Archive for ottobre 2009

Cara

31 ottobre 2009

Ti lascio la mia collezione di domande a cui che non ho mai saputo rispondere. Ti lascio la sera del 25 Luglio, in cui mi sono accorto che qualcosa era cambiato. Ma soprattutto ti lascio stare. La smetto di essere inopportuno al limite della comprensione con il mio assurdo rimanere, sperare, impazzire e molti altri verbi declinati all’infinito, finito chissà come, chissà dove, chissà perché. Amare è anche scappare senza lasciarsi nulla alle spalle. Correre forte fino a lacerarsi i muscoli delle gambe.
Ti lascio i migliori pensieri stesi ad asciugare al sole. I soprannomi che mi facevano sorridere. Il mio essere timidamente goffo. Momenti distanti, sereni, irraggiungibili. Ti lascio la felicità di tutti quelli che si vengono incontro. La meraviglia delle cose banali, del quotidiano, una bottiglia di vino vuota sul tavolo della cucina e la corona bluastra del gas che si accende sotto la macchinetta del caffè.
Ti lascio le cose belle che non ci siamo mai detti e tutte quelle schegge di follia ancora incastrate ancora nelle pareti. Ti lascio i fiori che non potrò mai regalarti, ma che meriteresti di trovare ogni mattina e il ricordo dello stare bene che qualche volta sono stato e che spero tu non abbia dimenticato.
Ti lascio gli auguri, le preghiere che riempivano i rancori vuoti e il telecomando di tutte le mie emozioni. Ti lascio quella porta sempre socchiusa sulla mia intimità, i baci dati a vuoto e i fantasmi che infestano i miei castelli in aria.
Ti lascio quel posto che non esiste, con le montagne innevate e il mare dopo la curva, verso ponente, dove tira ancora un vento tiepido che odora di mandorle e gelsomino.
E poi ti lascio le cose giuste sentite, intuite, pensate, sognate, gridate, create e distrutte, perse, sconfitte, tu, io, quella casa con il terrazzo a coronari alla quale non rinuncerò mai. Il sushi, il gelato, la granita, la pizza e tutti i miei istanti più veri.
Ti lascio il gradino della chiesa dove ti ho baciato, il caldo infernale, il sudore sulla pelle, il sole alle spalle e gli occhi chiusi.
Ti lascio la punteggiatura, le mie parentesi senza logica, le mie più incomprensibili esclamazioni.
Ti lascio il mio sapore, ma non il sapere, perché non ne ho mai avuto e forse non voglio averne. Ti lascio il posto che meriti nel tuo universo e una poltrona comoda dalla quale osservare le stelle. E tutti i miei libri pieni di storie iniziate e lasciate a metà, o nemmeno iniziate.
Ti lascio un albero senza foglie e uno con i rami illuminati. E quel desiderio di un pesce rosso e un gatto morbidoso mai realizzato. Non so. Non ricordo, ieri forse ho parlato di te con lo specchio, ma lui guardava altrove. Forse avrei ancora qualcosa da dire. Forse dovrei scusarmi per come cerco ogni volta di cancellare il bello e allontanarti. E per quel mio paradossale e incomprensibile non riuscire a starti distante.
O per le mie debolezze.
Forse non serve. Forse non ho più niente da dire, sì, insomma…
Non vengo. Non vado. Non resto. Ti lascio e non ti lascio mai niente.
Perché non posso. Perché non ne sono capace. Perché sbaglio anche quando decido di fare una cosa giusta.
Perché non sono altro che il surrogato di tutte le mie assurdità.

particolare-ruota-panoramica-mirabilandia

Cosa farò da grande

29 ottobre 2009

Gli anni passano ed ho smesso da tempo di domandarmi cosa farò da grande.
Ma non è stato sempre così.
Un tempo mi piaceva studiare la gente ed adoravo farmi capire dalle persone, solo che ad un certo punto della mia vita ho incautamente bevuto dal bicchiere sbagliato e certi errori li paghi perdendo tutto.
E per chi è abituato ad avere tutto è davvero dura ripartire da zero.
Ogni sapore si trasforma in retrogusto di rassegnazione passiva ed ogni sensazione è una quotidiana alternanza di stati d’animo contrastanti.
E’ un momento in cui tutti, ma proprio tutti, sembrano più veloci di te!
Cavallo da corsa o no poco importa. Sei dietro comunque!
Prima arrivano sempre gli altri.
Ti precedono con la parola giusta.
Ti precedono con idee appropriate, con le battute migliori, con pensieri corretti.
Sei dietro per tempismo e velocità di esecuzione.
C’è stato un giorno in cui un senso devastante paranoia si è sostituito alla mia voglia di rivincita.
Ed attenzione non parlo di noia, ma di qualcosa di più spietatamente sottile, “la paranoia”, il male più bastardo di questo secolo.
Ciascuno ha un suo modo di reagire alla paranoia, chi abbraccia una nuova religione, chi apre una attività in franchising, chi annega il quotidiano in improbabili cocktails, chi segue compulsivamente la sua squadra di calcio anche in trasferta, chi insegue di notte fatiscenti prostitute e chi si fa riprendere abbracciato a travestiti mentre a casa i bimbi dormono e le mogli guardano demenziali programmi alla tv.
Io mi sono affidato al buonsenso.
L’intelligenza c’è e c’è sempre stata, ma ad un certo punto era come assopita, assurdamente bloccata da problematiche inerenti a situazioni dove nessuno poteva intromettersi, se non me stesso.
Non sei né psicologo, né onnipotente, devi ritrovarti e devi farlo presto per non correre il rischio di rimanere ai margini di una società già marginale di suo.
così un giorno mi sono chiesto: “Ma io… Che cosa volevo fare da bambino?
Volevo non perdermi, volevo solo sognare, e per ripartire da zero ho continuato a farlo maturando la spietata consapevolezza che la razionalità sarà pure un indispensabile strumento umano, ma senza sogni non si arriva da nessuna parte.

Un pensiero mattutino dedicato al migliore amico che si possa avere ed alle poche persone che allora mi furono vicine, a prescindere!

Papà preferisce i bomboloni..

28 ottobre 2009

Io non credo alle pause di riflessione nell’amicizia.. ci ho pensato parecchio ieri sera.. anche se alla fine ne sono uscite solo considerazioni affannate e sudate..
Poco male..
Questa mattina con i termosifoni bollenti.. le idee stese ieri saranno ormai completamente asciutte..!
E poi sono una persona abbastanza attenta per capire quello che si deve fare.. o non..!
I pensieri vanno stamattina a schiantarsi sulle pagine di questo blog in maniera quasi compulsiva.. ormai è una consuetudine..!
Ogni giorno comincio a scrivere un libro che ha un inizio.. ha sempre un inizio come tutte le cose.. ed a volte è anche un buon inizio.. ma poi finisce lì..!
Rimane il mio bel sogno da marciapiede..!
La mia mente è come un grande luna park chiuso per ferie.. insegne spente.. nessuna fila al botteghino.. solo silenzio intermittente di giorno.. e buio la sera..
Tu sai che cosa contiene.. è un grande carrozzone di idee.. ma rimane comunque ed incostantemente al buio..!
Pensieri improbabili ed incompleti.. Inutile dar loro una voce.. se non puoi dar loro un volto..
Non possono avere futuro.. e se ne stanno lì.. ambiziosi quanto potrebbe esserlo un cucciolo.. il cui unico pensiero appena sveglio è quello di trovare un posto dove fare il bisognino..
Così come le idee.. mi rendo conto che a volte anche le amicizie si accendono ad intermittenza.. ed illuminano la tua strada come un neon consumato sull’insegna del chiosco per lo zucchero filato..

“La vedi quella persona Niki..?
Un tempo era un caro amico di papà..
Ma tu credo non fossi ancora nata..!”
“Mi compri lo zucchero filato papà..?”

Ecco chi non perde tempo a leggere quell’insegna.. Mi tiene la mano.. ha i piedi ben saldi a terra.. e le idee ben chiare.. più chiare delle mie..

“Uno anche per te papà..?”
“Grazie Niki.. ma papà preferisce i bomboloni..!”

Diario di un futuro imminente

27 ottobre 2009

Stamattina ho lasciato le paranoie nel cassetto della scrivania e mi sono accomodato sull’obbrobrio. Poi ho preparato un caffè scuro. L’ho zuccherato male. E l’ho sorseggiato palpeggiando pensieri con la mano destra.

