Archive for the ‘Storie’ Category

Il suo migliore amico

26 ottobre 2018

Alice si addormentava accarezzata da un raggio di luna. Poco importava che si trattasse di una panchina gelida, un pavimento anonimo, oppure un letto comodo.

“Qualcuno si sta prendendo cura di lei” pensava Jep, distante anni luce. E nei suoi pensieri si affollavano figure senza un volto definito, senza apparente identità.

Jep ne avrebbe voluta scegliere una per credere in lei. Una, per sperare che qualcuno si stesse davvero prendendo cura di Alice, come avrebbe fatto lui in un’altra vita. Ma come diceva il suo amico Titta di Girolamo, è difficile scegliere tra le cose che non ti fanno dormire.

“Esiste nel mondo una specie di setta della quale fanno parte uomini e donne di tutte le estrazioni sociali. Di tutte le età, razze e religioni. È la setta degli insonni. Io ne faccio parte da dieci anni.

Gli uomini non aderenti alla setta a volte dicono a quelli che ne fanno parte: ‘se non riesci a dormire puoi sempre leggere, guardare la tv, studiare o fare qualsiasi altra cosa’.

Questo genere di frasi irrita profondamente i componenti della setta degli insonni. Il motivo è molto semplice. Chi soffre d’insonnia ha un’unica ossessione. Addormentarsi.”

Stanotte l’incertezza sembra più reale del me stesso riflesso in questo specchio. “Io non sono un bastardo” mi ripeteva Jep, “non lo sono mai stato. L’universo intorno ha complottato che mi trasformassi in ciò che fino a ieri credevo di non poter mai diventare.

Per questo la continuo a cercare tra la cenere dei ricordi. Anche se continuo a sostenere che sto bene solo. Anche se ancora m’inganno con il sesso e gioco a fare finta che sia amore.

Un tempo passeggiavo per le strade di Roma. A volte solo. Altre volte con un cane stanco al guinzaglio. Oggi non riconosco più quei palazzi. Le fontane e i monumenti non mi appartengono. Tutti quei luoghi che sembravano il nostro gioco somigliano alla sceneggiatura di un vecchio film finito nel dimenticatoio.

Che fine hanno fatto i vicoli semibui che percorrevo spensierato. Che fine ha fatto Dio? Ogni giorno si prende una parte della mia vita. Un po’ di me scompare. E anche queste figure sono cambiate nella mia testa.”

Una sola cosa avrebbe desiderato Jep. Io lo so. Che ogni tanto, tra le pagine della sua vita, in mezzo a una distesa di persone, o tra i vicoli semideserti della sua città, Alice si fosse finalmente fermata malinconicamente a pensare. Osservando il nulla attraverso una fontana. Immobile. E avesse preso, anche solo per un istante, in considerazione il fatto che lui, Jep Gambardella, era stato il suo migliore amico.

C’è solo una cosa che non capisco

25 settembre 2017

Un capitano Akab, ogni mattina, sogna traguardi impossibili e interminabili viaggi. Una balena bianca invece si sveglia e basta. La balena non si sente mai affondare. Anzi, scendere in profondità a volte vuol dire salvezza.

In ogni uomo esiste una parte sommersa e una parte che si vede. Anche da lontano. E in ogni cosa, o persona, è la parte che non si vede quella in grado di fare danni. Di squarciare senza saperlo.

Il tipo è seduto di fronte a me. Avrà circa 50 anni. Un bell’uomo, ben vestito. Una valigetta per il Pc sulle gambe. Un iphone7 acceso. Parla a voce alta, anche se non altissima. Dice che c’è solo una cosa che non capisce, ma non riesce a comunicarlo. Forse perché dall’altro lato hanno troppo da parlare. 

Lui pensa che sarebbe meglio inserire la parola “serie”, sopra la scritta IMMATURI, ma va messo tutto in minuscolo. L’allegato però non riesce a vederlo, perché il programma non si apre sull’iphone7. 

