Archive for agosto 2015

Singole molecole di romanticismo

31 agosto 2015

Giornata strana. Troppo silenzio per un lunedì mattina. Bevo un caffè e mi sembra di bere dalla tazzina dell’altro ieri. Stamattina ho scritto da qualche parte che ho voglia di fare l’amore. Idee gonfie, dense. E non so quanto cose del mattino o residui di desideri di una notte passata. Esiste uno spessore di pensieri con cui devo sempre venire a patti. Alcuni poco realizzabili. Altri nemmeno particolarmente intelligenti. Ma ce ne sono anche di veri. E sono sicuramente quelli più difficili da scrivere. Eppure ci voglio provare. Ora, proprio adesso. Anche se è presto. Anche se sembra banale e riduttivo desiderare qualcosa di così umano a quest’ora del mattino. Che poi scrivere non mi è mai venuto difficile. Forse perchè tengo i concetti in disordine insieme ai desideri. Certo. Ma ci sono sempre tutti. Anche se dovessi farlo a caso qualcosa resta. Intanto penso. Intanto ricordo e bevo il mio secondo caffè. Il sole mi accarezza la faccia. I gabbiani mi suggeriscono direzioni da prendere. Io restituisco sguardi con gli occhi a fessura e un’invidiabile smorfia sul viso. Volevo iniziare la giornata facendo l’amore, ma non ne sono più così sicuro. Forse volevo chiudere quella di ieri.  In verità non ricordo nemmeno cosa ho fatto stanotte. Ho visto un film. Ho mangiato un piatto di spaghetti aio e oio. Poi una fetta di anguria. Ma non ho letto nulla. Non ho ascoltato musica. E nemmeno usato il cellulare. Ho camminato, credo. Poi mi hanno chiamato, ma non ho risposto. Non ricordo a chi. Sono tornato a casa e ho incastrato cose nei cassetti. Ho giocato col puzzle. Poi mi sono sdraiato sul divano in terrazza e ho trascorso qualche minuto cercando di fotografare una luna bugiarda. Quel tipo di luna che a occhio nudo sembra bellissima, ma poi sulle immagini ti appare come un lampione sfocato. Una truffa che spazza via ogni singola molecola di romanticismo. Le realtà che vediamo forse non hanno molto in comune con le realtà che memorizziamo. Guardi una tipa con gli occhiali scuri. Reggicalze e scarpe tacco quattordici. Si piega a raccogliere un fazzoletto. Ma memorizzi qualcosa di molto più simile a una colazione in Piazza di Spagna con Vivien Leigh. E poi? E poi basta. Magari questa mattina non è stato altro che un tentativo forte di comunicare. Magari è fallito. Magari me ne farò una ragione. E magari troverò quella singola molecola di romanticismo che cerco, soltanto nella puneggiatura.

La clava delle parole

29 agosto 2015

Stamattina cerco in un caffè quel filo comune che unisce i pensieri alle azioni. Quel riferimento logico che li tiene insieme. Forse non tutte le azioni sono mosse da desideri. Molte non sono altro che conseguenze meccaniche di altre azioni. Reazioni, per intenderci. Per ciò che abbiamo perso. Per ciò che non abbiamo capito. O per ciò che in qualche modo ci manca. E se invece le azioni nascessero solo da certe necessità? Non dico una, ma tutte. Nessuna esclusa.

Non voglio trasmettere una visione pessimistica della vita. Ma un’ipotesi liberatoria. Qualcosa che mi scagioni finalmente dalla falsa idea di fare le cose solo perché le ritengo buone, o cattive. Giuste, o sbagliate. Perché le condivido idealmente. In tutto. In parte. Oppure non le condivido affatto. Ieri per esempio ho fumato una sigaretta. Sarà la quinta negli ultimi mesi. E mentre fumavo mi interrogavo sulla necessità di farlo. E la necessità non può essere buona, o cattiva. È necessaria in quel momento, punto. Non esiste una formula per calcolare l’incidenza delle necessità sulle decisioni. Nemmeno su quelle più banali. Troppo soggettivo. Io la chiamo fisica dell’animo umano. Altri preferiscono chiamarla filosofia.

La moca intanto tossisce caffè sui fornelli ancora accesi. Spengo la fiamma. Verso ciò che resta in un bicchiere di vetro. Ho finito lo zucchero. Accompagno il tutto con un’espressione contraddetta. Mi piacerebbe parlarne con una persona che sa farne di meravigliose. Ne immagino qualcuna. Sorrido. Ecco. Immaginare. Questo è il meccanismo che distrugge la capacità di capire. Rapportare tutto a una personale idea di bene e di male, di giusto e di sbagliato. Cominciare da un punto qualsiasi e finire sempre col parlare di se stessi. Penso che questo sia il problema. La comunicazione. In qualche modo non siamo più in grado di parlare con noi. Mentre ci piace parlare di noi. Basta sfogliare facebook per rendersene conto.

