Archive for the ‘Alice nel paese delle non meraviglie’ Category

Laddove il tempo 

22 novembre 2017

Alice sapeva di essere osservata. C’era un gatto che si nascondeva sempre dietro quell’albero senza rami. Altre volte invece si confondeva in un universo parallelo. Un posto dove i buoni propositi facevano concorrenza alle foglie in autunno. 

Alice aveva più di un pensiero. Tagliare pomodorini. Soffriggere strisce di pancetta. Grattare pecorino e parmigiano. E poi se ne stava ore ad annusare le pareti della cucina per ottenere un martellante capogiro.

Alice voleva scendere ancora lungo quel sentiero che porta al mare. Sognava di camminare tra gli scogli dopo il tramonto. Passeggiare fino a quando la temperatura fosse stata insopportabile. Arrivare lontano con gli occhi fino ad avere sguardi inutili. Laddove il tempo non avrebbe avuto più nulla da chiedere ai ricordi.

Esistere per forza

13 novembre 2017

Alice è seduta sul divano e mi guarda scrivere. Mi chiedo quanto tutto questo abbia un senso. Stasera sento di non riuscirla a contenere quella mia singolare voglia di guardare oltre una finestra aperta. 

Malgrado sia novembre e non ci sia una temperatura amichevole. Malgrado da quassù non si goda di panorami che nascondono un tramonto lontano.

Tra il lusco e il brusco è bello cogliere il modo in cui i colori cambiano giù in strada. Il giallo dei lampioni che aumenta nel corso delle ore. Le ombre dei passanti che si allungano all’interno dei vicoli.

Alice questa cosa la sa da sempre. Non ne ha mai parlato. Ma è difficile essere una buona amica se non puoi comunicarlo. Soprattutto quando sei solamente un fantasma. 

Io non so se sono un bravo amico, non spetta a me dirlo. Però so di avere imparato a cogliere quei segnali che mi suggeriscono di allontanarmi da certe persone.

Cara Alice, è da qui che ti scrivo. Da questo tavolo in legno realizzato con una porta antica e la punta di un vecchio traliccio elettrico.  

Attraverso una finestra aperta su questo universo così distante dal tuo. In una periferia di pensieri che non ce l’ha fatta a diventare qualcosa di più che un ricordo. 

Stasera la malinconia gira per casa senza avere molto da dire. Senza un mondo da salvare, o sostenere a ogni costo. Tanto le cose che devono succedere, alla fine succedono e basta. 

Come se il semplice fatto di accadere le costringesse a esistere per forza. Anche quando non sono così evidenti. Anche quando non sono così convinte di volerlo fare davvero. 

Alice e David Gale

6 novembre 2017

Alice era ossessionata dai fotogrammi. Come se il tempo fosse in qualche modo addomesticabile. 

Il che, a pensarci bene, è abbastanza scontato quando si scatta una fotografia. Ma Alice aveva la stessa ossessione per tutto. 

Conservava qualsiasi cosa. Scatole, scatolette, scatoloni. Ogni cosa meritava un contenitore e un suo spazio in casa. E quello che non entrava in casa veniva ordinatamente riposto nel grande garage. 

Alice diceva che, dal momento esatto in cui vengono al mondo, il tempo si appoggia sulle cose senza farsi sentire. E in quel momento le cose diventano un ricordo da preservare.

Alice era una specie di Jacques Lacan vestito da governante. E comunque io ne ero spietatamente affascinato. Da quella sua ricerca del fotogramma. Da quel suo modo di disporre le cose con le etichette ben visibili anche in frigorifero. Dal quel suo vivere necessariamente impresso su una pellicola in bianco e nero, piuttosto che a colori. 

Quello che Alice cercava era un antidoto al tempo che passa. Che consuma. Che porta via gli istanti migliori di noi. E forse a un certo punto pensava anche di averlo trovato. Quell’antidoto, intendo. 

Invece il tempo continua a passare. Senza nessun antidoto opponibile. E l’unica cosa che può fare un uomo qualsiasi a contatto col tempo è farsi dimenticare. 

