Arriva l’onda

24 ottobre 2020

Insisto a tifare per i più deboli. A perdere e a ritrovare le chiavi della macchina. A essere un’ancora che non trova fondo. Insisto a pensare, a volte rinunciando a capire. A disegnare ogni incertezza con il volto di un’opportunità.

Come un’onda anomala che sbatte carcasse di vecchie navi sulla spiaggia, anche noi, prima o poi, tiriamo fuori quello che abbiamo dentro. E quando questo accade avviene a qualsiasi costo, qualunque sia la forza necessaria per farlo.

Ritengo sia una delle cose che in assoluto io temo da sempre. Quel dovermi confrontare davvero con ciò che sento dentro o che nascondono dentro gli altri. Verità che spesso nessuno ha il coraggio di dirmi in faccia.

Scrivere per me è percorrere questa strada. Quella di un’onda nella sua inarrestabile corsa verso la terra ferma.

Il resto è tutto facili morali, virus amorali, demagogia, cremette per la pelle, televisione spazzatura, facebook, hamburger, coca zero, chiacchiere di statistica, calcio la domenica, smart working, mascherine strausate, malinconia di aperitivi e di risate eccessive, i capricci di un bambino, relazioni stanche, lunghissimi viaggi, previsioni meteo che dicono che forse domani pioverà, o forse no.

All’inizio è un mare calmo.
Poi arriva sempre l’onda.
Ma noi abbiamo lottato e lotteremo ancora.

Oggi il nostro Hotel Bergamo La Muratella riapre ai malati covid.

Funambolo

18 ottobre 2020

C’era una volta un uomo imperfetto che voleva dare un significato alla propria esistenza applicando l’etica del Cirque du Soleil.
Era funambolo, quando cercava di rimanere in equilibrio sul suo cuore. Era trapezista, quando restava perennemente appeso al suo sguardo. Era pagliaccio, quando in ciò che voleva c’era solo strapparle un sorriso.

Nutella

16 ottobre 2020

Il barattolo di Nutella è come quei feticci maledetti di cui vuole liberarsi ogni protagonista nei film dell’orrore.

Gli dai fuoco, lo getti in un fiume. Ci passi sopra con lo schiacciasassi. Lo abbandoni a centinaia di km da casa. Ma niente.

La mattina ti svegli e lo ritrovi sempre li sul tavolo della cucina, che ti guarda fiero e ti dice: “Povero illuso. Io sono il male!!”

Viaggiare

7 ottobre 2020

Si può viaggiare senza mai guardare il profilo di un luogo, senza mai imparare i colori di un cielo, senza ricordare i volti delle persone incontrate.

Si può vivere senza ricordare le emozioni provate, il sapore del buon cibo, gli occhi di coloro che ti hanno amato.

Spostarsi non è viaggiare e sopravvivere non vuol dire aver vissuto davvero. La differenza la fanno i significati che noi attribuiamo alle cose, ai gesti, a tutto quello che guardiamo o che ci accade intorno.

Viaggiare non è spedire cartoline, scattare foto o comprare souvenir per amici e parenti. Viaggiare non è tornare indietro identici a come si è partiti.

Anche vivere è cambiare. Abbracciare persone meravigliose. Regalare un senso a ogni cosa.

Fermarsi ogni tanto ad ascoltare chiunque abbia una bella storia da raccontare e trovare qualcuno disposto a seguire con attenzione la tua.

Il ragazzo

7 giugno 2020

C’era una volta un ragazzo che giocava a pallone sotto casa con gli amici. Senza nulla da chiedere al tempo. Niente preoccupazioni, niente retropensieri.
Prima che la vita cominciasse a modellarmi la faccia e il desiderio a istruire le mie strategie. Non c’erano gol da realizzare. Solo una serie infinita di passaggi. E l’unica paura era che qualcuno arrivasse a bucarmi il pallone.

La cosa giusta

15 aprile 2020

Il sole calibra un’alba radente sui campi davanti alle finestre della mia stanza. La luce sbatte sugli alberi. Poi rimbalza sul perimetro dei prati e li tinge di un verde che sembra darti il buongiorno.

