Archive for the ‘Alice nel paese delle non meraviglie’ Category

Andare avanti ancora

17 novembre 2018

Era il 16 novembre.

L’universo sembrava un pezzo di cemento allungato e sgraziatamente edificato verso sud. Le luci delle finestre che filtravano tra gli alberi raccontavano tutte una storia.

Alice aveva appena spento una sigaretta. Aveva annusato l’odore lercio del filtro prima di gettarlo e forse si era resa conto di quale oscura sensazione profumasse la vita.

In un improvviso desiderio di condivisione si era fermata a scattare una foto della palazzina. Due file di finestre illuminate dal bagliore di lampioni gialli.

“È quella finestra in penombra”. Lo aveva scritto in un messaggio indirizzato chissà a chi. Non gli stava certo chiedendo di raggiungerla. Sapeva però che a quell’uomo sarebbe bastato un indizio per capire.

Jep aspettava quel bip di notifica come si aspetta di entrare dal dentista. Si specchiava nel suo cellulare accarezzando con la lingua un punto preciso della bocca. Quello vicino alla guancia destra.

Per chi guarda le cose da fuori può sembrare tutto facile. Tutto scontato. Ma non lo è. Non lo è mai. Lui si era affezionato a quella donna con il taglio di capelli simile al suo. Le piaceva chiacchierare con lei quando erano soli.

Le aveva massaggiato le spalle. Prestato la sua la mano. Le piacevano le sue battute sottovoce, le faccine e la dolcezza degli sguardi quando assaggiava una granita al limone, o una torta di fragole. In quelle espressioni ogni tanto si rileggeva una prepotente voglia di vivere.

Alice inviò un altro messaggio. “Sto tornando dentro” e si ridestò dal torpore. Riprese la stradina in salita che costeggiava lo stabile di fronte al parcheggio dirigendosi verso l’ingresso. Mentre il motore di una macchina si accendeva e tossiva.

Si erano fatte quasi le venti. Alice pensò di non essere mai stata così stanca. Ma non c’era un posto più tranquillo dove stare in quel momento che non fosse la mano di sua madre. Un posto dove non sarebbe più andato nessuno, perché per qualcuno quella notte sarebbe stata l’ultima notte del mondo.

Era il 16 novembre.

Jep decise di lasciare la macchina e prendere la stradina a destra. Quella che sfiorava la fontana. Quella più illuminata. I padiglioni dislocati a caso sembravano una provocazione futurista, ma non ce ne stava uno che somigliasse alla foto.

Una recinzione fatiscente. Una serie di panchine abbandonate. Un palazzo diroccato e spento. Un campo lungo di strane foreste, blocchi tufacei e la crescente ansia di essere solo. E poi tante foglie bagnate.

Un passaggio melmoso e dannatamente umido appoggiato al raggio costante della sua immaginazione. Poi vide un’indicazione nascosta, ma non abbastanza, che recitava “Anthea in fondo a destra”.

Jep fece ancora qualche decina di metri e si appoggiò con gli avambracci a una ringhiera di ferro scassata e arrugginita. Era consapevole della provvisorietà delle cose, della lontana eco di supernove esplodenti in una notte insalubre e tossica.

Guardò ancora quella foto sul cellulare. La confrontò con la realtà. Il profilo era buio e incerto, ma sembrava proprio la finestra del secondo piano.

Era il 16 di Novembre.

Pensieri confusi da ammassi di ricordi. Speranze costrette nella presa sicura di una mano tra le dita. Sguardi liquidi. Incontri di speranze deboli e ripetute.

Scambi di parole incostanti, dubbi e incertezze promiscue in una spirale precipitante di paure crescenti.

E fuori una notte polverosa e umida più che mai.

Alice sbandò con i pensieri, incerta nelle movenze delle parole da dire. Ma fu solo per un attimo. Sorrise. Le raccontò del mare, degli scogli e di tutte le cose belle. Le sussurrò di non avere paura.

Si preoccupò di non usare un tono di voce troppo alto. Troppo diverso dal suo. Una forma di armonioso rispetto per la donna che in quel giorno di giugno le aveva regalato la vita. Un’esistenza arredata con gusto la sua, ma della quale non si era sentita mai del tutto fiera.

Era il 16 di Novembre.