Dover obbligare il tempo stesso a riscoprirti. In un’altra storia. In un’altra città. In un differente universo. In rete c’è un sacco di roba su Jacques Lacan, ma niente spiega meglio il suo pensiero dei due minuti di monologo di Kevin Spacey nel film “La vita di David Gale”. 

Questa pellicola merita. Merita non soltanto perché è una bella storia, molto americana. Merita perché è un racconto sul desiderio. Sul pregiudizio. Sulle scelte. E sull’accettazione delle conseguenze che ogni scelta comporta.

Alice e la palla

4 novembre 2017

Alice pensava che scrivere fosse una cosa seria. Pensava che non bastasse soltanto sentirsi prigionieri della propria vita. O immaginarsi sbronzi a combattere i demoni del passato.

Alice aveva imparato che le parole dentro una testa non finiscono sempre su un foglio.

Aveva imparato che nel momento esatto in cui si decide di scrivere “c’era una volta”, oppure cose del tipo “credo sia arrivato il momento di decidere”, si comincia a sognare. 

E alla fine bisogna rendersi conto che ogni parola, quale essa sia, resta con noi per pochissimo tempo. 

Alice mostrava la serenità insindacabile di un monaco tibetano e l’incoscienza di un bambino. Uno di quelli che parte in quarta per rincorrere il suo pallone finito in mezzo alla strada. 

Alice quel giorno non vide la macchina che giungeva da dietro una curva. E la macchina non vide Alice.  

Ma si trattava soltanto di un sogno. E in quel sogno lei recuperava la palla e tornava di corsa a giocare.

“Io”

10 ottobre 2017

Alice allargò le braccia per consentire al suo ottimismo di girarle intorno. 

Alice era convinta che il centro di ogni universo fosse un pronome personale, ma ignorava quale. Continuava a confondere il verbo sparire con il verbo evaporare.

Alice era terrorizzata dalle storie d’amore. Aveva la certezza che prima o poi si sarebbero rotte e riempite di infiltrazioni.

“Sono solo storie.” Le avevano detto.
 
“Sono solo momenti più lunghi del solito.” Le avevano assicurato.

Esperienze incomplete prive di alcun rigore scenografico.

Un giorno Alice provò a chiudere gli occhi. Tentò di compensare le insinuazioni della realtà, sognando. 

Forse cercava soltanto il ricordo perfetto. Quello che annulla tutte le nostre paure.

Quel giorno si rese conto che si possono cancellare dalla propria vita tutti i pronomi a eccezione di uno. Non si può cancellare la parola, “Io”.

Non finiscono mai

1 ottobre 2017

A volte mi sento come una di quelle macchinette dove qualcuno tenta di infilare 2 euro per provare a ricevere in cambio un inutile pupazzo. Quelle che si trovano all’ingresso dei supermarket. Quadrate. Metalliche. Quelle con il braccio meccanico e soltanto una possibilità di portarlo sulla perpendicolare giusta.

“Lo sai? Leggo ciò che scrivi. Sembri un condannato in attesa della sua punizione.”

“Smettila Alice! Aspetto soltanto!”

“Che cosa? Il momento giusto? La mamma dal cielo?”

“Casomai la manna. E comunque no. Attendo che finiscano le parole.”

Alice sorrise. “Allora ti rivelo un segreto Gianlu. Le parole sono come i pensieri. Non finiscono mai.”

Eravamo solo apparentemente simili io e lei. Ci distinguevano gli universi dove siamo cresciuti. Il tempo impiegato a prendere una qualsiasi decisione. E i centimetri che mancavano a toccare il soffitto con un dito. 

Io salivo sul letto e cominciavo a saltellare. A lei bastava chiudere gli occhi e immaginare di farlo. Ma c’è una differenza profonda tra immaginare di fare qualcosa e le sensazioni generate dall’aver fatto. Se non fai, poi non puoi descriverlo.

Credo che la potenza delle parole sia il risultato dell’equazione: numero di persone che davvero ci crede, fratto il numero di persone che poi decide di citarle in un social network.