La periferia di Bergamo è il confine tra esistenze che continuano e mondi che purtroppo non ci sono più. In strada nessuno. Il nulla se la gioca con i fagiani timorosi e i conigli. E poi ci sono i gatti assonnati che ammiccano pigri alle tortore sui tetti e qualche lepre attempata accovacciata al sole. Succede spesso, soprattutto a quest’ora del mattino.

Il Coronavirus ci sta trasformando tutti. Almeno noi che possiamo raccontarlo. La sospensione forzata della vita come la ricordavamo tira una riga di silenzio su tutte le nostre abitudini. Ne crea di nuove.

Vedo nel silenzio di queste mattine qualcosa di più religioso di qualsiasi cerimonia. Credenti e non credenti, come è sempre stato. Tutti lì ad aspettare che passi. Anche se “il cosa” non lo abbiamo ancora capito. La nostra paura? La furia del virus?

Ma è ovvio che sia così. Perché in una città dove si muore troppo. In questa Bergamo dove tutti hanno perso almeno un amico. Non c’è bisogno di cerimonie, basta un TG per piangere o sfogare la rabbia dei nostri “andrà tutto bene”.

Malgrado il rumore assordante che questo silenzio porta con sé, un ricordo riemerge sempre al mattino. Qualcosa che da bambino ero abituato a sentirmi ripetere infinite volte. “Non allontanarti troppo” mi sussurrava mia madre. Lo stesso faceva mio padre, gridandolo con la mano tra i denti. Quando ero davvero lontano.

E io lo sento gridare ora, con la mando dolcemente tra i denti. No, non mi allontano papà. Resto qui a portata di cuore. Mi hai insegnato a non fuggire.
Ad aiutare. E ovunque sono stato sono rimasto con sentimento, dando più del dovuto. Anche quando si complottavano facili invidie.

Lo so che mi tieni d’occhio e io mi lascio osservare da distanze abissali. Ci scalda quello stesso sole che ogni mattina sembra cancellare brutte realtà per non farle esistere più

Non mi manca nessuna messa, nessun appuntamento, nessuna cena od occasione sociale. Mi manca l’abbraccio forte dei miei genitori.

È un incubo e ormai ci siamo dentro davvero tutti. Minacciati dalle sue più inarrivabili profondità. Percepisco in questo silenzio un dramma collettivo. Lo sento chiaro e al tempo stesso sono grato a me stesso di sentire questo dolore, perché vuol dire esserci ancora.lAmo fare parte di questa gente.
Amo pensare che ogni mattina sia quella giusta per tornare a vivere.


Amo chiudere gli occhi e salutare i miei genitori dalle finestre della mia stanza.
E amo rendermi conto di non aver fatto la cosa buona, ma la cosa giusta. Rimanendo qui a Bergamo a resistere con tutti voi.

Rinasci Bergamo

7 aprile 2020
“Siamo abbastanza forti da poter soffrire. E i nostri figli impareranno a viverlo con la forza che noi riusciremo a trasmettere loro.”

#andràcomedeveandare

#andràcomedeveandare

29 marzo 2020

Ho guidato da Mozzo a Cologno. Lo faccio tutte le mattine. Passo accanto al centro commerciale di Curno, ai parco giochi di Urgnano e Ghisalba. Anche oggi sono chiusi.

Qui sembra incombere un’antica maledizione sull’infanzia e su quei nonni che accompagnavano per mano altre piccole mani all’altalena.

E poi tutti quei panni bianchi dipinti a pastello alle finestre. #andràtuttobene.

Una volta ho fatto questa promessa a una cara amica. E non andò affatto bene. Da allora ho capito che non lo posso più fare. Questo tipo di promesse, intendo. Si può promettere solo se si ha la soluzione in mano. Perché poi, se non succede niente, se ne esce distrutti.

“Gianluca,” ha scritto mio padre “dirlo serve a esorcizzare le paure, a non perdere la fiducia.”

Si daccordo papà, ma se l’evidenza è tristemente fuorviante. Che senso ha tranquillizzare. Lo trovo molto simile al tradire. E nella vita non sono mai riuscito a promettere quello che non potevo mantenere.

Ieri ho guardato Anna dopo una bruttissima mattinata. Mi ha stretto la mano con la sua tipica spontaneità. Il volto ricco di sorrisi di getto e occhietti lucidi. Adoro il suo modo di parlare mezzo bergamasco, con qualche punta di schietta romanità.