Jep rimase da solo in mezzo alla pineta, proprio di fronte alla finestra in penombra. Il gatto grigio che si era avvicinato sornione non gli faceva più compagnia, forse più attratto da una piccola preda che dalle coccole silenziose di un uomo.

L’ombra scura di una nube aveva velocemente coperto una porzione di cielo stellato e lui si domandò quando e dove si sarebbe riparato se fosse caduta la pioggia.

Si sistemò la giacca di Belstaff nera richiudendo il bavero. Si aggiustò i pantaloni e alla fine di una serie di inutili automatismi si strinse le braccia al petto per sentirsi più coperto. Tremava.

Più avanti un paio di gatti randagi lo osservavano diffidenti e rigidi. Forse si annunciava qualcosa di simile a un temporale, perché il cielo cambiava colore. O forse era solo la luce gialla dei lampioni intorno a rendere ogni prospettiva così aliena.

A un tratto vide un uomo uscire dalla palazzina quasi trascinato da una cagnolina nera. Si affrettarono a scendere le scale. Pochi metri, qualche passo, ma poi rimasero fermi ai margini del piazzale.

Aveva un guinzaglio nella destra e lo sguardo immerso nella luce di un cellulare. Da quella distanza sembrava un fazzoletto bianco. L’uomo si voltò per salutare due donne. Un cenno. Una sola volta.

Era troppo distratto dal telefono per un gesto più teatrale, o per accorgersi di un singolare interesse. Quello della cagnolina per qualcosa, o qualcuno fermo su una panchina solo a pochi metri da loro.

Era il 16 di Novembre.

Un’espressione malinconica si riaccostò sul volto dolcissimo di Alice. Senza lasciarle la mano le aveva baciato la guancia. Le aveva regalato tutta se stessa. Le aveva riempito di tempo gli ultimi giorni della sua vita. Di tutto il tempo che quei giorni erano riusciti a contenere. L’anziana donna aveva chiuso le palpebre.

Un’ora prima una Smart grigia si era allontanata verso il raccordo lungo la via che portava a un letto caldo. Qualcuno era tornato a casa, provato dalla febbre e da una devastante sensazione di inutilità.

I mulinelli di foglie erano stati un buon posto dove nascondersi. Dalla gente. Dalla realtà. Dai giudizi della ragione. Eppure sentiva di non aver fatto abbastanza. Avrebbe voluto dirle almeno un “arrivederci”. Intanto un raggio di luna improvviso stava restituendo al cielo un barlume di identità.

Era il 16 di Novembre e il dolore le schiaffeggiava gli occhi. In bocca un sapore di mandorle amare. Sul volto una gradazione innaturale di sensazioni impossibili da etichettare. Alice si tolse le mani dalla tasca e si strinse nel bavero mentre il freddo smontava di guardia al mattino lasciando il campo a un timido sole.

“Non c’è più”, gli aveva scritto. Ora è da qualche altra parte. Un posto oltre la collina. Un universo assopito dai respiri domenicali. Dai rumori del mare. Dal profumo di ringosperma e gelsomini”.

Era il 17 di Novembre.

Iniziò ad albeggiare. Il sole irradiava le facciate umide dei palazzi, i rami degli alberi e i tetti delle case oltre il raccordo. Jep palpeggiava lo schermo di un cellulare.

“Stamattina ho capito per la prima volta l’amore vero e ho qualcosa da dirti. Avrei voluto regalarti sogni più confortevoli, qualche consolante allucinazione. Ora, a guardarti da qui, con l’anima in ginocchio accanto alla tua, mi viene quasi da vivere.

Ti guardo resistere e cedere a emozioni di cui non si riconosce il senso. A paure di cui non distingui il sapore. Con le mani che cercano e non trovano. Il tempo sfugge tra le dita, ti dipinge la faccia con espressioni a cui non sai dare un nome.

Così mi siedo sul letto e scrivo le ultime frasi di questa maledetta giornata. Piego la testa a destra, poi a sinistra. Leggero, sincopato, deforme e assediato dai mostri dei sogni. Raccolgo le parole come un coltello da terra per fare strage delle paure intorno.

Avrei voglia di fumare con te, ma mi manca da accendere. Avrei voglia di abbracciarti e tenerti al sicuro dal freddo delle emozioni sbagliate, ma sono lontano anni luce.