Se la vita fosse un tentativo di rapina a mano armata, io sarei la telecamera puntata sul reparto frutteria. Quella che ti avvisa soltanto se ti stanno rubando il mango.

Il pugno

30 settembre 2017

“Nostalgia delle montagne, io ce l’ho sempre. Ma questo è un’altro racconto.”

Alice in mezzo a tante storie si sentiva in trappola. Quell’universo la costringeva a desiderare, ma tutto ciò che il suo pensiero riusciva a formulare era un devastante bisogno di stelle cadenti.

Se ne stava li. Buona buona. Tra gli altri romanzi. Al suo posto sulla scrivania c’era un’edizione speciale di “Route 66” di Jack Kerouac. Nessuno si era mai accorto della differenza.

Di tanto in tanto Alice si allungava per toccare le cose che non ci sono. E diamine, ci riusciva sempre.

Se tutto quello che sognamo e che ricordiamo fosse un campo vettoriale, alcune forme di follia, alcuni sentimenti e certe immagini del passato somiglierebbero a curve chiuse. Dovrei provare a usare il teorema di Varignon per misurare quanto mi gira la testa stamattina.

Un tempo ero più semplice di così. I miei pensieri erano rametti di ulivo. Col tempo li ho privati delle foglie per creare una confusione tagliente. Desinenza. Radice. Dubbio. Verbo o nerbo?

Alla fine ho frantumato tutto in pezzi più piccoli. In modo che ogni frase sbagliata detta, pensata, o sussurrata, potesse restarsene in un palmo chiuso. 

Pensavo di aver risolto, ma poi ho guardato la mia mano. Era diventata qualcosa di peggio. Era diventata un pugno.

Dall’uno al cento

27 settembre 2017

Stasera mi guardo allo specchio ed è come aspettare un vecchio ascensore. Osservo quel bagliore arrivare dal basso e riempire lo spazio libero tra i pensieri. Poi nuovamente il buio. 

Nella stessa identica maniera Alice mi guardava dritto negli occhi. Era un interesse passeggero. Lo stesso di chi si ferma a guardare la propria ombra e si domanda se sia davvero la sua.

Alla fine finisco sempre per immedesimarmi con gli stessi ricordi. Solitario come un’impercettibile onda gravitazionale. In sequenza come quei tasti luminosi che annunciano il susseguirsi dei piani. 

Alice misurava lo spazio lasciato libero dai ricordi. Amava tratteggiare con gli occhi il vuoto. Le piaceva unire tutti i puntini dall’uno al cento. E credo fosse questo il suo modo di orientarsi tra gli uomini.

 

Andiamo a casa

24 settembre 2017

Jep si era appena aggiustato il risvolto della camicia. Sorseggiava da solo un Martini bianco. Continuava a guardarsi intorno. Sembrava irrequieto. 

Chiunque, osservandolo, avrebbe giudicato eccessivo l’interesse indirizzato a quegli improbabili personaggi che frequentano le pizzerie del centro. E poi a Roma le pizzerie sono tutte uguali. 

I tavolini quadrati. Le tendine a scacchi bianchi e rossi. Bizarre vetrofanie sulle finestre che danno sui vicoli. E l’immancabile buffet freddo, il più delle volte posizionato all’ingresso, con ammiccanti olive verdi, zucchine affogate nell’olio e fagioli borlotti col broncio. 

Jep un giorno mi aveva detto: “La noia di ordinare sempre la solita pizza è inferiore solo alla frustrazione di provare a scegliere ogni volta una pizza diversa. Gianlù, tutto tempo perso dai retta a me. Scelta una. È per sempre.”

I suoi denti intanto avevano già fatto la prima vittima. Patatine Amica Chips. Le stava torturando senza incertezze.

Alice si era seduta a pochi metri dal suo tavolo. Aveva un paio di occhi color nocciola, taglienti, ma stanchi. Apparentemente tristi.

Jep smise di masticare e le appoggiò addosso uno sguardo discreto. Educato. Profondo quel tanto che basta da riscoprire un’infinitesimale gradazione di verde nel disco dell’iride.