Sento il devastante bisogno del parere di un altro passeggero. Magari basterebbe chiedere alla Monica. Milanese conclamata che chiacchiera da 5 minuti sulla poltrona della fila opposta. Parla e tiene le gambe allungate verso il centro del vagone. Belle gambe davvero. 

La gente però deve scansarsi e fare il passo lungo, perché quelle gambe rimangono distese. No che non è maleducazione. È solo che ogni tanto uno si sente il mondo come fosse casa sua. E probabilmente lei crede di trovarsi sul suo divano in salotto. Embè? Meglio lì che altrove, mi dico. 

Ironia.

I passeggeri intanto saltellano nel tentativo di raggiungere il proprio posto. E finalmente parte il suo commento ad alta voce: “Non capisco per quale motivo uno che ha un biglietto di un vagone diverso salga dal davanti? Ma che hanno in testa? Cenere?” 

Sarcasmo. 

Il treno parte con due minuti di ritardo. Durante il viaggio le sue gambe non possono estendersi oltre. Quindi la si vede e la si sente ravanare parole sconnesse dal cervello. Tutte un po’ a caso. Sbadiglia, sbuffa, sospira. Tutto in stereofonia. 

Intanto ho scoperto che il signore di prima fa il regista. È Paolo Genovese. Già, proprio quello di “Perfetti Sconosciuti”. 

Adesso l’allegato si apre. Lui voleva intendere con quel “c’è solo una cosa che non capisco”, di non aver ben chiaro chi avrebbe curato il casting della sua nuova serie televisiva. E che avrebbe preferito dirigere volti nuovi, magari gente presa in strada. Ecco, ora che ho scoperto l’arcano mi sento più sereno. Posso lasciarlo alla sua storia e magari proseguire la mia.

Materia. Antimateria. Origine della vita. Universo. Cancro. Neutrini. Quello che mi comunica Magritte con “Gli Amanti”, o il perchè Van Gogh abbia venduto un solo e unico quadro in vita. E che dire della testa di Trump?

No.”Non c’è solo una cosa che non capisco.” Sono tante. Troppe cose. 

Provo a sussurrarlo a mezza bocca. Che senso di sicurezza che dà quel “solo” detto così. Strisciato tra i denti, con una esse più lunga della S dei supermercati brianzoli.

Superato lo scoglio affiorante di quella esse, tutto è saputo. “Non c’è sssssssolo una cosa che non so.”

Le altre? Le so tutte? I neutrini, i vegani, i capitani Akab che inseguono balene. O altri che cozzano contro iceberg e scogli. E i tornado? Gli uragani? Dove finiscono i palloncini e i calzini spaiati? E i fondi raccolti con gli sms solidali? 

Ironia e sarcasmo.

Che poi, alla fine, non ho nemmeno capito se è la scritta “IMMATURI”, o la parola “serie”, quella che va riportata in minuscolo.

Uno alla volta

19 agosto 2017

Tentare di raccontare un fatto accaduto a trecento metri da noi, soltanto due giorni fa. Provare a descrivere prima la sorpresa. Poi la paura e il devastante senso di inadeguatezza nostro e delle persone intorno.

Forse niente di più difficile. Niente di più inutile. Se non ci sei dentro le parole non lo trasmetteranno mai. Se non l’hai vissuto la retorica non aiuterà qualcuno a capire.

Il terrorismo rimane un fatto universalmente noto e di portata drammaticamente storica. Ma cosa “cazzo” vuol dire terrorismo. Che ne sa un ragazzo di 22 anni del terrorismo. Della tolleranza. Uno che crede alle favole di una vita migliore dopo una morte infame. La vita è questa e non ce ne saranno altre per nessuno. 

Per questo mi trovo fortemente inadeguato a trasformare un dramma in un racconto, magari con personaggi da romanzo. Potrei comunque farlo. Ne sarei anche capace. Ma sarebbe la mia interpretazione personale e difettata. 