Ti ho voluto un bene assurdo. E ti ho anche odiata, lo ammetto. Ti ho donato ogni possibile emozione. Praticamente tutte.

Spero porterai la tua vita in acque sicure.

Nell’altro, ma anche in questo universo troverai sempre qualcuno che ti ama e che si prenderà cura di te.”

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È novembre, di qualche anno più in là.

Forse ho ancora qualcosa da dirti e non sono cose che ti ho già scritto.

Ogni tanto ti penso e forse una cosa l’ho imparata. Quando il vento è contrario bisogna ammainare le vele e sfidare lo stesso il mare anche con la tempesta. Inutile insistere. Inutile andare contro la realtà.

Bisogna capire che non serve lasciarsi andare alla paura. Che occorre stringere il timone senza lasciarlo mai. Nemmeno per un istante.

Si possono maledire i cieli quando le nubi arrivano a sbarrarti la strada. Insultare il vento che ti strappa le vele. Si può scegliere di piangere accecati dalla pioggia battente, o pregare che arrivi un qualche Dio a regalarti un raggio di sole.

Ma non si può perdere la ragione. Quello mai. Va stretto forte il timone e vanno gridate al vento la rabbia, l’amore, la gioia, il dolore e la voglia di andare avanti comunque. Di andare avanti ancora.

Il suo migliore amico

26 ottobre 2018

Alice si addormentava accarezzata da un raggio di luna. Poco importava che si trattasse di una panchina gelida, un pavimento anonimo, oppure un letto comodo.

“Qualcuno si sta prendendo cura di lei” pensava Jep, distante anni luce. E nei suoi pensieri si affollavano figure senza un volto definito, senza apparente identità.

Jep ne avrebbe voluta scegliere una per credere in lei. Una, per sperare che qualcuno si stesse davvero prendendo cura di Alice, come avrebbe fatto lui in un’altra vita. Ma come diceva il suo amico Titta di Girolamo, è difficile scegliere tra le cose che non ti fanno dormire.

“Esiste nel mondo una specie di setta della quale fanno parte uomini e donne di tutte le estrazioni sociali. Di tutte le età, razze e religioni. È la setta degli insonni. Io ne faccio parte da dieci anni.

Gli uomini non aderenti alla setta a volte dicono a quelli che ne fanno parte: ‘se non riesci a dormire puoi sempre leggere, guardare la tv, studiare o fare qualsiasi altra cosa’.

Questo genere di frasi irrita profondamente i componenti della setta degli insonni. Il motivo è molto semplice. Chi soffre d’insonnia ha un’unica ossessione. Addormentarsi.”

Stanotte l’incertezza sembra più reale del me stesso riflesso in questo specchio. “Io non sono un bastardo” mi ripeteva Jep, “non lo sono mai stato. L’universo intorno ha complottato che mi trasformassi in ciò che fino a ieri credevo di non poter mai diventare.

Per questo la continuo a cercare tra la cenere dei ricordi. Anche se continuo a sostenere che sto bene solo. Anche se ancora m’inganno con il sesso e gioco a fare finta che sia amore.

Un tempo passeggiavo per le strade di Roma. A volte solo. Altre volte con un cane stanco al guinzaglio. Oggi non riconosco più quei palazzi. Le fontane e i monumenti non mi appartengono. Tutti quei luoghi che sembravano il nostro gioco somigliano alla sceneggiatura di un vecchio film finito nel dimenticatoio.

Che fine hanno fatto i vicoli semibui che percorrevo spensierato. Che fine ha fatto Dio? Ogni giorno si prende una parte della mia vita. Un po’ di me scompare. E anche queste figure sono cambiate nella mia testa.”

Una sola cosa avrebbe desiderato Jep. Io lo so. Che ogni tanto, tra le pagine della sua vita, in mezzo a una distesa di persone, o tra i vicoli semideserti della sua città, Alice si fosse finalmente fermata malinconicamente a pensare. Osservando il nulla attraverso una fontana. Immobile. E avesse preso, anche solo per un istante, in considerazione il fatto che lui, Jep Gambardella, era stato il suo migliore amico.