Ormai abbiamo una compulsiva necessità di scrivere, o dire cosa pensiamo delle persone, o delle cose. Lo diciamo anche quando non ce ne rendiamo conto. Quando addirittura non servirebbe nemmeno farlo. L’uomo che si evolve nella sua infinita lotta per vivere e sopravvivere. Ma sostituisce la clava con le parole. Sempre a caccia di giudizi e in balia dei pregiudizi. Chissà perché, anche davanti a cose meravigliose, invece rimanere silenziosi, sentiamo sempre bisogno di verificare chi vince, chi ha ragione, o chi sia il più forte.

Forse bisognerebbe recuperarlo un muto contatto con noi stessi. Cercarlo. Amplificarlo. Usarlo come specchio di quello che siamo. Come confronto. “Dove” e “quando” possiamo fare a meno delle nostre opinioni. Tornare a osservare in silenzio tanto un orizzonte, quanto un riflesso di luna, come anche un fatto, o una persona. Con semplicità. Senza pressioni. Senza tensioni. Senza pregiudizi. Senza confondere le necessità degli altri con le nostre. E le azioni degli altri con quelle che compiamo ogni giorno.

Dicono che passerà presto

28 agosto 2015

Stanotte la luna ha regalato al buio solo un sorriso. E io la guardavo. La osservavo con quel mezzo broncio e la presunzione di chi vorrebbe stanare con uno sguardo tutte le stelle dal cielo. C’è vento fuori. Bukowski si è adagiato tra le mie dita come una farfalla incredula e impaziente. Il suo libro scorre lentamemte. Io fatico lo stesso a stargli dietro. C’è qualcosa che stasera mi blocca i pensieri e li trasforma. Qualcosa di più simile a un “non voler essere”, che a un “voler avere”. Succede spesso quando leggo. Quando scrivo. Quando rientro tardi. Quando faccio cose che nemmeno mi aspetto. Quando punto tutto e vinco, oppure quando perdo. Quando mi arrabbio. Quando sto facendo sesso e quando mi illudo che si tratti di amore. Quando sbaglio. Quando credo. Quando non sopporto, o quando inseguo qualcosa che forse non desidero più. Quando strappo un sorriso. Quando lo guardo. Quando capisco e finalmente mi ascolto davvero. Presenza. Sentimento. Trasgressione. Adrenalina. Anche se faccio finta di niente alla fine mi si accumulano dentro.
Sembra un’estate infinita. Un tempo che non vuole lasciarsi nulla alle spalle. Solo qualche ricordo e poche tracce di presunte stelle cadenti. Un giorno potrei anche stare meglio di adesso. Allora potrò desiderare meno, oppure di più. Sentire i giorni scorrere e il loro attrito che si modella sulla mia pelle, oppure ignorare tutto. La luce, il calore, la follia e la direzione del vento. Avere di nuovo sonno e fame. Limitarmi ad abitare la vita senza preoccuparmi di arredarla con il senso giusto. Era estate poco fa. Dicono che lo sia ancora. Dicono anche che passerà presto.

Universi indispensabili.

25 agosto 2015

Stamattina l’alba era un posto bellissimo dove perdersi. Niente di particolarmente romantico. L’ho incontrata in bici. Dietro il curvone di via Federico Lotti. Dopo tanto affrontare salite e discese. Dopo tanto pedalare e pensare. Dopo il mio tanto adorato scalare muri. Assediare castelli. Cercare risposte. E la verità è che non mi piacciono mai. Soprattutto le risposte giuste poi mi trasmettono frustrazione. Insofferenza. E qualche volta vergogna. Però la verità da la sveglia meglio di un caffè.

Il paradosso è proprio questo. Siamo tanto più sereni quanto più inconsapevoli. Forse si vive meglio liberi da quello che non sappiamo. Da quello che si vuole dimenticare. E anche tutto quello che sappiamo alla fine lo vogliamo comunque immaginare in modo diverso. Perché la realtà è faticosa come i saliscendi di certi percorsi poco asfaltati e pieni di buche.

Sto sudando. In fondo a questa strada c’è il Caffè Paradiso. Fa i maritozzi con la panna più buoni del quartiere. So cosa mi aspetta. Dovrò lottare contro tutto e tutti. Contro la fatica. Contro i profumi. Contro il demone che mi segue in monopattino. Lui c’è sempre. Ma soprattutto dovrò fare i conti con me stesso.

Ognuno di noi in fondo occupa un suo universo. Viviamo solo apparentemente nella stessa realtà. O meglio, magari lo facciamo fisicamente. Ci piace anche crederlo. Ma non è affatto così. I nostri desideri. I nostri sogni. La fantasia. Le nostre più profonde paure. Sono dettagli lontani da una logica di esistenza condivisa. La realtà non è per tutti un posto bellissimo dove alloggiare.

