Archive for ottobre 2015

Settecento

30 ottobre 2015

A volte mi appare chiaro quello che dovrei fare, ma poi la vita arriva e mi anticipa di un soffio.
C’è sempre qualcosa che non funziona quando parlo dell’amore. Ogni volta inizio che so esattamente cosa scrivere. Poi un secondo più tardi mi perdo in ciò che ho appena scritto. Forse amare è anche smettere di cercarsi. Allontanarsi in silenzio. Preferire la punteggiatura alle mille parole diverse da dire. Forse amare è non riuscire più a distinguere che cosa è giusto, da cosa è sbagliato. Che cosa è odio e che cosa invece è davvero amore. Forse amare è confondere un’ossessione con un rimpianto. E sapere che anche quando non esiste un futuro ti dannerai comunque l’anima rivivendo il passato. Perché amare è dimenticare il presente. Addormentarsi e sognare anche un solo minuto in più da trascorrere insieme. Forse amare è lasciarsi senza abbandonarsi. Affidarsi al tempo che dicono “farà il resto”. Ma il tempo invece se ne frega e aumenta solo l’età delle cose. Forse amare è starsene ogni tanto lì da soli a pensare, ad amare ciò che hai deciso di dimenticare. O forse amare è avere scritto ti amo. Ogni giorno. Per settecento giorni. Per settecento notti. E sapere che continuerai a farlo. Alzando ogni tanto gli occhi. Filtrando il cielo. Immaginando il sorriso di una donna incantevole riflesso nei colori della luna. E un uomo impaziente che continua a guardarla. Come fosse una favola da raccontare.

Sessantanove

28 ottobre 2015

Sessantanove è il mio numero. Alzo gli occhi. Sono al cinquantasei. Mi guardo intorno. Facce stanche. Disappunto. Pare che tutti abbiano lasciato fuori qualcosa in sospeso. L’auto in doppia fila. Un appuntamento dal fisioterapista. Una riunione. Un’amante. Un improbabile colloquio con i professori. Certi giorni i pensieri hanno le zampe eppure non vanno da nessuna parte. In quei giorni tutto scivola noiosamente sul piano inclinato della quotidianità. È una mattina qualsiasi. In un posto qualsiasi. E magari tra poco si mette a pure a piovere.

Una notte a Suburra

26 ottobre 2015

“A distanza di duemila anni c’è ancora chi porta un fiore nel punto esatto in cui il corpo senza vita di Giulio Cesare bruciò per due giorni e due notti.”
Ieri sera confesso di essermi sentito emozionato e completamente a mio agio. La luna. Roma. Le meraviglie di una storia raccontata che non conosce tempo. Quando si sono spente le luci sono rimasto qualche minuto lì. Assediato dai silenzi e orfano delle parole di Piero Angela. Di fronte alla vecchia Curia. Sede del senato di Roma. Laddove si decideva il destino di un impero. Quante immagini. Quanti pensieri rimasti a metà strada.
Uscendo dai fori sto attento ai dettagli. Alle ricostruzioni. È strano come gli spazi cambino a seconda dei silenzi che ci metti intorno. Stanotte Roma è nall’aria. In ogni singolo granello di sabbia. In ogni leggenda scritta, raccontata e tramandata. Perché per quanto si possa abbattere un albero, non è mai possibile liberarsi delle sue profonde radici.

Esserci

24 ottobre 2015

Anni di cieli azzurri. Di vicoli stretti e sampietrini lappati dalle pozzanghere. Di turisti rumorosi sempre in giro. Anche la mattina presto. Come cani selvatici. Stamattina ho atteso che arrivasse un sole discreto. L’ho fatto più del dovuto. Respirando pensieri. Disegnando universi intorno a un caffè. Con quella pazienza tipica dei girasoli. Ultimamente non esistono albe o tramonti che si lascino apprezzare a dirotto. In fondo una luce può illuminare un viso, non quello che senti dentro. Però prometto, alla prossima cosa bella che mi succede, stavolta cercherò di esserci.