Impazzisco quando accelera i pensieri per nascondere un disagio. Mi ha visto parecchio nervoso e mi ha abbracciato per non farmi andare via. “Aspetta.” ha detto. “Respira. Andrà come deve andare. E qualsiasi sia quella stramaledetta strada la percorreremo insieme.”

Potrei affondare nel fascinoso oceano dei suoi occhi e riemergere ogni volta come un balenotto appagato. Lei é qui con me in quello che non si può evitare. E non dice #andràtuttobene. Sussurra: “Accompagnami, se mi vuoi bene.”

Ha ragione. Non andrà tutto bene. Non potrà mai andare tutto bene. Perché per tante persone è andata già malissimo. Perché se mi metto nei panni di chi ha perso qualcuno. Di chi ha perso un genitore. Un fratello. Nei panni di un bimbo che ha perso i nonni. Mi rendo conto che la promessa è solo per gli altri. E che queste parole, oggi come domani, non mi possono appartenere.

Anche se sono certo che per molte persone andrà bene. Scorrono immagini di vip che lo ripetono assiduamente. #andràtuttobene. Ma in quella casa dall’altra parte della strada, dove ho visto due volte ambulanze portare via persone. Quella dove ora campeggia un lutto. Certe parole echeggiano come una tremenda bugia.

E io faccio fatica a entrare in questa logica, anche se questa sarebbe la logica.

In questo evo oscuro c’è ancora spazio per un raggio di luce silenzioso e intangibile. Forse ci stiamo risvegliando esseri umani. Non italiani, non tifosi di calcio, non immuni per diritto divino. Ma esseri dannatamente umani. Spietatamente umani. Ancorati alla vita e fatalmente fragili.

Da anni sentivo un bisogno nuovo di percepire la vita come ora. Ridare finalmente un valore sensato alle cose intorno e ridimensionarle per quello che davvero valgono.

Un tramonto luminoso.

Un’alba colorata.

L’arcobaleno dopo un temporale.

L’odore dell’erba tagliata.

Un gatto grigio che fa le fusa.

Un sorso d’acqua fresca bevuto dalla cannella di una fontana.

Il primo sorriso dopo un grande spavento.

Le parole di una persona che ti ha a cuore senza retropensieri.

Intanto in tv il papa recita credenze. Questo virus è entrato nelle persone e non solo a livello fisico, ma anche a livello spirituale. Ripenso alle parole della mia ragazza. “Andrà come deve andare.” Si, andrà come deve andare.

Io la osservo e l’ascolto come se non sapessi fare altro della mia vita. Ogni volta che i miei occhi incontrano i suoi mi rendo conto che esiste un passaggio segreto che unisce il cuore con il mondo. Anna mi sorride. Continua a parlare. “Andrà come deve andare.”

Scalo ogni parola come farebbe un esperto esploratore alla ricerca dell’origine dei suoi pensieri. Il suo abbraccio è un connubio perfetto di grinta e irrazionale emozione. Il suo obiettivo è un’indole senza metafore.

Mostrare la realtà. Andrà come deve andare.

Siamo abbastanza forti da poter soffrire. E i nostri figli impareranno a viverlo con la forza che noi riusciremo a trasmettere loro.

#andràcomedeveandare

A per aforismi

17 marzo 2020

In uno sbaglio c’è molta più vitalità che in mille vite trascorse a pensare a come evitare di sbagliare.

Capisci che forse sei affetto da una patologia nella sua forma più ansiogena, quando a mezzogiorno a Trastevere ti preoccupi del cannone del Giancolo

Da piccolo una delle prime cose che impari è contare fino a 10. È un gran peccato che con gli anni si dimentichi l’importanza di questo grande, immenso insegnamento…

Due solitudini fanno una coppia, ma solo nel poker.

Se stamattina avete bisogno di me, sono in un punto dell’universo compreso tra “per favore, mi dia quello con la Nutella” e “vabbè, da domani me rimetto a dieta”.

Lei si avvicinò. Accennò un sorriso. Mi disse soltanto “ciao”. Una consonante e tre vocali che in quel preciso istante contenevano tutto il movimento preromantico dello Sturm und Drang, l’opera completa di Prevert, l’Ottocento russo e il cielo stellato di una sera di luglio a cercare il gran carro nel cielo.