È vero. Condividiamo le cose concrete. Le stesse città. Gli stessi paesaggi. I negozi. Il cibo. Il lavoro. Gli sport. Gli odori, i colori e i sapori. Percorriamo a piedi, in auto e in bicicletta le stesse strade, dilaniati dalle medesime incertezze. Dal quel bisogno compulsivo di apparire in relazioni di ogni tipo. Eppure il sentimento più forte che siamo in grado di condividere è il senso di inadeguatezza e di sfiducia globale.

La verità è che esiste una sola natura, ma infiniti universi. Abbiamo una sola identità. Una sola logica. Un unico DNA. Un solo istinto. Una ragione. Ma tutto il resto è un universo a parte per ognuno di noi. Ed è qui che vivono i sorrisi più belli, gli scheletri sul divano, le porte senza serrature, i prati stellati, le albe in un cassetto, le principesse da liberare, i sogni proibiti e i demoni che ti inseguono in monopattino, fino a sotto il letto.

È una storia antica. Il cavaliere in bicicletta che si reca alla fortezza con la spada. Si tratta di liberare il maritozzo con la panna dalla torre. Ma perché giocarsi la vita per uno sconosciuto? C’è una parte di sé stesso che il cavaliere non conosce? E un maritozzo con la panna vale la conquista di un’identità? È la fortezza stessa ciò che lo separa dalla paura da superare. Quella di riprendere in due minuti le calorie di un’ora di pedalata.

Stanotte ho rivisto un meraviglioso film di Cristopher Nolan, con uno splendido Leonardo di Caprio. Alla fine mi sono rivisto in un passaggio.

Quando Ellen gli chiede:- Cobb, cosa c’è laggiù?
E lui: – Spero la verità che vogliamo per Fisher.
E la ragazza insiste: No io dico: cosa c’è per te?

Forse la fortezza non è fuori, ma dentro di noi. La fortezza ci difende dalle paure specifiche. Bisogna solo capire con quale fortezza abbiamo a che fare. Che cosa c’è oltre le nostre incertezze? Oltre la nostra paura? Oltre quello che siamo in grado di vedere? Alla fine gli altri universi dove perdersi non sono solo necessari. Sono indispensabili.

Senza passare dal Via

23 agosto 2015

A volte vorrei poter cambiare il mio punto di vista. Osservare da vicino i retroscena delle mie conclusioni più sconvolgenti. Ridisegnare scene vissute. Riascoltare voci. Scatenare ricordi di volti, di luoghi, di bei momenti. Ci sono giorni in cui vorrei strappare tutte le pagine che scrivo e che descrivono il mio universo. Lanciarle in aria e cominciare a viverci dentro. Chiudere gli occhi. Togliere il pavimento e scivolare dalle nuvole delle mie personalissime idee sul mondo. Andarmene finalmente in giro con me stesso. Quando desideri che i sogni ti portino da qualche parte devi permettergli di farlo. Di prenderti per mano. Devi fidarti di loro e nel caso essere pronto anche a rischiare di perderti. Di essere tradito. A scuola mi dicevano che non si fa. Che eccedere non va bene. Che sbagliare non va bene. Ma è proprio la paura di fare a blindare la mente. A precludere le scene più belle di quel capolavoro chiamato vita. Non si vincono gli Oscar con le voci fuori campo. Senza piani sequenza. Senza fotografia. Senza sceneggiatura, o un piano americano degno di chiamarsi tale. E non basta certo un monologo con figura intera a strappare un applauso. Ci vogliono un cast di eccezione, una regia ineccepibile,  una bella colonna sonora e tanti spettatori pronti a consumarsi le mani. Stamattina metto insieme quello che la mia fantasia gioca a tenere rigidamente separato. Sigillo porte, esploro corridoi, misuro portoni. Forzo lucchetti e invento combinazioni. Le serrature sono le difese più letali. Perché organizzate da noi. Perché sono tutto quello che abbiamo rimosso per il troppo dolore. Roba forte, pericolosa come il Minotauro prigioniero nel labirinto di Cnosso. Nascondere le chiavi sarebbe solo un errore. Anche i Greci lo avevano capito. Perché niente è introvabile quando si cerca bene. Oggi però non ho molta voglia di cercare. Ogni volta che ci provo mi esplode il disordine dentro e la nostalgia comincia a fluire torrenziale. Poi arrivano i ricordi, le parole, gli sguardi e mi ritrovo a scrivere con tutte le emozioni del caso. Meglio lasciare che le cose vadano così. Meglio perdersi nel labirinto. Camminare. Improvvisare il copione senza permettere al passato di cambiare tutto con le sue certezze acquisite. E magari aspettare il momento giusto per metterle tutte insieme. Appassionatamente. Alla maniera di Julie Andrews.

