Archive for maggio 2015

L’ultimo punto

23 maggio 2015

– Allora, come sta?
Bene, abbastanza bene.
– E mi dica, ha ripreso a scrivere?
Lo faccio, quando posso.
– Dovrebbe farlo più spesso.
Sì, lo so. Ma è una questione di tempo.
– Non penso. Io credo che c’entri il coraggio.
Mi sta per caso dando del codardo? Se è già iniziata la seduta magari mi sdraio.
– Non mi permetterei mai. Però si metta a suo agio e provi a raccontarmi il “perché” scrive.

Perché mi libera dall’ansia, ma al contrario di tutte le altre possibili dipendenze, non fa male. Perché dopo sto meglio. Perché mi rallenta il battito del cuore. Perché è la solitudine a cui aspiro, l’isola in cui mi rifugio, la distanza che metto tra me e gli universi che mi girano intorno.

In verità scrivo senza sapere davvero il perché. O forse mi illudo anche di saperlo e mi investo di false consapevolezze che non so controllare. Come non controllo mai la punteggiatura, l’ortografia e tutte quelle parentesi in cui ogni tanto mi rinchiudo.

Scrivo perché altrimenti dovrei accontentarmi soltanto di leggere e respirare. E non so se saprei farlo. Scrivo perché in ogni parola c’è un pensiero da far risorgere. Scrivo perché mi tiene lontano dalla parte peggiore di me. Scrivo perché nelle parole trovo sempre un significato anche quando non c’è una soluzione.

Scrivo perché ho la presunzione che ci sia sempre un qualcosa che vada la pena raccontare. E non riesco a smettere, perché in fondo non ho mai saputo mettere l’ultimo punto.

Smettere

22 maggio 2015

A tutti i viaggi che avrei potuto fare. Alle cose mi sarei divertito a cucinare. Ai bronci che avrei improvvisato solo per chiedere scusa. Agli universi di quegli sguardi in cui mi sarei potuto perdere. Alle sorprese che mi sarei potuto inventare. A tutti quei luoghi e alle persone che avrebbero potuto arredare la mia storia.

Pensavo a questo stamattina mentre improvvisavo uno scatto bruciante per non perdere il solito treno.
Alle parole sussurate e alle pagine bianche che non sempre comunicano quello che dovrebbero. Alla voglia che ho di scrivermi addosso. Al caffè che ho dimenticato di pagare stamattina e alla faccia che farà il Padre Eterno quando me lo rinfaccerà negandomi il paradiso.

Vuoi domandarmi cose?
Sì, ho ancora il vizio di spostare il peso su una gamba e tenere l’altra in punta di piedi e sì, mi accarezzo il mento quando non capisco. Dormo sempre con i boxer e una t-shirt. Si, vado a Vegas per non pensare.
No, non ho mai riso di te.
No, non c’era nessuno stanotte.
Ho smesso di mentirmi. E “smettere” è comunque un bel verbo per “iniziare” una giornata con ironia.

Mi piacerebbe smettere di non farmi la barba. Smettere di svegliarmi in piena notte per guardare l’ora. Smettere di sognarmi a pranzo una scodella di amatriciana. Smettere di contare sulla punta delle dita di una mano le persone che ti invitano a bere una birretta solo per sapere come stai. Smettere di scrivere senza preoccuparmi di come apparirò dopo averlo fatto.

Siamo alla fine di maggio e c’è qualcosa che vorrei ancora dirti. Che le foglie cadono lontano quando soffia il vento. Che non si sente il rumore del mare nelle conchiglie. Che la vita è tutto quello che gli occhi vedono e le illusioni tutto ciò che si rifiutano di vedere. E non è solo una questione di luce e prospettive, ma anche di volontà.

Mi piacerebbe una relazione leggera. Qualcosa che non mi metta più alla prova. Un antidoto ai sentimenti forti, alla scienza esatta, a quel cerchio alla testa che non si chiude e a tutte le devastazioni create dalle aspettative di un qualcosa che non arriva mai.

In fondo non siamo altro che una notte stellata, un prato di girasoli, un campo di grano da attraversare camminando nel mezzo in pieno giorno, con lo sguardo sognante e il palmo delle mani rivolto all’ingiù.
Ecco. Vorrei solo concentrarmi su questo smettendo di farlo in modo distratto.

Felice sulla Tiburtina

21 maggio 2015

La competitività non è mai stata alla base delle cose che scrivo. Ma se ogni pagina fosse una gara sarebbero sempre le stesse parole a vincere. Gli stessi pensieri. Gli stessi desideri. Come nel calcio dove a festeggiare sono sempre le stesse squadre.