Scrivere e soprattutto sognare

30 giugno 2018

Il freddo. Avete presente quella scossa leggera che ne precede la percezione? Qualcosa di molto simile alle conseguenze generate dalle dita di una bella donna che ti sfiorano, in un momento in cui non ti saresti mai aspettato quelle carezze. Un gesto spietatamente proibito che ridisegna i confini di ogni pensiero.

“Avvicinati!” Le avrebbe voluto chiedere Jep. Ma Alice non sembrava aver dimenticato. “Non ci penso affatto!” Gli avrebbe sicuramente risposto. E lo avrebbe detto guardandolo negli occhi. In piedi. A pochi metri da una di quelle incantevoli fontane del centro. Osservando i vicoli di Roma come se ne fosse stata da sempre l’unica padrona.

Ci sono sere in cui ricordo ancora quelle parole mai pronunciate. “Non ci penso affatto! Fattene una ragione.”

E così mi appoggio da qualche parte. Innocuo come un arco senza frecce. Tanto più che nemmeno lo saprei usare un arco. Freccia, o non freccia.

Ieri sera il tramonto era incantevole come le donne che non ho ancora desiderato. Magari un giorno riuscirò a convincere l’estate a diventare inverno.

Baratterò la luna con la luce leggera di un’alba. Poi la trasformerò in un nuovo giorno. Insomma, mi darò da fare nel fare quello che meglio so fare. Scrivere e soprattutto sognare.

Con la coscienza sporca di uno scrittore maledetto. Uno di quelli che sarebbero capaci anche a narrarlo un lieto fine. Ma che invece “non c’è mai una stazione dei carabinieri dietro la casetta di marzapane”.

Alice si tolse le scarpe

19 maggio 2018

Alice pensava che fosse impossibile gettare una maschera quando ti accorgi che non lo è più. Quando ti rendi conto che sul volto ti calza a pennello.

Lei sapeva bene cosa volesse dire essere diversa. Un personaggio. Tutti i personaggi in fondo lo sono. Alice però era davvero molto, molto diversa. E io ero l’unico con cui riusciva a discutere.

L’avevo creata e vista crescere. Le avevo dato un carattere. Le avevo insegnato a combattere. A resistere. A credere nello specchio.

A volte Alice sognava di salvare il suo universo dal nostro mondo. Immaginava di tutelare tutti da quella mano invisibile che gli altri personaggi chiamavano “tempo che passa”.

Quello che ci marchia con un orologio da polso. Quello che ci misura ogni giorno, senza che ce ne rendiamo neanche conto. Ma Alice non era solo un personaggio. Era un personaggio solo.

“Come faccio a cambiare il mondo Jep?” Mi chiese una sera. E io non le avevo risposto.

“Ti prego, dimmi come fare?” Mi chiese anche la sera successiva. E io continuavo a non scrivere.

Il suo era un universo molto pericoloso e non certo per via di chi generava il male. Ma per colpa di chi era sempre stato a guardare senza muovere un dito. Forse in questo somigliava un po’ al nostro mondo.

Poi un giorno la portai sulla spiaggia e finalmente le raccontai una storia di quando ero un bambino.

“Lo sai Alice? Una mattina i miei genitori mi portarono proprio qui. A Ostia. Era una domenica di marzo. C’era un sole tiepido che annunciava la primavera, ma non faceva abbastanza caldo per fare il bagno.

Io e i miei ci sedemmo sulla spiaggia e mangiammo un gelato. Ma al ritorno non mi resi affatto conto di avere le scarpe piene di sabbia e la lasciai ovunque in casa, sul pavimento della mia stanza. Avevo solo otto anni. Nessuno a otto anni avrebbe dato peso alla sabbia. Mia madre si.

E si arrabbiò parecchio. Al contrario mio padre non era per nulla arrabbiato. E dopo tanto tempo oggi ne ho capito anche il motivo.

In migliaia di anni quella sabbia era passata dall’oceano alla spiaggia. Infine dalla spiaggia, alle mie scarpe. E io l’avevo infine portata via. Inconsciamente. In casa.

Ogni giorno cambiamo il mondo in modo impercettibile. Cambiamenti che all’inizio non fanno mai la differenza, perché occorre più tempo di quanto il tempo stesso ce ne concede. A volte non basta una vita per cambiare il mondo.

Nulla accade in una sola volta. Succede lentamente. E non tutti abbiamo la pazienza per farlo. Tu ne hai? “

Alice si tolse le scarpe e mi parlò accarezzandomi con gli occhi.