“Do”, se do qualcosa a te
“Re”, è il re che c’era un dì
“Mi”, è il mi per dire a me
“Fa”, la nota dopo il Mi
“Sol”, è il sole in fronte a me
“La”, se proprio non è qua
“Si”, se non ti dico no…

Stamattina le condizioni essenziali aiutano. Come il suono delle campane di una chiesa. Come i ritornelli. Come le capsule azzurre della Nespresso e le mezze di vino rosso. Come i canali tematici, i puzzle sul tavolo e il venti per cento di batteria sul cellulare. Come tutti quei “come stai?”, i sorrisetti accennati e le divertenti faccine delle chat. Ma non sono sufficienti. Non sono mai abbastanza. Niente che valga un filo di Arianna, un’espressione felice e un Oscar alla regia.

…e così ritorno al Do.
Senza passare dal Via.

Tempo e basta

20 agosto 2015

La prima sveglia è un pensiero. La seconda un ronzio. La terza sveglia non la ricordo nemmeno. Bussano alla porta. Finalmente arriva qualcuno con il caffè. Sono viziato, lo ammetto. Bevo caffè caldo a domicilio, con molto zucchero e gli occhi a fessura. Accendo il cellulare. Mischio sapori. Nutella. Fette biscottate. Succo di mirtilli. Ingoio macedonia come tachipirina in compresse.
La notte è durata un attimo. I postumi analcolici di un mercoledì veloce e silenzioso. Un giorno come gli altri che non si lascia descrivere, scorgere e toccare. Scorro messaggi. Immagino volti. Sorrido. Finisce sempre in nostalgia. Troppe nuvole. Fuori è quasi ora che piova. In fondo la mattina è meglio svegliarsi presto che andare a dormire tardi. Tardare è come arrendersi. E arrendersi e peggio che perdere. Anche se si tratta soltanto di tempo. Tempo e basta.

Frutti di bosco e arance amare

19 agosto 2015

C’è uno scalino di marmo che separa la piazza da tutto. Stamattina faccio colazione senza preoccuparmi di cosa viene dopo. Senza lamentarmi delle infradito. Leggo un libro di un improbabile scrittore ungherese. La comicità delle sue storie è poco rassicurante. Non ha nulla di evasivo. Niente di consolatorio. Eppure sorrido. Lo chiamano silenzio. Ma parla più di ogni altra cosa. Per questo scrivo con le cuffie alle orecchie. Ascolto una vecchia canzone di Billy Joel. “Honesty”, un brano che sembra avere sempre qualcosa da insegnare. Il caffè è amaro, ma non me ne accorgo subito. I sapori si confondono. Devo ricalcolare le traiettorie di certi pensieri. Il volo dei pipistrelli. Le regole dell’attrazione. Le gambe lunghissime in certe foto. Il vento fresco del mattino. La piovosità delle decisioni difficili.
Arrivo con le mani a prendere la tazza. Posso giocare con le pagine di un libro. Sfogliare ricordi. Ma non arrivo dappertutto. Ho i pantaloni corti, le tasche vuote e la mente piena di scontrini di ristoranti. Di discorsi noiosi. Di albe e tramonti inutili. Regalo parole a un foglio e briciole ai piccioni. Brandelli di pensiero. Piccole golosità. In fondo solo lo yogurt e la neve hanno un senso bianchi. Un foglio invece bisognerebbe riempirlo sempre. Sporcarlo con la giusta consistenza. Le giuste osservazioni. Ossimori. Perché da soli, le figure retoriche e gli abbracci, non sono un granché. Si avvicina un gatto. Somiglia a Romeo. Un vecchio amico.
Il bello del mattino è che puoi sempre opporre al cattivo umore un caffè doppio e lo sguardo di un felino curioso. Io guardo lui e lui fissa le fette biscottate. Forse è innamorato dello spessore di marmellata. Non sa che sono solo frutti di bosco e arance amare.

Nient’altro da fare

18 agosto 2015

Non è difficile riconoscere l’attimo più silenzioso in una notte già povera di rumori. Forse è stato quando ho deciso di restare da solo. Di camminare per i vicoli di Roma. Nel cuore della mia città. Di studiare le geometrie delle case e del cielo. Piazza Navona. Palazzo Pamphili. Quello de “La grande bellezza”, per intenderci.

Alzo gli occhi. Mi attardo a guardare le meraviglie di certi soffitti. Alcuni si vedono anche dalla strada. Poi mi volto verso una fontana. Specchiarmi nella trasparenza dell’acqua ormai è quasi un’abitudine. Isolarmi come un pensiero lontano da tutto. Allontanarmi da una realtà troppo tangibile e dalle monotonie del presente.

Stanotte la piazza è deserta. Meglio. Non mi piace palpeggiare lo schermo del cellulare quando intorno ho tutto e tutti che parlano e che si muovono. Preferisco il movimento di pensiero. Quei sali e scendi ai quali mi sento tanto affezionato. La ricerca del senso delle cose passa attraverso montagne russe di significati. Sapori. Odori. Colori. Ma anche attraverso le dimensioni invisibili di certi ricordi. Una fontana, un volto, un campo lunghissimo di una piazza storica nascosto dietro il primo piano di uno sguardo.

