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Ingenuità e dolo

30 settembre 2011


In questi giorni un caso sta interessando gli appassionati di Texas hold’em. La procura di New York ha accusato i fondatori del popolare sito di online gaming Full Tilt Poker di avere truffato i giocatori, dirottando sui propri conti le cauzioni versate dagli utenti, e di aver usato i fondi dei nuovi clienti per alimentare il sistema e ieri l’AGCC (commissione di controllo per il gioco d’azzardo), dopo mesi di rinvii, ha deciso di ritirare definitivamente le licenze alla famosa poker room.

Ho seguito un po’ lo sviluppo della vicenda e mi sono posto qualche domanda. Ma andiamo ad analizzare la cosa partendo dall’unica equazione al momento disponibile. Full Tilt = Truffa.
Cercando su internet il significato della parola “truffa” otteniamo la seguente definizione “reato commesso da chi, per mezzo dell’inganno, induce uno o più soggetti all’errore allo scopo di procurare, per sé o ad altri, un illecito profitto”. Mi viene da pensare.

Evidentemente Howard Lederer, volto noto al pubblico del poker mondiale con il soprannome “The professor”, e Cristopher Ferguson, conosciuto invece come “Jesus”, non dovrebbero aver ritenuto abbastanza appagante limitarsi ad ingannare gli avversari solo al tavolo da gioco e si sarebbero quindi spinti oltre. Ma che senso ci sarebbe nel truffare gli utenti di una poker room capace di generare da sola utili superiori ai 300 milioni di dollari all’anno?
Che senso avrebbe mettere in piedi uno “schema di Ponzi” e cadere nell’illecità quando si aveva a disposizione un prodotto che, numeri alla mano, poteva funzionare come un orologio?
Per capire serve un esempio.

Poniamo il caso che io abbia un hotel, che riesca a vendere tutte le camere ed a incassare le fatture dai tour operator con un anno di anticipo sulla data della reale prestazione del servizio. Avrei a disposizione un flusso di cassa importante da utilizzare ben prima di contabilizzare quei costi che so addirittura di poter ritardare. Poniamo ora il caso che questo accada ogni anno con chirurgica puntualità. Mi renderei conto di poter contare su un flusso di cassa ricorrente sul quale considerare alcune eventuali operazioni.
Potrei programmare un investimento, accumulare fondi ed accrescere le riserve della mia società, ma invece commetto una spietata ingenuità. Decido di liquidarmi degli utili perchè in fondo, sono certo che il flusso di cassa generato nei prossimi anni coprirà l’operazione compensando l’anticipo.
Quello di cui però non terrei conto è l’imponderabilità di un fatto eccezionale, quell’evento inauspicabile che ogni imprenditore in gamba dovrebbe sempre temere. Ed eccolo infatti che arriva. La ASL ad inizio stagione fa un sopralluogo e blocca la licenza dell’hotel per un “motivo X” a cui decido di fare ricorso, ma non ottengo comunque indietro le mie autorizzazioni nemmeno temporaneamente. Quindi tutto si risolve con la impossibilità di dare il servizio, la fine di quel flusso di cassa e la richiesta di rimborso da parte dei clienti per quelle prestazioni già pagate, oltre a danni vari ed il conseguente rischio di fallire. Mi ritrovo così con debiti verso i fornitori, lavori da fare per mettere a norma la struttura, ma la società non ha più liquidità sui conti in quanto si era già provveduto a liquidare anticipatamente i dividendi ai soci e la “frittata” è fatta. Sono inadempiente, ed a meno che non intervenga personalmente con fondi propri, sono destinato al fallimento.

Sicuramente questo sarebbe un classico esempio di “mala gestione” ed evidente “ingenuità imprenditoriale”, ma si può dire che io abbia truffato i miei fornitori? Si può dire che io sia partito con l’intenzione di imbastire una grande truffa? Assolutamente no, ed così che è andata anche con Full Tilt.

Il sistema di Ponzi, tanto reclamizzato dai media, non ha avuto nulla a che vedere con questa storia. Questo genere di truffa, resa famosa da un assicuratore ai primi del 900, è una mera catena di S. Antonio e consiste nel proporre un investimento molto remunerativo per poi pagare gli interessi con gli stessi soldi che si raccolgono successivamente. Ovviamente chi vede che l’investimento ha funzionato attira a sua volta gli amici e così i nuovi arrivati pagheranno con le loro sottoscrizioni gli interessi ai vecchi sottoscrittori. Lo schema va avanti fino a quando non si riesce più ad attirare “carne fresca” nella truffa e collassa nel momento in cui si blocca la raccolta, lasciando gli ultimi investitori senza capitali e senza cedole. Ma è un sistema che non genera utili veri in quanto privo di alcuna operatività imprenditoriale, niente a che vedere quindi con il fatturato generato dal noto marchio di proprietà della Tiltware Lcc.

Queste poche righe spiegano il mio punto di vista nella vicenda Full Tilt Poker. Sia ben chiaro. Non sono qui per sollevare i soci di una della poker room più famose del mondo da tutte le loro pesanti responsabilità, ma per esorcizzare la lunga serie di attacchi che il movimento stesso del poker sta subendo dal giorno in cui sono state revocate le licenze a Full Tilt.
Ci sono più di quattro persone che probabilmente saranno responsabili del fallimento di una macchina quasi perfetta. Avidi, sprovveduti ed ingenui imprenditori, piuttosto che veri e propri truffatori.

Bisogna che ogni appassionato di questo gioco si renda conto che il poker non è stato l’espediente per ingannare il prossimo e che è stato un ramo dell’industria del poker ad aver fallito.
Molto presto uscirà fuori la verità. Nessuna truffa, nessuna catena di sant’Antonio, ma tanta tracotante incompetenza, presunzione, opportunismo ed incapacità da parte dei gestori nel far funzionare quel giocattolo che fino al 2009 aveva prodotto solo centinaia di milioni di dollari di utile.

Quello che alla fine comunque mi domando è quanto denaro, questi personaggi, siano riusciti ad accumulare legalmente negli anni precedenti al “black friday” e come mai, malgrado i tesori accantonati, non abbiano deciso di intervenire personalmente per sanare una situazione che, seppur pesante, poteva a mio avviso essere ripristinata, senza intaccare in maniera definitiva l’immagine degli amministratori e tutti i fondi dei soci accantonati nel tempo a titolo personale. Possibile che abbiano speso proprio tutto?
La mancanza di una risposta a questo quesito ci da il senso della gravità che, almeno dal punto di vista squisitamente umano, ha assunto questa storia.
Come dico sempre io, non bastano i soldi a fare delle persone, degli uomini veri. Sono le decisioni importanti, il rispetto, il buonsenso ed il coraggio di sanare il sanabile, ammettendo di aver sbagliato.


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