Cominciarono una serie di espressioni. Un sottobosco segreto di dettagli insondabili, intervallati da gesti rivelatori. Sembrava si conoscessero. 

Alice giocava con la forchetta. Pareva impegnata nel tentativo di soppesare un’arma. Come fanno quei personaggi di Martin Scorzese quando si preparano per un delitto da troppo tempo ponderato.

Poi si poggiò il tovagliolo sulle gambe. Come se quel gesto potesse scogliere i nodi di una coscienza troppo provata. 

Jep mascherava l’imbarazzo dei propri pensieri sorseggiando l’ultima goccia di Martini. Giocava a far rincorrere i cubetti di ghiaccio nel bicchiere. Alla fine tentò di sorprenderla con un sorriso. 

Lei non ricambiò. Si raccolse il fazzoletto che aveva posato sulle ginocchia e lo ripose sgualcito sul tavolo. Un fantasma sconfitto. 

I geni dell’imbarazzo e del senso di inadeguatezza le gridavano dentro la testa. Era un frastuono silenzioso. Ma il rumore era tale da impedirle di formulare il più elementare dei pensieri. 

All’improvviso Alice perse il controllo della propria compostezza. Si fece scivolare contro lo schienale. Lasciò cadere le braccia lungo i fianchi. Le lasciò penzolanti nel vuoto. 

Jep allora cessò di giocare col bicchiere e scelse la strada più tortuosa. Scelse di andarsi a sedere proprio di fronte a lei.

Lui la guardava in silenzio. 

La guardava in silenzio, perché gli sembrava davvero bella.

Alice quella sera non gli disse: “Se continui ad aver paura, vuol dire che mi hai già perso.”

Jep quella sera non rispose: “Lo sai? Sono stanco di essere messo alla prova.”

Alice non replicò: “Smettila, io non ho bisogno di essere salvata. Questo non riesce a entrarti nella testa.”

E lui non ribattè: “La più consistente scoperta che ho fatto pochi giorni dopo aver compiuto sessantacinque anni, è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare. Io ora scendo da questa giostra. Scendi con me.”

Tutto quello che le parole di entrambi riuscirono a formulare fu: “Andiamo a casa.”

Alice e il sognatore di successo

7 settembre 2017

E’ una giornata insolitamente azzurra a Torino. Stamattina anche l’acqua del fiume non ha niente da invidiare al Tevere, o agli scarichi dei navigli. Il Po non è certo un capolavoro, ma almeno oggi non si vedono affiorare lavastoviglie, o centrifughe termozeta. E non l’avevo mai notato, ma ci sono punti larghissimi, di grande respiro. 

Respirare. In pochi sanno che il contrario di “inalare” è “esalare”. Saperlo non fa di me un umanista, però mi regala una maggiore profondità di pensiero. 

Lei sta arrivando a piedi. Cammina lentamente lasciandosi alla spalle la Gran Madre. Attraversa il ponte verso piazza Vittorio Veneto. È vestita come una diciottenne nel giorno più caldo di agosto. Mi abbraccia. Ci sediamo su mezzo metro quadrato di panchina. L’unica all’ombra.

Alice mi racconta di tutto. La sua storia è un caotico andirivieni tra quel che proprio non le è andato giù della vita e la sua impossibilità di riconoscerlo davanti a una persona reale. 

Le relazioni sbagliate. Il lavoro. La tempistica disordinata di certe situazioni subite. Un conflitto a fuoco in cui è proibito parlare di fuoco con gli estranei. E io lo sono. 

Azzardo qualche ovvietà: “Però scusami Alice. Quando ci sentiamo arrabbiati per qualcosa, o con qualcuno, lo possiamo anche dire, no? Si può comunicare.”
Ingenuo tentativo. 

Mi fissa e quasi sottovoce mi sussurra: “L’importante è che non succeda mai nulla e che niente metta in pericolo il Regno. E parlarne lo mette in pericolo.”

“È per questo che non ti sei mai aperta con qualcuno riguardo i tuoi viaggi?” Questa domanda la immagino quasi necessaria, ma non pronuncio neanche una parola. Penso e non dico.

