Archive for gennaio 2018

Quelli spontanei

28 gennaio 2018

Una delle cose che ho sempre amato di Alice era quella sua capacità di celare universi complessi dietro a espressioni di disarmante semplicità.

Un sopracciglio che improvvisamente si alzava in modo interrogativo. Oppure quello sguardo ironico che accompagnava un “sine”, o un “none”. Questo e quel costante senso di velata malinconia che la avvolgeva ogni tanto.

Sembra un discorso banale della domenica mattina. Ma lo sarebbe di più parlare della metafisica gotica e di Edgar Allan Poe?

C’era negli occhi di Alice un senso di trasparenza, di semplicità, di linearità minimale che mi catturava e affascinava.

Una sola vita e tanti differenti piani di sensibilità. Universi non paralleli ma, piuttosto, convergenti. Sentieri che collegavano il suo mondo a volte fluttuante, a volte reale, al mio.

Esperienze che talvolta determinavano un’intersezione. Un punto di fuga dal quale partivano le mie fantasie più sfrenate, i sogni impossibili e le incertezze. Quelle che compromettevano la mia percezione del vero, o della verità.

Alice risiedeva in ciascuno di questi mondi. In ogni realtà possibile. In ogni fantasia. Era lei la mia personale raffigurazione dell’ordine, della bellezza e della disciplina. E il suo sorriso sconfinava spesso in un atto di fede.

Che poi, alla fine, sono sempre i sorrisi la chiave di tutto. Quelli spontanei. Quelli che spuntano al mattino con una buona colazione. E rinascono la sera, davanti a una bella storia.

Come le faceva mia nonna

26 gennaio 2018

Restare qualche istante immobile. ad aspettare il nulla. Stancamente. Mentre risale lungo questo foglio elettronico. Ascoltare il ronzio meccanico di questo ipad e confonderlo con il risveglio prematuro di qualche cicala in gennaio.

A me non piace l’estate. Ho sempre preferito il freddo. In inverno le giornate durano meno e non ho il problema che hanno tutti di riempire il tempo in qualche modo. Di divertirsi per forza. Di apparire più magri e più belli.

Non mi rileggevo da tempo. Ultimamente mi ero solo limitato a scrivere e a riscrivere. Una interessante pausa del tutto volontaria la mia. Un isolamento coatto dal verbo rivivere. Eppure il risultato è stato soddisfacente.

Distanziarmi e cambiare il punto di vista. Restituire qualità al presente. Da qualche anno il mio approccio verso l’infinito presente di ogni verbo si era fatto troppo personale. Troppo critico.

Credevo di saper bene come e dove guardare. Ora ne sono quasi sicuro. Dico quasi, perché a questo mondo, come diceva mia nonna, non si è sicuri di niente. E i nonni hanno quasi sempre ragione.

Molte cose sono successe. Alcune ho contribuito io stesso che accadessero. Per quanto mi riguarda non so se avrò più il modo di discuterne, forse sì o anche no. Fa niente.

Dovrei darmi una possibilità nuova. Ma è un processo alquanto difficile. Troppo meccanico. Ormai siamo perfetti sconosciuti, direbbe Paolo Genovese. E ignoro se esista ancora un “qualcuno” disposto a seguirmi in sala parto, mentre metto al mondo le mie considerazioni. Le mie battute ironiche e tutto il contorno delle mie assurdità.

Allora facciamo così, facciamo che si ordinano da Maison du Monde due gusci a dondolo. Facciamo che un giorno ci dondoliamo su una vecchia terrazza in uno di quei paesi che si addormentano quando cala il sole.

Facciamo che si prova a ridacchiare sui fatterelli, come si trattasse del terzo segreto di Fatima. Magari sorseggiando una spremuta, senza quei fastidiosi pezzetti di arancia, come le faceva mia nonna.

Il baricentro

22 gennaio 2018

Si erano guardati così. Per qualche istante. Era accaduto tra i vagoni. Alla stazione.