Posso sussurrare mille volte la parola “fine”, ma quando arrivo a scriverla dopo metto sempre un punto.

#mogol

15 marzo 2020

Lui è seduto al tavolo accanto. Gioca a centrare con il sale un’insalata mista. Il pranzo dovrebbe essere un momento di comunità. Ma lo stiamo vivendo ognuno con i suoi pensieri. Io sono appena sceso a compromessi con un’aspirina.

Colpa della febbre di questi giorni che continuo a portarmi addosso. Manco fosse una vecchia amica. È novembre e la salute va in pezzi. Ma forse era già tutto in pezzi da prima. Il territorio. Il clima. Le culture dei popoli. Le religioni.

Basta accendere la televisione e ogni notizia è una martellata sulla cristalleria.

Lui si porta prima il tovagliolo alla bocca. Poi indossa un secondo gli occhiali e punta lo sguardo sul mio romanzo. “Mi scusi. Posso vedere?”

L’avevo appoggiato distrattamente sul tavolo. Faccio tutto distrattamente quando sono solo. Mi siedo distrattamente. Ordino distrattamente. A tavola soli non esistono regole o convenzioni particolari.

Le regole sono importanti solo in amore, ma è difficile capirne l’importanza. Attribuirne i significati. Quasi sempre è tutto improntato ai divieti. Per mettere al sicuro una relazione bisogna elevare argini alla propria condotta. Preservarne l’integrità.

Si tratta sostanzialmente di un serie infinita di no. Un libro non scritto fatto di “quel che non si deve fare”. Dove non si parla affatto di “quel che sarebbe bello essere insieme”.

Con questa azione del tovagliolo lui ha attirato la mi attenzione.

Violo le logiche del territorio e gli allungo il mio libro. “Ma certo! Prego.”

Si studia prima la copertina con attenzione. In silenzio. Poi la seconda di copertina. Ma non lo apre.

“Lo ha scritto lei vero?”

Sorrido. “Si, ma perché trova la cosa così ovvia?”

“Perché sta mangiando da solo. Perché non c’è alcun segnalibro. Perché in qualche modo questo romanzo le somiglia. Mi fa compagnia signor Marcucci? Io ho preso soltanto una insalata. Sto aspettando gli straccetti.”

“Con molto piacere signor?”

“Giulio. Giulio Rapetti. Ma è più facile che lei mi conosca come Mogol.”

Io non so come si scrive una carezza. Non come l’uomo che ora è sieduto a tavola con me.

Da piccolo credevo alle ricostruzioni. Quando il castello di lego rovinava in terra io pensavo che sarebbe stato semplice farne uno più bello. Con gli stessi pezzi. Per guardare dall’alto di una torre immaginaria le cose da basso.

Poi il tempo mi ha portato via gli anni e ho cominciato a innamorarmi ascoltando Lucio Battisti.

Li avete mai visti i folli che si lanciano in un’emozione ancora convalescenti? Sono carne da macello. Sono anime che cadono in terra prive di vita. Come i mattoncini del lego con cui giocavo da piccolo.

Forse per parlare d’amore bisogna essere completamente folli. E adesso, sono a pranzo con la follia in persona. Mentre tiene il mio libro in una mano, nell’altra stringe il riflesso dei miei occhi. Quello sguardo che in tutti questi anni gli ho lasciato dentro.

Tutta la vita da vivere

11 marzo 2020

La soluzione è mutare. Smetterla di guardare gli obiettivi con ossessione. Adattarsi. Rimanere all’interno del viaggio.

Amo la mia forma che cambia. Vecchia di minuti, ma ancora giovane di anni. Davanti a ogni problema la struttura in cui sono mutato mi suggerisce la posizione da assumere. Anche davanti a situazioni che inizialmente giudico male.

Nella vita impieghiamo la maggior parte del tempo per fuggire. Come tutti i personaggi che si rispettano. Come tutte le trame dei film che funzionano. E chi fugge non necessariamente è un codardo. Magari teme solo il morso del dolore.

C’è chi fugge anche per tutta una vita giocando a calcio, rincorrendo una passione, lavorando, sognando, anche conducendo un’esistenza faticosa e intensa. Anche facendo carriera o tentando di governare.

