In tazza grande

Chissà qual è l’altro punto di vista. Cosa si vede dall’altro lato dell’enorme tavolo. Chissà come vedono me?

In fondo non potrebbe esistere una terra di mezzo fatta di burocrazia, privata di un suo Gollum in giacca, anche se rigorosamente senza cravatta.

Oggi ho un jeans strappato all’altezza delle ginocchia. Piccoli tagli discreti, appena accennati. Un po’ come lo sguardo che stamattina ho indossato e che non saprei neanche descrivere a parole.

Gomiti poggiati sul tavolo e una mano che abbraccia l’altra racchiusa in un pugno, con l’indice alzato. Il polpastrello mi accarezza il mento.

È un tavolo riunioni. Davvero troppo grande. O forse no. Forse qui lo usano in modo strumentale per tenerti a debita distanza. Per chiarire i ruoli. Per sembrare, in un certo modo, inarrivabili.

Usano quella rassicurante geometria di un tavolo circondato da comode poltrone. Una sorta di immaginario sistema solare che amplifica le distanze.

Soprattutto quando ti appoggi all’indietro. Quando lo schienale si adatta alla schiena, e questo sembra allontanarti ancora di più.

È tattica la distanza intorno a un tavolo. Si può orbitare sul perno della sedia insieme ai pensieri. Affermare qualcosa sottovoce senza essere sentiti. Sorridere. Annuire, persino guardare il cellulare, o scattare addirittura una foto.

Ci si possono mandare messaggi da un posto all’altro. In modalità vibrazione, o in assetto silenzioso. È un gioco no? Il gioco dei ruoli praticato da uomini di un certo spessore. Quelli col potere.

Io non siedo molto spesso a certi tavoli. E anche oggi, che invece ci sono, sto dalla parte di chi ascolta. Quindi ascolto. E guardo. E magari giudico, aspettando a mia volta di essere giudicato.

Loro sono due. Di fronte a me ho l’uomo con meno potere. Sembra un orsacchiotto di peluche. Un Trudy. È apparentemente più giovane dell’altro. Stempiato, ma con i capelli grigi e porta gli occhiali. Annuisce, dice qualche sì e qualche no. Ma i suoi sembrano dei no confermativi.

Muove obiezioni sulle banalità tanto per far capire che c’è anche lui. Tanto per non dare fastidio a nessuno.

Sembra dire: “Ok, investite pure le vecchiette al semaforo, picchiate donne e bambini, ma mi raccomando nella carbonara niente panna”.

Snoda parole senza gesticolare, senza cozzare mai. Senza nemmeno obiettare mai. Ogni tanto sembra prendere appunti, ma disegna pupazzetti e quando disegna non guarda in faccia nessuno.

E poi è prontissimo. Un aquilotto da conversazione. Quando il suo capo fa una considerazione lui si accoda. Poi, dopo una parola a mezza bocca e un mugolio strozzato, conferma annuendo con la testa:”Stavo per dirlo io.”

Ma accidenti a tutti quelli che non ci arrivano mai per primi. Siete mica una setta? Una volta una persona cara mi disse che non devo fidarmi di chi al tavolo dice “pago io”.

Chi vuole pagare di solito lo fa senza dirlo. Altrimenti è solo una tattica per sembrare quello che non si è.

E quest’uomo che sta sempre per dirlo e non lo dice mai? C’è da fidarsi di lui “nonno”? Ah già non puoi più rispondermi, ma credo di sapere quale sarebbe stata la tua risposta.

Un’altra persona cara mi ha invece raccontato che una donna ci attrae per le sue qualità, ma è per i suoi difetti che arriviamo ad amarla. Ed è vero accidenti, ma questa forse è un’altra storia…

Penso e scrivo con la mia solita “iperbole”.

Dall’altra parte del tavolo intanto l’ometto con gli occhiali sembra un uomo arrivato. Non del tutto arrivato forse, ma insomma è lì. È comunque arrivato. Interagisce direttamente con il capo e può persino obiettare qualche idea.

Lui è il classico dirigente ignaro. Continua a ripetere i suoi “non lo so”. E ora ogni tanto mi guarda anche. Forse giudica. È tutta una pioggia di “adesso bisogna vedere i numeri”, di “non so come si può fare”.

