fare, che si nasconde tutto il bello che deve ancora arrivare.

Il lupo di turno

3 giugno 2018

A volte lasciamo che sia un sentimento solo a definire la connotazione dei personaggi che incontriamo.

È allora che i buoni sono quelli che non ci fanno paura. E ne viene per deduzione che i cattivi sono tutti gli altri.

Il demone sotto al letto è un cattivo, fa sempre ansia il pensiero. Però non esiste. Colpa anche dei film a basso costo di Wes Craven se ogni tanto buttiamo un occhio. Oppure dei fratelli Grimm e del lupo se non ci addentriamo nel bosco.

Quel lupo che non è tanto buono, quanto cattivo, ma soltanto un animale affamato. Un essere che avrebbe voluto e vorrebbe nutrirsi come tutti noi.

Le nostre paure non quantificano la sua cattiveria, bensì definiscono soltanto il nostro ruolo nel contesto. E cioè che magari in quel determinato frangente, la preda siamo noi.

Il lupo non è stupido. Il lupo è astuto e attacca le pecore. Ma mai una pecora a caso. Attacca la più debole. La più lenta. Quindi occhio ad abbassare la guardia.

Abbiamo tutti il nostro lupo alle calcagna. Ed è un bene, perché eliminando il lupo dalla nostra vita rimane solo il nostro sconfinato narcisismo e un progressivo allontanamento dalla realtà.

Senza il lupo di turno perdiamo aggressività. Sviluppiamo convenienti filosofie di vita. Diventiamo attaccabili. Deboli. Inutili.

Il lupo forse è un dono per tutti e non solo un pericolo per i deboli, gli esclusi e le persone sole.

Non temerlo è il modo più facile per non oltrepassare mai i confini di niente. Per non limitare i nostri limiti. Perdere coscienza della nostra forza e delle nostre paure.

Ultimamente mi mancava, il lupo. Mi mancavano i suoi occhi negli occhi dei miei avversari. Nelle strade da affrontare ogni giorno.

Un lupo vero. Affamato. Non un canide attempato e inutilmente compiaciuto di una cattiveria che non ha. Ma una belva dolorosa e necessaria, quindi “opportuna”. Indispensabile nel corso della vita e lungo il viale del tempo.

Mi mancava, dicevo. Ma ora è tornato. Appena in tempo per il pranzo della domenica.

Allacciare le scarpe al mondo

27 maggio 2018

Eppure è così. Sembriamo quasi dominati dalla paura di essere giudicati male. Dilaniati da una compulsiva social-ricerca di consensi.

Al lavoro. In casa. In vacanza. Tra gli amici. In rete. L’apparenza divora la realtà e sembra ormai il vertice di una immaginaria catena alimentare.

“Meglio condividerla che viverla una esperienza” scriveva un rapper di cui non mi sovviene il nome. Ma se poi si condivide anche ciò che non si vive nemmeno. Se si condividono esperienze non nostre. Si passa dall’inutile, al patetico, al patologico.

Quante volte ho sentito la gente ripetere di non essere interessata agli altri. Sono le stesse persone che si eliminano le rughe con photoshop. Che postano. Che contano i like sulle foto come fosse l’unico modo conosciuto di puntellare l’autostima.

Sembra questa l’unica unità di misura possibile del nostro ego sistema. Quella in grado di riassumere il giudizio su di noi e sul nostro stile di vita.

Ma dove sta scritto che per usare il proprio carisma è necessario attribuirgli un valore. Eppure sono una infinità le persone che nella fase infantile dei like vedono la possibilità di un consenso senza limiti.

I limiti. Già.

Sapessimo riconoscerli davanti a uno specchio. Sembrerebbero meno limiti. Limitarli sarebbe la soluzione, invece che dar loro libero sfogo.

Ma la consapevolezza è figlia dell’umiltà. Ed è difficile arrivare all’umiltà senza essere colpiti dall’umiliazione di uno sbaglio. o dal consiglio di un amico che ti dice, sei patetico.

Tutti, davvero tutti sbagliamo.

Continuamente. Anche quelle mega “gnocche” che pubblicano i selfie in esclusive e costosissime località del pianeta.

Anche i professionisti del bicipite. I poeti. Gli umanisti. I politici. I giornalisti. I calciatori. Gli architetti e gli ingegneri. I mafiosi. I ladri. I bastardi. I furbi e i filibustieri. I contadini e gli artigiani.

Gli scienziati. I medici. I giudici e gli avvocati. I prelati. Perfino i papi. Gli imprenditori della vita. I ricchissimi. I poveri. Fino agli inutili, che alla fine sbagliano come tutti gli altri.

L’umiliazione è proprio questo. Il nostro incontro scontro con i fatti che non vanno come avremmo voluto noi. Come avevamo impostato. Preteso. Progettato.

Non siamo la A. Non siamo la Z. Siamo una delle lettere che stanno nel mezzo. Le cose che non ci obbediscono. La nostra volontà che non è sufficiente a cambiare il mondo.

Attraversando i social network ci si rende conto di quanto siano la presunzione e la pochezza a rendere le persone deboli e insignificanti.

Tutti troppo legati all’apparenza per migliorare anche un semplice metro quadro di questo emisfero. E ciò toglie consapevolezza ai valori. Ci mette in contatto con una forza del tutto immaginaria.

Gli sbagli si nascondono. I successi si mostrano. Le verità si modificano. Le relazioni su cui bisogna lavorare troppo si cancellano.

È questo il modo più presuntuoso di rimanere al mondo, alla maniera di un semidio circoscritto in uno schermo. Migliore di te perché non sbaglia mai. Perché vive meglio. Guarda la foto.