“Ricordi quando ti prendeva il blocco dello scrittore? Quando facevi finta che io esistessi davvero? E io ti sorridevo senza giudicarti. A dire il vero mi manca quel periodo e sai perché? Perché la vita di un personaggio che non esiste è molto più facile. Noi abbiamo una infinità di tempo per cambiare il mondo.”

In un altrove insondabile

26 marzo 2018

E poi ti rendi conto che sono tante le cose che non vuoi fare più.

Come andare a un matrimonio, o a un funerale. Ricordare il brutto. Dimenticare il bello.

Alice arrivò di notte. Senza bussare. Senza i suoi vestiti colorati. Senza un posto ben definito dove custodire un cuore.

Alice arrivò e io, senza rendermene neanche conto, la sfiorai con le parole. Poi la derisi e mi allontanai.

Non so quanti tra quei ricordi passeranno la notte. Già immagino le parole aggrappate ad altre parole. Che premono. Che lottano per prendere aria. Per rimanere a galla.

Ogni storia nasce con le sue inaccessibili profondità. Con i suoi demoni e almeno una serratura a doppia mandata.

Di quella storia è rimasto poco da mettere sottochiave. Una ferita sottile. Un vetro appannato e una mappa disegnata col dito.

Un tesoro nascosto. Un valore inestimabile, perduto in un altrove insondabile.

Quelli spontanei

28 gennaio 2018

Una delle cose che ho sempre amato di Alice era quella sua capacità di celare universi complessi dietro a espressioni di disarmante semplicità.

Un sopracciglio che improvvisamente si alzava in modo interrogativo. Oppure quello sguardo ironico che accompagnava un “sine”, o un “none”. Questo e quel costante senso di velata malinconia che la avvolgeva ogni tanto.

Sembra un discorso banale della domenica mattina. Ma lo sarebbe di più parlare della metafisica gotica e di Edgar Allan Poe?

C’era negli occhi di Alice un senso di trasparenza, di semplicità, di linearità minimale che mi catturava e affascinava.

Una sola vita e tanti differenti piani di sensibilità. Universi non paralleli ma, piuttosto, convergenti. Sentieri che collegavano il suo mondo a volte fluttuante, a volte reale, al mio.

Esperienze che talvolta determinavano un’intersezione. Un punto di fuga dal quale partivano le mie fantasie più sfrenate, i sogni impossibili e le incertezze. Quelle che compromettevano la mia percezione del vero, o della verità.

Alice risiedeva in ciascuno di questi mondi. In ogni realtà possibile. In ogni fantasia. Era lei la mia personale raffigurazione dell’ordine, della bellezza e della disciplina. E il suo sorriso sconfinava spesso in un atto di fede.

Che poi, alla fine, sono sempre i sorrisi la chiave di tutto. Quelli spontanei. Quelli che spuntano al mattino con una buona colazione. E rinascono la sera, davanti a una bella storia.

La più breve

12 gennaio 2018

Sorseggio un’aspirina effervescente. Le poltrone non sono poi tanto scomode se sai sopportare un mal di schiena. Il vagone è colmo di persone. Chi parla al telefono, chi gesticola idee. Io non presto attenzione. Non ho nulla da barattare, tantomeno parole.

Potrei separarmi da questa poltrona e camminare verso la coda del convoglio, mentre il treno sfreccia in direzione opposta. Andare così, avanti e indietro nel tempo che passa. Un lusso che non tutti possono permettersi.

Io non ho proprio idea di quale forma abbia la mia disciplina stasera. Però viaggiare non mi ha mai fatto davvero paura. E comunque non troverò nessuno in piedi ad aspettarmi stasera, magari nervoso, mentre guarda un orologio.

Mi piacerebbe scoprire l’origine di certi vocaboli. Per esempio chi ha inventato la parola “destinazione”. Vorrei essere astuto e invece sto camminando verso la coda di un treno che sfreccia in direzione contraria. Ma questo l’ho già scritto.

Ricordo Alice. Lei teneva l’astuzia in cucina, nella cassettiera in basso, accanto alle barrette di un qualche tipo.

Il treno rallenta all’improvviso. Si scuote di dosso la realtà. Io cado scivolando sulle ginocchia. Giusto davanti a una ragazza.

