Universi indispensabili.

Stamattina l’alba era un posto bellissimo dove perdersi. Niente di particolarmente romantico. L’ho incontrata in bici. Dietro il curvone di via Federico Lotti. Dopo tanto affrontare salite e discese. Dopo tanto pedalare e pensare. Dopo il mio tanto adorato scalare muri. Assediare castelli. Cercare risposte. E la verità è che non mi piacciono mai. Soprattutto le risposte giuste poi mi trasmettono frustrazione. Insofferenza. E qualche volta vergogna. Però la verità da la sveglia meglio di un caffè.

Il paradosso è proprio questo. Siamo tanto più sereni quanto più inconsapevoli. Forse si vive meglio liberi da quello che non sappiamo. Da quello che si vuole dimenticare. E anche tutto quello che sappiamo alla fine lo vogliamo comunque immaginare in modo diverso. Perché la realtà è faticosa come i saliscendi di certi percorsi poco asfaltati e pieni di buche.

Sto sudando. In fondo a questa strada c’è il Caffè Paradiso. Fa i maritozzi con la panna più buoni del quartiere. So cosa mi aspetta. Dovrò lottare contro tutto e tutti. Contro la fatica. Contro i profumi. Contro il demone che mi segue in monopattino. Lui c’è sempre. Ma soprattutto dovrò fare i conti con me stesso.

Ognuno di noi in fondo occupa un suo universo. Viviamo solo apparentemente nella stessa realtà. O meglio, magari lo facciamo fisicamente. Ci piace anche crederlo. Ma non è affatto così. I nostri desideri. I nostri sogni. La fantasia. Le nostre più profonde paure. Sono dettagli lontani da una logica di esistenza condivisa. La realtà non è per tutti un posto bellissimo dove alloggiare.

È vero. Condividiamo le cose concrete. Le stesse città. Gli stessi paesaggi. I negozi. Il cibo. Il lavoro. Gli sport. Gli odori, i colori e i sapori. Percorriamo a piedi, in auto e in bicicletta le stesse strade, dilaniati dalle medesime incertezze. Dal quel bisogno compulsivo di apparire in relazioni di ogni tipo. Eppure il sentimento più forte che siamo in grado di condividere è il senso di inadeguatezza e di sfiducia globale.

La verità è che esiste una sola natura, ma infiniti universi. Abbiamo una sola identità. Una sola logica. Un unico DNA. Un solo istinto. Una ragione. Ma tutto il resto è un universo a parte per ognuno di noi. Ed è qui che vivono i sorrisi più belli, gli scheletri sul divano, le porte senza serrature, i prati stellati, le albe in un cassetto, le principesse da liberare, i sogni proibiti e i demoni che ti inseguono in monopattino, fino a sotto il letto.

È una storia antica. Il cavaliere in bicicletta che si reca alla fortezza con la spada. Si tratta di liberare il maritozzo con la panna dalla torre. Ma perché giocarsi la vita per uno sconosciuto? C’è una parte di sé stesso che il cavaliere non conosce? E un maritozzo con la panna vale la conquista di un’identità? È la fortezza stessa ciò che lo separa dalla paura da superare. Quella di riprendere in due minuti le calorie di un’ora di pedalata.

Stanotte ho rivisto un meraviglioso film di Cristopher Nolan, con uno splendido Leonardo di Caprio. Alla fine mi sono rivisto in un passaggio.

Quando Ellen gli chiede:- Cobb, cosa c’è laggiù?
E lui: – Spero la verità che vogliamo per Fisher.
E la ragazza insiste: No io dico: cosa c’è per te?

Forse la fortezza non è fuori, ma dentro di noi. La fortezza ci difende dalle paure specifiche. Bisogna solo capire con quale fortezza abbiamo a che fare. Che cosa c’è oltre le nostre incertezze? Oltre la nostra paura? Oltre quello che siamo in grado di vedere? Alla fine gli altri universi dove perdersi non sono solo necessari. Sono indispensabili.

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