Ho fatto più caso ai cerchi concentrici che alle zollette di zucchero.
Non so come tu sia vestita in questo momento, ma sarei pronto a scommettere che adorerei qualsiasi versione delle tue gambe.

Io invece continuo a indossare jeans strappati da adolescente, ma solo perché ho poco da raccontare e mi piace star comodo quando decido di sognare.

A volte penso che arriverò a odiarla questa estate, come Luigi Tenco. Chissà cosa avrebbe potuto suggerirmi lui per rompere un silenzio? Quali parole e che toni utilizzare.

Non sono bravo a snellire i concetti e a musicarli come Vasco Rossi, però so disegnare universi. Descrivere stati d’animo e trasformare pensieri elementari in piccole caotiche emozioni. Quello riesco ancora a farlo.

Immagino tu sappia quale fosse il mio dilemma con te. Io m’innamoravo ogni giorno. Dei tuoi modi. Dei tuoi difetti. Dei tuoi ripensamenti. Del tuo essere donna. Del tuo apparire ai miei occhi così speciale e irraggiungibile.

Sono strano, mio caro polipetto, ma amo ancora ubriacarmi del tuo mondo, nonostante i suoi paradossi, nonostante le sue 1000 sfumature di grigio, nonostante me e la devastante piena di certi malumori.

Lo sai? Maggie é cresciuta. Spesso mi domando come sta puzzola. Ho anche restituito Torre Argentina e tenuto Coronari. Ho comprato un ipad e non so che farci, una mountain bike, ma non so dove andarci e un orologio. Adoro gli orologi. Come amo le clessidre e tutto quello che è in grado di misurare il tempo. Anche i bordi sbiaditi delle polaroid.

Ho ascoltato anima fragile. Quella di Vasco è davvero una bella canzone. Spesso le canzoni non sanno tenersi dentro la verità. Che altro ti posso dire. Ah si. Lo psicologo mi ha dato un suggerimento, cambiare il tuo nome nella rubrica con uno inventato. Ora sei Alessia Benassi e mi fa tanto ridere questa cosa.

A Bergamo niente di nuovo. Oggi sembra una bella giornata, una di quelle che vorresti far durare di più e finire fumando una canna con un’amica sul tetto dell’hotel. Una di quelle fatte per ascoltarsi e bersi un po’.

Lavoro parecchio. La notte più del dovuto. Ogni tanto squilla il telefono. Qualche volta rispondo, altre volte faccio finta di niente. O faccio finta di tutto.

In fondo non è mai la telefonata che vorrei ricevere. Quella che mi va di sorridere, dire cazzate e che finisce che mi va di toccarmi e non so come.

Non ti ho dimenticata. E come potrei mai farlo del resto. Ho provato, non posso negare di averlo fatto. Ma scordare non è un semplice atto di coraggio. Come se fosse facile cancellare emozioni. Se mi chiedi di non respirare, magari potrei stupirti. Ma dimenticare no… non è possibile.

Tutte quelle volte che hai alzato distrattamente un sopracciglio. Tutte le volte che hai preparato una sigaretta con quel gesto quotidiano, ordinario. Tutte le volte che mi hai tolto il malumore dagli occhi, sorridendo. Ho provato a sigillarle insieme al verbo scordare, ma il castello delle mie illusioni è subito precipitato. Aria nel vento.

Esiste un “altrove” nel quale le occasioni perdute mi osservano e rimpiangono il me stesso che non sono mai stato. Ma in questo “quando” non funziona così. Qui si crea la realtà pianificando le azioni nella forma dei propri desideri. Ma io sono un pessimo architetto.

Mi manchi polipetto. Mi mancano i tuoi occhi, i tuoi pensieri e la tua voce borbottante. Mi manca il senso delle cose. Mi mancano la ragione, l’istinto, la sottile ironia e tutte le tue meravigliose contraddizioni. Mi manca il dove, il come e soprattutto il perché.

C’è ancora del bene nel mio cuore che posso non contaminare. Esiste ancora qualcosa di profondamente irrisolto che mi tiene ancorato a questo incantevole mistero che porta il tuo nome.

Ogni notte una luna indiscreta mi chiede di te e io non so che rispondere.
Temporeggio.

Diari di un futuro imminente /2

26 ottobre 2009

Sei convinta che io abbia qualcosa che non va. Si, è possibile. E cosa dovrei rispondere. Quello che non va è tutto quello che non abbiamo. Quello che più desideriamo. Io ero attratto da una meraviglia e magari ancora lo sono. Si, no, forse. Non sono bravo a raccontarmi bugie.
C’è un caldo industriale oggi e il sole ha dai riflessi postatomici. Il condizionatore tossisce. La tv improvvisa colori. Il cellulare reclama energia. Il sifone della doccia gocciola. Dovrei decidermi a sistemarlo, come tante altre piccole cose nella mia vita, ma oggi fa troppo caldo. Anche il tempo sembra affannarsi con queste temperature e perdere il senso. Che poi la differenza che passa fra senso e significato, nemmeno l’ho mai capita. E a dirla tutta non ho tanta voglia di darmi sempre risposte che vadano oltre il si o il no. Credo che finirò col mettermi a scrivere. Un buongiorno. Uno di quelli che ancora ti dedico e poi non spedisco. Quelli che rimangono in memoria sull’iphone, con il sogno liberatorio di raggiungerti o diventare una palletta di carta. Qualcosa da affidare al “cestino”. Volevo scrivere “destino”, ma T9 non era d’accordo. La lascio così.
Correggersi non è poi un male. Migliorarsi. Lasciarsi andare, senza abbandonarsi. Non aver nulla da dire, eppure trovare il modo di saperlo dire. Ogni tanto guardo l’orologio. La stanza è ferma, le ombre incerte, le pareti grigie. Non c’è molta rete qui dove sono e non c’è la possibilità di coniugare il verbo condividere. C’è una malinconia espansa, una compressione tutta interiore. Una specie di supernova che chiede il permesso di esplodermi tra testa e cuore. Sorrido.
Lo sai? Impazzivo per il tuo corpo. Per l’odore della tua pelle. Quel tuo sapore. Le mie parole stanche hanno sempre tentato, ma non sono mai riuscite a descriverti. Forse avrebbe potuto una canzone. Una di quelle unplugged che ogni tanto pubblichi sul tuo profilo e che riesco ad ascoltare anch’io. Quelle un po’ lente. Quelle da restare a guardarsi in un istante sospeso nel vuoto. Da stamattina faccio l’equilibrista sui miei “vorrei ascoltarti”. Lo faccio mentre dormi. Mentre sei nel tuo guscio di acqua calda. Mentre parli. Mentre digiti frasi. Mentre studi una rughetta invisibile davanti allo specchio. Oppure mentre cucini, mangi, prepari una sigaretta, un ciclo di lavatrice o mentre giochi distrattamente a singing monsters. Chissà di quale colore sarà lo smalto delle tue unghie. Chissà a cosa penserai. Se sei serena. Impacciata. Triste. Stanca. Rilassata o dolcemente insopportabile.
Se ti chiedo, tu non mi dici. E io insisto nel cercare un appoggio alle parole che invece mi sfuggono via. Guardo se sei connessa. Inciampo nei miei pensieri. Precipito nelle mie zone più profonde. In posti dove non basta certo prendere un ascensore o una tangenziale per tornare indietro. Continui a essere la protagonista involontaria di fantastici sogni e fantasie che fanno arrossire. Solo le migliori lo fanno. Così finisce spesso che chiudo gli occhi e mi lascio andare. Ogni tanto mi sembra anche di sentire la tua voce. Dice “sei proprio scemo”, poi sento che sorridi e immagino che ti raccogli i capelli da una parte. Che c’è Pa’? No, niente.
Sai di essere bellissima e io non ti ho mai guardato davvero. Ti ammiravo. Ma avrei dovuto anche ascoltarti. Avrei dovuto anche capirti. E invece. Un giorno certi “significati” sono scesi a comprare le sigarette e non li ho visti tornare più.
Ecco. Ho finito l’inchiostro elettronico. Sono arrivato all’ultima pagina, ma avrei potuto continuare a scrivere per ore. Posso ancora preparare un po’ di caffè fuori orario e lasciarlo freddare sul tavolo. Posso ancora fare una doccia e portarmi un po’ a spasso. Sfidare il caldo. Aspettare la pioggia e regalarmi un gelato.
Oppure chiudere gli occhi e chiederti scusa, sperando che tu mi stia ascoltando. 🐙