Oggettivamente si è trattato di un furgone lanciato su una folla. Come altri prima di allora. E altri che ne verranno ancora. Soggettivamente invece, per le persone rimaste coinvolte e per i terroristi assassini, si trattava di “uno alla volta”. 

Abbattere un vecchio. Un ragazzo. Una donna. Senza ordine. Con caotica casualità. Non sono certo stati lì a controllare l’etichetta. Giovani. Anziani. Cristiani. E magari anche musulmani, perché alla fine importa davvero? Per nessuno di loro c’erano persone uguali a loro. E in un certo senso è proprio così.

Ho provato a immaginare i protagonisti prima, durante e dopo l’attentato alla Rambla. In casa, al bar, nel furgone, in strada, in fuga. Quello che poteva andare storto e che invece purtroppo non è accaduto. 

L’irrisolvibilità del destino. La sopravvivenza di persone segnata da innumerevoli piccole coincidenze. La bimba che vuole tornare in hotel. La sterzata del van all’ultimo momento. La nostra storia che è sempre la somma delle conseguenze di tantissime altre storie. 

Esistono solchi profondi tra le persone, che nemmeno le più tenaci volontà sarebbero in grado di ricucire con la tolleranza. E questi baratri non sono generati da un conflitto, ma dalla pura e semplice differenza di pensiero.

Anche dentro di noi ci sono linee e soglie di non ritorno che continuamente varchiamo. Identità che quotidianamente muoiono e nascono. Tutto questo può apparire deprimente, dispersivo, frustrante. 

Immagino il furgone che corre. Le persone che cadono e muoiono. Alcune senza avere la benché minima consapevolezza, o reazione al fatto. Nessuna strategia difensiva opponibile. Soltanto il dolore. 

Le grida incomprensibili in lingue diverse. Ma tutte con la stessa intensità. Poi un’altra improvvisa accelerazione arriva e consuma ogni giustificazione morale. Le ruote sgommano in una serie di sterzate casuali sull’asfalto. Ogni schema logico salta. Il buonsenso viene fatto deflagrare in un tempo troppo piccolo per reagire. 

Così a un tratto è ancora il destino a lasciare poco spazio al bisogno di sopravvivenza di tutti. Dei terroristi. Delle coppie a passeggio. Dei turisti. Delle mogli, dei mariti e dei figli.

Al volgere dell’ultima sterzata un uomo viene soltanto sfiorato, mentre un’anziana signora italiana viene colpita dal paraurti e vola a oltre 20 metri. È il suo ultimo respiro e si esaurisce al suolo. 

È l’immagine più drammatica della nostra impotenza. E non mi viene altro da scrivere ora che non sia, maledetti.

Fino all’ultimo

17 giugno 2017

Esistono delle leggi. Quelle scritte in modo cinicamente umano su carta. E poi altre leggi del tutto naturali. Quelle al di fuori di ogni cosa. Quelle intorno a noi. Ci contengono. Ci mantengono e ci determinano. Ma ne esiste anche una del tutto personale. Le legge dentro. Qualcosa che guida il nostro sguardo, che è la nostra mano, il nostro passo. Qualcosa che ci spinge velocemente verso il nostro destino.

Ricordare ha la stessa radice del verbo dare ed è vero. Ricordare la morte può aiutare a dare di più nella vita. Impariamo a contare ogni istante, ma solo alla fine scopriamo che ogni istante conta. “Sarò il vostro angelo custode”, scrive Gloria alle amiche dal ventitreesimo piano di una torre in fiamme. Si contano i giorni, ma anche i minuti, poi all’improvviso si scopre che stanno finendo in fretta. Eppure Gloria non pensa alla morte. Pensa alla vita. 