È davvero stupefacente la quantità di risposte che mi porto addosso, a volte senza neanche saperlo. Dettagli che indosso come un elegante completo grigio, ma di un tessuto che spesso non so riconoscere. Per scoprire quello che c’è dietro un particolare forse bisogna rinunciare a tutti gli altri e rimanere a guardare soltanto quello. Se voglio sentire davvero cosa c’è dentro a una persona, devo passare attraverso i suoi occhi. È là che bisogna arrivare. Diretto agli occhi.

Alla fine è quasi un fatto fisico. Una disponibilità a incontrare veramente quella splendida emozione che sto provando. Perché l’unica cosa di cui posso scrivere sono le sensazioni. Non la storia, ma tutto quello che provo raccontandola. Ho bisogno di sedermi. Ecco un altro dei miei curiosi bisogni da analizzare. Lo faccio in fondo alla piazza. Da qualche parte. Su una delle tante panchine di pietra dove qualcuno ha lasciato dei magnifici ricordi. Non c’è nient’altro da fare stanotte che non sia riportarli a casa.

Rob Reiner è salvo

13 agosto 2015

Pomeriggio passato alla ricerca di un film che valesse la pena guardare. Mediaworld. Ultimo scaffale. Quello delle novità. Mi perdo un attimo tra i titoli più recenti, poi vado a ritroso nel tempo. Cammino all’indietro. Finisco con le mani nella cesta dei dvd a 4,99. Quella che preferisco e non certo per il prezzo allettante. Quella delle pellicole improbabili. Quella dei dvd reietti, maledetti, inutili e a volte inguardabili. Quelli che non capisce nessuno. Spulcio. Alcuni titoli mi guardano. Altri mi urlano “ti prego portami via”. Scavo nel disordine e lo faccio con quell’atteggiamento un po’ snob tipico di chi entra nelle boutique di lusso e vuole soltanto guardare. Sono reo confesso. Sono convinto che in questa cesta si sia nascosto un film molto bello che la gente ha dimenticato. Insisto. Eccolo. “Harry ti presento Sally” di Rob Reiner. Non ci penso due volte, è tanto che lo volevo rivedere. Il destino me lo ha messo in mano. Giusto qualche istante prima che la mia voglia di uscire di qui avesse la meglio. Lo prendo. Pago in contanti ed esco contento come un bimbo che stringe il suo palloncino rosso. Più o meno mi sarebbe costato la stessa cifra.

Poi la serata continua al wine bar. Parlo di calcio. Parlo di cinema. Parlo di donne, di vino, di vacanze. Niente politica. Con Alessandro è tutto un sentire e tutta una suggestione. Riconosce prima le more e poi una fragranza di nocciole in un vino bianco. E io sono disposto a credergli senza nemmeno assaggiarlo. Mi soffermo a riflettere sulle more. Però mi colpiscono i suoi suggerimenti. Bisogna evitare di stancare le dita. Bisogna ruotare il calice. Aprire il liquido sulle pareti del bicchiere. Far salire i vapori dell’alcool che alla fine trasportano i sapori. Si ride. Si mangia qualcosa. Si chiacchiera a lungo fino al momento del “non perdiamoci di vista adesso!”. Poi i saluti. Esco dal locale che sono quasi le due di notte. Luci spente in strada. Fa un caldo cattivo. Mi avvicino alla macchina. La portiera è aperta. Il finestrino infranto. È tutto in disordine. Non servono due puntate di CSI per capire la situazione. Accenno qualche passo. Giro per richiudere la portiera e immediatamente penso al film. Lo avranno rubato. Il mio affare da Mediaworld che avevo lasciato in bella vista sul sedile del passeggero. La perla salvata dalla cesta delle immondizie.

Invece c’è. È ancora lì. Il visitatore non era un cineasta e Rob Reiner è salvo. Il ritorno in hotel è ricco di ricordi e suggestioni. Guido sovrappensiero. Il vento caldo entra dal vetro rotto e porta via pagine strappate ai miei pensieri. È buio. Nei cinema deserti, nei sentimenti non ricambiati, nel vino che sa di more e nocciole, nelle ceste dimenticate e nelle auto che qualcuno fruga di nascosto. Non sempre siamo in grado di trovare quello che cerchiamo. Il senso della vita, i significati e le emozioni che ci mancano. Meglio accontentarsi di qualche euro spiccio. E mi chiedo cos’è che non riesco a trovare io? Cosa non sono in grado di vedere come non è stato in grado di fare il ladro con il mio film? Qual’e il valore che non so riconoscere. Dov’è il vetro da infrangere e il pezzo prezioso che non riesco a rubare? Mi fermo al semaforo. Di solito non lo faccio mai a notte fonda. Il neon di un’insegna luminosa tossisce alle mie spalle. Faccio a scambio di occhiate su whatsapp. Mi illudo che qualcuno stia facendo altrettanto. Poi penso che in fondo non c’è tutta questa differenza tra me e il ladro. Ogni giorno perdo significati e ignoro cose importanti pur avendole affianco. Piccole e grandi meraviglie. Non sono arrabbiato per il vetro. Anzi, non me ne frega assolutamente niente. Penso invece a chi l’ha rotto. Al fatto che come me non sappia riconoscere i significati. Non sappia assegnare valori. E non sappia nemmeno rubare.