Che diamine di figura retorica è questa? Un’iperbole? Una sinestesia? Magari è una semplice figura da scemo.

Mi rialzo. Sorrido come le statue di cera. Non ricordo nemmeno se ho salutato prima di ricominciare a camminare. Forse ho solo immaginato di farlo.

Quando ripasso porgerò a quella ragazza le mie più sentite scuse. Non mi ero mai trovato in ginocchio davanti a nessuno.

Adesso ho solo idee un po’ confuse. Quella felpa nera col cappuccio l’ho già vista. E quel libro sulla vita di Marilyn? Ne esiste un altro dimenticato da qualche parte e che avrei tanto voluto leggere.

Questo mio inutile tornare indietro. Questo pensare e ripensare a dove fossero le mie mani in quel momento. La fisica gioca con il passato. La chimica provoca ricordi allucinatori. Ma è la filosofia che trasforma tutto in parole.

Non ci sono le geometrie giuste per intervenire stasera. Niente emozioni da elevare al cubo. Nessuna piramide che nasconda un segreto. Nessuna sfera che introduca una conoscenza. E neanche un cilindro dal quale estrarre un fottuto coniglio bianco.

La ragazza non c’è più. Forse l’ho soltanto immaginata. Oppure anche lei era di passaggio nella mia vita. In assoluto è questa la mia storia d’amore più breve.

Dopo la parola fine

23 dicembre 2017

Quel giorno Alice sembrava una persona in attesa di un qualcosa che non sarebbe mai arrivato. E Jep la osservava senza parlare.

“Noi personaggi della tua fantasia sappiamo aspettare!” Gli aveva detto una volta Alice senza che lui le avesse chiesto nulla.

“Il momento giusto?” Le aveva domandato Jep con malcelata ironia.

“L’inevitabile!” Aveva aggiunto ancora lei.

“L’inevitabile non esiste e lo sai.” Questa volta Jep le aveva sospirato la sua risposta. Era il modo di sussurrare le cose tipico delle persone rispettose.

“Essere un personaggio inventato pone l’inevitabile sullo stesso piano dell’impossibile. Chi proviene dalla tua fantasia lo sa. E poi io ho tutto con me e nulla per cui tornare indietro. Sono Alice, mi hai creata tu, non posso fare altro che aspettare.”

Lui si era appena aggiustato i polsini della camicia. Aveva osservato il suo riflesso allo specchio fare la stessa cosa. Poi si era abbandonato sullo schienale della poltrona e toccato un punto a sinistra del petto. “Fa male?”

“Cosa, Jep?” Rispose lei. “Non conoscere l’ultima pagina? Niente può far male quando non è stato ancora scritto, o addirittura neanche pensato. E non farebbe male comunque visto che sono un personaggio inventato. Però subisco i tuoi umori e sparisco nel momento in cui la vita reale ti prende alla gola.

Per me la realtà è il suono sordo di qualcosa che ingoia tutto. È come essere chiusi in una stanza che diventa sempre più piccola. Ad ogni minuto che passa. Ad ogni ora insopportabilmente più stretta.

Alla fine tutto si fonde in un puntino minuscolo, anche se niente sparisce mai davvero.”

Alice gli sfiorò i pensieri leggera come una carezza. “Prendi queste mie parole Jep.”Sono l’inizio di un’altra storia. Ora puoi inventare un nuovo epilogo, e credo che sarà d’aiuto a tutti e due. In alternativa quello che ci aspetta è un punto. Diventarlo entrambi, magari qualche istante dopo aver scritto la parola fine.”

Le decisioni difficili

16 dicembre 2017

Alice gli passò un foglio di carta piegato a metà. Jep lo aprì e vide un disegno. Piccoli quadrati di diverso colore.

Ogni quadrato era di una tonalità differente e all’interno di ognuno vi era scritta una parola. Cielo, pensiero, viaggio, spazio, fuoco, terra, universo. Lui si trovò in disaccordo con tutte.

A Jep mancava il tempo da inserire nelle cose più semplici, come leggere un quadrato colorato.

Non le disse nulla. Indicò ad Alice con la mano la luce del tramonto che sfumava. E in quello stesso istante desiderò che tutte le parole tra loro si fossero esaurite.