Scorro l’articolo di Repubblica ed è come se scorressi le ultime immagini di questa tragedia. Il fumo. Il crescente silenzio. Solo un rumore, ma nella testa. Ne ho tratto un invito a osservare il mio modo troppo superficiale e frettoloso di vedere la vita. Come se ad un tratto qualcuno mi dicesse: aspetta, fermati un momento. Guardati intorno. Guarda di cosa tu fai ancora parte. E non dimenticarlo mai. Fino all’ultimo.

Vie di fuga

6 giugno 2017

Il bruco credeva che l’amore fosse ovunque, così ogni giorno guardava sotto le foglie. Dietro ai sassi. In cima agli alberi. Ma non trovava nulla.

Il bruco faceva domande. Quelle che ti fanno sentire a disagio. Ed era convinto che mettendo una lettera maiuscola all’inizio delle parole, un giorno sarebbe potuto volare via. 

Il bruco non conosceva le linee di prospettiva, quelle che si irradiano dal punto di fuga. Eppure erano state sempre lì, proprio davanti ai suoi occhi. Gli sfrecciavano accanto richiudendosi dietro la testa.

Un giorno il bruco prese una mano e se la mise sul cuore, poi ti disse: “Conta. Ci dividono i battiti di cuore e tutti quei millimetri d’acqua sufficienti a farti annegare”. Poi sorrise. Chiuse gli occhi. E divenne farfalla, prima che qualcuno potesse mai arrivare a cento.

Non ci parliamo da tempo

29 aprile 2017

Città. Le nostre città. Ma anche tutte le altre città. Sono edificate nel tempo. E forse somigliano molto a chi le ha costruite. Somigliano ai nostri stati d’animo. Al nostro modo di essere. Di reagire.

Tutte ad esempio hanno un centro e delle periferie. Le periferie rappresentano il limite, il confine. Invece in centro si trovano i negozi. Le griffe. I ristoranti migliori. È in centro che si puliscono meglio le strade. Che i buchi sull’asfalto vengono riparati all’istante. 

Un parallelismo interessante. Amiamo stare nelle zone più curate della città come nelle zone migliori di noi. E poi ci sono le nostre spiagge. Le nostre favelas. Le nostre borgate. Un confine quasi sconosciuto, perché da sempre poco e mal frequentato. 

Finché la vita ci permette di stare al centro della vita stessa non abbiamo motivo di addentrarci verso i limiti. Non abbiamo voglia di scrutare la periferia. Le zone della nostra più devastante impotenza. 

Charles Darwin ci ha riconosciuto un istinto, che ci ha salvaguardato nel tempo. E che oggi ci conduce e ci rende esperti di fronte ai rischi. Un qualcosa che vive annidato nella cultura di ogni popolo.

Ogni storia può essere osservata con il punto di vista del calciatore brasiliano, del pastore sardo, dell’astronauta russo. Oppure con l’angolazione dell’agricoltore, del prete, del cow boy. Che magari osserva il mondo da dentro e coglie soltanto l’immensità del deserto attorno a lui. 

Chissà. L’astronauta invece vedrà la terra nel suo complesso. Questi pensieri sono un trasferimento continuo dalla sella all’astronave. È l’immenso racchiuso nel dettaglio che ci proietta dalle stalle, alle stelle. A guardare, come un astronauta, da lontano tutta la nostra vita. 

E viceversa, solo una considerazione più alta e assoluta ci spiega meglio un dettaglio. L’impronta di rossetto in un bicchiere. I lineamenti di un sorriso, o il sapore delle labbra di una persona. Una che oggi non sappiamo nemmeno in che città, o periferia, sia finita.

Ma abbiamo bisogno di questi racconti? Abbiamo necessità di essere una città dentro la città? A cosa mi è servito viaggiare, scrivere, parlare e ascoltare? A cosa mi serve questo blog? Che cosa cambia mentre niente sta cambiando?

Di fronte a “tutto quello che rimane lo stesso” io posso mutare solo il mio punto di vista. Scegliere la collina da cui osservo me stesso e il mondo. Posso partire dalla mia intelligenza, dalla mia speranza, dalla mia ironia, da tutti i miei sbagli. Dalla rabbia. Dalla paura. 