Prima di questa emergenza virus. Prima di vedere figli scappare per tornare dai propri genitori. O persone fuggire perché quella non era la propria casa. O gente che una casa non l’aveva addirittura. Connettevo alla fuga una certa vigliaccheria di fondo.

Oggi no. In certi giorni la fuga è la mossa migliore, a volte l’unica mossa possibile. Soprattutto quando le notizie sono così vaghe. Quando le posizioni di chi deve dirti cosa fare sono così superficiali.

È notte. Non riesco a dormire. Alla fine salgo in auto e arrivo a Soncino. È buio. Le strade sono deserte. L’insegna dell’hotel è al neon.

Lui tossisce avvelenato, ma non infettato. Mezzo spento come tutto qui intorno. Porte di vetro e alluminio anodizzato, faretti accesi all’interno e una paura che si respira ovunque. La paura ha un odore acre. Sa di pollo e benzina.

Ogni tanto i ricordi me la ripresentano: Paura. Ma stavolta sembra non attecchire. Qualche minuto a riflettere e sono in un’altra forma. Con la devastante consapevolezza di ritrovarmi nel pieno di una storia pericolosa. Unica. Dove bisogna dare il meglio.

Sparisce il buio. Un timido sole sta dando il cambio all’oscurità. La provinciale è deserta. Bisogna reagire. Le mie paure, il tempo che passa, questo silenzio alieno e l’immagine che ho sempre avuto di me.

Uno spigolo di qualche minuto che cambia l’orizzonte. Oggi non scrivo niente di quello che provo. Della rabbia. Degli sciacalli incontrati. Di certe amicizie che sanno di birra calda. Ho altre vie da percorrere.

Mi rimane un frase che ho ascoltato ieri da un contadino qui di fronte. “Sono vivo, e la mia vita è bellissima”. Ho circa un’ora di strada per ritornare a Mozzo. Molto di più per arrivare a me stesso. E tutta una vita ancora da vivere.

Otto m’arzo

9 marzo 2020

“Esci”, disse l’orgoglio.

“È inutile”, rispose la ragione.

“Insisti”, sussurrò il cuore.

“Ti indico io la strada”, intervenne l’udito.

“Sei l’udito, non lu dito”, esclamó l’ironia.

“E tu sei simpatico come un’anestesia locale”, disse il sarcasmo.

“Muoro”, gridó Bastianich.

“E questo chi cazzo è?”, chiese la curiosità.

“Un cuoco”, ripose l’educazione.

“È una replica”, intervenne la noia.

“Ma un filmetto spinto no?”, concluse il sesso.

“E daje”, gridó l’opportunismo.

Cronaca serale di un 8 marzo qualsiasi davanti alla tv.

Fuori dai giochi

5 marzo 2020

Questo virus è un naufragio epico. Ad oggi riesce a mettere politici, medici, virologi e persone comuni, tra di loro, gli uni contro altri. C’è una parte di me che giudica questa ormai conclamata pandemia.

È la parte che parla poco. Quella che pensa a cosa c’è da fare ora. A quali soluzioni potrei trovare per fronteggiare non solo i miei stati d’animo. Ma gli adempimenti quotidiani.

Cerco il mio ruolo in questo naufragio. Sulle mappe l’iceberg non era segnato. Ma le mappa non sono il territorio, come le statistiche non sono la vita.

Eppure c’è una parte di me che continua a fidarsi delle mappe. È quella che sonda ogni metro percorso con cautela e attenzione. Più osservo questa storia sprofondare e più vedo vittime anche di fuori di questo naufragio.

Vittime dai lineamenti indefiniti. Vittime di significati sempre più indistinti e confusi. Vittime di messaggi indirizzati con un ritmo incalzante e una spietata alternanza di toni. Dai più disparati ruoli.

E alla fine sono riusciti a fare di noi quel che volevano. Numeri. Spettatori. Quelli sempre e comunque fuori dai giochi.

#mentre tramonta il sole

26 febbraio 2020

Le travi in legno del soffitto non fermano i rumori. Ho sentito dei passi nel cuore della notte. Adesso sento il ronzio meccanico del frigorifero scatenato dalle cerniere di uno sportello aperto. Ho sentito cadere una scarpa. Poi l’altra.

È un mondo di persone che vivono con le scarpe ai piedi. Che ci tengono alle scarpe e alla salute. Ma è anche un mondo di persone che vuole farti le scarpe. Sorrido.

