Diario di un futuro imminente

Stamattina ho lasciato le paranoie nel cassetto della scrivania e mi sono accomodato sull’obbrobrio. Poi ho preparato un caffè scuro. L’ho zuccherato male. E l’ho sorseggiato palpeggiando pensieri con la mano destra.

Ho fatto più caso ai cerchi concentrici che alle zollette di zucchero.
Non so come tu sia vestita in questo momento, ma sarei pronto a scommettere che adorerei qualsiasi versione delle tue gambe.

Io invece continuo a indossare jeans strappati da adolescente, ma solo perché ho poco da raccontare e mi piace star comodo quando decido di sognare.

A volte penso che arriverò a odiarla questa estate, come Luigi Tenco. Chissà cosa avrebbe potuto suggerirmi lui per rompere un silenzio? Quali parole e che toni utilizzare.

Non sono bravo a snellire i concetti e a musicarli come Vasco Rossi, però so disegnare universi. Descrivere stati d’animo e trasformare pensieri elementari in piccole caotiche emozioni. Quello riesco ancora a farlo.

Immagino tu sappia quale fosse il mio dilemma con te. Io m’innamoravo ogni giorno. Dei tuoi modi. Dei tuoi difetti. Dei tuoi ripensamenti. Del tuo essere donna. Del tuo apparire ai miei occhi così speciale e irraggiungibile.

Sono strano, mio caro polipetto, ma amo ancora ubriacarmi del tuo mondo, nonostante i suoi paradossi, nonostante le sue 1000 sfumature di grigio, nonostante me e la devastante piena di certi malumori.

Lo sai? Maggie é cresciuta. Spesso mi domando come sta puzzola. Ho anche restituito Torre Argentina e tenuto Coronari. Ho comprato un ipad e non so che farci, una mountain bike, ma non so dove andarci e un orologio. Adoro gli orologi. Come amo le clessidre e tutto quello che è in grado di misurare il tempo. Anche i bordi sbiaditi delle polaroid.

Ho ascoltato anima fragile. Quella di Vasco è davvero una bella canzone. Spesso le canzoni non sanno tenersi dentro la verità. Che altro ti posso dire. Ah si. Lo psicologo mi ha dato un suggerimento, cambiare il tuo nome nella rubrica con uno inventato. Ora sei Alessia Benassi e mi fa tanto ridere questa cosa.

A Bergamo niente di nuovo. Oggi sembra una bella giornata, una di quelle che vorresti far durare di più e finire fumando una canna con un’amica sul tetto dell’hotel. Una di quelle fatte per ascoltarsi e bersi un po’.

Lavoro parecchio. La notte più del dovuto. Ogni tanto squilla il telefono. Qualche volta rispondo, altre volte faccio finta di niente. O faccio finta di tutto.

In fondo non è mai la telefonata che vorrei ricevere. Quella che mi va di sorridere, dire cazzate e che finisce che mi va di toccarmi e non so come.

Non ti ho dimenticata. E come potrei mai farlo del resto. Ho provato, non posso negare di averlo fatto. Ma scordare non è un semplice atto di coraggio. Come se fosse facile cancellare emozioni. Se mi chiedi di non respirare, magari potrei stupirti. Ma dimenticare no… non è possibile.

Tutte quelle volte che hai alzato distrattamente un sopracciglio. Tutte le volte che hai preparato una sigaretta con quel gesto quotidiano, ordinario. Tutte le volte che mi hai tolto il malumore dagli occhi, sorridendo. Ho provato a sigillarle insieme al verbo scordare, ma il castello delle mie illusioni è subito precipitato. Aria nel vento.

Esiste un “altrove” nel quale le occasioni perdute mi osservano e rimpiangono il me stesso che non sono mai stato. Ma in questo “quando” non funziona così. Qui si crea la realtà pianificando le azioni nella forma dei propri desideri. Ma io sono un pessimo architetto.

Mi manchi polipetto. Mi mancano i tuoi occhi, i tuoi pensieri e la tua voce borbottante. Mi manca il senso delle cose. Mi mancano la ragione, l’istinto, la sottile ironia e tutte le tue meravigliose contraddizioni. Mi manca il dove, il come e soprattutto il perché.

C’è ancora del bene nel mio cuore che posso non contaminare. Esiste ancora qualcosa di profondamente irrisolto che mi tiene ancorato a questo incantevole mistero che porta il tuo nome.

Ogni notte una luna indiscreta mi chiede di te e io non so che rispondere.
Temporeggio.

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