Niente

22 ottobre 2015

Niente. L’unica risposta seria che conosco è “niente”. Niente non è solo una parola. Niente è un’isola. Niente è un ponte che viene percorso nei due sensi di marcia. Due direzioni. Due destinazioni. Due punti di vista. Due prospettive completamente diverse, ma sostenute dalla stessa necessità. Quella di lasciarsi tutto alle spalle. Io non sono speciale. Ho un cuore e un cervello, come tutti. E li uso per cercare risposte. Per capire. Per elaborare e rielaborare. Per definire e ridefinire. Anche sbagliare. Anche correggermi. Smaltire gli umori. Le sensazioni. Annotare esperienze. Catalogare quali quelle da dimenticare e quelle da ripetere. C’è sempre qualcosa da approfondire, o da cancellare. Credere, o dubitare. Oggi mi sarebbe piaciuto raccontare una bellissima storia. Essere morbido e buono, ma forse mancano ancora troppi giorni a Natale. Così provo a parlarmi un po’ addosso. Ad addobbare il mio personale albero immaginario con i pensieri più luminosi e intermittenti. Senza preoccuparmi di piazzare una stella in cima a tutto. Che l’amore faccia un po’ perdere la testa non è un luogo comune. Qualcuno però non sa che si perde anche stabilità. Che ci si dimentica di se stessi per interessarsi follemente a un’altra persona. E alla fine quella persona può anche succedere che ti possieda. Che senza nemmeno saperlo prenda residenza fissa nella tua testa. Domicilio nella tua vita. Ed è impossibile sfrattare certi pensieri senza ricorrere alla forza interiore. Il me stesso innamorato somiglia un po’ a Rembrandt. Un grande pittore olandese con il sorriso da beota e lo sguardo sempre perso nel vuoto. Tuttavia un magnifico artista. Il me stesso innamorato è un me stesso un po’ fissato. Anche ossessionato. Spesso euforico e incantato. Altre volte ansioso e turbato. Un me stesso dal profilo psicologico mutevole e offuscato. Vorrei saper scrivere meglio delle cose che sono andate male. Magari usando quella stessa lucidità con cui un uomo fortunato racconterebbe la propria fortuna. Ma non è semplice. E forse non è nemmeno utile. A volte mi aspetto che arrivi il buonsenso per sussurrarmi a un orecchio che sono le parole adatte. Che mi trovo sulla strada giusta. Perché se esistono circostanze della vita in cui si perde la stabilità. Esistono anche i momenti in cui ci si ritrova.
Innamorarsi destabilizza. Ma fa sentire intensamente vivi. Toglie e restituisce sicurezze alternando picchi di certezze a baratri di profondo dubbio. Una spinta emotiva inarrestabile. Il capitolo più lungo di un libro che parla di universi paralleli. Realtà che non possono essere controllate, ridotte e spiegate sulla base di regole scritte o valori assoluti. L’amore non funziona. Non si esprime. Non si allinea con quello che abitualmente viene considerato “normale”. Perché le emozioni e i sentimenti riguardano solo la sfera dell’anima. Niente biologia. Niente chimica. Niente fisica, o filosofia. E quindi niente piani per conquistare l’universo. Niente di niente. Quando “niente” è più importante di tutto ciò che potrei scrivere adesso. Quando niente è il punto che precede la parola fine. Quando niente è la cosa piu reale che io abbia mai avuto in mano da stringere.

Questa è per il bambino dentro

20 ottobre 2015

“Esiste una rabbia che non ha niente a che vedere con la cattiveria. E’ il ruggito di chi sta proteggendo le proprie fragilità.”

Paola Felice Juliet

Il piano

19 ottobre 2015

Forse esiste un piano. Uno schema, o un progetto, Qualcosa che coinvolge ogni notte le luci di Roma. Luci giallastre che rivelano vicoli quasi dimenticati. Leggende nascoste. E storie che mostrano volti lucidi di passione. Tutte immagini che disarmano l’impaccio e la timidezza di ogni uomo davvero innamorato di questa città.