Credo che come a un bambino non si possa negare di sentirsi per un’ora la reincarnazione di George Best, a un sedicente blogger debba essere consentito di fingersi ogni tanto un improbabile Charles Bukowski.
Magari ci vorrebbero un pensiero inconsueto, una penna, qualche sigaretta e due bottiglie di Jack Daniels in più. Poi il gioco è fatto.

Qualcuno ha detto che sono le eccellenze e gli eccessi a elevarci al di sopra della nostra vita imperfetta.
Sarà stato un uomo malinconico a scriverlo. Magari un mezzo depravato, un pigro, un lussurioso, un sentimentale disperato, un sarcastico imbecille, un emerito stronzo. O semplicemente un insensibile, un dissacrante invidioso, uno di quegli psicopatici da analisi falso e rancoroso che frequentano i social network.

Sono stanco delle insignificanze che la mattina si presentano più rumorose di certe risposte gridate. Certezze che non interessano a nessuno.
Vorrei saltare il grosso della storia e sbirciare l’ultima pagina. Vorrei scoprire se davvero il maggiordomo è l’assassino. Invece è tutto così calmo, qui intorno. La primavera sembra essersi presa qualche turno di riposo e mi ha lasciato circondato da pensieri e bersagli.

Lanciare gli oggetti non è mai stato un problema, ma di centrare il bersaglio non mi è riuscito spesso.
Essere incapaci è ben altra cosa rispetto ad essere imperfetti.
Eccoli. I miei esercizi mattutini di scrittura per imparare a essere un uomo qualsiasi.
Vivo in una stanza d’hotel e quando rientro nessuno mi sente arrivare, poi comincio a scrivere e alla fine finisco col ripetermi.
Logorroico come tutte quelle vecchie barzellette che cominciano con “Dottore, dottore!”

Forse ho solo paura di cosa potrebbe rimanere di me se smettessi di farlo.
Le contraddizioni si accatastano di continuo nella mia testa e non vederle sta diventando più un esercizio di fantasia che una semplice distrazione. Un giorno dalla folla si farà avanti un uomo con un vestito rosso, baffi e barba bianca, che puntando il dito mi griderà: “A chi vuoi che importi che tu sia buono o cattivo, tanto Babbo Natale non esiste. Io mi chiamo Felice e lavoro sottopagato in un call center sulla Tiburtina.”

Emisferi

20 maggio 2015

Ho letto i messaggi senza rispondere a nessuno. Ho cambiato la foto del profilo su whatsapp. Ho eliminato Telegram. Ho disattivato le notifiche di Instagram. Ho dimenticato la password di Twitter. Non ho ricevuto complimenti, nè cioccolatini, nè fiori. Ho cancellato due pagine della mia vita e tre capitoli del mio libro.
Vado al contrario. Due passi avanti, uno di lato, tre indietro. Hop! Nemmeno giocando a campana con il me stesso di 35 anni fa riuscirei a fare di meglio.

Stamattina vago su Facebook come un entità dei film di Joe Dante. Appaio. Scompaio. Qualcuno forse mi guarda, ma nessuno che capisca davvero chi o che cosa io sia veramente. Potrei finalmente decidermi ad avere una vita tutta mia, senza condividerla con nessuno. Arredare il mio tempo libero rivalutando quel ruolo di amante tanto caro alle collezioni di Harmony. Oppure potrei violentare uno di quei divani con la penisola, drogarmi di nutella e fiction in tv, o chiudermi in un guscio in terrazza ad ascoltare qualche vecchia canzone dei Cure.

C’è di peggio, ma c’è anche di meglio. Dipende dall’umore e dal modo di guardare le cose. Difficile rimanere in equilibrio tra “essenza” e “apparenza”. “Utile” e “dilettevole”. “Reale” o “virtuale”. Di norma si finisce sempre con il cadere da una parte, o scivolare nell’altra. Allora meglio chiudere gli occhi e affidare i desideri al sonno.

Una volta avevo un blog, si chiamava “emisferi”. L’unica cosa interessante di quel sito erano le foto e il sottotitolo, “le cose accadono”. Già. Le cose accadono anche ora, mentre il mondo nel finestrino scivola all’indietro e il passeggero alla mia destra russa con disarmante disinvoltura. Alla fine di quella frase stava bene anche un punto interrogativo. Le cose accadono? E soprattutto quando, come, a chi e perché?

Sono fatto così. Magari mi piacciono da morire le domande. E non sono del tutto certo sia per colpa delle risposte. C’è vita nell’universo? C’è vita dopo la morte? E se i globuli rossi sapessero parlare mi direbbero qualcosa che non so sul livello del mio colesterolo nel sangue?

