Senza passare dal Via

A volte vorrei poter cambiare il mio punto di vista. Osservare da vicino i retroscena delle mie conclusioni più sconvolgenti. Ridisegnare scene vissute. Riascoltare voci. Scatenare ricordi di volti, di luoghi, di bei momenti. Ci sono giorni in cui vorrei strappare tutte le pagine che scrivo e che descrivono il mio universo. Lanciarle in aria e cominciare a viverci dentro. Chiudere gli occhi. Togliere il pavimento e scivolare dalle nuvole delle mie personalissime idee sul mondo. Andarmene finalmente in giro con me stesso. Quando desideri che i sogni ti portino da qualche parte devi permettergli di farlo. Di prenderti per mano. Devi fidarti di loro e nel caso essere pronto anche a rischiare di perderti. Di essere tradito. A scuola mi dicevano che non si fa. Che eccedere non va bene. Che sbagliare non va bene. Ma è proprio la paura di fare a blindare la mente. A precludere le scene più belle di quel capolavoro chiamato vita. Non si vincono gli Oscar con le voci fuori campo. Senza piani sequenza. Senza fotografia. Senza sceneggiatura, o un piano americano degno di chiamarsi tale. E non basta certo un monologo con figura intera a strappare un applauso. Ci vogliono un cast di eccezione, una regia ineccepibile,  una bella colonna sonora e tanti spettatori pronti a consumarsi le mani. Stamattina metto insieme quello che la mia fantasia gioca a tenere rigidamente separato. Sigillo porte, esploro corridoi, misuro portoni. Forzo lucchetti e invento combinazioni. Le serrature sono le difese più letali. Perché organizzate da noi. Perché sono tutto quello che abbiamo rimosso per il troppo dolore. Roba forte, pericolosa come il Minotauro prigioniero nel labirinto di Cnosso. Nascondere le chiavi sarebbe solo un errore. Anche i Greci lo avevano capito. Perché niente è introvabile quando si cerca bene. Oggi però non ho molta voglia di cercare. Ogni volta che ci provo mi esplode il disordine dentro e la nostalgia comincia a fluire torrenziale. Poi arrivano i ricordi, le parole, gli sguardi e mi ritrovo a scrivere con tutte le emozioni del caso. Meglio lasciare che le cose vadano così. Meglio perdersi nel labirinto. Camminare. Improvvisare il copione senza permettere al passato di cambiare tutto con le sue certezze acquisite. E magari aspettare il momento giusto per metterle tutte insieme. Appassionatamente. Alla maniera di Julie Andrews.

“Do”, se do qualcosa a te
“Re”, è il re che c’era un dì
“Mi”, è il mi per dire a me
“Fa”, la nota dopo il Mi
“Sol”, è il sole in fronte a me
“La”, se proprio non è qua
“Si”, se non ti dico no…

Stamattina le condizioni essenziali aiutano. Come il suono delle campane di una chiesa. Come i ritornelli. Come le capsule azzurre della Nespresso e le mezze di vino rosso. Come i canali tematici, i puzzle sul tavolo e il venti per cento di batteria sul cellulare. Come tutti quei “come stai?”, i sorrisetti accennati e le divertenti faccine delle chat. Ma non sono sufficienti. Non sono mai abbastanza. Niente che valga un filo di Arianna, un’espressione felice e un Oscar alla regia.

…e così ritorno al Do.
Senza passare dal Via.

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