Ecco a cosa serve guardare “le cose che non cambiano”. Serve a riconoscere ciò che invece sta cambiando in me. Il significato più profondo di tutti quei centri e tutte quelle periferie. 

Mi sfugge il significato della vita, ma non sfuggirò mai alla vita. Non posso capirla, ma posso domandarmi in quanti modi mi è possibile considerarla. A quali siano le diverse profondità raggiungibili. A quali siano i momenti più esaltanti, o rabbiosi della mia esperienza. 

Direi che sono arrivato al dunque di questo pensiero. È “me stesso” che sto raccontando in queste pagine. È “me stesso” che ogni volta rimprovero e giustifico con il solito mezzo. Le parole. 

E ringrazio la vita, per tutta questa vita. Perché finché avrò la fortuna di esistere sarò io il passato, il presente e il futuro di ogni singolo giorno della mia esistenza. 

Non conta dove. Non conta con chi. Questo lo stabilirà il destino. E ormai non ci parliamo da tempo.

Staccarsi con dolcezza 

25 aprile 2017

Le parole si leggono. Si ascoltano. Oppure si pensano e si pronunciano. O meglio ancora, si scrivono. Si cantano. E sono quelle le più difficili. Quelle che creano il mondo all’interno del quale un pensiero potrà essere condiviso da tutti nel tempo. 

Mario Biondi saluta il pubblico. Gli applausi non lo toccano. È lì con il microfono in mano. La musica da il tempo e lui la prende reagendo con tre impulsi che partono dai piedi e gli attraversano tutto il corpo. 

Al terzo impulso i suoi movimenti diventano canzoni e musica.

Mario Biondi, nome d’arte di Mario Ranno, è un cantante, un compositore e arrangiatore italiano. I suoi genitori si chiamano Concetta Porto e Giuseppe Ranno. Ma questo non interessa davvero a nessuno.

Quando la luce stacca sul suo primo piano riesco osservare da vicino l’espressione del volto. 

“Love is a temple”.
“L’amore è un tempio, Non darlo per scontato, e quando succede, è il momento di scrivere la tua storia.”

Gli occhi si aprono un varco tra le note. I pensieri prendono vita. Seguono la strada indicata. Il corpo comincia a vivere, a farsi abitare dalla musica e questo è un passaggio straordinario. 
È il miracolo che l’uomo può arrivare a compiere. 

Mario si lascia passare la musica nelle spalle, che prendono a seguirne il movimento. Non sono movimenti che fa. Sembrano piuttosto movimenti che gli sfuggono via. Ha un perno fisico, una focalizzazione che tiene con una disciplina da militare. Non stacca gli occhi da un punto indefinito della platea. Forse cerca qualcuno. Oppure segue soltanto il flusso delle parole. 

C’è un rigore assoluto nella semplicità e nella verità dell’azione che sta compiendo. E la disciplina fa sì che la vita possa scorrere e fluire. Il suo corpo è musica e il suo sguardo tiene l’azione di profondità. Il perno che solleva il mondo. Il baricentro.
E il suo fisico è quasi contratto. Muove il braccio destro e il movimento lo aiuta nell’esecuzione. 

“Take me up and let me down, Hold me when I’m sad, Take my eyes to look around, Take my ears to listen to the stars, This is what u are, Knock me down knock me out, Make me feel shy,But when you hold me in your arms, I can just forget the tears I’ve cried, This is what u are”

Questo è quello che sei? Davvero?
Un uomo diverso, non come noi. Il suo baricentro è l’esecuzione. È la musica. Il suo punto di focalizzazione nasce lì. Ed è un triangolo meraviglioso. Lui. Noi. Le parole.  
Nessuna regola, né il ritmo, né la melodia, né il palcoscenico permettono di separare le frasi dal loro significato. Dalla loro energia. 
Rimango a guardarlo rapito e penso alle sue capacità. A quel cappello che soltanto lui potrebbe indossare. Al talento che trasforma le “regole assolute” in “regole del gioco”. 