Il punto

12 agosto 2015

Esco alle quattro e mezza. Faccio due passi. Guardo dove metto i piedi. Per terra qualche sigaretta spenta. Due scontrini. Un bottone. Forse qualcuno l’ha perso scendendo dalla macchina. Forse un movimento sbagliato, un cedimento strutturale. Una storia comunque indecifrabile. C’è vento stanotte. Ogni tanto qualche cartaccia prende a rotolare e cambia posizione. Chissà come sarebbe il panorama osservato rasoterra. Ma non posseggo la chiave giusta per capire. Forse è l’immaginazione che mi suggerisce i pensieri da prendere. E non la coincidenza tra le due cose: immaginazione e pensiero. Esercizio. Guardo l’asfalto davanti a me. Ci passeggio. Come una formica che cammina sulla pagina di un libro aperto. E che non può leggere niente delle parole che attraversa. Dei pensieri che ci sono scritti sopra. Lei raccoglie altre emozioni. Durata del tragitto. Altezza. Temperatura. Dimensioni. Colore. Consistenza. Qualcosa che si trova sulla pagina insieme alle parole scritte. Qualcosa che comunque non ha nulla a che vedere con le parole scritte. Ne costituisce solo la fisica. Stanotte attraverso il parcheggio di un hotel come una formica attraversa la pagina di un libro. Con sublime ignoranza. Non vedo parole. Non raccolgo significati. Ho solamente tanta voglia di riavvolgere il tempo. Arrivo alla meta quando mi rendo conto che quel tipo di terreno è finito. Forse ora mi si impone un salto. Ma lo posso evitare individuando un percorso migliore. Ci sono le scale a chiocciola. Poi l’ingresso. Le porte scorrevoli e il corridoio che porta in cucina. Magari prendo a secchiate d’acqua il pavimento. Magari metto un cornetto integrale nel microonde. Magari poi mi guardo le mani e sussurro: “Sono le cinque, mettiamo un punto e continuiamo domani!”

Albe insoddisfatte

11 agosto 2015

L’alba stamattina mostra vecchi orizzonti e disattenzioni. Forse non è il suo universo. Forse non è il suo momento migliore e nemmeno la sua stagione. Non ha colore e le manca l’incanto. Si gratta la pancia come nel più stanco dei risvegli. Sbadiglia e io indifferente la lascio fare. Invece di capire il messaggio. Invece di imparare che a volte desiderare di essere migliori, alla fine non rende migliori. Semplicemente illude.
So essere quadrato, ma formalmente mi considero rotondo. Non so fare cose estremamente folli, ma so immaginarle e descriverle. Magari è per questo che alla fine finisco col parlare sempre di tramonti colorati, cieli stellati e albe insoddisfatte.

Stelle cadenti

10 agosto 2015

A volte per sognare bisogna solo alzare gli occhi. Senza chiuderli. Io non mi fido delle unità di misura. Misuro il cielo in fatti inattesi. Eventi casuali che cambiano tutto. Pensieri che lasciano una scia luminosa. Attimi che fanno serrare le palpebre, esprimere desideri e sperare che le cose accadano. Anche se poi non succede mai nulla. Stanotte guardo i gabbiani seguire la rotta delle stelle. Per ogni pensiero folle che cade, ce n’è un altro che non si rassegna e insiste a cercarti. Il tempo intanto addomestica lancette e archivia momenti. Fatti che davo per scontati e che forse non torneranno mai più. Un giorno i brutti ricordi attraverseranno il Tevere, mangeranno un gelato e verranno a bussare alla mia porta. Saluteranno educatamente, poi mi presenteranno il conto. Fa caldo stanotte. Ho voglia di arsenico, puzzole e vecchi merletti. Ho voglia di facce da biscotto, di prati stellati, di cose che accadono. Ho voglia di guardarti negli occhi e passeggiare tra i vicoli di Roma. Mentre i minuti scorrono. Mentre il cielo si addormenta. Mentre una parte del mondo aspetta incantata che arrivi l’aurora.