Alice non amava il caffè. Odiava che nella spremuta rimanesse la posa dell’arancio. E le piacevano i taralli al finocchio. 

Una volta la vidi sorseggiare un Cosmopolitan. Fu in una sera di giugno, in un’isola che somigliava molto ad Itaca. Sotto una falce di luna che da sola illuminava completamente il cielo. Roba da Cenerentole dispotiche e dilettantismi da principe azzurro. 

Che poi nessuno ha mai saputo cosa gli accadde dopo il matrimonio. Questo la favola non lo ha mai raccontato. 

La storia di Alice, narrata da Alice, invece è una strada lastricata anche di torti subiti. Di dubbi irrisolti. Di personaggi indecifrabili e posti fantastici. Luoghi dove il tempo scorre in modo differente e dove il destino deve sempre rendere conto a poteri superiori. 

Avrei un’altra domanda sincera, ma sento che non c’è spazio per porla. Alice parla senza interrompersi.
Come si può immaginare una vita intera senza dedicare tempo alla realtà? Senza osservare le cose per quello che semplicemente sono? 

Una vita declinata con il verbo sognare è un’irraggiungibile Itaca. Forse un’isola troppo vicina per i miei sogni e incredibilmente lontana dai miei orizzonti. Un viaggio senza meta che non può che riportarmi al punto di partenza.

Poi il discorso si muove. Evolve. Abbandona le secche delle storie e punta verso l’alto. Tecnicamente e senza saperlo, Alice muta il suo sguardo. Si fa più distesa. Il viso è più chiaro, gli occhi più intensi e persino più vivi. 

“Io ho finito. Sono convinta che la mia vita, per quanto virtuale, abbia avuto comunque un significato e sono contenta di come la sto vivendo. Eppure adesso che sono quasi arrivata alla fine della mia storia, non riesco più a guardare oltre un singolo lato dello specchio. Ma non so da quale lato guardare.”

Penso alle risate automatiche che queste parole porterebbero in quasi tutti gli ambienti che frequento. Persino una parte di me inclina la testa sorridendo. 

Ma l’altra no. L’altra parte di me osserva una donna giovane di anni e vecchia di esperienze da raccontare. Non c’è più l’andirivieni di prima. Non c’è una parte che nega la sua rabbia e l’altra che lotta per farla uscire fuori. 

Riesco a vedere il complesso delle cose. Il ritmo rallenta, le frasi pesano di più e paradossalmente sono parole che volano.

“Non ho altri viaggi da fare Gianluca, la mia storia finisce qui. Sono contenta così. Grazie di avermi raccontata.”

Può un personaggio della mia fantasia diventare ad un tratto, bellissima? Ebbene può. 
Succede in un istante, ma succede. Penso che solo attraverso la nostalgia si veda il buono delle cose che abbiamo vissuto. Quelle per cui abbiamo sperato. Tutto fiorisce e matura in questo rarefatto finale. 

Forse non ho capito niente io di quel che accadeva nelle storie che leggevo. Forse ero troppo impegnato a scrivere e raccontare le mie. Di storie intendo.

E per un attimo realizzo che è molto più facile essere seduti sulla stessa panchina, che essere seduti nello stesso universo.

Due minuti ancora, poi Alice deve far ritorno al suo mondo. Qualcuno ci sta scrutando sulla soglia, gentile e guardingo come un gatto. Forse è un gatto.

Alice si allontana di un passo. Poi si volta ancora indietro. Mi regala una stretta di mano. Le brillano gli occhi come a una bambina di fronte ai regali di Natale. 
“Stavolta resterò laggiù per sempre. Tu lo sai cosa vuol dire? Perché io non lo so.”

Non lo sa, nemmeno lei. Suona così strano l’arrivare a essere felici di non sapere per credere. Mille voci dentro di me si levano sarcastiche. Che bellezza può essere convivere per sempre con un coniglio nervoso, un bruco logorroico, un’altro che sparisce, o un tizio che vende cappelli fuori moda. Bel posticino da incubo questo famoso paese delle meraviglie. Eppure i suoi occhi vedono tutta questa bellezza. 