In mezzo alla gente che arrivava. Che partiva. Che chiacchierava. Ai margini di un fiume di persone in piena che spingeva.

Forse li separava una destinazione differente, o un universo di diversi significati. Si, ma quali?

Eppure si erano davvero guardati e Alice era sembrata bellissima. Ma qui non era certo in gioco il suo aspetto.

Quando Jep la notò, pensò a una cosa scioccante. Pensò che a pochi passi dalla stazione di Bergamo. Tra le strade. I negozi. Le insegne vintage degli spacci a metà prezzo.

Tra i pulmini che portano a città alta. I taxi bianchi e i venditori di borse farlocche sul bordo della piazza. Cosa ci stava a fare una purezza come quella?

Per un istante Jep ebbe poi chiaro il significato delle parole “fuori contesto”. Ed ecco cosa mancava alla sua riflessione, e chissà a quante altre. Il contesto.

La variabile della storia che nessuno avevo isolato. Io. Lui. Lei. Le persone intorno. Il tempo. Il luogo. È solo il contesto che fornisce il significato di ogni dettaglio importante.

Se sei fuori contesto sei fuori senso. E se non sai volare, che te ne fai di un cielo immenso e limpido.

Un posto che Jep aveva inaspettatamente trovato in quegli occhi di donna. Ai margini di un contesto sbagliato, ma a pochi passi dal baricentro di tutto il suo pensiero.

In tazza grande

15 gennaio 2018

Chissà qual è l’altro punto di vista. Cosa si vede dall’altro lato dell’enorme tavolo. Chissà come vedono me?

In fondo non potrebbe esistere una terra di mezzo fatta di burocrazia, privata di un suo Gollum in giacca, anche se rigorosamente senza cravatta.

Oggi ho un jeans strappato all’altezza delle ginocchia. Piccoli tagli discreti, appena accennati. Un po’ come lo sguardo che stamattina ho indossato e che non saprei neanche descrivere a parole.

Gomiti poggiati sul tavolo e una mano che abbraccia l’altra racchiusa in un pugno, con l’indice alzato. Il polpastrello mi accarezza il mento.

È un tavolo riunioni. Davvero troppo grande. O forse no. Forse qui lo usano in modo strumentale per tenerti a debita distanza. Per chiarire i ruoli. Per sembrare, in un certo modo, inarrivabili.

Usano quella rassicurante geometria di un tavolo circondato da comode poltrone. Una sorta di immaginario sistema solare che amplifica le distanze.

Soprattutto quando ti appoggi all’indietro. Quando lo schienale si adatta alla schiena, e questo sembra allontanarti ancora di più.

È tattica la distanza intorno a un tavolo. Si può orbitare sul perno della sedia insieme ai pensieri. Affermare qualcosa sottovoce senza essere sentiti. Sorridere. Annuire, persino guardare il cellulare, o scattare addirittura una foto.

Ci si possono mandare messaggi da un posto all’altro. In modalità vibrazione, o in assetto silenzioso. È un gioco no? Il gioco dei ruoli praticato da uomini di un certo spessore. Quelli col potere.

Io non siedo molto spesso a certi tavoli. E anche oggi, che invece ci sono, sto dalla parte di chi ascolta. Quindi ascolto. E guardo. E magari giudico, aspettando a mia volta di essere giudicato.

Loro sono due. Di fronte a me ho l’uomo con meno potere. Sembra un orsacchiotto di peluche. Un Trudy. È apparentemente più giovane dell’altro. Stempiato, ma con i capelli grigi e porta gli occhiali. Annuisce, dice qualche sì e qualche no. Ma i suoi sembrano dei no confermativi.

Muove obiezioni sulle banalità tanto per far capire che c’è anche lui. Tanto per non dare fastidio a nessuno.

Sembra dire: “Ok, investite pure le vecchiette al semaforo, picchiate donne e bambini, ma mi raccomando nella carbonara niente panna”.