Questi fanno la storia

7 agosto 2015

Frequento i social network. Sfoglio pagine. Leggo opinioni. A volte qualificate. Molto più spesso invece frutto di stati e umori della gente più comune. I post che riguardano il problema immigrati ultimamente sono aumentati e fanno concorrenza alle foto degli animali domestici. Sono quelli con il tempo dei verbi più a posto. Con le motivazioni apparentemente più lucide. Gli interventi sembrano più millimetrici e le battute più sarcastiche. C’è cultura. C’è consapevolezza storica. Anche se ci sono persone che vorrebbero saper parlare di immigrazione, ma che più in generale somigliano solo agli spettatori nostalgici dei film di Sergio Leone e di “C’era una volta in America”.

E poi abbiamo anche chi di extracomunitari proprio non vuole sentire parlare. Chi elenca interessi economici. Improvvisa drammatici discorsi di soldi, di lavoro, di spazi, di tradizione, di famiglie, di sanità, di pericoli imminenti, di sospetto e catastrofi annunciate. Gente semplice che a volte si schiera in difesa della propria terra. È un conflitto tra le parti che in alcuni punti della rete diventa addirittura sanguinoso. Per quanto sia solo verbale, la violenza sta montando in modo proporzionale al numero degli sbarchi a Lampedusa. Al numero degli stupri. Al numero dei delitti più comuni e delle storie di cronaca sempre enfatizzate dai mass media.

Se dovessi schierarmi faticherei a non trovare ragioni valide da entrambe le parti. Ma mi occupo di favole. Invento monologhi che forse non legge nessuno. Ho un blog e scrivere è solo il mio passatempo. Non vivo per trovare ragioni in conflitti senza ragione. E non ho tempo di invitare le persone a riflettere. Domenica scorsa, pranzando, ne parlavo con mio padre. Lui mi ascolta sempre con attenzione e io ascolto lui. Si parla. Si discute. Mi faceva l’elenco di tutti gli anni in cui ha versato i contributi. In pensione è andato dopo i settanta. Eppure c’è gente che per tre minuti di legislatura ha ottenuto intoccabili vitalizi da sogno. Lui non ha un profilo sui social network. Di politica. Di economia. Di immigrazione, ne parla solo con me. Ma almeno ha il coraggio di attribuire una dignità al suo disappunto. Lavorare per vivere è stato il sacrificio di tutta una vita e adesso, sul finire degli anni, la vita stessa gli sfugge insieme a tutti quei significati che gli aveva attribuito. Quelli che non aveva previsto e che nessuno riesce a spiegargli senza demagogia e senza tendenziosità. In realtà voi come spieghereste l’inspiegabile?

La nostra storia economica e politica non è un granché, vista da lui. E nessuno può essere contento di averne fatto parte quando sente che gli è stato sottratto il dovuto. E ora sembra che l’immigrazione sia arrivata, come un sigillo dell’apocalisse, a riportare questo paese indietro di 70 anni. Questa incontrollabile piaga somiglia a un’invasione. Come quelle barbariche e come tante altre. E le invasioni non chiedono il permesso, piuttosto fanno vittime. Non ha torto mio padre quando parla di distruzione. Perché le invasioni distruggono, devastano, sovrappongono culture ad altre culture senza uno schema guidato di integrazione. Senza controllo. E non esiste nessun percorso facile quando la gente scappa dalla fame e dalle bombe. Gli extracomunitari portano via spazi che erano stati costruiti con cura e col tempo. Con il lavoro e il sacrificio di persone come i nostri genitori. Come i nostri antenati e non certo i loro. Tutto questo sta davvero accadendo ed è semplicemente stupido negarlo. E non sappiamo poi se questa gente sia almeno gente onesta. Anzi, direi che per la legge dei grandi numeri potremmo escluderlo con una certa probabilità.

Queste invasioni muteranno la storia del nostro paese e del continente stesso. Cambieranno la storia del mondo. Come una di quelle meteoriti giganti che nei film americani impatta sulla terra e cancella la cultura di secoli. Di fronte a una collisione di stelle di che vogliamo discutere? Si può scendere in piazza e imbastire una guerra dei poveri, o se ne può prendere soltanto atto. Le nostre opinioni sono del tutto ridicole, quali che siano. In che senso un cataclisma “è giusto” o “ingiusto”? La verità è che sia i “razzisti” quanto gli “antirazzisti”, sono lontani anni luce dal capire quale sia il punto. La fatica di questa accoglienza è reale. Inutile deridere, o insultare chi non la pensa come noi restando nascosti dietro a uno schermo a led. In alcuni punti dell’Italia la situazione si sta facendo insostenibile e stiamo buttando energie in un conflitto interno di pareri superflui. Tanto non si sta discutendo da nessuna parte se cacciare gli esuli o meno. Se interromperne il flusso o meno. Questo tema non è davvero mai stato in discussione e i politici come Salvini non possono non saperlo. Quindi di che vogliamo parlare?