Se solo ci rendessimo conto che siamo anche e soprattutto nelle mani delle persone che ci vogliono bene. E che servirebbe uno “sganassone” ogni tanto per capire che questa non è affatto una cattiva notizia.

Oggi il tempo stringe. Devo prendere una decisione importante. Una delle più importanti. Mio nipote più piccolo mi sorride. Si è accovacciato per allacciarsi una scarpa. Ho visto una smorfia di disappunto. Mi chiede se posso dargli una mano.

È stato un meraviglioso pensiero. Una richiesta di aiuto sincera. L’ipnotico gesto di un ragazzino privo di retropensieri.

È proprio la semplicità il cuore di ogni relazione umana ed è su questa spietata trasparenza che si edificano i progetti di vita.

Quelli per i quali se io ho difficoltà tu magari mi aiuti. Perché aiutando me aiuti te stesso e la vita alla quale entrambi apparteniamo.

In conclusione dovremmo solo vivere più semplicemente. Senza apparire. Senza vergognarci di non essere. E chinarci ogni tanto ad allacciare le scarpe al mondo.

Alice si tolse le scarpe

19 maggio 2018

Alice pensava che fosse impossibile gettare una maschera quando ti accorgi che non lo è più. Quando ti rendi conto che sul volto ti calza a pennello.

Lei sapeva bene cosa volesse dire essere diversa. Un personaggio. Tutti i personaggi in fondo lo sono. Alice però era davvero molto, molto diversa. E io ero l’unico con cui riusciva a discutere.

L’avevo creata e vista crescere. Le avevo dato un carattere. Le avevo insegnato a combattere. A resistere. A credere nello specchio.

A volte Alice sognava di salvare il suo universo dal nostro mondo. Immaginava di tutelare tutti da quella mano invisibile che gli altri personaggi chiamavano “tempo che passa”.

Quello che ci marchia con un orologio da polso. Quello che ci misura ogni giorno, senza che ce ne rendiamo neanche conto. Ma Alice non era solo un personaggio. Era un personaggio solo.

“Come faccio a cambiare il mondo Jep?” Mi chiese una sera. E io non le avevo risposto.

“Ti prego, dimmi come fare?” Mi chiese anche la sera successiva. E io continuavo a non scrivere.

Il suo era un universo molto pericoloso e non certo per via di chi generava il male. Ma per colpa di chi era sempre stato a guardare senza muovere un dito. Forse in questo somigliava un po’ al nostro mondo.

Poi un giorno la portai sulla spiaggia e finalmente le raccontai una storia di quando ero un bambino.

“Lo sai Alice? Una mattina i miei genitori mi portarono proprio qui. A Ostia. Era una domenica di marzo. C’era un sole tiepido che annunciava la primavera, ma non faceva abbastanza caldo per fare il bagno.

Io e i miei ci sedemmo sulla spiaggia e mangiammo un gelato. Ma al ritorno non mi resi affatto conto di avere le scarpe piene di sabbia e la lasciai ovunque in casa, sul pavimento della mia stanza. Avevo solo otto anni. Nessuno a otto anni avrebbe dato peso alla sabbia. Mia madre si.

E si arrabbiò parecchio. Al contrario mio padre non era per nulla arrabbiato. E dopo tanto tempo oggi ne ho capito anche il motivo.

In migliaia di anni quella sabbia era passata dall’oceano alla spiaggia. Infine dalla spiaggia, alle mie scarpe. E io l’avevo infine portata via. Inconsciamente. In casa.

Ogni giorno cambiamo il mondo in modo impercettibile. Cambiamenti che all’inizio non fanno mai la differenza, perché occorre più tempo di quanto il tempo stesso ce ne concede. A volte non basta una vita per cambiare il mondo.

Nulla accade in una sola volta. Succede lentamente. E non tutti abbiamo la pazienza per farlo. Tu ne hai? “

Alice si tolse le scarpe e mi parlò accarezzandomi con gli occhi.

“Ricordi quando ti prendeva il blocco dello scrittore? Quando facevi finta che io esistessi davvero? E io ti sorridevo senza giudicarti. A dire il vero mi manca quel periodo e sai perché? Perché la vita di un personaggio che non esiste è molto più facile. Noi abbiamo una infinità di tempo per cambiare il mondo.”

Eppur si muove

16 maggio 2018

Perdo la testa. Succede a ogni curva. A ogni dosso. A ogni fotogramma.

Dicono sia per il peso delle decisioni rimandate. Che sia colpa delle contraddizioni, o magari è soltanto per via di un aperol spritz. L’ultimo. Quello di ieri l’altro.

Eppur si muove. La vedo rotolare sul cruscotto e cadere sotto il pedale del freno. Accelero. La raccolgo insieme a qualche idea. Poi la poggio sul sedile del passeggero. Ma cade ancora.

Questo rettilineo si sta trasformando in una prova di concentrazione. Sembra l’ultimo film di Paolo Sorrentino. Una impalpabile e insignificante commedia dell’arte, direbbe Jep.

Mi cade la testa. Dicono sia per colpa del sonno, o per la trama scontata. Ma non gli credo. Io so benissimo che non è vero.

L’ho persa e ritrovata molte volte la mia testa. È successo di recente e in altre vite di rivederla nascosta sotto al letto. A volte dimenticata sul tavolo della cucina.

Abbandonata in un portabagagli. Nella cesta dei panni sporchi. Poggiata sulla mensola in salone accanto alla frutta finta. Oppure rotolata in fondo alle scale, proprio davanti all’uscita di sicurezza.

A lei piace cadere senza farsi male e senza farsi troppo notare. Adora perdersi come si perde la pazienza. Inconsciamente.

Non giudicatemi. Non imitatemi. E se la trovate lasciatela lì in modo che possa farlo anche io. Ritrovarla intendo.


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