Io non sono come vorrei essere davanti alle cose che accadono. E forse non mi piace nemmeno quello che vedo accadere. Mi condivido spesso sui social network. Poi mi osservo e non mi capisco. Per questo la mattina scrivo cercando un istante tutto mio. La fantasia è l’unico posto dove non mi piace avere nessuno intorno.

C’è una specie di lato oscuro dentro di me, un luogo dove qualcosa si è rotto e il buonsenso non funziona più. Una cella dove si agitano le illusioni, le storie mai nate, oppure nate, finite o distrutte.

Una volta ho creduto che potesse essere anche per te la stessa cosa. E ho avuto l’ingiustificabile presunzione che ci si potesse riparare reciprocamente. Ho creduto di essere io la persona in grado di aggiustare le tue parti più danneggiate e che tu avresti potuto fare lo stesso con me, saldando tutti i miei frammenti con un sorriso. Sbagliavo.

Ed ora eccomi qui, a incidere parole su un blog. Sono io. L’uomo che scrive cose che non sa comprendere. Che scrive senza dire. Che dice senza fare. E quando decide di fare ogni tanto sbaglia come tutti gli altri.
Dovrò imparare a nascondermi meglio, perché gli errori mi vengono a cercare e alla fine mi trovano sempre.

Parole inutili

19 maggio 2015

La ragazza si voltò per guardarlo negli occhi ancora una volta. Poi lo vide scomparire nel quadrante di un altro dei suoi universi.
In mano aveva ancora un biglietto del cinema piegato a metà.

Quando lo aprì vide solo lettere di colore grigio. Ogni lettera aveva una sfumatura diversa e lei si sentì in disaccordo con tutte, ma non disse nulla. Coprì con la sua mano la luce e per un istante le sembrarono curiosamente uguali.

Poi desiderò che tutto si fosse esaurito così, che i pensieri fossero migrati via. Invece le parole se ne stavano ancora stese ad asciugare sul filo dei ricordi che univa il tempo alle distanze.

Allora provò a immaginare il vento soffiare forte su quelle lettere e strapparle via.
Ma le venne in mente solo il suono di un colpo di martello. Uno di quelli che si danno al monoblocco di un vagone fermo alla stazione. Lo stesso rumore che hanno le scelte difficili, quelle che non vorresti prendere mai.

Il desiderio stamattina è una piscina vuota da riempire usando un cucchiaio e centinaia di pagine inutili da misurare in vasche. Forse ci so fare con le parole, ma andrei molto meglio usando le labbra e le mani.

Da riviverlo ancora

18 maggio 2015

Il tempo passa e lo sento quasi irridere il mio senso estetico. Stamattina perdo il controllo di ogni dettaglio. Delle rughe sempre più visibili intorno agli occhi, dei movimenti del cielo e delle prospettive impossibili. Quelle che non vedi quando sei a contatto con la parte silenziosa delle cose. Troppa luce, in questo bagno. A volte la luce ha una grazia impietosa.

Non ho la cultura sufficiente per capire come funzionano in fisica tempo e luce. Non ce l’ho io. Non ce l’avevano Leonardo, Beethoven e nemmeno Eduard Munch. Per dirne tre a caso.
Chissà che cosa sarebbe cambiato nelle loro opere se davvero avessero avuto nozioni di fisica quantistica.
Scrivere, dipingere, comporre è un po’ come creare mondi e i mondi migliori sono quelli che rendono altri mondi possibili.

Ieri ho rivisto Interstellar con mia madre. Un capolavoro di film. Alla fine tra sguardi spiazzati e spiazzanti, emozionata e smossa mi ha detto: “Davvero bello, ma io non l’ho capito! Hai fame? Ti preparo qualcosa?”
L’ho guardata. Poi mi sono avvicinato e l’ho abbracciata forte. Senza un apparente motivo.

Magari non c’è bisogno di capirle per vedere la bellezza delle cose. Forse qui ho sempre sbagliato. Ostinandomi a cercare e assegnare sempre un significato.
Non riesco a non pensarci. Oltre due ore di proiezione, 5 secondi di domande e si è accesa una luce su tutto il decennio successivo. Da non credere. Da non capire. Da riviverlo più volte ancora.

Silente assente

17 maggio 2015

Non credo che in una esistenza emozionante ci sia spazio per la normalità, non in questa vita almeno. Nella prossima ancora non so, non ho ancora contrattualizzato niente. Però avrei tanto da aggiungere.

Non aver nulla da chiedere è probabilmente uno stato a cui non si da la giusta importanza.
Non chiedere. Non dire. Non fare. Sono un preciso atto di volontà. Non avere nulla da aggiungere invece è un qualcosa che ti si aggroviglia nello stomaco e preme sul petto togliendo il fiato.