Che ogni sbaglio fosse migrato via, invece di restare appollaiato sui fili neri stesi tra le loro distanze.

Provò ad immaginarlo il suono di quelle parole. Erano colpi di martello. Quelli che un tempo il capotreno dava alle ruote dei vagoni fermi in stazione.

Era quello il suono classico delle decisioni difficili. Era quello il rumore devastante che fa “andare via”.

Laddove il tempo 

22 novembre 2017

Alice sapeva di essere osservata. C’era un gatto che si nascondeva sempre dietro quell’albero senza rami. Altre volte invece si confondeva in un universo parallelo. Un posto dove i buoni propositi facevano concorrenza alle foglie in autunno. 

Alice aveva più di un pensiero. Tagliare pomodorini. Soffriggere strisce di pancetta. Grattare pecorino e parmigiano. E poi se ne stava ore ad annusare le pareti della cucina per ottenere un martellante capogiro.

Alice voleva scendere ancora lungo quel sentiero che porta al mare. Sognava di camminare tra gli scogli dopo il tramonto. Passeggiare fino a quando la temperatura fosse stata insopportabile. Arrivare lontano con gli occhi fino ad avere sguardi inutili. Laddove il tempo non avrebbe avuto più nulla da chiedere ai ricordi.

Esistere per forza

13 novembre 2017

Alice è seduta sul divano e mi guarda scrivere. Mi chiedo quanto tutto questo abbia un senso. Stasera sento di non riuscirla a contenere quella mia singolare voglia di guardare oltre una finestra aperta. 

Malgrado sia novembre e non ci sia una temperatura amichevole. Malgrado da quassù non si goda di panorami che nascondono un tramonto lontano.

Tra il lusco e il brusco è bello cogliere il modo in cui i colori cambiano giù in strada. Il giallo dei lampioni che aumenta nel corso delle ore. Le ombre dei passanti che si allungano all’interno dei vicoli.

Alice questa cosa la sa da sempre. Non ne ha mai parlato. Ma è difficile essere una buona amica se non puoi comunicarlo. Soprattutto quando sei solamente un fantasma. 

Io non so se sono un bravo amico, non spetta a me dirlo. Però so di avere imparato a cogliere quei segnali che mi suggeriscono di allontanarmi da certe persone.

Cara Alice, è da qui che ti scrivo. Da questo tavolo in legno realizzato con una porta antica e la punta di un vecchio traliccio elettrico.  

Attraverso una finestra aperta su questo universo così distante dal tuo. In una periferia di pensieri che non ce l’ha fatta a diventare qualcosa di più che un ricordo. 

Stasera la malinconia gira per casa senza avere molto da dire. Senza un mondo da salvare, o sostenere a ogni costo. Tanto le cose che devono succedere, alla fine succedono e basta. 

Come se il semplice fatto di accadere le costringesse a esistere per forza. Anche quando non sono così evidenti. Anche quando non sono così convinte di volerlo fare davvero. 

Alice e David Gale

6 novembre 2017

Alice era ossessionata dai fotogrammi. Come se il tempo fosse in qualche modo addomesticabile. 

Il che, a pensarci bene, è abbastanza scontato quando si scatta una fotografia. Ma Alice aveva la stessa ossessione per tutto. 

Conservava qualsiasi cosa. Scatole, scatolette, scatoloni. Ogni cosa meritava un contenitore e un suo spazio in casa. E quello che non entrava in casa veniva ordinatamente riposto nel grande garage. 

Alice diceva che, dal momento esatto in cui vengono al mondo, il tempo si appoggia sulle cose senza farsi sentire. E in quel momento le cose diventano un ricordo da preservare.

Alice era una specie di Jacques Lacan vestito da governante. E comunque io ne ero spietatamente affascinato. Da quella sua ricerca del fotogramma. Da quel suo modo di disporre le cose con le etichette ben visibili anche in frigorifero. Dal quel suo vivere necessariamente impresso su una pellicola in bianco e nero, piuttosto che a colori. 

Quello che Alice cercava era un antidoto al tempo che passa. Che consuma. Che porta via gli istanti migliori di noi. E forse a un certo punto pensava anche di averlo trovato. Quell’antidoto, intendo. 

Invece il tempo continua a passare. Senza nessun antidoto opponibile. E l’unica cosa che può fare un uomo qualsiasi a contatto col tempo è farsi dimenticare. 