Penso che mi stia indicando un altro modo di amare. Non di certo una donna. Non di certo gli altri. Ma me stesso.  

È una serenità che mi nasce da dentro e che rivela un altro luminosissimo orizzonte. La capacità di saper contenere le emozioni. Non di negarle, non di reprimerle, né viceversa di cedere loro un timone cieco. 

Catturare le emozioni. Nel senso di sapere che ci sono e di controllarne il flusso. Essere liberi di viverle, di farle vivere e di contenerle nella partitura della canzone. Le canzoni sono la colonna sonora di tutta una vita. 
Ormai la strada è segnata verso la fine e anche questo passaggio così difficile risplende di serenità. Ritmo e musica con le loro regole sono ormai digeriti e diventano sangue che mi scorre dentro miscelato a respiro. 

Qui. Ad altezza cuore. In questo punto più che negli altri, secondo me, esce la qualità fisica profonda. La compostezza. Sono padrone di me stesso e completamente libero.
Mario saluta e ringrazia. Nessun compiacimento, solo piacere. Questo finale mi ricorda qualcosa che ho già scritto in passato. 

“È impossibile quando ti tieni forte, aggrappato a qualcosa con tutto te stesso, staccarti con dolcezza”.

 Diventa memoria

21 aprile 2017

Stamattina ho pensato a un piccolo esercizio di specchi. Tutto ciò che vi vedo riflesso non è altro che la proiezione di quello che si muove all’interno. Un quadro limitato di tutto quello che mi circonda fuori. Tutto quello che riesco a vedere. 

Posso cambiare angolazione, ma se qualcosa appare da un lato, qualcos’altro scompare dall’altro. Le pareti. Gli oggetti. Le persone. Ma c’è anche un gigantesco me stesso. Sempre al centro. 

E poi c’è una parte soffocata di me. Quella che pensa. Quella sensibile. Quella che non sopporta osservare il riflesso del suo somigliante amico in gabbia. Sempre che si possa chiamarlo amico. Sempre che somigliante sia l’aggettivo giusto da usare. 

In questo stillicidio di espressioni assonnate non cerco risposte. Non cerco nemmeno le domande. Rimango soltanto immobile a guardare e ad ascoltare se anche attraverso un riflesso qualcosa riesce a risuonarmi dentro. 

Oggi l’esistenza sa di cose già viste. E un riflesso rimane lo stesso anche quando non capisco la quotidianità che mi fa da palcoscenico. Il riflesso lavora comunque. Trasforma un broncio accigliato in energia per le idee. E così anche un presente apparentemente insignificante, diventa memoria. 

 

Sottrazioni 

20 agosto 2016

Hai davanti agli occhi Roma. Magari sei seduto sul bordo di una fontana e la osservi di notte. Quando non gira più nessuno. Eppure non ti senti affatto solo.

Intorno hai tutto e tutti che si muovono. La storia. Il tempo. I profumi. Le atmosfere dei giorni passati. Cosi chiudi gli occhi e la tua vita si trasforma in un infinito ologramma a cielo aperto.

Migliaia di pensieri arrivano a difenderti dal resto del mondo. Come se la tua quotidianità lasciasse una scia che sei in grado di guardare solo tu. 

C’è sempre un minuscolo punto di vista all’interno del tuo campo visivo totale. Una prospettiva che avevi dimenticato. Ed è questo che ti fa entrare nel senso delle cose, nel sapore, nella dimensione invisibile di quello che vorresti a tutti i costi condividere. Un volto riflesso, un dettaglio, un ricordo.

Stanotte mi accorgo che è stupefacente la quantità di cose che mi porto addosso senza saperlo. Cose invisibili. E mi stupisco quando mi rendo conto che la strada per arrivare a notarle sia fatta di “sottrazioni”.