Un istante ancora e Alice svanisce. “Nemmeno io lo so.” Mi ripeto dentro. Poi mi volto verso quella costruzione dall’altro lato del ponte e mi scorre addosso una sensazione. Ripenso a quello che mi ha detto. Alla luce che aveva nello sguardo. E finalmente capisco.

Lasciare agli altri il dubbio di non sapere da quale parte dello specchio sia la realtà. È questo che fa la differenza tra un sognatore qualunque e un sognatore di successo.

Alice e le foglie 

3 settembre 2017

Alice andava avanti gattonando. E quando rimaneva bloccata dal peso degli eventi decideva di spostarsi verticalmente. Una volta le avevano spiegato che ascesa e discesa alla fine si somigliavano un po’.

Alice giocava con i segnalibri e i numeri di pagina non sequenziali. Aspettava seduta su un prato stellato un grosso coniglio bianco. Affascinata e distratta dal ricordo delle immagini di quell’universo così diverso dal suo. 

Alice pensava a quanto fosse stato facile vivere, in un solo istante, ciò che altri non sarebbero riusciti a vivere nell’arco di due intere vite.

Quando i battiti del cuore di Alice acceleravano lei non ne perdeva il controllo. Se sentiva il sangue salirgli alla testa sussurrava al destino qualche parola di scuse. 

Sorrideva. Alzava un sopracciglio. E improvvisava. Con l’imbarazzo di chi pensa di poter prevedere i terremoti in autunno, soltanto osservando le foglie cadere.

Alice e il rispetto

2 agosto 2017

Alice temeva quello che immaginava poterle passare davanti agli occhi. Da sola. Seduta sul bordo di un fiume. Per questo preferiva lo specchio, a uno specchio d’acqua.

Alice aveva ascoltato tante storie e non si fidava di quello che può portare la corrente. A volte si fermava all’improvviso, camminando in un sentiero nel bosco. Poi si toglieva le scarpe e attraversava dolcemente il letto di foglie che si formava sotto agli alberi.  

Se qualcuno avesse fermato il tempo per chiederle perché lo stesse facendo, probabilmente lei avrebbe risposto: “Per rispetto.”

Alice adorava le castagne alla brace. Lo stregatto. Le piaceva avere i capelli lunghi. E amava fare lunghe docce nei giorni freddi. Ma non le erano mai piaciute le goccioline di vapore che si posavano sullo specchio. 

Forse perché le impedivano di affacciarsi sull’unico universo che sapeva appartenerle davvero.

Alice e gli sguardi raggianti

24 luglio 2017

Alice è accigliata, sprecata, confusa. Forse non aveva mai provato a essere davvero dall’altra parte. 

Alice pensava al mare, al vento, alla vela. Pensava ai frustranti inseguimenti di Willie il Coyote e a un universo fatto di relazioni più semplici. A un emisfero opposto fatto di sentimenti. All’infantile desiderio di volare senza il timore di essere predati. 

Alice non sapeva ancora come tornare. Poi finalmente corse in suo aiuto il vento. Insieme alla consolante luce di un tramonto, che saltava fuori da una cospirazione di nuvole lontane. 

A volte ripenso ad Alice. Alla sua bellezza. Alla vita e a quello che decidiamo di farne. All’aleatoria sostenibilità di un universo inventato. Alla leggerezza di un abbraccio. E a quelle espressioni fatte di sguardi talmente raggianti da metterti tranquillità.

L’indomabile Alice

5 luglio 2017

Alice si guarda allo specchio, poi si bagna il viso. 

Come se lavarsi la faccia fosse diventato all’improvviso un gesto troppo facile. Come se si potesse addirittura fare senza chiudere gli occhi. 

Alice fissa il suo riflesso a metà strada. Con la schiena piegata. Affacciata a un’ipotetica zona franca tra questo e l’altro universo. 

Come se tutto quello che c’è al mondo di inspiegabile restasse comunque senza una spiegazione. Eppure diventasse all’improvviso “dominabile”. 


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