Archive for dicembre 2018

#caro albero

25 dicembre 2018

Caro albero, si comincia così no? Quando si scrive una lettera a qualcuno. Anche se davvero non so quanto tu sia “caro”, o meno. Quindi tiro a indovinarlo.

È divertente però. È quasi come scrivere una lettera a Babbo Natale. Oddio, sto divagando. Sto cercando di prendere tempo. È evidente. E accade sempre quando qualcuno ha qualcosa da nascondere.

Magari voglio sottrarmi al tuo giudizio e celarmi dentro le parole. Come fa chi è troppo timido per poter essere sintetico, o chi è troppo agitato per poter essere conciso e concreto.

Mi parlo addosso. Cerco di prenderti per stanchezza e rivelarti solo sul finire della nostra conversazione un confortante frammento di verità.

Stasera mi sarebbe piaciuto esserti più vicino. Come gli inverni passati. Magari parlare ancora. Forse mi avresti anche raccontato la tua storia, quella dei rami. Delle infinite decorazioni. Delle mille lucine a led. E invece me ne sto qui. Tre metri sotto il cielo. In un posto lontano, ma non troppo da impedirmi di guardare la stessa luna.

Da cosa sto cercando di tenermi lontano? Non so. Probabilmente da me. La verità, caro albero, è che a volte sento addosso uno strato di inadeguatezza costante. Qualcosa che impedisce al me stesso che scrive di farlo consapevolmente. Divertente, non trovi?

Non so nemmeno perché ne sto parlando con te. In questi giorni, a dirla tutta, scrivo più usando il passato. I verbi si accalcano, consueti e scontati.

Sono troppo distante dai miei sogni, caro albero. Sono distante anni luce dall’intravedere i miei condizionali, i miei vorrei e tutti i miei potrei. Troppo distante per riuscire a cambiarli in un comodo indicativo presente.

Forse mi manca il coraggio, o forse sono troppo spavaldo per provare paura. In entrambi i casi comunque sono una conseguenza dei miei difetti.

Sai? Ultimamente sposto gli oggetti in cucina. Metto le etichette in fila, tutte rivolte nello stesso verso. Guardo le scadenze e i prezzi al supermercato. Schiaccio le bottiglie di plastica e raccolgo tutto in un contenitore a parte. Mi diverto a cucinare anche solo per me. Invento. Provo. Sbaglio. Mi correggo.

Sbircio i siti di architettura moderna. Guardo vecchi film di Stanley Kubrick. Ascolto musica strana su youtube e cerco di percepirne il senso.

Poi rileggo cose. E scrivo, scrivo tanto. Interagisco con persone nuove. Ce n’è una in particolare che ha il potere di ridisegnarmi il sorriso. Un po’ pazza lo ammetto.

Ma la pazzia spesso ti regala i sorrisi migliori. E li memorizza meglio di quanto farebbe un foglio elettronico. Così mi basta rileggere certe conversazioni per richiamare un minimo di sana allegria e lasciare che il buonumore faccia capolino.

Sai, caro albero, quando ti ho detto che non sapevo il perché avessi gettato al vento tanto tempo nella mia vita? Era una bugia. È il desiderio di proteggere qualcuno che ritieni più importante di te a farti fare le cose a caso.

Ti lascia sprecare i momenti migliori della tua esistenza.

A volte mi sono addirittura illuso di poter cambiare le persone e cauterizzare le perdite di tempo. Ma con cosa poi. E perché ? Forse per esorcizzare la magra consolazione del suo inevitabile scorrere? Il tempo è la misura dell’andirivieni del mondo e porta in se tutto l’inganno che la vita continua a tessere alle nostre spalle.

Che ridicola situazione. Non mi sorprenderebbe un giorno incontrare una qualche deità che se la ride di noi. Nel frattempo, caro albero, bevo un Nespresso blu e controllo la contabilità. Vado rastrellando pensieri come foglie cadute e invento frasi a effetto, in attesa che arrivi il Natale a imbiancare nuovi entusiasmi fuori stagione.

Lo so che il giorno non porta alcun consiglio e che anche alla notte piace farsi i fatti suoi. Ingannevole è la ragione più delle parole. A volte anche più di ogni altra cosa.

Caro albero, ora devo andare. Smetto di scriverti. Ho un appuntamento con la mia coerenza. Non l’ho mai fatta aspettare e non comincerò certo ora.