Mi spiego. Per vedere in profondità quello che c’è dentro un ricordo forse bisognerebbe rinunciare a tutti gli altri. Guardare attraverso il tempo. Frugarci dentro. Alla fine è solo un fatto fisico. Una disponibilità a cercare davvero quello che stai ricordando. 

Perché l’unica cosa che vale la pena ricordare non sono le persone, o i fatti del passato. Ma il tuo rapporto con le persone e i fatti del passato. In fondo non esistono immagini che abbiano senso, senza le emozioni che le hanno accompagnate.

La fine del tunnel

17 agosto 2016

L’intangibile stanchezza di certe mattine. Il cielo in un caffè. Una strana sensazione di allineamento. Immagini di un tempo vissuto. Lavorato. Guadagnato. Tutta l’energia di cui ho quotidianamente bisogno che si nasconde in un sorriso. Intanto il mio meccanico tentativo di partecipare ai discorsi che non mi interessano, fallisce. Si esaurisce in una smorfia. Come quando in sogno vorresti smettere di precipitare, ma non si può. E quindi ti svegli. Ma non c’è nessuno che ti aspetta con la colazione a letto.

Il pallone bucato

7 giugno 2014

Quand’è che sono diventato quello che sono? Com’è successo. Un giorno? Un’ora? All’improvviso? E l’espressione che porto con tanta disinvoltura, quando si è disegnata? E’ stato un evento preciso? Una scelta? Ed io ho mai capito di averla fatta questa scelta? C’era una volta un ragazzo che giocava a pallone sotto casa con gli amici.
Senza nulla da chiedere al tempo. Niente preoccupazioni, niente retropensieri. Prima che la vita cominciasse a modellarmi la faccia e il desiderio ad istruire le mie strategie. Non c’erano gol da realizzare. Solo una serie infinita di passaggi. E l’unica paura era che qualcuno arrivasse a bucare il pallone.

Anche da zero, ma insieme.

28 novembre 2013

Nessuna cosa importante succede facilmente o rapidamente. Ma sono le cose importanti che poi durano, si evolvono e arricchiscono.
Sono molti i fatti della mia vita che non mi sono piaciuti, che non capivo e ai quali del resto nemmeno oggi riesco a dare un senso preciso. Tutti quegli eventi anche positivi, eppure ben lontani da me. Grandi cose, per carità. Ma che non mi accendevano. Non riguardavano “tutta la vita” e che ho sempre trovato troppo identificati in un ritaglio temporale definito, incapace di evolvere. Momenti preziosi, eppure incastonati come brillanti in una parete rocciosa lontana da qualsiasi rotta percorribile.
Si vive di istanti, ma la vita vera la fanno le storie. Quelle di persone che si incontrano, si desiderano, si amano. Uomini e donne che sanno comunicare e capirsi. Che ogni giorno costruiscono, condividono, sperano, soffrono, agiscono, vincono o perdono tutto e sanno ripartire anche da zero, ma insieme.

La storia della mia vita

24 ottobre 2013

È la storia della mia vita.
Quando desidero qualcosa con tutto me stesso, pare che l’universo intero cospiri affinché questo qualcosa non si realizzi mai ed è in quel momento che vorrei soltanto accelerare fino a 350 km orari.
Vorrei scappare lungo uno spazio temporale e ritornare il bambino che ero un tempo. Quello che dalla finestra della sua stanza rubava minuti ai libri di scuola per guardare …le stelle.
Erano sempre là. Le vedevo solcare il cielo solo per me e puntavo loro il mio dito.
“Non puntarci il tuo dito” mi rispondevano le stelle.
Ma ho sempre ignorato l’avvertimento.