Diari di un futuro imminente /3

25 ottobre 2009

Te lo scrivo qui. Su telgram. Senza parentesi. Te lo scrivo e te lo dipingerei sulla schiena se solo me lo lasciassi fare. E farei in modo che il colore scivolasse lungo il tuo corpo. Poi diventerei io stesso colore, blu, giallo, rosso. Ho un bisogno primario di sentirti addosso, dentro, ovunque e dappertutto. Di affogare nella bocca quella mia voglia di vivere che ritrovo tra le tue gambe. Che anche ora sento e che mi sta esplodendo nel petto. Te lo scrivo qui, perché scriverti mi strappa questa fottuta solitudine di dosso e mi fa sentire di esserci. Te lo scrivo qui, perché fuori la scrittura mi manca. Perché quello che tu sei per me non appartiene all’universo della parole. Appartiene agli occhi quando ti tolgono i vestiti di dosso. Alle mani che ti accarezzano i fianchi. Alla lingua che ti scorre lungo le gambe. Che preme. Che cerca. Che si impregna del tuo sapore violento e carnale. Appartiene ai sospiri che ascolto mentre non ti dico che ti amo, ma cerco di farlo.
Ho voglia di fare un viaggio senza sapere dove. Di perdermi e ritrovarmi. Di fare l’amore fino a stare bene. Di spalmare cioccolata. Di passeggiare. Delle tue mani. Dei tuoi occhi. Della tua bocca. Dei tuoi sospiri. Ho voglia di riempirmi di te. Di ascoltare il mare che si infrange sugli scogli. Di luce lunare. Di gusci di paglia. Del suono della tua voce che sussurra… È stato bellissimo.

Diari di un futuro imminente /4

24 ottobre 2009

Ieri ho passato la serata a fare cose che non mi andava di fare. Bere troppo alcolico. Dire e rispondere. Sentire senza mai davvero ascoltare. Quando avrei preferito aprire telgram e trovarti lì. Sorridere. improvvisarmi un po’.

“Ciao polipetto. Si. Come stai. Sto come mi vedi. Se te lo chiedo è perché non ti vedo. Esatto, proprio quello che intendevo. Non puoi vedermi. Non puoi pensarmi. Non potresti, scusa. Meglio il condizionale. Stai scrivendo, vedo. Si, ma non è niente di serio. Un buongiorno. Sei pigro. Anche tu lo sei, meravigliosamente pigra. Come un pandi. Lo sei sempre stata. Vabbè, ora vado. Allora ci sentiamo. Io ti sento dappertutto. Tu sei scemotto.”

È luglio inoltrato. Manca poco alla prossima notte e io sto cercando una scusa plausibile per non esserci. Una ragione nascosta tra le righe di questo monologo che mi spinga oltre. In un posto dove la fantasia si piega e raccoglie da terra i pensieri. Dove il desiderio non mi chiede trenta euro per prenderlo in bocca e il tempo non mi pianta calci nello stomaco. Lo so, non sono Bukowski. Non sono Pirandello. Moravia. Hemingway. E non somiglio nemmeno a uno scarabocchio di Gramellini o Coelho. Io non sono altro che i miei infiniti condizionali.

“Sei ancora qui. È tardi. Dovresti dormire. Si lo so. Se lo dici tu. Non ho sonno. Nemmeno io. Sei bellissima. Sono come tu immagini che io sia. Però non chiedermi niente di più. Non potrei dartelo. I sogni sono illusioni. Il loro spessore dipende da te. Ora è meglio dormire. Non voglio. Devi. Scusa, dovresti. Almeno prova. Chiudi gli occhi. Ti voglio bene polipetto. Nei sogni non è importante saperlo. Buonanotte.”

Si scrive per parlare a qualcuno. Io lo faccio cercando la tua mano nelle pause fra una parola e l’altra. Mentre le lancette disegnano cerchi. Mentre il caffè si raffredda. Mentre gioco a indovinare cosa sognano le persone che si vogliono bene dall’altra parte del mondo.

Ancora un sogno

22 ottobre 2009

Ancora un sogno.. palazzi diroccati..  muri scrostati.. paesaggi completamente vuoti.. foreste secolari.. spazi aperti sconfinati ed inquietanti..! E poi una montagna avvolta in un silenzio quasi metafisico.. un’aria irrespirabile..!

Sono esattamente in un imprecisato punto dell’universo.. e  non so se sto guardando un cielo senza stelle.. tutto è così spietatamente buio..!
Vago infreddolito fra le macerie di questo sogno.. calpesto frammenti di idee e sogni stracciati.. pensieri elaborati nel sonno che forse non sono nemmeno miei..

Poi d’un tratto una luce dolciastra mi sporca gli occhi.. Riconosco amici che mi vergogno di conoscere.. Tutto si allontana e non c’è più nulla che mi sia vicino..  Conati di vita ritornano su come una nausea sconquassante..

C’è un qualcosa di orribile che si muove qualche metro sopra di me.. con lentezza.. scruta.. cerca.. squlibrato ma composto.. immobile ed idealmente invisibile.. Ma io so che è là.. e tento di cogliere l’attimo per esorcizzare questo inquietante e sconsacrato nulla.. 

E’ come se ogni barlume di purezza si fosse definitivamente spento.. vorrei esorcizzare il nulla.. ma non ho nulla da offrire.. nulla da amare.. e nulla da odiare..

E’ qualche metro sopra di me.. è il custode della mia vita.. Lui veglia addormentato sul mio deliro notturno.. E sogna la realtà..

Soddisfatto

21 ottobre 2009

La neve cade, il tempo scorre, ed io mi ricordo quel periodo della mia esistenza in cui non facevo altro che rincorrere il tempo.

Tra progetti realizzati ed altri finiti nel nulla. Lasciavo che gli anni mi accorciassero e tralasciavo molte delle cose importanti della vita.

Ricordo come ero schiavo delle lancette dell’orologio, la borsa real time, i grafici, le maledette statistiche e il saliscendi impetuoso del trading intraday. I mercati esteri, gli strumenti derivati, i soldi facili. Correvo infelice verso la società del benessere e senza nemmeno attendere il colpo della pistola dello starter.

Pronti? Via! Veloce verso quella società dove la “vita media” si allunga, dove il “futuro” puoi sfiorarlo e addirittura toccarlo..

Ogni giorno cercavo il mio qualcuno con cui entrare in competizione e quando non lo trovavo, entravo in competizione con me stesso. Perdendo.

Sentivo parlare di società dei consumi, ma alla fine ad uscirne consumato ero solo io.

Pensavo di sfidare il tempo, ma lo stavo solo rincorrendo. Credevo di poter scegliere la direzione da prendere, ma non ero che uno dei passeggeri dello stesso treno.

Negli anni ho imparato poi che quelle rotaie non finiscono in nessun altro luogo. Che il vero quesito non è certo il “dove”, ma il “come” e il “quando” arriveremo.

Ieri ad esempio mia figlia era completamente ipnotizzata davanti ai primi fiocchi di neve.

“Nevica papà…”

“Adesso viene Natale vero?”

“E arriva anche Babbo Natale vero?”

“Ma non ha feddo papà?”

“…”

Mi sono avvicinato e ho guardato anche io fuori la neve cadere. Poi ho pensato a tutta la pace che ha nel cuore questa bambina. Forse Babbo Natale sarebbe ben contento di farselo anche in mutande questo viaggio. E di Babbo Natale ne conosco solo uno.

“Niki. Babbo Natale non ha mai freddo sai?”

Un sorriso le ha subito illuminato il volto.

Forse non sarà da vincenti sognare ad occhi aperti, dialogare con tua figlia e con le persone che più ami, chattare on line con amici virtualmente reali o perdere tempo a scrivere un banale blog. Ma nella vita a cosa serve essere un vincente se riesci a vivere soddisfatto di ciò che fai?