Ha gli occhi di un gatto. Furbo. Attraverso questo suo essere felino ha probabilmente scalato qualche albero, sì. C’è riuscito. Ma non del tutto.

Raccoglie gli interessi di un piccolo cabotaggio coltivato per anni. Cena col capo. Teatro col capo. Scivola dolcemente e sorride. L’amico di tutti. Questa è la strada giusta da percorrere in un istituto di credito.

Qualche sospetto che la tanta gentilezza a oltranza non sia credibile deve averlo anche lui, però. Difatti ora eccolo che racconta le sue imprese: “Io con i revisori della Parmalat all’epoca sono stato molto duro”.

Insomma che eroismi mi sono perso? Tutte la battaglie che Trudy ha condotto fieramente. Ma secondo me in fondo è sincero. È anche malinconico. Ora ha lo sguardo di chi ha perso più di un treno. Ma non i segni di chi lo ha mai preso in faccia.

E a destra poi c’è lui. Il capo. Accartocciato sulla poltrona alla sinistra del collega, semidondolante. Senza il suo immenso ufficio intorno. Senza il suo potere che si riflette in ogni oggetto.

Sembra un bimbo in cerca di coccole. Tra lui e il suo braccio destro ci sono circa 60.000 euro annui di differenza.

Il capo mette dei paletti, nessuno sa perché. Io però me lo aspetto. “Marcucci, il suo fatturato è sceso nel 2016. Questo vuol dire che ha lavorato meno.”

“Oppure che ho ceduto in affitto una delle mie attività?” Gli rispondo, ma col tono di chi non vuole insegnare nulla a nessuno. Basta leggere.

L’orsetto Trudy non emette un mugolio, disegna pupazzi mentre il capo aggiunge, “in effetti sono calati anche i costi!”

Ma va? Mi sento un gradino più di loro. Ma sorrido. So solo che bisogna rispettarli. E che da alcune posizioni di questo tavolo si possono dire cose che non stanno né in cielo, né in terra.

Se ti va bene sei solo un idiota, altrimenti è comunque una loro concessione.

Parto con il mio monologo. Do spiegazioni. Parlo di numeri. Di previsioni. Ma che meraviglia!

Ascoltano il minimo indispensabile, perché fondamentalmente non gli interessa. E si assentano. Chissà dove vanno mentre io parlo. Mentre spiego cosa ho in mente. Mentre mi muovo tra problemi e soluzioni.

Di fatto sono lontanissimo, ma in qualunque posto siano loro, non sembra davvero un bel posto.

Continuo il discorso guardando il capo negli occhi. Lo guardo e mi chiedo che cosa potrebbe riaccendere quello sguardo.

Quando sarà stato entusiasta per qualcosa? Un gol? Una ragazza? Un tramonto? Un figlio? Un traguardo?

Intanto il tempo scorre, io finisco il monologo e la questione si rimpalla tra il potente che mette i punti fermi, quelli che se non sono incredibilmente fermi lo priverebbero del fascino del ruolo, E il suo braccio destro. L’uomo che non sa mai cosa rispondere, perché non ha i dati. Perché non sa e vuole evitare di dire inesattezze. Ma intanto ha disegnato pupazzi.

Ma quando è che diventiamo come siamo? Come succede? E perché?

Poi all’improvviso il capo mi chiede:”Quindi signor Marcucci lei crede che questa struttura alberghiera a Firenze oggi sia una buona idea?”

Mi verrebbe da rispondere “no” e andarmene a cena. Poi ripenso a quanto mi compete e rapidamente rispondo:”Certo”.

Ma lui insiste. “E ce la fa a gestirli tutti da solo?”

“Le sembro così solo?” Gli rispondo di getto. Poi aggiungo:”E Lei come fa a gestire tutte quelle filiali?”

Si guardano. Annuiscono. L’orsacchiotto ride. Non va se annuiscono? Forse va. Forse è andata. O forse no. Mi offrono un caffè. Magari è l’ennesimo giro di ruota dove i migliori stanno a guardare. A ogni buon conto io lo prendo doppio, sempre in tazza grande.

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