Snoda parole senza gesticolare, senza cozzare mai. Senza nemmeno obiettare mai. Ogni tanto sembra prendere appunti, ma disegna pupazzetti e quando disegna non guarda in faccia nessuno.

E poi è prontissimo. Un aquilotto da conversazione. Quando il suo capo fa una considerazione lui si accoda. Poi, dopo una parola a mezza bocca e un mugolio strozzato, conferma annuendo con la testa:”Stavo per dirlo io.”

Ma accidenti a tutti quelli che non ci arrivano mai per primi. Siete mica una setta? Una volta una persona cara mi disse che non devo fidarmi di chi al tavolo dice “pago io”.

Chi vuole pagare di solito lo fa senza dirlo. Altrimenti è solo una tattica per sembrare quello che non si è.

E quest’uomo che sta sempre per dirlo e non lo dice mai? C’è da fidarsi di lui “nonno”? Ah già non puoi più rispondermi, ma credo di sapere quale sarebbe stata la tua risposta.

Un’altra persona cara mi ha invece raccontato che una donna ci attrae per le sue qualità, ma è per i suoi difetti che arriviamo ad amarla. Ed è vero accidenti, ma questa forse è un’altra storia…

Penso e scrivo con la mia solita “iperbole”.

Dall’altra parte del tavolo intanto l’ometto con gli occhiali sembra un uomo arrivato. Non del tutto arrivato forse, ma insomma è lì. È comunque arrivato. Interagisce direttamente con il capo e può persino obiettare qualche idea.

Lui è il classico dirigente ignaro. Continua a ripetere i suoi “non lo so”. E ora ogni tanto mi guarda anche. Forse giudica. È tutta una pioggia di “adesso bisogna vedere i numeri”, di “non so come si può fare”.

Ha gli occhi di un gatto. Furbo. Attraverso questo suo essere felino ha probabilmente scalato qualche albero, sì. C’è riuscito. Ma non del tutto.

Raccoglie gli interessi di un piccolo cabotaggio coltivato per anni. Cena col capo. Teatro col capo. Scivola dolcemente e sorride. L’amico di tutti. Questa è la strada giusta da percorrere in un istituto di credito.

Qualche sospetto che la tanta gentilezza a oltranza non sia credibile deve averlo anche lui, però. Difatti ora eccolo che racconta le sue imprese: “Io con i revisori della Parmalat all’epoca sono stato molto duro”.

Insomma che eroismi mi sono perso? Tutte la battaglie che Trudy ha condotto fieramente. Ma secondo me in fondo è sincero. È anche malinconico. Ora ha lo sguardo di chi ha perso più di un treno. Ma non i segni di chi lo ha mai preso in faccia.

E a destra poi c’è lui. Il capo. Accartocciato sulla poltrona alla sinistra del collega, semidondolante. Senza il suo immenso ufficio intorno. Senza il suo potere che si riflette in ogni oggetto.

Sembra un bimbo in cerca di coccole. Tra lui e il suo braccio destro ci sono circa 60.000 euro annui di differenza.

Il capo mette dei paletti, nessuno sa perché. Io però me lo aspetto. “Marcucci, il suo fatturato è sceso nel 2016. Questo vuol dire che ha lavorato meno.”

“Oppure che ho ceduto in affitto una delle mie attività?” Gli rispondo, ma col tono di chi non vuole insegnare nulla a nessuno. Basta leggere.

L’orsetto Trudy non emette un mugolio, disegna pupazzi mentre il capo aggiunge, “in effetti sono calati anche i costi!”

Ma va? Mi sento un gradino più di loro. Ma sorrido. So solo che bisogna rispettarli. E che da alcune posizioni di questo tavolo si possono dire cose che non stanno né in cielo, né in terra.

Se ti va bene sei solo un idiota, altrimenti è comunque una loro concessione.

Parto con il mio monologo. Do spiegazioni. Parlo di numeri. Di previsioni. Ma che meraviglia!

