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Il confine dell’eccellenza

20 ottobre 2012

Credo che il Texas Hold’em abbia permesso a molte persone di sfuggire al proprio anonimato e a situazioni di impotenza troppo complicate per essere sopportate nella quotidianità. Ci vogliono coraggio e disciplina nella vita, tanto nel riuscire a giocarsi tutto in una sola occasione, quanto per resistere all’acuto dei momenti magici o alla forza dirompente dei giorni più difficili.
In questo gioco è invece possibile. Questo gioco ti permette di sbagliare e ricominciare. E così anche le persone meno capaci riescono a trovare, prima o poi, il proprio momento di gloria.
Il poker anestetizza la paura, quella che un uomo debole avrebbe di affrontare la propria esistenza come andrebbe affrontata una singola mano di poker.
C’è una differenza abissale tra chi desidera diventare abbastanza forte da sostenere la vita e chi spera invece di renderla tanto piccola da riuscire a tenerla in mano senza faticare.
E’ questo che traccia un confine netto tra chi è da sempre alla ricerca dell’eccellenza e chi si accontenta solo della banalità di una vittoria, conseguita tenendo due carte in mano e spacciata al pubblico per un grande successo.

Vincente o Perdente?

2 maggio 2011


A volte mi domando se sia opportuno o meno provare a suddividere i giocatori di Texas Hold’em in grandi categorie che ne identifichino un po’ i lineamenti fondamentali. Ebbene la risposta che ogni volta do a me stesso è che per quante sottocategorie esistano e per quante altre se ne possano trovare, forse nel poker come nella vita, tutto si riduce ad una mera divisione tra “vincenti” e “perdenti”.

Ed un perdente si riconosce. Magari è quel personaggio che ha sempre una scusa per ogni mano giocata male e che tuttavia persevera ripetendo meccanicamente gli stessi errori o che si proclama solo vittima di una deità negativa.

Sempre in tensione fin dai primi livelli, lo vedi giocare portando sulle spalle un macigno fatto di pensieri sfocati ed insicurezze lubrificate del quale sogna solo di liberarsi presto. Per questo si infila sovente in strade senza uscita e accoglie ogni eliminazione come una vera e propria liberazione.

Ci sono perdenti poi, che nel tentativo di generare simpatie diventano grandi parlatori al tavolo. Altri lo fanno lontano dal tavolo e non li senti comunque mai raccontare di sontuose vittorie, ma unicamente di strane ed improbabili mani perse.

Solo apparentemente solidi, sono tutti comunque affetti da una strana sindrome, la sindrome dell’angoscia da poker nota in ambiente clinico come “Nikefobia”. Quella particolare patologia dove il giocatore si convince che vincere sia una pratica faticosa e temibile. Dove in pratica non si riesce a star lontani dagli acuti del gioco, ma è solo per un compulsivo desiderio di uscirne al più presto, scrollandosi così via di dosso tutte le insopportabili tensioni.

Raccontata così, il perdente potrebbe assumere i lineamenti contorti di un simpatico personaggio partorito dalla penna di Ken Follet. Incerto, imperfetto, logorroico, sfortunato ed ora anche affetto da improbabili malattie che lo condannano ad occupare solo l’altro lato della medaglia.

E i vincenti? Si dice che i vincenti siano quei giocatori che hanno sempre una tattica testata, una risposta giusta e una soluzione congrua. Ma chi tra noi può definirsi veramente un vincente? Chi può vantarsi di appartenere a questa categoria? La risposta non può che rimanere un punto a metà strada, una soluzione confusa tra le nostre innumerevoli alternanze di stati d’animo. Quel punto dove il “vincente” e il “perdente” si trasformano nelle due facce di una stessa medaglia. Infatti non basta certo vincere, perchè spesso sono le sconfitte a creare dei vincenti.

Come esiste un universo e quindi anche il suo riflesso, esiste un mazzo di carte dove due assi rossi non si troveranno opposti sempre a due assi neri. Il vincente? Non può essere altro che quel giocatore disposto a giocarsi sempre e fino in fondo le sue carte, anche dopo aver visto battere tutte le mani migliori. Quello che non si arrende e sa che non si può vincere senza perdere mai, perché la vittoria e la sconfitta non esistono se non legate da un filo invisibile.

Jim Morrison scriveva “Vivi come se ogni giorno fosse l’ultimo e pensa come se non dovessi morire mai”, ma in fondo sarebbe più opportuno dire “Vivi ogni notte come se fosse l’ultima, ma la mattina non sottovalutare la forza dirompente dell’ironia e preparati a rinascere per vincere o perdere ancora”.

Lancio una moneta e scelgo testa. Lei gira e si rigira nell’aria, volteggia qualche secondo su se stessa, poi si lascia cadere sul palmo della mia mano per mostrare la sua verità: croce. Sorrido. Sono comunque pronto a lanciarla ancora.


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