Non si è mai pensato di bloccare un barcone. Non si è mai rimandato indietro nessuno. Arrivano ogni giorno e sono migliaia e migliaia. Questo spietato razzismo degli antirazzisti è conunque una forma di razzismo. Bisognerebbe frenare l’atteggiamento sprezzante verso chi vorrebbe rimpatriare gli extracomunitari. Il punto non è dare lezioni di storia, di civiltà, di educazione. Il punto è spiegare che, giusto o sbagliato che sia, gli immigrati sono qui e non se ne andranno. Anzi per alcuni anni continueranno ad aumentare in modo esponenziale. Si tratta di capire come organizzare la situazione, non di scegliere una situazione diversa. Questa è una libertà che non abbiamo. Che ci è stata democraticamente tolta. Invece siamo tutti così presi a cercare di aver ragione che dimentichiamo di fare la storia. I militari sottopagati, i volontari, le mani tese ad aiutare chiunque ne abbia bisigno e non le bocche che straparlano sui social network. Questi fanno la storia.

Dove finiscono i palloncini

6 agosto 2015

La notte mi corre incontro. Sembra un’amica che non vedo da chissà quanto tempo. Una di quelle che possono passare anche anni senza vedersi, ma che ti vogliono bene come se ci vivessi insieme. Mi gira la testa. Mi si chiudono gli occhi. Tanti pensieri fanno la fila e pochi riescono a sedersi ai posti migliori. Senza biglietto. Senza sapere nemmeno il titolo del film. Mi lavo i denti. Scrivo qualcosa. Inseguo cedimenti. Mi abbandono a una felice caccia al tesoro, piena di indizi e ricordi. Mezza luna è sparita. L’altra mezza c’è ancora. Mi guarda. E io sono sempre lo stesso di questi giorni.

“Ti ricordi di me? Mi vuoi fotografare? Sorrido?”
Ho ancora un messaggio a cui rispondere. Una canzone da ascoltare. Un segnale di luce da sparare nel cielo che faccia invidia ai supereroi dei fumetti. Vorrei essere breve, ma breve non è il mio modo di scrivere. Breve non mi rappresenta. Breve lascia sempre qualcosa da dire. E ho ancora tante cose da fare. Ho la crema da spalmare sulla cicatrice. Quella che ogni notte dimentico. L’acqua da mettere in frigo. Il cuore da riporre nella sua custodia di pelle e sentimenti.

Osservo la foto di un bacio. Di un sorriso. Di un pensiero. Mi perdo in un volto di donna ed è passata un’altra ora. Questi pensieri non erano poi tanto piccoli. Ricordo quello che ho fatto. Ripenso a ciò che sto per fare e a tutto quello che non avrei mai pensato di poter fare. Che mai avrei voluto. Poi metto questa notte in salvo. Al sicuro dai postumi della dimenticanza, della stupidità e della mediocrità. La spengo come fosse una sigaretta. Ho ancora il pacchetto da dieci comprato a giugno. Dura più di quanto io riesca a rendermi conto. Più delle cose che vorrei durassero e invece finiscono.

La cose che scrivo vanno così. Sembrano sprecate, ma alla fine, qualcosa mi resta. Un tempo facevo fatica e non salvavo mai niente. Neanche un sorriso. Oggi però ho voglia di scrivere. Le parole sono una medicina per l’anima, anche quelle scontate. La notte porta consiglio. Il mattino ha l’oro in bocca. Non ci sono più le mezze stagioni. Forse sono in quel posto dove finiscono i calzini spaiati e vanno a morire i palloncini. Quelli sfuggiti di mano. Quelli lasciati andare. E mi domando il perché io stia ancora qui e te lo stia scrivendo.

Magari da qualche parte

5 agosto 2015

Stanotte vorrei il numero di un vecchio amico che non c’è più. Solo per dirgli: “Ciao, come stai? È un bel po’ che non ti sento. È dal tempo degli scheletri nell’armadio che non facciamo una bella chiacchierata. Dalle corse per sfuggire al contadino di guardia ai cocomeri. Dalle notti consumate ad aspettare un’alba. Dalle cornetterie. Dalle mille discussioni. E tutte quelle risse evitate sempre per un dettaglio. Dalle grigliate. Dai falò sulla spiaggia. E da quell’ultima cena. Quella dove non siamo stati entrambi. Tu non avresti mai potuto. Di quella notte ho un falso ricordo. Sei partito. Un’altra vita. Un universo parallelo. Che importa la destinazione. Forse sei ancora in viaggio. Sai, ultimamente potrei scrivere un trattato sul parallelismo degli universi. E non ci ho mai capito molto di fisica. Ma non serve. Si, insomma, era giusto per dirti che ogni tanto mi manchi. È non è importante che tu mi risponda. Mi basta pensare che sei esistito e che forse esisti ancora. Magari lontanissimo. Magari da qualche parte. Magari in un posto dove non si aspetta nessuno, o forse si. Allora meglio andare, non è il caso di fare troppo tardi.”


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