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Diamo tempo al tempo

16 aprile 2011


Nel Texas Hold’em, come nella vita, spesso si finisce con il confondere l’opportunità di giocare un torneo con la compulsiva necessità di farlo. A volte anche commettendo il banale errore di tirare in ballo la propria dignità a titolo di giustificazione. Esiste una categoria di giocatori che non riuscirebbe a rinunciare nemmeno per un istante alle luci della ribalta. Sia chiaro, ad ognuno di noi piace vincere e la speranza di tutti è che un giorno arrivi un singolo raggio di quella luce ad illuminare il nostro torneo.

Da qui a fare però della speranza una maniacale necessità, il passo rischia di diventare breve. Magari solo per via di un “appeal” squisitamente televisivo, dove è un semplice tavolo finale ad un campionato di poker live a trasformarsi nell’unica via di fuga da un anonimato a volte pesante. Anonimato che per certi players è addirittura difficile da sopportare.

Pochi d’altronde nel proprio lavoro o in ambito di una vita vissuta normalmente avrebbero il coraggio di mettere tutto in gioco, mentre in un torneo è relativamente facile andare “all-in” e magari vincere. Il Texas Hold’em dà la possibilità anche alle persone più semplici di trovare il proprio momento di gloria, combattendo e vincendo intorno a un tavolo verde. Ma se poi si viene eliminati? Cosa succede? L’indisciplinata voglia di rivincita può causare un brutto scherzo e spingere all’immediata ricerca di una nuova ribalta.

Così come in una sorta di sordido compromesso e in costante equilibrio tra il bisogno di “arrivare” e l’effettiva capacità di “arrivare”, si raddoppiano inutilmente gli sforzi, perdendo di vista una delle regole fondamentali che ogni giocatore non dovrebbe mai dimenticare. Il controllo del proprio bankroll.

Viviamo in un mondo dove l’uomo non è altro che un ingegnoso compromesso tra cuore e mente, e visto che sono soprattutto i compromessi a rappresentare il propellente dell’esistenza, perché non accettarne uno che metta d’accordo “uomo” e “giocatore” optando in certi casi per non giocare? Perché non rinunciare alla spasmodica ricerca di una ribalta da trovare ad ogni costo? “Diamo tempo al tempo” dicevano i saggi.

In realtà bisognerebbe accontentarsi di usarlo il tempo ed invece c’è chi addirittura si perde nel tentativo di possederlo. Ci si deve regalare una pausa quando non si ha a disposizione il bankroll necessario da destinare ad un torneo live. Non esistono solo decisioni da prendere al tavolo, ma anche scelte lontane dalla realtà del torneo stesso e sono quelle che fanno la differenza tra un uomo accorto ed un giocatore irresponsabile.

Purtroppo però, il “gambler” che si nasconde in noi non è sempre disposto ad accettare questo compromesso e la prima partita che ci troveremo ogni volta ad affrontare sarà proprio quella tra il “noi” che siamo ed il “noi” in cui vorremmo trasformarci. C’è una grande differenza tra il voler essere un “grande” e diventarlo veramente. Lo stessa distanza che passa tra il giocatore che vuole vincere e colui a cui invece importa solo che, alla fine, se ne parli.

La ricerca del limite

16 aprile 2011


Se dico che il Texas Hold’em da torneo si può giocare rasentando il limite non affermo niente di nuovo, ma se aggiungo che la ricerca del limite sta diventando con il passare del tempo un concetto artistico, forse rischio di far saltare ancora qualcuno dalla sedia. Parto dal presupposto che un giocatore di poker non sia un computer, ma agisca e reagisca ad una serie di stimoli, sentimenti ed emozioni che in modo condizionato od involontario, lo portano ogni volta a scegliere cosa fare.
Non credo alla “fortuna” o “sfortuna” nel senso suddetto, non esiste una deità più o meno maligna in grado di perseguitare un giocatore. Al tavolo, durante lo svolgimento di un torneo, esiste solo l’uomo con la sua capacità di compiere azioni.Inutile nasconderci dietro un dito. È ormai chiaro che senza un pizzico di estrosità non è assolutamente possibile perseguire grossi risultati. Come è altrettanto chiaro quanto sia difficile, andando alla compulsiva ricerca di quei risultati, ottenere una apprezzabile continuità di rendimento.