Ci sono notti in cui sbircio dalla finestra. Momenti in cui me ne resto inebetito a guardare le luce gialla dei lampioni proiettare ombre. Sui sanpietrini. Nei vicoli. Sulle cose degli altri. E intanto salto da un pensiero all’altro come con la tv accesa quando non trovi pace sui tasti del telecomando.

Le ho scritto. Non le scrivevo una lettera da un sacco di tempo e sarebbe dissacrante analizzare connotati di questa pausa. Le ho scritto, ma lo terrò per me. Per un tempo quasi forzato, non del tutto volontario. Al limite mi riconoscerò il merito di aver arredato questa mia assenza con una serata in stile bukowskiano.

Senza spiagge sabbiose dell’Havana. Senza sigari. Senza alcolici e bottiglie di Rum. Niente isolamenti coatti. Virus obesi e mascherine. Basta un elastico, tanto il risultato sarà lo stesso. Sorprendentemente soddisfacente.

Bisogna distrarsi rimanendo vigili. Aggiungere distanza ai ricordi. E allenarsi a riscoprire la qualità di certi pensieri, senza coinvolgere per forza persone che non ci tengono a far parte della tua vita. Insomma, cose così.

Da qualche anno il mio pensiero verso il mondo intorno si è fatto più attento. Il mio modo di catalogare la gente si è fatto ancora più personale. Il mio giudizio penetrante. Un tempo ero in grado di notare i dettagli. Oggi riesco anche a inquadrare i giusti contesti.

Ne sono quasi sicuro. Dico quasi perché a questo mondo, come dicono gli anziani quando li ascolti chiacchierare sulle panchine dei giardinetti, non si può avere certezza di niente. E gli anziani, si sa, hanno quasi sempre ragione.

Di cose ne sono accadute, anche in queste ore. Di eventi ne sono successi, anche in questi minuti. Per quanto mi riguarda non so se avrò voglia di parlarne, forse sì o più probabilmente no.

Dovrei farmi un’opinione ma è un processo alquanto elaborato e non so se ti va di stare qui in sala parto a sentirmi urlare mentre metto al mondo il mio punto di vista. Sono semplicemente deluso e sconcertato. Da tutti.

Allora facciamo così, facciamo che prendiamo due sedie di paglia e ci sediamo uno di fronte all’altro. Ci beviamo una birra gelata e ci raccontiamo i fatterelli, come fanno i vecchietti, quelli che hanno sempre ragione. Ci guardiamo fino alle sette di sera e parliamo dei paesi che muoiono. Poi guardiamo la luna dare il cambio alla luce. Mentre si allungano le ombre. Mentre tramonta il sole.

#Sempre la stessa luna

1 febbraio 2020

Quando ho riaperto gli occhi avevo 50 anni, o forse poco più di uno. Di certo non sentivo più il profumo dei gelsomini e della siepe, forse confuso dall’odore della pioggia sull’asfalto.

Quando ho riaperto gli occhi l’universo era saturo di stagioni diverse. La vita era fatta di anni luce e la felicità di “metri sotto al cielo”.

Quando ho riaperto gli occhi i pensieri erano tutti lì. A imbottire le pareti della mia testa. A impedire ai desideri di farsi male. Quanti cieli sarei in grado di vedere in questa stanza stamattina!

L’odore del tempo. L’ho lasciato decantare per arricchire i secondi e oggi somiglia a quello del vino buono.

Mi dissetavo di attimi. Mi ubriacavo di tempo. Di momenti trascorsi insieme. Oggi invece serve una formula a sostegno di questi numeri fatti di parole ed emozioni non lineari.

Quando ho riaperto gli occhi la ragione ha guardato il destino e mi ha poggiato una mano sulla spalla. Poi mi ha interrogato con occhi salmastri, pieni di nostalgie che non saprei descrivere.

“Non so.” Mi ha detto. “Lo scrittore sei tu e solo tu puoi inventarti un finale. Stavolta però fai in modo che sia credibile.”

Quando ho riaperto gli occhi non ero più solo. La radio era accesa. Il caffè già sul fuoco. Milioni di altre vite intorno. Altri luoghi. Altre emozioni. Ma sempre la stessa luna.


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