Prima però vorrei chiederti un favore. Quando sarà il momento di indossare il puntale. Non fare troppo l’esibizionista. Tanto non puoi essere mai più bello di lei quando sorride. Era solo per avvisarti. In grande amicizia intendo.

E non preoccuparti. Comunque vada. Sarà una bellissima giornata.

Un giorno

23 dicembre 2018

Eppure qualche volta ho ancora paura. Forse la soluzione non è cercare la vita più piacevole, ma uscire dalle categorie di piacevole e spiacevole. Sembra una stupidità scritta da chi ha avuto un’esistenza serena, quando in altre latitudini del pianeta si dividono sofferenza e dolore. Eppure è un tipo di approccio normale alla vita.

Se solo riuscissimo a capire che cosa genera certe paure. Quella di non essere amati, quella di non riuscire, quella di fallire e non essere all’altezza. Quella di morire.

Se solo riuscissimo a percepire l’inesistenza di ogni io e di ogni mio non cercheremmo più nulla per essere amati, perché non c’è bisogno di raggiungere o di fare niente al riguardo e niente di quel che possiamo fare può avere il minimo effetto sull’amore.

Non si scrive un libro per essere amati. Non si cerca di avere successo per essere amati. Non si fa una figlia per essere amati. Non si pubblicano mirabolanti storie sui social per essere amati. Non si copre nessuno di regali per essere amati. Non serve nemmeno apparire per essere amati.

Per essere amati, basta amare.

Magari un giorno mi convincerò davvero che sia così e che quel giorno è stato ogni giorno. Fino a quel giorno.

La mia destinazione è il mare

13 dicembre 2018

E così se ne va. Un altro giorno vissuto da spettatore nello stesso universo di ieri. Un altro passaggio veloce tra impercettibili eroismi e una moltitudine di dilettantismi senza eccellenze. Vincitori e vinti. Accusatori e offesi. Derubati e ladri, o ladri che lo sono diventati perché truffati prima.

Tra complicati giochi di coppia. Uomini e donne imbrigliati nel rifulgente replicarsi del solito equivoco. Il “teorema dell’io e del mio”. Quelle spietata illusione di vincere e perdere comunque da soli, mentre si vince e si perde sempre insieme.

Un tempo ricorderò di quando ero soltanto una particella d’acqua. Una molecola vaporizzata di tutto il tempo trascorso a litigare, a replicare e gareggiare prima di tornare semplicemente acqua. Senza perdere nulla. Senza guadagnarci nulla.

Potrei parlare di violenza e di vittime. Potrei citare la fragilità dei vincenti e la durezza dei perdenti. So di essere stato entrambi e insieme a entrambi. Da ambo i lati di quel muro chiamato “verità”.

Quella emersa e quella mai scoperta. Con il dolore pulsante del bugiardo a far da eco alla rabbia del tradito. Storie che viste da fuori non si capisce mai cosa. Magari un giorno mi sorprenderò a scoprire che “giusto” e “sbagliato” sono posizioni equidistanti e che nessuno sta mai soltanto da una parte.

Intanto, come diceva il personaggio di Zobrist nel film “Inferno”, siamo alle 11.59. All’alba di inevitabili catastrofi che ci supereranno. Mentre il mondo si chiederà inebetito il perché si è ritenuto che non fosse sensato intervenire. Allora forse guarderemo con tenerezza tutti i nostri rapporti più intimi. Magari coglieremo il vero senso del volersi bene.

Un giorno guarderemo miliardi di particelle d’acqua schizzare contro gli scogli e ci renderemo conto che la loro vera natura è il mare da cui provengono e a cui fanno sempre ritorno. Ce ne staremo lì seduti e avremo ben chiaro solo quello che possiamo osservare.

La grandezza, la direzione e la dinamica delle gocce non è che un attimo in cui ogni molecola dell’onda sperimenta se stessa. Dieci, cento, milioni di volte, fin quante ne servono a ogni particella d’acqua per risolvere l’equazione ridicola dell’io e del mio.

Oggi sono qui. Goccia in volo. Nella fulgente illusione che mi spinge ad amare e ad odiare sulla base di forme e traiettorie di quest’attimo. Sono nato dall’impatto con lo scoglio e sto rimbalzando da sempre. In cerchi concentrici e convulsi. La mia fede è il tempo. La mia destinazione è il mare.


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