Ascoltano il minimo indispensabile, perché fondamentalmente non gli interessa. E si assentano. Chissà dove vanno mentre io parlo. Mentre spiego cosa ho in mente. Mentre mi muovo tra problemi e soluzioni.

Di fatto sono lontanissimo, ma in qualunque posto siano loro, non sembra davvero un bel posto.

Continuo il discorso guardando il capo negli occhi. Lo guardo e mi chiedo che cosa potrebbe riaccendere quello sguardo.

Quando sarà stato entusiasta per qualcosa? Un gol? Una ragazza? Un tramonto? Un figlio? Un traguardo?

Intanto il tempo scorre, io finisco il monologo e la questione si rimpalla tra il potente che mette i punti fermi, quelli che se non sono incredibilmente fermi lo priverebbero del fascino del ruolo, E il suo braccio destro. L’uomo che non sa mai cosa rispondere, perché non ha i dati. Perché non sa e vuole evitare di dire inesattezze. Ma intanto ha disegnato pupazzi.

Ma quando è che diventiamo come siamo? Come succede? E perché?

Poi all’improvviso il capo mi chiede:”Quindi signor Marcucci lei crede che questa struttura alberghiera a Firenze oggi sia una buona idea?”

Mi verrebbe da rispondere “no” e andarmene a cena. Poi ripenso a quanto mi compete e rapidamente rispondo:”Certo”.

Ma lui insiste. “E ce la fa a gestirli tutti da solo?”

“Le sembro così solo?” Gli rispondo di getto. Poi aggiungo:”E Lei come fa a gestire tutte quelle filiali?”

Si guardano. Annuiscono. L’orsacchiotto ride. Non va se annuiscono? Forse va. Forse è andata. O forse no. Mi offrono un caffè. Magari è l’ennesimo giro di ruota dove i migliori stanno a guardare. A ogni buon conto io lo prendo doppio, sempre in tazza grande.

La più breve

12 gennaio 2018

Sorseggio un’aspirina effervescente. Le poltrone non sono poi tanto scomode se sai sopportare un mal di schiena. Il vagone è colmo di persone. Chi parla al telefono, chi gesticola idee. Io non presto attenzione. Non ho nulla da barattare, tantomeno parole.

Potrei separarmi da questa poltrona e camminare verso la coda del convoglio, mentre il treno sfreccia in direzione opposta. Andare così, avanti e indietro nel tempo che passa. Un lusso che non tutti possono permettersi.

Io non ho proprio idea di quale forma abbia la mia disciplina stasera. Però viaggiare non mi ha mai fatto davvero paura. E comunque non troverò nessuno in piedi ad aspettarmi stasera, magari nervoso, mentre guarda un orologio.

Mi piacerebbe scoprire l’origine di certi vocaboli. Per esempio chi ha inventato la parola “destinazione”. Vorrei essere astuto e invece sto camminando verso la coda di un treno che sfreccia in direzione contraria. Ma questo l’ho già scritto.

Ricordo Alice. Lei teneva l’astuzia in cucina, nella cassettiera in basso, accanto alle barrette di un qualche tipo.

Il treno rallenta all’improvviso. Si scuote di dosso la realtà. Io cado scivolando sulle ginocchia. Giusto davanti a una ragazza.

Che diamine di figura retorica è questa? Un’iperbole? Una sinestesia? Magari è una semplice figura da scemo.

Mi rialzo. Sorrido come le statue di cera. Non ricordo nemmeno se ho salutato prima di ricominciare a camminare. Forse ho solo immaginato di farlo.

Quando ripasso porgerò a quella ragazza le mie più sentite scuse. Non mi ero mai trovato in ginocchio davanti a nessuno.

Adesso ho solo idee un po’ confuse. Quella felpa nera col cappuccio l’ho già vista. E quel libro sulla vita di Marilyn? Ne esiste un altro dimenticato da qualche parte e che avrei tanto voluto leggere.