Diari di un futuro imminente /3

21 ottobre 2009

Succede di nuovo, succede ancora, succede ogni giorno. E mi basta davvero poco. Anche solamente chiudere gli occhi. Stamattina giro per casa come un turista giapponese con la mappa sbagliata. Con gli occhi a fessura e la maglietta di qualche taglia più grande messa al contrario. Ho il sapore del caffè un po’ amaro ancora in bocca e un desiderio che brontola nell’angolo più remoto della mia testa. Gli scuri sono mezzi chiusi. Il climatizzatore è acceso in modalità “mo’ esplodo”, tanto troppo freddo non può certo nuocere agli occhi. Figuriamoci ai pensieri. Ho voglia di farmi una canna. Ho voglia di te che mi osservi stupita, che mi fai domande senza parlare. Ho tutto. Il filtro, il tabacco, le cartine. È il mio esame di immaturità e io ho portato il mio argomento a piacere, ma non so bene di che parla e allora provo a mimare, a ricordare. Poi lascio correre i pensieri e improvviso come so fare. Stavolta non ho nemmeno un libretto delle istruzioni da leggere.
Intanto la tv scorre le solite notizie dall’interno. Economia. Cronaca. Un universo fatto di cose assurde e normali. Quanta violenza c’è nelle cose ordinarie e quanta inutile retorica si nasconde nello straordinario.
E tu?
Tu intanto entri ed esci a tuo piacimento dalla mia testa. Arrivi quando ti pare, mi candeggi i ricordi, poi li stendi ad asciugare. Fai quello che devi e poi te ne vai, come al solito. Lasciando un post it sul frigorifero. “Non dimenticare di ritirare il bucato”.
Nel mio universo non c’è molto da fare, c’è solo questo continuo vai e vieni di desideri forti. Un moto ondoso in continuo aumento. Un anticiclone che viaggia senza un posto vero dove approdare. Chiudo la canna. Accendo. Ci vuole un po’. Anche con te si spegneva di continuo. Faccio due tiri e guardo l’orizzonte sul soffitto. Al terzo posso parlare in greco antico, come quei matti di cui nessuno vuole ascoltare le storie. Potrei addirittura mettermi a suonare uno strumento a caso e darmi anche la mancia. Ho un paio d’euro dentro la tasca dei jeans, ma non ho ancora capito come funziona questa faccenda dell’euro. Al quarto tiro penso farò un referendum.
Forse le storie dovrebbero cominciare così. E non so, magari sarebbe stato un bel libro di favole, o una raccolta di racconti brevi. Oppure solo una lunghissima lettera priva di mittente e indirizzo.
Esco in terrazza. Annaffio le piante, ma senza troppa convinzione. I gelsomini tanto non fioriscono. Chissà se invece la tua siepe si è ripresa. Qualcuno ha fatto la lavatrice, c’è odore di detersivo nell’aria. Al quinto tiro sento che il mondo ha bisogno di nuovi colori, al sesto non riesco più a indovinare le forme delle cose lontane. Spengo il mozzicone. Mi abbandono nel guscio. Forse c’è gente sul terrazzo alle mie spalle, ma non me ne può fregare di meno. Ascolto sul cellulare una canzone dei Depeche Mode. Guardo una tua foto. Sembra che hai gli occhi azzurri. Sarà l’effetto della canna. Sembri anche felice. Magari il fumo fa anche questo. Fa sorridere le fotografie. Allora provo a immaginarti con quella canottiera bianca, sdraiata sul divano di fronte. Mi guardi e non mi trattengo da certi pensieri. Lo faccio come voglio io. Partendo lentamente, poi con più decisione. Senza quel rimpianto quasi bigotto che accompagna chi voleva farlo e poi magari non l’ha più fatto. È strano. Mi piace più degli altri giorni. Quel dolce perdermi senza volermi ritrovare almeno per un po’.
Ah già. Il post it.
No. Tranquilla. Non mi scordo. Come mai potrei solo pensare di riuscire a farlo. 🐙

L’amaro caso del re delle mozzarelle

20 ottobre 2009

(dedicato a Francesca e Daniele)