Non aprire gli occhi stamattina

19 ottobre 2015

Ci sono istanti in cui mi sento così coraggioso da poter inventare una favola. Che poi non serve nemmeno una fantasia fuori dal comune. Basta una naturale predisposizione a scrivere. La fine di una serata. Roma di notte. Qualche ricordo e una vecchia canzone degli Spandau Ballet. Scenari, suoni, luoghi, corpi. E poi una platea dove tu siedi in fondo alla sala. In ultima fila. Con una vestitino da sballo e la coscienza annoiata.
Non serve chiudere gli occhi. Posso immaginare distintamente i tuoi fianchi che scorrono docili tra le mie mani. Quelle che il tempo ha disegnato intorno a te in quel preciso istante, per quel preciso momento. Mani in grado di risalire la corrente attraverso ogni tuo respiro. Mani che scivolano veloci tra lo spazio dei seni. Indugiano sulle tue spalle, sul collo. E poi ancora lungo gli angoli più remoti della tua schiena. Il sapore di un bacio dove non ti aspetti. Un gusto dolciastro con qualche nota di mandorle. Quelle dell’albero dietro la casa dei miei nonni in campagna. Quello dove da bambino mi arrampicavo e rimanevo seduto per ore tra i rami. Il mondo allora era un pensiero trasparente e la natura una donna bellissima.
I tuoi occhi sono l’irrinunciabile profondità dalla quale un uomo non può risalire. Un posto dove perdersi consapevolmente. Vorrei mandare ogni singolo atomo dell’universo a farsi fottere una volta per sempre. Vorrei cavalcare il tempo, sfidare il potere di un destino. Lottare, vincere o perdere e comunque precipitare. Per godere attraverso le meravigliose finitezze del tuo profilo.
Non aprire gli occhi stamattina. Tienili chiusi fin quando non avrai ascoltato tutto quello che ho da dire. L’imbarazzante piacere di un uomo passa attraverso i suoi desideri più profondi. E ora è netto. Palpabile. Quasi indescrivibile. Generato dalle mie fantasie quando urtano con forza il vetro scheggiato della realtà. A volte lasciando impronte indelebili. 

Forse è fortuna

19 ottobre 2015

Più volte ho scritto che la fortuna non esiste. Sono stati in molti a sostenerlo in passato. Seneca addirittura diceva che “esiste solo quel momento in cui il talento incontra l’occasione”. Eppure qualcosa c’è. Deve esserci. Chi ha la capacità di far fronte in maniera positiva a certi eventi traumatici della vita è una persona fortunata. Chi sa riorganizzare positivamente la propria esistenza davanti alle difficoltà lo è ancora di più. Forse “fortuna” è sapere come ricostruirsi il cuore. Arrabbiarsi e rimanere comunque sensibili alle opportunità positive che la quotidianità ti offre. Lottare con furia contro ogni frustrazione. Senza cedere alla stanchezza. Senza paura della sconfitta. E senza mai perdere la propria umanità.

Se proprio volete

18 ottobre 2015

Stasera ho più occhi che orecchie.
Dei desideri non ne parlo più, perché fanno ingrassare. Le storie invece le scrivo soltanto.
Cammino. Schivo tartarughe. Osservo l’acqua di una fontana scorrere. Penso a una vecchia leggenda. Sorrido alla meraviglia di un tempo che non c’è più.
La notte tarda. La luna è uno spettro che affascina la vanità dei tetti di Roma. Piazza Mattei ora sembra un’isola deserta. A volte divido i ricordi in tappe. Poi lascio partire il cronometro e faccio i conti con le discese e le risalite. Se proprio volete, stanotte venite a prendermi qui.

Dal basso verso l’alto

17 ottobre 2015

Non ho mai avuto una palla di vetro. Io non lo so come vanno a finire le cose. Mi limito a desiderarle. A fare e sperare che poi alla fine succeda proprio quello che mi aspetto.
Forse ci sono troppe versioni di me in questo universo. E non tutte sono da trattare con i guanti. Ma sono stufo di ingannarmi con la prospettiva che proietta in terra l’ombra di un uomo felice. Alla fine finisco sempre per scontrarmi con quella versione di me che non ha mai saputo approfittare delle buone occasioni. Quella fragile. Quella minuscola. Quella che “quando non è più utile l’abbatti col silenzio”. Quella impaziente nelle sue lunghe attese e perennemente insoddisfatta anche dai risultati migliori.
Stasera sono stanco. Pervaso da un incontenibile bisogno di normalità.
Magari, se non arrivo a casa troppo tardi, mi faccio una camminata per le vie del centro. E guardo Roma dal basso verso l’alto. Evitando i riflessi nelle pozzanghere e cercando di non inciampare nella mia ombra.

Qui, a momenti.

