Archive for febbraio 2018

Folli al vento

24 febbraio 2018

Quasi le sei del mattino. Eppure sembrano così lontani i tempi in cui la luna si presentava alle porte del giorno solo per andare a dormire.

Stanotte un divano scomodo è tutto ciò che ho, ma è meglio di un materasso fatto di pensieri. Facile edificare qualche castello in aria, o incastrare draghi di carta tra le travi del soffitto. Questa è la notte giusta in cui scrivere favole a occhi aperti.

C’era una volta un neon che tossiva l’ultima luce. In un silenzio assordante come l’incubazione di grido. C’era una volta una coscienza che vomitava intermittenze, insieme a tutte le mie più stupide convinzioni.

E poi c’erano la pioggia, i sorrisi strappati e un luogo quasi segreto. Un posto sicuro nascosto dietro ai luoghi più comuni.

C’era una volta un altrove. Un emisfero di mille stanze di hotel, centomila accelerazioni e qualche pausa, tra un piatto di pasta e due caffè in Autogrill.

E poi c’era un demone buono che sorseggiava birra gelata, nascosto sotto al mio letto. Sembrava quasi un uomo con la sua donna e tante, troppe, ragnatele di pensieri da spolverare.

Raccontare fiabe al passato è più facile, perché la storia ha risposte migliori di questo presente. E ogni monologo fatto di immagini non si può studiare e ripetere a memoria.

C’era una volta una ragazza che raccontava l’attimo. Quel momento esatto in cui si ripeteva da sola “sì Jep, va tutto bene”, e “no Jep, non ricordo niente di quel giorno.”

Ecco tutto quello che rimane quando la musica è finita. Un bicchiere sporco e i coriandoli sul pavimento sono tutto quello che resta.

C’era una volta un’ombra che si allungava sulla mia torta di compleanno. Ma tu dove eri quel giorno? Dove avevi nascosto i momenti belli che mi sarei aspettato?

C’era una volta un disegno, un abbraccio e un foglio bianco dove scrivere parole.

C’era una volta il camino acceso, il pane appena sfornato e la marmellata di visciole.

C’era il ticchettio dell’inverno che spingeva le lancette sul quadrante del tempo. E poi c’era il tempo che non torna più.

“La vedi Jep? È una nave che va alla deriva. Quante barche spariscono con il vento alle spalle, convinte di avere gonfie le vele e ben saldo il timone.

Quante meravigliose imitazioni di incoscienza si ritrovano alla deriva. In fondo non siamo altro che “folli” spostati dal vento.”

Tutto normale

14 febbraio 2018

Era un giorno così.

Un mercoledì mattina un po’ anonimo e decolorato. Uno di quei giorni che se ne restano nascosti tra le pieghe di febbraio e si divertono ad aspettarti al varco.

Lei era una gatta assonnata. Dolce. Morbida. Piena di pensieri.

Lui un gatto sciupato che non si accorgeva del mondo intorno. Di come in qualche modo l’amore gli stava cambiando i pensieri e riallineando le percezioni. Modificando le sensazioni.

Non si era ancora reso del tutto conto che qualcosa gli aveva sconvolto l’equilibrio dei sensi. Ora esisteva una riga netta tra la normale corrispondenza della forma delle parole e il loro contenuto. Tra un gesto e ogni sua conseguenza.

Così la notte lui sentiva con gli occhi, annusava con le mani, leccava col cuore. E dormiva su foglie umide cullato da un vento leggero. Coperto solo dalla sua devastante e inutile sensibilità.

Stamattina la grinta è scesa a comprare le sigarette e io scrivo favole nell’attesa che faccia finalmente ritorno. Forse si tratterrà anche per fare la spesa. Chissà.

A guardare dentro le storie talvolta si scoprono prospettive davvero diverse. Magari adesso mi siedo sul divano e commetto qualche piccolo reato di sonnolenza, alla faccia delle autorità competenti.

Oppure accendo la musica, alzo il volume e metto in ordine casa. Cammino in punta di piedi, come se in terra ci fossero tutte le briciole del mondo, pronte a esplodere. Sembra un film di fantascienza.

E pensare che da piccolo invece guardavo le pellicole western e volevo fare il cowboy. Poi dev’essere successo qualcosa e ho cominciato a fare il tifo per gli indiani.

Ecco, straparlo. Non è una cosa di cui doversi spaventare. Mi sto solo depistando un po’.