Il problema diventa quindi una mera questione di scelta. Non si tratta di tecnica, ma di tattica. Le zone oscure di questo splendido gioco sono state già tutte esplorate e mappate dalla didattica, rimane solo la tattica l’unica variabile ancora umana e squisitamente soggettiva. Per ogni situazione esiste un nostro personale modello operativo da seguire. Per ogni azione ci sono reazioni diverse che dipendono dalla scelta dell’obiettivo da perseguire: “il contenimento del rischio” o “il raggiungimento del massimo ottenibile” anche a dispetto del rischio stesso.

Una volta ho sentito dire che prendersi qualche piccolo azzardo di tanto in tanto può portare a grosse soddisfazioni. Non è vero. Solo grandi rischi portano a grosse soddisfazioni, ma espongono anche a possibili grosse delusioni e qualche volta anche a qualche brutta figura. Tuttavia se è vero che la didattica è in grado di illuminare i lati oscuri del gioco giocato, nulla può fare per alcune zone che rimangono ancora irrimediabilmente oscure, come ad esempio tutte quelle mutevoli variabili comportamentali che albergano ben nascoste dentro di noi e che alle volte ci rendono indisciplinati.

È per l’esistenza di queste zone inesplorate del nostro carattere che vale la pena inoltrarsi in argomenti come quello di oggi. Anche questo è poker.
Partiamo dal concetto che l’uomo è comunque un essere imperfetto.
Senza accettare questo dato di fatto non sarebbe nemmeno possibile continuare il discorso, perché uno dei rischi maggiori in un torneo di lunga durata è proprio quello di abbassare i freni inibitori perdendo la capacità di percepire il pericolo.

Le disattenzioni letali sono spesso figlie di indisciplinati e colpevoli eccessi alimentari nella pausa cena o di una eccessiva superficialità nel valutare dettagli fondamentali come il ‘riposo’ durante le pause, indispensabile a garantire la lucidità nei momenti che contano.

Insomma, è fondamentale la disciplina nel gioco, ma anche nell’approccio fisico per evitare una totale esposizione al rischio e la perdita di vista di quei riferimenti elementari che rappresentano l’abc del poker da torneo. Io non sono un caso a parte e non posso negare di aver peccato a volte di questa superficialità. Difficile in fondo rinunciare ad un invito a cena tra colleghi soprattutto quando si viaggia all’estero. Ricordo in un torneo a Valencia di qualche mese fa, di aver perso quasi un livello oltre alla pausa cena, proprio attardandomi nel degustare in un ottimo ristorante spagnolo, primo, secondo, contorno e dolce con Cristiano Blanco.

Tre ore di sonno e una cena luculliana non sono il modo migliore per affrontare un day2, ma era stato un day 1 talmente effervescente da far passare tutto il resto in secondo piano, anche le mie indispensabili paure.
Per tenere alto il livello di guardia occorrono timori intensi come deserti vuoti e paure profonde come baratri che si pongono tra te e una meta ancora irraggiungibile. Un posto dove fare i conti con i tuoi errori e le tue disperazioni. Un posto chiamato “limite”. Una sorta di muro virtuale in grado di separare la scelta giusta da quella sbagliata. E giocare al limite non vuol dire spostare più in là i confini per raggiungerne di nuovi, ma solo ridursi a buttare le carte davanti a possibilità palesemente inaccessibili, come quella di rubare, andando “all in”, un piatto ad un giocatore committato, solo perchè hai la fondata certezza che si tratti di una mossa in bluff del tuo avversario.

Questo può far di te un giocatore vincente oppure il principe delle mosse inutili. Il giocatore vincente raddoppia tra lo stupore dei presenti in sala, mentre il principe delle mosse inutili raccoglie tutte le sue cose e si alza salutando educatamente gli avversari ancora al tavolo. Stringe la mano al floorman e si guarda dentro un ultimo istante per controllare il limite, rendendosi conto che di quella linea non esiste più traccia. Non importa il tipo di mossa che si sta per fare, se vincente o perdente, ma è fondamentale che alla base di tale mossa ci sia sempre un ragionamento e non una distrazione.

Questa non vuole essere una lezione, ma una nota quasi etica. Il filosofo tedesco Friecrich Nietzsche, una volta scrisse: “A posteriori non vale la pena perdere il tempo discutendone ancora, in fondo fa parte del genere umano sbagliare di tanto in tanto”. Vorrei rispondere a Nietzsche, ma sono imperfetto e darei risposte imperfette. Però sono capace di riconoscere errori e di cercare significati, trasferendone il senso a ogni mia scelta futura. E più si è in grado di cercare significati, più avanti si può arrivare. Sempre.


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