15 ottobre 2015

Ho una mente molto fornita. Quasi americana. E quando la nostalgia disinnesca il sonno la notte diventa un luogo perfetto per pensare. A volte però preferirei dormire profondamente. Sognare come un fanciullo e lasciare i ricordi nell’oscurità di questo iPhone. Sto provando a darmi il tono di un piccolo scrittore. In realtà mi terrorizza l’idea che qualcuno possa passare a trovarmi senza ascoltare quello che ho da dire. Da circa sei ore sono seduto al volante. Mi lascio alle spalle chilometri. Fisso i fari delle auto che sporadicamente mi si fanno innanzi. Un po’ come si guardano le stelle nella penombra di un cielo coperto di nuvole. La vita non è un romanzo pieno di capitoli. La vita somiglia più a uno scaffale zeppo di libri. Certi che nemmeno leggerai mai. Alcuni troppo difficili da capire. Altri che fanno contemporaneamente ridere e piangere. Però sono comunque affezionato alla loro presenza. Il modo in cui si poggiano ordinatamenre su una realtà impolverata di sogni. Lo stile elegante delle copertine che si usano per arredare il tempo che passa. Sta per piovere, lo so. Il parabrezza non mente mai. Meglio accelerare. La vita non aspetta e il futuro sarà qui a momenti.

La porta aperta

13 ottobre 2015

La prima sveglia fallisce miseramente. La seconda invece arriva impietosa. È una scossa che percuote. Che fa bene il suo dovere. Fuori è un mattino al neon. Via dei Coronari è spenta come tutto qui intorno. Finestre chiuse. Strade deserte. Gabbiani stanchi. Nuvole sdraiate sugli spigoli di Roma. Immagini e pensieri. Vorrei imparare a mettere finalmente le parole al posto giusto. E non importa che “il posto giusto” poi non sia l’unico sensato, o l’unico possibile. E nemmeno che sia l’unico sincero. Stamattina è come se la vita mi entrasse dagli occhi. Precipitasse nel cuore e ritornasse fuori scrittura. Vorrei non doverlo più pensare. Vorrei avere le persone a cui voglio bene sempre vicino. Senza essere costretto a portarle nel cuore a distanza. Correndo verso mete difficili da raggiungere, oppure fuggendo da qualcosa. C’è stato un tempo in cui alla fuga attribuivo una certa vigliaccheria di fondo. Adesso non più. Perché mi sono reso conto che in certi momenti fuggire diventa la mossa migliore. E c’è sempre una porta aperta dentro me quando fuggire si trasforma nell’unica via possibile.

Dentifricio alla menta

11 ottobre 2015

Quasi mezzanotte. Non è una buona notte. Ma nemmeno cattiva. Iniziano a scendere le temperature e le stelle col fresco sono come vive. La luna si nasconde. Il gran carro mi dà le spalle. La via lattea ammicca sopra i tetti dei palazzi di Roma. Stasera ho letto due capitoli di De Lillo, “Underworld”. Ma non mi sono piaciuti. Ho sistemato la libreria. Ho scritto una cosa di incubi, poi ho deciso di fare una doccia. Prima però ho cancellato tutto.
Quello che so è che c’è una distanza ovvia che separa le cose come sono, da quelle “come dovrebbero essere”. Quello che so è che i pensieri nella mia testa non finiscono mai. Le idee. I sentimenti. La rabbia. La passione. La gioia, o l’amarezza. Sono note trasmesse da un megafono scassato che ne amplifica le emozioni. I dubbi. Le delusioni e tutte le intolleranze. Stasera percorro veloce lo stesso tragitto di un annoiato bianconiglio. Ma se mi volto nessuno mi segue. Così lascio scorrere l’acqua mentre lo specchio del bagno si trasforma nel mio personale Stargate. Un passaggio obbligato da attraversare ogni sera. Guardandomi negli occhi. Improvvisando un goffo tentativo di convincere il me stesso riflesso, che sarebbe opportuno non voltarsi mai indietro. Perché è indietro che resta il sapore delle cose sognate. Delle lunghe attese. Delle storie desiderate e poi perdute. Come quel retrogusto inconfondibile di dentifricio alla menta che ogni notte sento in bocca e che non vuole andare più via.

Ritratto

10 ottobre 2015

Stanotte le luci della città sembrano un ritratto che non vuole invecchiare. Una realtà antica desiderosa di nuove parole. Un universo da stringere e coccolare.


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