Forse è come dicono gli americani. “Life it’s so fucking cool.”
Non sono conforme a ciò che questa vita vuole impormi. Non ho orari, non ho un ufficio, non ho colleghi, non ho una donna.
A dire il vero non sono nemmeno molto convinto di avere tanti amici, ma sta bene così.
Vivo solo con i miei piccoli umori e “solo” con tantissima vita intorno a me. Non potrei desiderare altro.
Una volta camminavo per le stradine di Claviere, presto al mattino e spesso incrociavo i veri abitanti della montagna. Volpi, cerbiatti, marmotte. Qualche volta facevo anche in tempo a immortalarli con l’iPhone.
Tutto ciò era pace.
Poter scattare una foto in tranquillità è pace.
Decidere qual’è il momento giusto per “decidere” è pace.
Niki che spiega come vestirà la sua barbie è pace.
Un torrente di montagna, ma anche la risacca spumosa delle onde dell’oceano o il denso silenzio della neve quando cade su altra neve è pace.
I tuoi occhi che si specchiano nei miei occhi è pace.
Osservarti mentre dormi è pace.

Sono li che ti guardo. Che aspetto l’occasione giusta per accarezzarti il viso. Una grande emozione da custodire tra le mie piccole mani. Stretto e costretto tra le metamorfosi di un volto teso e un soffitto tappezzato di sogni evanescenti e impercettibili microrganismi di un sentimento da passare al microscopio.
Un virus che si moltiplica nel mio cuore e dal quale è impossibile non venire infettato.

Anche stamattina ti scrivo.
Scrivo in quell’angolino di letto che mi protegge di fronte alla grandezza del mondo, immaginando cosa possa essere la felicità.
Scrivo del futuro senza però conoscerne le opportunità.
Scrivo dell’amore, ma solo per sentito dire.
Scrivo pensando ad una ragazza bellissima che illumina di speranza e sentimenti forti la mia vita.
Scrivo della vita, di quella vita che conosco ben poco. Una esistenza che impacchetto come un regalo ancora da ricevere e che non sono più certo di voler scartare senza te.

L’etica del Cirque du Soleil

24 ottobre 2013

C’era una volta un uomo imperfetto che voleva dare un significato alla propria esistenza applicando l’etica del Cirque du Soleil.
Era funambolo, quando cercava di rimanere in equilibrio sul suo cuore. Era trapezista, quando restava perennemente appeso al suo sguardo. Era pagliaccio, quando faceva di tutto per strapparle un sorriso.

Poi arriva l’onda

24 ottobre 2013

Si torna a casa. Tu lo fai sonnecchiando sprofondata nella poltrona e io palpeggiando il mio iphone. Non posso fare a meno di pensare ed è il mio viaggio nel viaggio. Il mio modo di tenermi a debita distanza dalla quotidianità.
Intanto ti rigiri su te stessa.
Cambi posizione.
Cerchi con il capo e trovi la mia spalla.
Io ti guardo.
Sorrido.
Poggio la mia testa sulla tua.
E nella semplicità di un… istante apparentemente banale sono felice.
“Lo vuoi?”
Alla fine l’hai fatto.
Ti sei svegliata.
Ti guardo e sei bellissima.
Anche col viso stanco e i capelli spettinati.
Anche quando critichi il mio modo di essere.
Anche quando mi rimproveri o mi prendi teneramente in giro.
A volte ti trasformi in acqua alta e ogni tuo sorriso è una splendida mareggiata.
Sei tu.
E pensare che questa meraviglia l’ha fatta una sola onda. La chiamano anomala a causa della sua altezza. Anomalo lo dico di tutto ciò che attraverso la sua inconsuetudine mi svela qualcosa di qualcuno.
Scrivere per me è percorrere questa strada, quella di un’onda nella sua inarrestabile corsa verso la terra ferma.
Il resto è tutto cremine per la pelle, televisione, facebook, hamburger, coca zero, chiacchiere di statistica, calcio la domenica, malinconia di aperitivi e di risate eccessive, capricci di bambini, mogli stanche, lunghissimi viaggi, previsioni del tempo che dicono che forse domani pioverà o forse no.
Poi arriva l’onda.


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