Servono ancora un centinaio di metri di strada. Giorni, mesi, anni e volte. Quelle poi, non bastano mai.

Quando sono confuso non posso riprovare granché e tanto il risultato non sarebbe neanche piacevole. Allora meglio proseguire in solitudine.

Insomma.

È tutto normale. Più tardi uscirà il sole. E non smetterà più. Fuori è soltanto un tempo da gatti.

Il portachiavi

1 febbraio 2018

Le notti si somigliano tutte. Ovunque. In ogni luogo dove sono stato. In ogni posto del mondo. Forse dovrei ricominciare a giocare a scacchi. Solo bianco e nero. Abbandonare tutte le sfumature di grigio.

Non ho mai avuto la presunzione di ottenere un posto di prima fila in ogni universo che attraverso. Mi basterebbe una terza fila vista cielo stellato. Magari con un biglietto in tasca per il primo sogno che riparte.

Il mio problema è che mi guardo troppo dentro, così mi perdo tutto quello che succede fuori.

A volte credo che tu mi stia venendo in mente. Allora mangio un dolce, mi lecco le dita e sento il sapore di una certa esistenza. Lo sento ovunque intorno a me.

Resistergli è un conflitto e lottare con i bei ricordi è come fuggire con il Re nero quando tutti gli altri pezzi neri della scacchiera sono ormai caduti.

Intanto i pensieri si accalcano come pedoni ai margini della battaglia. Sento l’eco di scudi infranti e lance spezzate.

Vedo il mio esercito in rotta col passato. Mentre un sorriso di donna campeggia trionfante sui lineamenti indefiniti di un’alba malinconica. Figlia di una serata troppo alcolica.

Stanotte ho provato a bere senza fermarmi un secondo. Ho ripensato a un certo Hemingway, a Bukowski, a Victor Hugo. E ho cercato di riconsiderarmi, nei limiti del possibile, uno di loro.

Ho cercato quel brivido empirico in una visione di me stesso a cui credere. Un’immagine che potesse essere fisicamente vera.

Il punto è che sto lentamente scivolando, ma non so dove. Cammino lungo un crinale in bilico tra un affascinante ricordo e un malinconico abbandono. Avanzo e mi chiedo a che punto di quel libro io mi trovi. Come “quale libro?”

Il coso no?

Ho il ragionevole dubbio di trovarmi arenato nella stessa pagina, fermo tra le parole di sempre. Stretto tra la spietata consapevolezza di aver già letto e la terapeutica speranza di non essere il primo personaggio destinato a lasciare la scena.

Stamattina il cielo è limpido. A Cuba non fa mai freddo. Indosso solo una camicia fiorata fuori stagione, ma ho la sensazione che l’autunno mi insegua da sempre.

Se guardo intorno metto in dubbio i colori. Il giallo del sole, l’azzurro del cielo, il bianco delle nubi, il rosa pastello di queste vecchia Cadillac anni 50, noleggiata a cifre senza propositi certi.

Stamattina ho una mia corretta definizione cromatica. Mi vedo scorrere in una pellicola bianco e nero anni trenta.

Luce impacciata e un timido Charlie Chaplin con cappello nero che recita, pensa e scrive. È un film muto che non sa di niente, eppure riempie.

Poi un’alba. Rallento. Ci penso.

Asciugo un ricordo.

Strizzo gli occhi e sorrido per finta, perché il mio migliore amico mi sta guardando. Perché non mi sono mai piaciute le faccine da Pierrot.

“Lo sai? Avrei voluto invitarla a cena per il mio compleanno.”

“Chi?”

“No, niente…”

Sono un fumetto. Mi attacco a un pensiero felice e volo tanto per farlo.

Va tutto bene. Credo. Ho fiducia nella lucida follia. In quel suo nascondersi tra le pieghe di un poderoso starnuto in questa scontata, feroce e umanissima quotidianità.

Intanto il Re nero indietreggia. Se ne sta in fondo, accanto al bordo scivoloso di questa scacchiera. In attesa paziente di una mano che ne assicuri la dolente cattura e ne sancisca la tanto agognata fine.

Lui non ha un portachiavi. Uno di quelli che quando fischietti suona. Quel qualcosa di tecnologico a cui si legano tutte le possibilità di un ritorno a casa, quando non ricordi dove hai lasciato le chiavi e ti senti un po’ perso.


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