Quando i Carabinieri fecero irruzione nell’appartamento trovarono ogni cosa in evidente disordine. Il pavimento era disseminato di fogli e frammenti di bottiglie dal retrogusto alcolico. Sullo scrittoio una torre pendente di documenti si era poggiata a una più solida colonna di libri. La tv mostrava una vistosa crepa sullo schermo, sembrava centrata da un fulmine e giaceva riversa contro una parete. Nei corridoi gli armadi erano aperti, alcuni abiti apparivano strappati e disseminati in terra, mentre altri erano stati ammucchiati in un angolo, ammassati uno sull’altro. Le uniche cose intoccate sembravano un posacenere in alabastro lasciato su un comodino, pieno di cicche e sigarette fumate a metà, e un bicchiere di cristallo ancora pieno di whisky di marca, magicamente intatto e lasciato accanto a una bottiglia vuota sul pavimento. Le finestre erano chiuse, nessuna infrazione all’apparenza. Se non fosse stato per quel cadavere sul letto, l’appartamento non avrebbe davvero avuto nulla da invidiare a un rifugio appena abbandonato da un pugno di clandestini. Un classico luogo nascosto e vissuto.
Sul tavolo della cucina facevano capolino i resti immangiati di una parmigiana di melanzane. Il frigorifero, lasciato aperto, era pieno di lattine di coca zero e confezioni di mozzarelle di bufala ancora da aprire. E poi scatolame di ogni genere, pasta precotta, sughi pronti, tortillas e piadine. Nel cuore di quell’elettrodomestico tutto sembrava ancora viziato da una profonda normalità mentre fuori la morte stava drasticamente interrompendo ogni cosa.
Il maresciallo Nicola Potenza si mise le mani nei capelli quando, dopo le prime ricerche, comprese che l’uomo privo di vita davanti ai suoi occhi era Giovanni Francia. Un famoso imprenditore pontino del settore alimentare. I documenti nel portafoglio ne avrebbero sicuramente confermato l’identità, ma il maresciallo già sembrava completamente sicuro.
Nato a Latina, cinquantatre anni, capelli grigi e barba curata. Dovevano averlo accoltellato con rabbia primordiale. Il ventre era ancora gravido di sangue e lacerato dai terribili colpi inferti. Un rapido sguardo a una qualsiasi di quelle riviste che di solito si trovano nelle sale di attesa avrebbe probabilmente fatto scoprire chi fosse. Ricco, affascinante e di conclamato successo aveva raggiunto la notorietà per aver girato da protagonista ogni singolo spot in tv riguardante la sua azienda e successivamente era diventato famoso per la qualità dei suoi prodotti. La mozzarellina di bufala surgelata con melanzane e basilico, presentata pochi mesi prima, aveva venduto solo in Europa dieci milioni di confezioni. Tutti lo conoscevano, ma non era chiaro chi avesse avuto un buon motivo per odiarlo così. Una brava persona sembrava il signor Francia, padre di tre bambine, marito fedele e premuroso. Sull’etichetta dei prodotti destinati alla grande distribuzione c’era stampato il suo viso sorridente. Anche se leggermente ritoccata con Photoshop per sembrare più giovane, quella foto trasmetteva comunque un senso di sicurezza e di estrema fiducia.
Ora invece il suo corpo giaceva immobile e inespressivo. “ Questo ce lo siamo proprio giocato!” disse il maresciallo rivolgendosi al carabiniere scelto Luca Giraldi che, con la pistola ancora in mano, non aveva capito il senso di quelle parole. Ebbene, Potenza amava il dialetto romano e non perdeva occasione di cimentarsi in questa nobile arte. In quel caso voleva far comprendere agli altri come infondo il mondo fosse solo la conseguenza di un gioco marcio e senza regole. Era un uomo stanco Potenza. Solo cadaveri, colli spezzati, violenza gratuita, infamità continue e infinite. I suoi quarantaquattro anni gli pesavano, se li sentiva già tutti addosso a furia di essere spettatore di tanto male. Anche in quel caso il suo pessimismo assoluto aveva avuto la meglio sui suoi pensieri. Gli occhi scuri e la barba incolta ora lo facevano apparire come una sorta di spettro. Una magrezza accettabile la sua, le gambe forti da ex calciatore e i capelli molto corti lasciavano comunque trasparire una certa agilità nei movimenti. Al contrario la pelle biancastra trasmetteva quasi un senso di malaticcio o di depresso che quando era cupo ben si intonava con il suo pungente sarcasmo e le sue battutine che non tradivano mai: “Se sa di tappo vuol dire che stai annusando un tappo.” Aveva esclamato ridacchiando.D’inverno indossava un Trench grigio anni settanta stile Old Style con chiusura bottoni a doppiopetto. Non metteva mai la cravatta, tranne che per le occasioni ufficiali. Fumava sigari aromatizzati alla cannella e fuori servizio ogni tanto si concedeva un buon Brunello di Montalcino che degustava disegnando cerchi col vino e fissando per interminabili secondi il bicchiere.
Per certa gente il sole non sarebbe mai sorto, non credeva a un miglioramento del mondo il maresciallo, nemmeno un po’. Tutto era già scritto. Chi ammazza lo farà, prima o poi, un’altra volta. Un po’ come uno squalo che prova sangue umano, preferirà cacciare uomini e non bestie di mare. E Latina non era una città diversa dalle altre, le sue strade apparivano come un reticolo, un’illusione piena di pizzerie dall’odore di frittura di paranza. Dove ci si poteva sedere in ogni angolo, assaporare una mozzarella di bufala, bere una birra ghiacciata senza mai sentirsi come un Dio.
Sui motorini di provincia ancora oggi famiglie intere compresi i bambini si recano al mercato e appaiono provenire da un altro mondo quando ti sorpassano. Potenza possedeva una BMW Z4 color amaranto che trattava come fosse una di famiglia, una brava e onesta parente. Tettuccio apribile, vernice metallizzata e paraurti in tinta con la carrozzeria, gli interni erano rifiniti in nappa.
Non fumava mai nella sua macchina e non lo permetteva nemmeno agli altri. Il giorno che avrebbe dovuto abbandonarla sarebbe stato un giorno funesto, cercava di non pensarci. Aveva un box in affitto per il suo gioiello, poco lontano da casa. Pagava duecento euro al mese, quasi il dieci per cento del suo stipendio.
L’unica cosa che lo rincuorava era la cucina della mamma. Era scapolo Potenza e non aveva affatto voglia di accasarsi. Abitava ancora in una palazzina bassa al centro della città, in un appartamento ereditato da suo padre. Il vecchio insieme alla moglie aveva fatto immensi sacrifici per riuscire ad avere un tetto sulla testa, “per non pagare la pigione”, diceva la buonanima di Francesco Potenza, che per decenni era stato il maestro e precursore della più nobile arte culinaria di strada. “Il porchettaro”. Negli anni settanta davanti al suo camioncino giallo, con un maiale sorridente disegnato sul cofano, la gente faceva la fila per gustare la sua specialità, il panino con la porchetta di Ariccia. Con olive e scarola, sale, tanto pepe e finocchio tagliato. Il tutto accompagnato da un buon fiasco di frascati superiore che manteneva in temperatura nelle bagnarole piene d’acqua fredda, con pezzi di ghiaccio tagliati a mano che sembravano mattoni.
C’era più fila dinanzi al bancone motorizzato di Francescone che davanti a un apple store alla presentazione dell’Iphone, quando la corda di persone si apposta sin dal giorno prima per ritirare l’ambito oggetto. A Latina, come in tutte le città del sud, la fila alle poste, al cinema o in un Apple Centre è spettacolare. E’ un’opera d’arte umana la lunga striscia di immensa pazienza che si raccoglie tutta lì, con persone di ogni sesso ed estrazione sociale che trasformano la quotidianità in un momento di interminabile attesa.
Ritrovarsi per l’ennesima volta davanti ad un delitto lo faceva star male, provocava un dolore quasi fisico. La sua carriera per ogni morto che trovava ammazzato diventava, giorno dopo giorno, sempre meno bella, come se la sua carriera fosse il sipario strappato di un eterno teatro di morte. La scientifica fece tutti i rilevamenti del caso e il cadavere dell’imprenditore fu portato in ospedale per l’autopsia. Il quadro però non era affatto chiaro e bisognava attendere i risultati. L’unica azione che Potenza poteva intraprendere era quella di iniziare a interrogare tutti gli inquilini e qualcuno che magari nel quartiere aveva visto passando qualche cosa. Il palazzo era di nuova costruzione e tutti erano proprietari degli immobili, anche il signor Francia, che però non lo abitava da anni e si trovava a Latina solo per partecipare alla presentazione dei suoi prodotti all’interno di un nuovo centro commerciale. Potenza quelle riunioni le aveva viste qualche volta alla televisione, quasi sempre di notte e per uno come lui che non riusciva mai a dormire diventavano quasi di compagnia.
La signorina Marronaro, settantadue anni, diabetica, non ci sentiva tanto bene povera donna e da un po’ le si erano aggiunti anche problemi alla vista. Non fu a nessuno di grande aiuto purtroppo. Abitava al primo piano e il misfatto era avvenuto al quarto. Potenza diede un occhiata al salotto della
signora, era bello, pieno di foto d’epoca e di ricordi. Sul tavolo c’erano dei profumatissimi limoni d’Amalfi che emanavano un denso odore di pulito e di ordine. “Signora Marronaro” le aveva chiesto con gentilezza ma con voce abbastanza forte, “qualcuno le da una mano nelle pulizie di casa?”
“ Sì, sì, viene una signora rumena, è tanto una cara ragazza, sempre puntuale e mi vuole bene come fossi una mamma”, rispose la vecchietta tenendo ferma la sua tazza di camomilla. Poi aveva aggiunto: “ma è stato ucciso un uomo nel nostro palazzo? Pure famoso addirittura e che ci faceva qui? Signor maresciallo, a me sta’ storia non piace tanto, ho paura, da quando sono sola non riesco a dormire” continuando a bere dalla sua tazza.
Potenza era d’accordo, a Latina gli imprenditori di successo sono fuori moda, la gente ha altri problemi. Si vive con difficoltà da quando c’è la crisi, la gente ha le bollette arretrate. Tutto è confusione e ci sono stati periodi in cui le buste dell’immondizia si accumulavano lungo le strade dei quartieri e non sembravano altro che il riflesso della nostra coscienza. Potenza quando di sera si metteva a passeggiare con le mani in tasca nel suo quartiere, si divertiva a contare le buste dell’immondizia che in certi giorni apparivano come tante colline e con un amaro sorriso capiva nel profondo del suo cuore che in alcuni posti del mondo, sia la speranza che la disperazione, sono sorelle impotenti.
L’unica cosa da fare è restare in silenzio. Per un maresciallo rappresenterebbe un atto grave il farsi da parte o far finta di non vedere, ma si sentiva inerme davanti alle cose del mondo che peggioravano sempre di più. Tutto appariva più grande di lui. “ Signorina Marronaro, dove la possiamo trovare la badante?”
L’anziana signora fece mente locale e rispose. “ Agnese Biddau, così si chiama. E’ una brava persona, non so se può esservi utile. Comunque la faccio venire subito, aspettate che vado di là a prendere il cellulare.” La signorina arrivò dopo qualche tempo: sui trent’anni, occhi verdi e il viso a forma di cuore, capelli di un biondo tendente allo scuro e una pelle chiara, quasi pallida. Teneva sempre ben stretta la sua borsa in pelle nel mentre il maresciallo le chiedeva se avesse o meno incontrato per caso il signor Francia. La donna aveva risposto di no a tutte le domande e sembrava sincera. Nulla da fare, l’omicidio era talmente assurdo che non sarebbe stato affatto facile districare la matassa. Non c’era un movente apparente. Il male che ti colpisce per caso è più difficile da scoprire, non si sa semplicemente da dove iniziare. “Hai voglia a parlare del tenente Kojak e Miss Marple? La gente a volte si ammazza per niente, per nessuna ragione,” e il maresciallo Potenza ne era consapevole, ecco perché la sera la cena con mamma Nicoletta diventava l’unica fonte di sicurezza. Il venerdì sera era la sua sera preferita: piatto a base di pesce. Spaghetti con le cozze e le vongole veraci. Si mangiava tutto con gusto, ma con moderazione. Dopo il pasto beveva un bel vino bianco fresco, che per lui era quasi un rito. Poi si alzava e si portava il bicchiere sul balcone dove c’era una piccola sedia verde, li si sedeva ad ammirare la notte stellata, mentre all’interno la voce di Caruso inondava di significati la casa. Note forti di malinconia e di ricordi per quella madre ormai anziana e ridotta ad amorevole cuoca per quel suo figlio buono e zitellone. Tornando all’imprenditore, “chi avrebbe mai potuto ucciderlo?”. Si arrovellava la testa e non se ne capacitava. Un omicidio senza movente chiaro. Le persone che erano state interpellate apparivano sincere, senza un’ombra di sospetto. Di casi complessi Potenza ne aveva risolti da quando era al reparto investigativo, ma questo li batteva tutti. Due anni prima e dopo lunghe indagini una donna era stata ritrovata morta in un armadio, si trattava di una studentessa universitaria fuori corso, come dopo fu accertato. Aveva ventiquattro anni e frequentava il terzo anno della facoltà di economia dell’università pontina. Laura Mattei, questo il suo nome. Altezza media, capelli castani, indossava due anelli da bigiotteria sull’anulare sinistro e un tatuaggio sulla spalla destra: una rosa blu cerchiata.