A volte mi sento un gattone curioso che guarda il mondo a distanza di sicurezza, immaginandolo pieno di pesci rossi. Una distanza tale da contenere decine di paesaggi diversi, migliaia di altre persone, centinaia di promesse saettanti, molteplici possibilità e sporadici momenti di vita in comune. Questo anche i gatti randagi lo sanno.

Ieri sera sono stato in un locale che conosci e ho mangiato benissimo. Poi ho tagliato con i passi il centro di Roma da parte a parte. Sono rimasto qualche minuto a guardare il Pantheon, la statua di Pasquino, e mi sono fermato di fronte alla vetrina di un negozio aperto anche di notte.

C’erano cose usate. Alcune bizzarre. Di quelle che magari porti a casa credendole uniche e dopo un po’ ti accorgi che occupano solo spazio. Un po’ come le persone.
Ho osservato, ma non sono entrato. Forse ci passerai davanti anche tu un giorno. Magari con gli occhi che guardano in alto. Chissà.

Stamattina vorrei rivedere le mie strategie, stravolgere i piani, invadere i territori del tuo cuore con quattro carrarmatini e diventare magari il padrone di un piccolo seminterrato.
Mi sento un reo confesso. Di crimini contro la razionalità, di truffe aggravate al senso comune, di associazioni a delinquere di stampo amoroso, concorso in sensi di colpa e resistenza al pubblico buonsenso. Ebbene si. Sono colpevole, vostro Onore.

Recito farfugliando la mia commedia dell’assurdo come farebbe uno studente di quinta elementare. L’esistenza è proprio come quel teatrino dalle marionette che da piccolo mettevano paura. E io vado a braccio, senza guardare il copione.

Ho iniziato anche a rileggere Bukowski. Credo ci perderò la testa. Ho anche ricominciato a scrivere.
La scrittura non mi salverà certo la vita, ma è una masturbazione necessaria, deliziosa. Allenta il mio senso di responsabilità. Rivela orizzonti e gusci dondolanti in cui infilare disordinatamente filosofia spicciola e il mio orgoglioso dichiararmi ignorante.

Facebook sta diventando troppo noioso. Instagram invece è una sfilata di pressappochismi. Ma non è poi così diverso dal bere un caffè macchiato in un bar del centro di Roma il sabato sera.
Osservo la gente esternare superficialità e prendo appunti. Prima o poi sarà necessario mollare Bukowski come profeta di un certo modo di vivere e adottare qualcosa di meno edificante.

Camminando ho anche inciampato in un ricordo e ripensato a tua madre. Al peso leggero della sua testa sulla mia spalla. Al calore della sua mano. A come si lasciava abbracciare una sera ritornando a casa. Io ho sempre creduto nella possibilità di una vita dopo la morte, ma non sono mai stato convinto di quanta ce ne sia anche prima. Nutro forti dubbi su quantità e qualità.

Forse dovrei smetterla di scriverti, di pontificare, di dire la mia, di essere così spietatamente libero. E “spietatamente” qui ci sta benissimo.
Dovrei limitarmi a fare l’amore come un animale con la prima ragazza che incontro. Senza razionalità. Seguire l’istinto e rinunciare a dominarmi.

Controllarsi è una schiavitù imposta, perdonarsi è solo per i coraggiosi, forse solo rimpiangere è da veri esseri umani imperfetti.
E adesso? Forse mi va di bere ancora qualcosa, dopo mi addormento. Magari è il momento giusto per scrivere e rileggere. Oppure per rimanere in silenzio, rilassato, per bere e sputare via l’anima. Sempre che c’è ne sia ancora una. Mi andrebbe di farlo su una terrazza. Qui. Adesso.

Sto pensando a un finale possibile. Vorrei trovare una conclusione che sia un lieto fine. Una soluzione che quadri eppure lasci aperta la possibilità di un’interpretazione, di una commistione tra lettura e scrittura.
Mi sento contaminato di desideri. Contaminare é un verbo attraente. C’è dentro la chimica dei corpi, la fisica delle sensazioni e tutta la mia indecente filosofia.

Forse ho davvero voglia di confrontarmi con quel demone che parla solo attraverso il sudore.
Ecco. Ho scritto un’altra pagina del libro e ora la strappo come ho fatto con tutte le altre. Ho fallito di nuovo, quel tanto che basta e rimango deluso anche dall’entusiasmo.

Le via d’uscita possibili somigliano a entrate di sicurezza e hanno tutte il tuo nome.
Porto ancora addosso il segno di questa notte, un taglio di luna crescente sul cuore e un verbo inciso a fuoco nell’angusto spazio della mia mente.
Il verbo è amare. Prima persona singolare, presente. O forse assente.
Non lo so. Comunque sta qui, silenzioso,  tra le parole che hanno smesso di fare rumore.