Questo mio inutile tornare indietro. Questo pensare e ripensare a dove fossero le mie mani in quel momento. La fisica gioca con il passato. La chimica provoca ricordi allucinatori. Ma è la filosofia che trasforma tutto in parole.

Non ci sono le geometrie giuste per intervenire stasera. Niente emozioni da elevare al cubo. Nessuna piramide che nasconda un segreto. Nessuna sfera che introduca una conoscenza. E neanche un cilindro dal quale estrarre un fottuto coniglio bianco.

La ragazza non c’è più. Forse l’ho soltanto immaginata. Oppure anche lei era di passaggio nella mia vita. In assoluto è questa la mia storia d’amore più breve.

Questa testa non è un albergo

9 gennaio 2018

E poi ci sono quei giorni in cui smetto per qualche istante di pensare. Succede ogni tanto e dura fin quando ricomincio a farlo. A pensare intendo.

Mi risveglio improvvisamente come uno che si ricorda di aver lasciato il latte sul fuoco.

Ognuno di noi nasconde una specie di risacca. Un posto fatto di bei ricordi dove i pensieri raggiungono faticosamente il mare. Un po’ come fanno i piccoli di tartaruga.

Per questo me ne resto lì, sulla spiaggia. A guardarli inebetito. Mentre a largo succede qualcosa. Mentre un movimento molto simile a un’increspatura si alza sempre di più e mi corre incontro.

Nessun timore. Solo tanta schiuma bianca e un suono sordo. Prima un ruggito. Poi un boato.

È il rumore della realtà che mi aspetta al varco. Un impaziente destino che mi attende sull’uscio di ogni storia.

Se ne sta lì che fissa nervosamente l’orologio. Che batte il piede in terra come qualcuno che sta aspettando da tanto, troppo tempo, di accadere.

Eppure non sono passati nemmeno dieci minuti da quando ho iniziato a scrivere. Ok. Magari è troppo tardi ed è già ora di mettere un punto.

In fondo questa testa non è un albergo, ma tutto quello che gli gira intorno adesso, si.

Fino all’ultimo gradino

7 gennaio 2018

Si racconta che Picasso un giorno abbia dipinto un’opera con pochissime linee di pennello. Solo qualche tratto.

Si dice anche che qualcuno maliziosamente, quel giorno gli avesse chiesto quanto tempo ci fosse voluto per realizzarla. E che la risposta sia stata semplice:”Quarant’anni”.

No. È vero. Non possiedo alcuna capacità di catalogazione. Non c’è nessun ordine cronologico in ciò che scrivo e spesso pubblico cose già scritte in passato. Ed è solo perché mi sento esattamente come nel momento cui le ho scritte.

Non vi è niente di democratico nella mia testa. Soltanto atti di fede nei confronti della confusione, del disordine e del mio non saper essere così metodico, come la realtà richiederebbe. Ma sto cambiando.

Niente succede subito, soprattutto i cambiamenti. E nulla accade gratuitamente. Me ne accorgo ogni giorno. Tutti i giorni.

D’altronde certi cambiamenti sono impercettibili. Altri durano quarant’anni. Alcuni tutta la vita o fino quando la realtà non ti grida in faccia.

E di solito è un no talmente forte che ti costringe a rimanere ciò che sei. Ad arrenderti alle logiche più semplici.

È la solita storia. Quella di un uomo che cerca di configurarsi correttamente nelle realtà che lo circondano.

Un dilettante scrittore impegnato a trovare il giusto equilibrio tra fatti e conseguenze. Tra passato e presente. Tra le sue decisioni e il senso stesso di ognuna di esse.

In questa mia realtà il tempo non si limita soltanto a scorrere. Mi lascia un substrato di risonanze e polvere che sembra impossibile scrollarmi di dosso.

E alla fine è come in quei vecchi film di Damiano Damiani. Dove c’è una porta in fondo alla cucina e una scala che porta nel buio. Impossibile resisterle. E nessuno si è mai trattenuto dal provare a percorrere fino all’ultimo gradino.


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