Le indagini e i controlli erano partiti subito dalla scena del delitto. Potenza all’epoca era rimasto in quella stanza insieme ai suoi colleghi della scientifica per più di sei ore. Sulla scena fu fotografato ogni particolare e tutti i movimenti della vittima erano stati ripercorsi con estrema precisione: le sue frequentazioni, i luoghi in cui abitualmente si recava, eventuali amicizie conosciute via Internet.
La ragazza non era originaria di Latina, ma proveniva da Frosinone. Non aveva fratelli né sorelle. L’unico suo famigliare era il padre, la madre le era morta anni prima. Secondo Potenza ogni scena del crimine rispecchia l’autore del delitto. Già il fatto di nascondere in un armadio il cadavere poteva significare solo una cosa: l’estremo rimorso per l’atto compiuto.
Si brancolò nel buio per molto tempo. La sezione Omicidi doveva presto trovare una soluzione. E così fu. Potenza aveva compreso. Si era concentrato sul rimorso. L’assassino avrebbe sicuramente avuto una mente turbata e l’atto dello strangolamento, perché così la ragazza era stata uccisa prima di essere nascosta, significava più un gesto catartico.
L’autore non vedeva probabilmente l’ora di togliersi un pensiero. Il rapporto con la vittima doveva essere molto forte, di vicinanza. La ragazza sicuramente non avrebbe fatto entrare in casa nessuno che le fosse sconosciuto. Cauta, precisa e riflessiva. Ordinata nelle sue cose, poche conoscenze profonde. Amici contati, questi ultimi furono interrogati subito, ma ognuno di loro fu convincente. La Mattei non aveva una relazione amorosa stabile e non frequentava persone strane, particolari, di quelle che potrebbero commettere gesti inconsulti all’improvviso. Poi, non è affatto detto che la gente considerata normale non possa agire allo steso modo. La normalità è un’invenzione, Potenza non credeva alle parole come normalità, disagio, emarginazione, sbandati. Tutti per lui potevano diventare assassini. “Siamo tutti potenziali bombe a orologeria, arnesi micidiali vestiti in giacca e cravatta. Mani pulite che possono macchiarsi di sangue, infierire con violenza su un nostro simile.
La cosa che più terrorizza, cari amici colleghi, è che possiamo agire senza alcun motivo. Ognuno è sano nella sua spietata pazzia e pazzo nascosto all’interno di una indefinibile normalità!” Ma, nel caso della Mattei, tutto era chiarissimo per il maresciallo. Era stato il padre a uccidere la figlia. Il signor Mattei era colpevole. Aveva preso il treno è tutto era tracciabile, ma lui negava, sembrava non voler accettare un’accusa del genere. Fu portato in commissariato e interrogato per ore. I biglietti dimostravano che si era recato a Latina e non l’aveva detto. Si era mosso in treno e due telecamere poste alla stazione lo avevano ripreso. Non c’era nessun dubbio: il padre della ragazza si trovava a nella stessa città per recarsi dalla figlia.
Il perché dell’omicidio? La confessione era stata terribile quanto banale. Fu strangolata in quanto, a suo dire, lei gli aveva rubato del denaro. Più di centomila euro, risparmiati con anni di sacrificio. Per fare cosa? La bella vita e far finta di studiare. “Ma io non avevo intenzione di ucciderla.” Aveva confessato il padre. “Mi sono ammazzato di lavoro tutta la vita per finire solo in una casa, abbandonato da tutti e come se non bastasse venire spogliato di ogni cosa. In fondo questa è la mia espiazione.”
Il maresciallo ascoltò la sua piena confessione quasi inorridito. Il denaro e le donne erano quasi sempre i silenziosi protagonisti di ogni atto criminale. Le migliori famiglie escono distrutte dal vile denaro, i sorrisi si trasformano in smorfie. Non c’è mai una chiara logica nell’atto di uccidere, di sopprimere. Tutto è legato a un profondo egoismo. L’atto di prendersi il denaro dalla casa ha scatenato nell’uomo una follia omicida che non trova nessuna
giustificazione. Accortosi che mancavano quei soldi, custoditi per anni in casa e accumulati con cura maniacale, il signor Maffei avrebbe telefonato alla figlia. La ragazza dal canto suo non aveva negato nulla, anzi, con arroganza aveva risposto che ne aveva bisogno per mantenersi e che era compito suo provvedere alle spese universitarie, alle tasse. Forse l’intenzione del padre era di chiarire e per quello si era recato presso la figlia, ma probabilmente nacque una discussione e qualcosa aveva fatto scattare all’improvviso nel padre la follia omicida. Di lì a poco le avrebbe così stretto le mani al collo e uccisa. “Perché l’ha nascosta nell’armadio signor Mattei?”
“Gli occhi. Quegli occhi ancora aperti anche da morta. Lei giaceva a terra e sembravano fissarmi. Ovunque andassi all’interno della stanza erano come le foto ricordo. Se ti sposti a destra o a sinistra gli occhi ti seguono sempre. E poi la bocca, quella smorfia, quel ghigno, così insopportabile anche da morta.”
Prove e piena confessione. Una giovane vita spezzata e un padre disperato per l’atto compiuto. “La vita è una merda” aveva pensato quel giorno, per l’ennesima volta. Solo nella BMW Z4, ascoltando su Radio KISS KISS, una vecchia canzone dei PFM, “Impressioni di settembre”. Il Maresciallo Potenza aveva ascoltato e riascoltato quella musica attraversando la città tra luci e ombre. Sfrecciando oltre ogni limite consentito tra quei palazzi che sembravano sempre tutti uguali. Ogni finestra poteva nascondere una disperazione silenziosa, una anonima cattiveria possibile. Il male nella sua forma più concreta, l’omicidio di un proprio simile.
Il caso dell’imprenditore però era diverso. Il signor Francia era stato accoltellato nel suo appartamento. Chi lo aveva ucciso lo aveva fatto con violenza e profonda rabbia. Non vi era nessun elemento che facesse pensare a una colluttazione. La porta d’ingresso era integra quindi lo scrittore aveva aperto all’assassino. Il maresciallo era un tipo sui generis e lo dimostrò il giorno successivo al ritrovamento del corpo. Aveva infatti deciso di dormire nel luogo dove il delitto era stato commesso. Pernottò così nella casa della vittima violando i sigilli e sbalordendo tutti i colleghi. I suoi superiori non l’avevano presa affatto bene definendola una scelta frutto di un carattere eccentrico e buffonesco. Del resto Potenza non era mai stato visto di buon occhio. Dava poca confidenza ed era di poche parole.
Quasi mezzanotte, nell’appartamento della vittima c’era un gran silenzio. Le luci dei fari delle automobili filtravano tra gli scuri delle finestre e illuminavano lo spazio interno come lunghe strisce veloci e lucenti che contrastavano il buio. Potenza sapeva che quel luogo adesso era in balia di un qualcosa di malefico e sinistro. Un uomo era stato ammazzato nella stessa stanza dove lui adesso stava dormendo in un angolo. Seduto su una poltrona che già era stata controllata, come del resto tutto l’appartamento. Niente Dna. Niente di niente. L’omicida era stato accorto, veloce, aveva fatto un lavoro pulito. Aveva scelto di seguire quel detto che racconta di come gli assassini tornano sempre sul posto del loro misfatto. Qualcuno la riteneva una grande sciocchezza, ma non Potenza. La sua coscienza mordeva sempre e prima o poi l’assassino avrebbe commesso l’errore fatale. Perché correre un rischio simile? Passarono i giorni e Potenza continuò a studiare il posto, la gente, la strada, ogni singolo suppellettile, statuine, oggetti vari. Non tralasciava nulla. Si scoprì anche che il signor Francia non era stato ucciso in quell’appartamento. Non c’era abbastanza sangue intorno, era stato massacrato altrove e poi portato nel luogo in cui era stato ritrovato e colpito di nuovo. Il Dottore che aveva eseguito l’autopsia riferì a Potenza che molti dei segni inferti erano stati inflitti post-mortem. Il maresciallo aveva capito subito che si trattava di qualcosa di strano. Di elementi che vanno al di là della realtà umana. Dalla finestra dell’appartamento della vittima si intravedeva un giardino ben curato, uno di quei giardini posti pieni di frutteti ad agrumi pensili che scendevano giù quasi ad arcata e che lasciavano trasparire un senso di mistero rigoglioso. Limoni freschi e invitanti si notavano da lontano e il Potenza, che era cresciuto in mezza ad una sana ruralità non si era fatto scappare questa occasione. Subito scese le scale e uscendo dal palazzo pian piano trovò l’ingresso del giardino che si aprì ai suoi occhi come un’opera d’arte antica. Era pieno pomeriggio e c’era una persona intenta a potare le piante, silenziosamente faceva il proprio dovere, a capo chino. L’uomo indossava una maschera di lattice e dietro di lui c’erano altre due persone, indossavano la stessa maschera bianca. Potavano rose e viti con una frenesia nervosa e meccanica. Velocissimi e guardinghi. Il maresciallo iniziò a osservarli perché in loro aveva riscontrato qualcosa di sinistro. Era
certo che quegli uomini conoscessero il motivo della sua presenza in quel momento e ne ricevette subito la conferma. “Maresciallo Potenza finalmente, fatevi gli affari vostri, quell’uomo doveva morire”. Le parole provenivano dai cespugli, qualcuno parlava in modo meccanico e si muoveva velocemente nascondendosi a scatti tra le persone. Scatti che differenziavano le tre figure quasi come un sogno onirico. Sembravano parlare tutti e tre all’unisono.
“Il signore della mozzarella era uomo tranquillo e qui non vogliamo la tranquillità. La tranquillità è pericolosa, rende pazzi. Doveva crepare, perché chi trasmette tranquillità qui commette il più grave dei delitti, abitua la società al senso di libertà.” “Chi siete? Fermatevi.” replicò Potenza.
“Vada via maresciallo, certe cose non si possono comprendere. Meglio non capire. Lasci subito questo posto, questa città!” Uno di loro, il più alto, si fermò davanti a lui. Era vestito di nero con cravatta e scarpe bianche che contrastavano con una camicia grigia. I vestiti erano puliti e senza nemmeno una piegatura. Si muoveva meccanicamente e il maresciallo immobile dinanzi a lui non riusciva a credere ai propri occhi. Era tutto così surreale, terribile, arcano, come se si fosse entrato in un altro mondo, un’altra realtà che non a tutti è dato conoscere.
“ Chi siete?” urlò con forza Potenza. “Noi siamo il male di questo posto, la cattiveria più assoluta. Qui non deve spiccare ricchezza, cultura e conoscenza. Voi non siete un popolo da gestire, siete pecore da comandare!” “Cosa c’entra in tutto questo un imprenditore e perché? Perché vi nascondete? Posso inseguirvi in eterno, anche se dovessi restare solo, l’unico poliziotto di questa terra.” “Caro Potenza, allora non ha compreso. Conosciamo tutto di lei dal momento in cui è stato messo al mondo, dove abita, come ama trascorrere il tempo libero. I suoi colleghi, tutto.” “Io vi distruggerò!” gridò con rabbia Potenza arretrando di qualche metro. Ma la voce dell’uomo diventava sempre più minacciosa. “Signor Potenza, noi siamo il lato perverso dell’umanità, e quello che vedete dinanzi a voi è la vera essenza dell’uomo. Crudeltà, rancore e odio. Dovevate immedesimarvi nel terrore che ha provato Giovanni Francia nel momento in cui ci ha visto. I suoi occhi, le urla, disperazione più assoluta e tutti hanno sentito, ma nessuno ha detto nulla. Maresciallo, voi tutti avete fatto le indagini, ha parlato qualcuno? Nessuno, siamo complici di noi stessi. Noi siamo impegnati a concludere le vite di quelle persone che si permettono di dare speranza. Siamo il Male Oscuro e nemmeno immagina quanti siamo.” Gli uomini cominciarono ad allontanarsi con calma. Lentamente. “Fermatevi, dove andate?” “Andiamo via, ma vi lasciamo come ricordo la disperazione del signor Francia incisa nel cuore. Così si ricorderà di noi e la smetterà di seguire strade che non le appartengono.” Scomparvero così, all’improvviso. Potenza aveva compreso in quel momento che non si trattava di un omicidio come tutti gli altri. A Latina qualcosa stava cambiando. A un tratto si sentì davvero solo e impotente, ma non si sarebbe arreso. Il Male Oscuro, cos’era? Lo avrebbe scoperto, ma doveva prepararsi ad avere tutti contro! Tornò in commissariato e percorrendo il lungo corridoio per raggiungere il suo ufficio pensò e ripensò nervosamente all’accaduto. Nel mentre incrociava gli sguardi incupiti dei suoi colleghi che lo fissavano per la prima volta nella sua carriera in modo strano. Entrò nella sua stanza e chiuse la porta. Si sedette gettando uno sguardo alla scrivania per trovare l’accendino, poi accese una sigaretta e iniziò a ispezionare le ragnatele sul soffitto pensando a quello che gli era appena accaduto. Non gli avrebbe creduto nessuno. Uomini mascherati, il Male Oscuro, ma chi gli avrebbe creduto. Il suo compito era comunque quello di fermare chi uccide. Si sentì impazzire.
Passarono minuti interminabili. All’improvviso squillò il telefono. “Pronto!” Nessuno rispose.
Poi il maresciallo percepì le note di una musica familiare. Le ascoltò in silenzio mentre la tensione ridisegnava un’espressione terrorizzata sul suo volto. Era Caruso, quella canzone tanto cara a sua madre. La voce che interruppe quello stallo apparente fu devastante.
Era la stessa persona che gli parlava nel giardino. “Ora la mamma non c’è più? Magari in una prossima vita sarai meno curioso”. Si dice che l’attesa del mondo che ti crolla addosso faccia più paura del crollo del mondo, ma il dolore no. Il dolore lo provi davvero quando tutto ti schiaccia lasciandoti senza il benché minimo respiro e la consapevolezza di essere stato comunque sconfitto, mentre sai che non ci sarà rivincita.