Dover obbligare il tempo stesso a riscoprirti. In un’altra storia. In un’altra città. In un differente universo. In rete c’è un sacco di roba su Jacques Lacan, ma niente spiega meglio il suo pensiero dei due minuti di monologo di Kevin Spacey nel film “La vita di David Gale”. 

Questa pellicola merita. Merita non soltanto perché è una bella storia, molto americana. Merita perché è un racconto sul desiderio. Sul pregiudizio. Sulle scelte. E sull’accettazione delle conseguenze che ogni scelta comporta.

Alice e la palla

4 novembre 2017

Alice pensava che scrivere fosse una cosa seria. Pensava che non bastasse soltanto sentirsi prigionieri della propria vita. O immaginarsi sbronzi a combattere i demoni del passato.

Alice aveva imparato che le parole dentro una testa non finiscono sempre su un foglio.

Aveva imparato che nel momento esatto in cui si decide di scrivere “c’era una volta”, oppure cose del tipo “credo sia arrivato il momento di decidere”, si comincia a sognare. 

E alla fine bisogna rendersi conto che ogni parola, quale essa sia, resta con noi per pochissimo tempo. 

Alice mostrava la serenità insindacabile di un monaco tibetano e l’incoscienza di un bambino. Uno di quelli che parte in quarta per rincorrere il suo pallone finito in mezzo alla strada. 

Alice quel giorno non vide la macchina che giungeva da dietro una curva. E la macchina non vide Alice.  

Ma si trattava soltanto di un sogno. E in quel sogno lei recuperava la palla e tornava di corsa a giocare.

“Io”

10 ottobre 2017

Alice allargò le braccia per consentire al suo ottimismo di girarle intorno. 

Alice era convinta che il centro di ogni universo fosse un pronome personale, ma ignorava quale. Continuava a confondere il verbo sparire con il verbo evaporare.

Alice era terrorizzata dalle storie d’amore. Aveva la certezza che prima o poi si sarebbero rotte e riempite di infiltrazioni.

“Sono solo storie.” Le avevano detto.
 
“Sono solo momenti più lunghi del solito.” Le avevano assicurato.

Esperienze incomplete prive di alcun rigore scenografico.

Un giorno Alice provò a chiudere gli occhi. Tentò di compensare le insinuazioni della realtà, sognando. 

Forse cercava soltanto il ricordo perfetto. Quello che annulla tutte le nostre paure.

Quel giorno si rese conto che si possono cancellare dalla propria vita tutti i pronomi a eccezione di uno. Non si può cancellare la parola, “Io”.

Non finiscono mai

1 ottobre 2017

A volte mi sento come una di quelle macchinette dove qualcuno tenta di infilare 2 euro per provare a ricevere in cambio un inutile pupazzo. Quelle che si trovano all’ingresso dei supermarket. Quadrate. Metalliche. Quelle con il braccio meccanico e soltanto una possibilità di portarlo sulla perpendicolare giusta.

“Lo sai? Leggo ciò che scrivi. Sembri un condannato in attesa della sua punizione.”

“Smettila Alice! Aspetto soltanto!”

“Che cosa? Il momento giusto? La mamma dal cielo?”

“Casomai la manna. E comunque no. Attendo che finiscano le parole.”

Alice sorrise. “Allora ti rivelo un segreto Gianlu. Le parole sono come i pensieri. Non finiscono mai.”

Eravamo solo apparentemente simili io e lei. Ci distinguevano gli universi dove siamo cresciuti. Il tempo impiegato a prendere una qualsiasi decisione. E i centimetri che mancavano a toccare il soffitto con un dito. 

Io salivo sul letto e cominciavo a saltellare. A lei bastava chiudere gli occhi e immaginare di farlo. Ma c’è una differenza profonda tra immaginare di fare qualcosa e le sensazioni generate dall’aver fatto. Se non fai, poi non puoi descriverlo.

Credo che la potenza delle parole sia il risultato dell’equazione: numero di persone che davvero ci crede, fratto il numero di persone che poi decide di citarle in un social network.

Se la vita fosse un tentativo di rapina a mano armata, io sarei la telecamera puntata sul reparto frutteria. Quella che ti avvisa soltanto se ti stanno rubando il mango.


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