Quelli come me

16 maggio 2015

Quelli come me, per sopportare certe frustrazioni, hanno bisogno di allontanarsi ogni tanto e lasciarsi tutto alle spalle, anche se stessi.

Stamattina custodisco pensieri affilati e idee oltremodo vaghe. Ho in testa mille parole e vorrei trovarne almeno una giusta da scrivere, ma proprio non riesco.
Cerco la poesia nella foto di un tronco, nel cinguettio di un merlo, nel rumore provocato da una vecchia scatola trascinata per gioco dal mio cane.

Quelli come me pensano che il modo migliore per dimenticare, qualcosa o qualcuno, sia gettarsi a capofitto su un progetto in cui investire tutte le proprie energie.
Esplodere per non implodere dentro, come tutte quelle persone che hanno paura, anche di se stessi.
Quelle senza sufficienti interessi o distrazioni. Uomini e donne incompleti. Abbandonati o dimenticati, che decidono di scappare solo seguendo il perimetro che delimita le prioprie prigioni mentali. Quando dentro o fuori non fa più differenza.
Ogni sentimento che tentiamo di soffocare ci intossica. Che si tratti di amore o rabbia poco importa. Anche Oscar Wilde sosteneva che l’unico modo di liberarsi di una emozione forte è cederle. Resistere è oltremodo frustrante.

Quelli come me non hanno paura di cambiare spesso direzione. Forse per fuggire dalla responsabilità di scegliere la direzione giusta in cui andare.
Poi però si torna sempre indietro. Tutti tornano indietro. Perché “da dove vieni” alla fine è il posto più sicuro che c’è.

Oggi ho un devastante bisogno di consumare la mia energia, di stremarmi. Anche se il rischio è quello di colmare le mancanze con altre mancanze. Di svuotare bicchieri pieni e riempire spazi vuoti con nuove frustrazioni che non mi appartengono.

Quelli come me hanno un solo cuore. Non come gli altri che pare ne sfoggino uno per ogni occasione.
L’amore convince l’essere umano a fare cose assurde. È la paura di sentirsi dire “addio” che ti spinge ogni giorno a volerlo gridare per primo. Per vincere cosa, non si sa.
Poi subito ti domandi come stai.
E ti rispondi pure. “Male cazzo!”
Come dovrei sentirmi a fare qualcosa che mi allontana per sempre da ciò che amo?
Magari passerà. Non oggi però.

Quelli come me tentano sempre di restare a galla ormeggiati a contraddizioni frastagliate, a sensazioni irrazionali e pensieri insensati. Testano, analizzano, pazientano, aspettano, tengono in vita le proprie speranze nutrendole di piccoli gesti e insignificanti emozioni infantili.

Quelli come me sono degli inguaribili romantici e anche degli eterni indecisi. Sempre in bilico tra quello che vorrebbero esprimere e ciò che invece non avranno la possibilità o il permesso di esprimere mai.

Il profumo del cuore

15 maggio 2015

Un giorno non molto lontano tutte quelle parole che non ho il coraggio di scrivere forse verranno a portarmi mia.
A questo pensavo stamattina mangiando un cornetto e concentrandomi sulle gocce di cioccolato.

Ti ho vista al primo morso. Avevi gli occhi di un panda. Alzavi il sopracciglio. Ti giravi le dita nella mano e nascondevi l’universo nella tua borsa, mordendoti il labbro inferiore.

Oggi non sono altro che migliaia di puntini. Vorrei che mi risolvessi. Vorrei trovarmi subito a pagina quarantasei confuso tra le soluzioni. Vorrei tirare una linea dritta che li unisca tutti. Orbitare a modo mio intorno a un punto fisso. Con i miei tempi. In barba a Keplero e alle sue leggi.

Vorrei perdere il contatto con la terra, per partire e pensare “stavolta ce la faccio a raggiungere quella stella, quella nascosta dietro la cintura di asteroidi”.

Stamattina il cornetto ha il sapore dolciastro di quando ero un bambino e il retrogusto intenso della tua pelle che somiglia al profumo del cuore. Un posto lontano, nel mio spazio profondissimo. Laddove finiscono i sogni come relitti di astronavi dimenticate.

Sono ancora qui

14 maggio 2015

Il mio amico ha ordinato un cappuccino e addenta una ciambella. Mi indica una persona in calzoncini che passa correndo e ironizza sul fatto che mantenere il peso sta diventando davvero difficile. Figuriamoci perderlo, penso io. Per me solo spremuta e caffè. Grazie.

Mi parla di tante cose. È un concentrato di simpatia e voglia di vivere. Alle mie spalle si siede una ragazza con i capelli lunghi accompagnata da un signore di mezza età. Lei somiglia a una donna che su di me ha avuto in passato un potere bloccante e il pensiero mi paralizza ancora adesso.

Mi viene in mente che potrei creare un’applicazione iphone per persone che hanno voglia di non incontrarsi più. Il mio amico sorride e dice che potrebbe funzionare. Immaginare tutta questa gente insoddisfatta che interagisce in modo casuale, disperato e urgente. Che si cerca ma non si vuole mai davvero. Che si complica la vita per non avere una vita a cui non pensare.

Un click sullo schermo di uno smartphone per cancellare ogni interazione sociale. Ogni riferimento. Tutto scompare e ci si perde ancora nella propria esistenza senza sprecare tempo. Sarebbe un mondo migliore forse, solo un po’ più pragmatico e reale.

Il mio amico mi guarda e cerca nei miei occhi le incertezze che sento dentro. Quando la mia ironia diventa sarcasmo dietro c’è sempre una storia che non voglio raccontare. Spero che non la trovi. Non mi va di parlare di me e dei miei errori. Non stamattina almeno. È una bella giornata e io adoro questo bar.

Intanto ha finito la ciambella. Ora dice che trova questa applicazione poco poetica. Io lo ascolto, intanto mi guardo intorno. Le persone siedono ai tavoli interpretando vite. Consulenti. Impiegati. Pensionati. C’è chi è qui per lavoro, ma anche tante coppie clandestine. Più o meno tutti con un cellulare in mano.

In fondo non siamo altro che naufraghi. Navighiamo attraverso la vita e la rete cercando una qualche terra ferma nelle relazioni nuove, nel lavoro, nelle emozioni rapide e brucianti. Le emozioni forti sembrano l’unico approdo di certe solitudini. È un declino lento e spietato dei sentimenti. Della mia idea di amore. Uno schiaffo sul viso per sentirsi vivi.

In fondo cerchiamo solo qualcuno che ci ammiri, che ci desideri, che ci osservi e che ci restituisca almeno in parte le nostre attenzioni. Assuefatti all’apparenza. Vincolati al surrogato di una felicità virtuale. Confiniamo ogni definizione di amore in un’isoletta virtuale e irraggiungibile.
Questi adolescenti invecchiati siamo noi. È un’istantanea del nostro tempo. Non abbiamo alcuna applicazione nel cellulare, ma ne collezioniamo moltissime nella mente.

La bouganvillea di Palombini è cresciuta tantissimo. I prati dell’eur stamattina sono di un verde vivo che si accende alla luce del sole. Lo stesso sole che mi tiene in ostaggio, ancorato a questo tavolo di fronte alla mia spremuta e ai discorsi del mio amico. Sento un istante di luce. L’amore ha i suoi tempi, i suoi silenzi, le sue crudeltà e la sua purezza. L’amore non è altro che un cuore a rischio d’infarto.

Non penso più niente. Bevo la mia spremuta. Il mio cuore batte forte per una donna incantevole eppure sono ancora vivo. Sono sempre qui.

Chinaski Ha Visto Tutto

13 maggio 2015

Nel cortile di quella scuola c’erano due bimbi che giocavano a trattare male una bambina. Le tiravano i capelli, le bloccavano la strada, le ridevano in faccia. Intanto la vita scorreva disponendosi con ordinata casualità intorno a loro.

Il tempo decreta spesso la fine del gioco e ruba il profilo ai ricordi. All’odore delle cose buone nella cucina. Alla ringhiera del balcone e al pavimento verde. Alla porta scorrevole aperta e alle tende bianche logorate dal candeggio sbagliato.

Al loro oscillare leggero che accompagnava il vento di primavera. Alle gocce di condensa sul pavimento. All’aria calda del mattino che arrivava dal mare. Ai tetti dei palazzi. Ai balconi. Alle antenne. Alle lenzuola stese usando cento mollette diverse. Al campanile di una chiesa ascoltata in lontananza.

A un corridoio barocco e silenzioso che immaginavo aprirsi verso il mare. A quel castello aggrappato alla montagna. Alla pace rassicurante delle piccole cose, alle fotografie nelle cornici sui mobili del salone, alla granita di limone e agli abbracci. Quelli da dietro. Quelli che non ti aspetti e che a volte ti riempiono la vita.

Intanto oggi a Roma un caffè tossisce le sue verità e un uomo gioca a fare lo scrittore. Ad unire i puntini senza curarsi di seguire uno schema. Sono ricordi consumati e raccolti un po’ a caso.

Vivere è un po’ come camminare specchiandosi sui vetri delle auto in sosta lungo un marciapiede. Ogni finestrino è un istante che passa. E che si tratti di una Ferrari, oppure di una Panda, conta poco. In ogni riquadro c’è comunque il volto di un bambino che cambia. Un viso diverso. Una storia da scrivere. Un personaggio da vivere.

Se solo parlassi per la metà delle cose che scrivo sarei il surrogato di una bella persona. Ma spesso mi trovo solo sul palcoscenico a guardare il pubblico senza nemmeno ricordare le battute.
Forse la fantasia è un posto dove essere felici è già successo a qualcuno. Basterebbe chiedere.

Stamattina vorrei essere liberato dai condizionali e invece tutto si riduce al mio solito elenco.
Vorrei contrarre un sentimento epidemico. Vorrei per chi amo il migliore dei mondi possibili. Vorrei incontrare Bukowski al baretto sotto casa.

Vorrei trasformare la rabbia in un piacere fatto di sesso consumato. Vorrei convincere Chopin a comporre un notturno che mi faccia davvero compagnia. Suggerire a Leonardo di dipingerla ancora, riconsiderando il profilo del suo seno. Vorrei scoprire con Galileo costellazioni nuove e tenerle al riparo da ogni impossibile infelicità.

Vorrei un nome da gridare. Una storia da vivere. Un uomo migliore di cui farti innamorare e un cielo che non fa più paura. Vorrei accarezzare tue gambe. Addormentarmi sui tuoi fianchi. Partire per una missione e attraversare quell’universo che separa la testa e il cuore.

Vorrei perdermi nel detto e ritrovarmi nel contraddetto. Vorrei uno scambio deciso di emozioni. Quel silenzioso corrispondersi intriso di sospiri e saliva che occupa abusivamente ogni mio pensiero.

Stanotte ho arrotolato i miei sogni come la mappa di un tesoro.
Ho riempito le mie notti caricandole di responsabilità e sono partito in cerca di ogni possibile significato. Ho rimproverato il destino che sorseggiava un caffè nascosto dietro al suo giornale. Poi quando ogni cosa è diventata silenzio, mi sono finalmente dannato.

Ho ucciso tutti i miei sospiri e sono rimasto li fermo, sfinito, a pensare a chi era Chinaski e a guardarmi sanguinare le mani.

Il coraggio di scriverlo

11 maggio 2015

Quando certi pensieri se ne vanno, nemmeno mi accorgo di quello che portano via.
A volte le smorfie che si disegnano sul tuo viso quando ignori che ti stia osservando.
A volte l’espressione che assumi quando camminando sei costretta a fermarti per quel maledetto dolore alla schiena.
A volte il ritmo delle tue gambe che ogni tanto agiti nervosamente. O quel sopracciglio che si alza senza preavviso.

Stamattina non mi conosco affatto. Non so ancora quale sia il peggio di me e in che cosa mi stia lentamente trasformando.
Non so chi di noi due stia diventando e cosa.
Non so se sto cercando o aspettando di essere trovato.
Non so cosa siano l’amore, l’affetto, la riconoscenza e cosa sia l’abitudine.
Non mi conosco più abbastanza, ma so per certo che non mi basto.

Ho lastricato le mie scelte giuste con i frammenti di tutte le idiozie perpetrate negli anni e ne è uscito un mosaico inquietante e bellissimo.
Porto a braccetto il coraggio di rischiare. La paura di restare deluso e la consapevolezza che i sogni siano più importanti dei ricordi.
In fondo spio solo me stesso attraverso una siepe fatta di sorrisi e giornate storte.

Del resto non importa.
Non m’importa di conoscermi alla perfezione. Di accettarmi o giudicarmi. Di farlo o lasciare che a farlo siano gli altri.
Non m’importa di sapere se Bukowski avesse o meno ragione scrivendo che si può amare chiunque più di se stessi.
Non m’importa che Bono cantasse “con o senza di te” credendoci veramente.
Non m’importa che qualcuno si riveda o meno in quello che scrivo.
Non m’interessa nulla.

Io voglio solo continuare ad avere il coraggio di scriverlo.

Il tempo giusto

9 maggio 2015

Il tempo è un nemico leale.
Scorre inesorabile, ma in cambio cede la confortante possibilità di prospettive più ampie.
Quanto veramente tieni a qualcuno, o a qualcosa, non lo puoi sapere all’inizio. Lo saprai solo alla fine, quando sarà trascorso il tempo giusto.

Certi viaggi

8 maggio 2015

Certi viaggi nascono così. Sali sul treno appeso ai condizionali. Oggi vorrei. Magari potrei. Stavolta dovrei.

Chissà se in questo vagone c’è un po’ di spazio per la mia insofferenza o se mi faranno pagare il supplemento.

Il controllore mi ha fatto lo sguardo da finanziere. Forse ha già perquisito le mie incertezze. “È tutto a posto?”, ha domandato.
“Non lo so, è tutto a posto?”, ho risposto.

In me non c’è mai stato niente di così importante da guardare. Eppure trovo sempre qualcuno disposto a osservare tutto.

Domani è un altro giorno

7 maggio 2015

Stanotte vorrei che fossi qui. A sciogliere le mie timidezze. A scegliere i miei sorrisi migliori. Lo so, certe volte sono un disastro con le frasi a effetto. Ma stanotte vorrei scegliessi me e il profumo dei miei pensieri. Dei miei desideri più intimi.

Che scegliessi il rumore ovattato dei battiti del mio cuore. Le mie insicurezze e le mie mani. Quelle che sanno sempre dove fermarsi e che cosa accarezzare. E i miei occhi, capaci di guardare ovunque senza mai perdersi il bello che sei.

Non ti ho mai scritto che sei perfetta. Certo, forse potresti esserlo per me, ma che cosa vuol dire “perfetta”. Che cosa importa “perfetta”.
Pigrotta. Pignola. Insicura. Dispettosa. A volte ti nascondi dietro le intransigenze di una persona fragile che vuole sembrare forte. Pronta sempre a difendersi e a mordere, anche quando non sarebbe necessario.
Ma c’è sempre una luce in ogni prospettiva del tuo sorriso. Anche nel sarcasmo più marcato, e questa cosa supera ogni tuo piccolo o grande difetto.

Insomma ho impiegato dei mesi, ma posso dire che per una buona parte io ti conosca e che per l’altra ti intuisca almeno un pochino.
Sei una prepotente supposizione, una somma di emozioni, ma anche una sottrazione di significati. Perché quando non ci sei, il mio universo si trasforma in un posto in disordine. Eppure poi basta un soffio del tuo sguardo per rimettere tutto a posto.

Sei la punteggiatura in ogni cosa che scrivo. E non puoi mancare, perché senza te ogni parola, ogni pensiero, si allungano all’infinito. E ogni attimo della mia vita perde il suo significato originale.

Forse ho capito a cosa serve la notte. A dormire certo, ma anche a ritrovare un senso. A percepire quale sia la strada da prendere perché di giorno vai avanti pensando, girando, accelerando, sbandando, imboccando vicoli a caso e strade che non portano da nessuna parte.

È un continuo cercare di perdersi per ritrovarsi. È il fascino della voglia di ricominciare sempre e tutto daccapo.
Ma il contachilometri avanza e non c’é un modo di fermarlo senza fermarsi anche noi.
Ma chi ci pensa. Chi lo guarda mai un contachilometri. Io al massimo mi soffermo sulla spia della riserva sempre accesa.

Ci sono notti in cui torno a casa da una serata con gli amici, da una parentesi galante o una passeggiata da solo e vedo la mia esistenza scorrere lenta. Allora prendo il mio iphone e mi metto a scrivere. Forse scrivere è l’unico modo che conosco per ripulirmi la coscienza. Così, all’improvviso è come se sapessi esattamente di cosa abbia bisogno e in quei momenti mi faccio paura.

Divento lucido e razionale.
Vedo distintamente l’orizzonte e il sottile confine che separa ciò che è giusto, da ciò che invece non lo è.
Come Goffredo. Il personaggio del mio libro. Un professore perfetto che della vita ha già tutte le risposte pronte e che si impegna di trasmetterle agli altri.

Mi piace pensare che ogni tanto i tuoi silenzi s’incrociano con i miei. Come per esempio adesso che forse mi stai leggendo.
Mi viene in mente quel famosissimo film di Victor Fleming dove lei è ferma a guardare la notte e lui si chiede se ha fatto bene a lasciarla andare.

A volte mi chiedo dove finiscano questi pensieri.
Siamo i nostri paradossi in fondo.
Amiamo la pioggia, ma abbiamo paura di bagnarci. Ci piace il sole, ma temiamo di scottarci. Cerchiamo quella nebbia in grado di nascondere i nostri difetti, ma poi la fuggiamo per il timore di perderci all’interno di essa.

Vogliamo essere felici, però non sappiamo innamorarci. Spieghiamo le vele sempre nella direzione da cui non arriva il vento. E poi imprechiamo che non è il vento giusto.
Tendiamo la mano al buio solo per non farci trovare, quando basterebbe accendere un fiammifero e sussurrare “guardami, sono qui”.

Ci sono notti insonni che non hanno nè un’inizio, nè una fine. Durano fino al mattino e si confondono con il giorno che è bravo a mimetizzare tutto, anche i nostri ricordi.

Stamattina sono fermo a leggere e riascoltare le mie parole. La chiamano malinconia, ma forse è solo paura che non ci sia un domani migliore. “Ma in fondo. Domani è un altro giorno.”


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