La Disarmante Completezza di Un Sorriso

20 ottobre 2009

La prima cosa che noto quando apro gli occhi al mattino è la luce che filtra dalla finestra.. Adoro dormire con mia figlia.. anche se al risveglio sembra di essere nell’officina del robivecchi..
Bulloni.. viti.. lancette di orologi di plastica.. bambole.. cinturini.. penne.. matite.. colori.. custodie vuote di DVD della disney.. e “dulcis in fundo” il mitco Cicciobello.. 🙂
Mi scappa un sorriso.. adoro dormire in questo improvvisato paesaggio lunare..! E’ tutto in ordine.. anche oggi tutto scorre.. assecondiamolo questo senso di serenità..!
Nicoletta è meravigliosa.. sensibile.. ma anche solida e convinta.. Ha da poco tolto le rotelle alla bicicletta..ed affronta le sue paure..! In lei è più forte la voglia di essere grande.. libera e veloce..!
-“Papà.. se mi fermo poi cado..”
-“No se ci sono io a tenerti..”
-“Tienimi papà ?”
-“Papà ti tiene..!”

La mano del papà si staccherà..  e sono pronto a tenerla se davvero dovesse cadere.. ma so anche che non cadrà..!

In bici.. come nella vita.. sempre un passo dietro di te.. lasciandoti pedalare libera e felice.. se non ti serve aiuto..!

La semplicità delle sue intenzioni è disarmante.. a volte destabilizzante.. .. non riesco a non crederle quando mi racconta le sue verità..! E’ qui che mi rendo conto che tutta questa meraviglia mi è veramente concessa.. è qui che maturo l’incosciente consapevolezza che tutto mi sia davvero possibile..!
Credete davvero che l’amore sia solo roba da grandi ? No non lo è..!
Ecco .. ora i pensieri si affollano di nuovo.. stretti.. stipati.. e compressi..!
Viviamo ed intratteniamo i più svariati rapporti umani in una società dove invidia.. perfidia.. ed opportunismo si rintanano nella mente delle persone.. ! E’ il nostro teatrino quotidiano.. farcito di pochezza e pressappochismo..
Qui personaggi tanto mentalmente disperati.. quanto spietatamente inconsapevoli della propria condizione.. si affollano ai margini della sottile linea che separa la fiducia.. dal compromesso..
Tutto mette a seria prova la nostra imperfettibilità..!
Ogni volta ci credi ed ogni volta ne resti deluso.. ma devi continuare a crederci.. la ciclicità di ogni errore può apparire irreversibile.. ma è solo apparenza.. e l’apparenza ci insegnano che spesso inganna..!
Anche io ci casco e spesso.. ci ricasco.. Ma sono sereno e consapevole..
Nicoletta è il risultato della mia perseveranza.. Lei è il risultato di ciò che sono.. Una persona semplice.. un papà protettivo ancora capace di anteporre l’onore agli interessi.. i sentimenti alle effimere soddisfazioni materiali.. l’amicizia agli squilibrati risultati economici.. e la disarmante completezza di un sorriso di sua figlia.. a tutto il resto..!
Amore.. se ne parla e se ne scrive.. ma senza che nessuno sappia mai bene perché..
Io lo so.. questa mattina non mi mancava proprio nulla.. e non avrei potuto avere nulla di più..!

Diari di un futuro imminente /6

20 ottobre 2009

Ci sono istanti in cui mi sento così coraggioso da poter inventare una favola. Che poi non serve nemmeno una fantasia fuori dal comune. Basta una naturale predisposizione a scrivere, la fine di una serata un po’ alcolica, Roma di notte, qualche ricordo e una vecchia canzone degli Spandau Ballet. Scenari, suoni, luoghi, corpi. E poi una platea dove tu siedi da sola in fondo alla sala. In ultima fila. Con una vestitino da sballo e la coscienza annoiata.
Non serve nemmeno chiudere gli occhi. Posso immaginare distintamente i tuoi fianchi che scorrono docili tra le mie mani. Quelle che il tempo ha disegnato intorno a te in quel preciso istante, per quel preciso momento. Mani in grado di risalire la corrente attraverso ogni tuo singolo respiro. Mani che scivolano nello spazio angusto tra i tuoi seni. Che indugiano sulle spalle, poi sul collo. E poi ancora lungo gli angoli più remoti della tua schiena. Conosco il sapore di un bacio dove non ti aspetti. Ha un retrogusto dolciastro, con qualche timida nota di mandorle. Quelle dell’albero dietro la casa dei nonni in campagna. Quello che da piccolo mi arrampicavo e rimanevo seduto per ore tra i rami a guardare il mondo.
La realtà allora era un pensiero trasparente e la natura una donna bellissima.
Sei l’irrinunciabile profondità dalla quale un uomo non può risalire. E io vorrei perdermi consapevolmente. Vorrei mandare ogni singolo atomo dell’universo a farsi fottere una volta per sempre. Vorrei cavalcare il tempo, sfidare il potere di un destino distratto. Lottare, vincere o perdere, poi comunque precipitare. E godere attraverso le meravigliose finitezze del tuo profilo.
Non aprire gli occhi stamattina. Tienili chiusi fin quando non avrai ascoltato tutto quello che ho da scrivere. L’imbarazzante piacere di un uomo passa attraverso i suoi desideri più profondi. Ed ora è netto. Palpabile. Quasi indescrivibile. Generato dalle mie fantasie quando urtano con forza il vetro scheggiato della realtà.
“Gianluca scendi di lì, che il ramo può spezzarsi.”
“Si, nonno ora scendo.”
“Subito, ho detto.”
“Un attimo. Solo un minuto. Solo un secondo. Un ultimo istante ancora.”

Non c’è prudenza quando si rischia..

20 ottobre 2009

Ci sono delle situazioni in cui vorrei trasformarmi in un freddo calcolatore.. rimanere ai margini ed entrare in gioco solo al momento di fare la mossa giusta..! Poi però.. entro sempre in campo e gioco dal primo minuto.. perchè è nella mia natura..!

Stamattina ho mille cose da non dire..ed altrettante da fare.. Scappo.. ma prima di andarmene userò questo blog per inviare un messaggio ad una persona che sono sicuro alla fine leggerà..!!

Quando ti domando “cosa vuoi che cambi” aspettando che “qualcosa cambi”.. non sto giocando con le parole.. ti sto lanciando un appello chiaro..!

Stai aspettando che qualcosa accada senza che tu faccia nulla.. senza rischiare.. e solo per scrollarti di dosso l’impopolarità di una scelta sbagliata..!

Cara amica mia.. questo le regole non lo consentono.. se vuoi cambiare.. devi affrontare la possibilità di aver sbagliato del tutto.. e trovare in quel caso anche la forza di ricominciare da zero..!!

Hai paura di toccare il fondo..? Ma cosa vuoi che sia il fondo se non la fine di un ciclo..! Ne so qualcosa..

Rifletti.. l’errore peggiore che tu possa commettere nella vita non è “fare e sbagliare”.. ma “non fare per non sbagliare”.. e se non fai nulla.. non sbagli nulla.. ma al tempo stesso.. non sei nulla..!

Non imparerai.. non sentirai.. non crescerai.. insomma.. tu non vivrai..! E’ forse libertà questa ??

Rivela le tue idee.. i tuoi sogni.. anche se il rischio è perderli.. perchè se non ti darai almeno una possibilità di trasformarli in realtà.. sarà più brutto che averli persi.. o peggio ancora.. sarà come non averli mai avuti..!!

Senza rischiare magari vivremo più a lungo.. ma credo si soffra anche di più..

Diversamente

20 ottobre 2009

Qualcuno mi sa dire se sono sincero o diversamente ipocrita..?
..se sono grasso o sono diversamente magro..?
..sono forte o diversamente scarso..?
..sono un senzatetto o un diversamente domiciliato..?
..da qualche giorno sto percorrendo l’iter burocratico che precede i lavori di adeguamento di una rampa per i “diversamente abili”.. e non ce la faccio..! ..compilo moduli su moduli ed ogni volta che arrivo alla parola “diversamente”.. mi blocco e rifletto..!!
Ma che senso ha cambiare la forma delle parole senza intervenire sostanzialmente sul significato..?
Quale orrenda forma di banale ed inutile ipocrisia è questa..!!

..un cieco che diventa “non vedente” è una persona più allegra..?
..chiamando i nani “diversamente alti” cambieremmo il loro punto di vista..?
A Roma “lo scopino” diventa un operatore ecologico..! ..ma ovviamente solo sulla carta.. perchè poi tutti li chiamiano sempre spazzini..
..le prostitute sono “operatrici del sesso”..
..gli omosessuali sono “gay”..!

Stefano in chat mi ha raccontato che negli Stati Uniti hanno da anni bandito l’uso di parole come “master” e “slave”..
Si usavano per indicare gli hard disk dei computer..!

Ssstttt..!

Pare fossero termini che richiamavano il periodo della schiavitù..

Accidenti..

Allora sarebbe bene che qui da noi vietassero l’uso della parola “martello”.. perchè nel medioevo si dava “sulle palle” durante le torture agli eretici..!
Non mi sorprenderei un domani se chiedessero ai Negramaro di cambiare nome al gruppo con motivazioni pseudo-razziste..!

..un uomo “handicappato” ed un uomo “diversmente abile”..
..sono uno di fronte all’altro..!!
..e non capisco cosa cambia..!
..continuano comunque ad essere 2 persone in cerca del modo migliore per vivere..
..non credo che un “diversamente abile” riesca laddove un “handicappato” fallisce..!
..non ci sono gradi di differenza.. se non nelle nostre idee bacate..!! ..nel nostro perbenismo bigotto..!
L’ipocrisia non sta nella differenza.. che ripeto.. non esiste..!! ..ma nell’applicazione dell’idea che noi abbiamo di questa differenza..!

Nessuno si sognerebbe tra noi di chiamare handicappati i disabili.. .e contemporaneamente eliminare le barriere architettoniche..!
O forse è meglio chiamarli “diversamente abili” e parcheggiare tra le strisce gialle dei posti riservati.. o di fronte alle rampe di accesso..!
Ma con la coscienza a posto..!!
Quanto bisogna essere “diversamente” intelligenti per capirlo..?

Buona giornata.. Vado a mangiare un fragrante bombolone diversamente dietetico !!


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: