Posts Tagged ‘Marcucci Gianluca’

Luna Park mentale

4 gennaio 2013

Stamattina la mia mente è come un grande luna park chiuso per ferie. Insegne spente. Nessuna fila al botteghino. Solo un rumoroso silenzio a intermittenza di giorno che segue la luce oscura della sera.
Lo sapete che cosa contiene un luna park mentale? E’ un grande carrozzone di idee ed è un bel peccato lasciarlo al buio, perché senza luce i pensieri stentano immobili, come tanti urlanti banditori senza una giostra, una bottega o un semplice zucchero filato.
Inutile dar loro una voce se non puoi dar loro una forma e qualcosa da vendere.
Non possono avere futuro e se ne rimangono lì, con la stessa ambizione di un cucciolo il cui unico pensiero, appena sveglio, è quello di trovare un posto dove andare a fare il bisognino.
A volte anche le amicizie si accendono a intermittenza, come il neon consumato sull’insegna di quel chiosco che vende i pop corn.
Gli amori veri garantiscono invece lunga durata e basso consumo.

“La vedi quella persona Niki?
Un tempo era un mio amico, ma tu credo non fossi ancora nata.”
“Andiamo a vedere Ralph spaccatutto al cinema papà, compriamo lo zucchero filato e i pop corn?”
Poi Niki sorride e guarda oltre.
“Ne vuoi uno anche tu così non me li rubi?”
“Si. Oggi uno lo compra anche papà.”

Il sogno di Pupi

15 gennaio 2012

Leg­gende, sto­rie che devono essere lette. Come i miti, le favole e le fiabe, fanno parte del patri­mo­nio cul­tu­rale di ogni popo­la­zione e non sono poi così lon­tane da quella verità che solo i bimbi sognano di descri­vere.

Mi chiamo Pupi ed ero un pesce rosso. Uno di quelli che si vincono al carosello della domenica lanciando una pallina da ping-pong all’interno di un bicchiere di vetro.

Certo. Anche io ero stato il premio destinato a un uomo di qualità, uno di quelli che ci erano riusciti. Era il giorno della festa d’,inizio estate in un luogo che tutti dicono di chiamarsi, Sabaudia. Lo so, il mio nome è chia­ra­mente frutto della fan­ta­sia, ma pre­fe­ri­rei rima­nere nell’anonimato almeno fino al ter­mine di que­sta sto­ria.

Per molto tempo sono rima­sto appar­tato e in silen­zio, ma credo sia arri­vato final­mente il momento che il mondo venga a cono­scenza dei fatti che andrò qui di seguito a narrare.
Ricordo che era una calda serata di luglio dell’ anno 1951 e dall’alto della sua cabina, il coman­dante Pie­tro Cala­mai stava con­tem­plando la miste­riosa volta cele­ste del cielo illu­mi­nata solo a tratti dal bagliore inter­mit­tente del faro di Nan­tuc­ket.

Il suo tran­sa­tlan­tico avan­zava ad una velo­cità costante di 21 nodi. Il nome scritto a carat­teri chiari sulla prua era “Andrea Doria”.

All’epoca vivevo in una coppa di cri­stallo ben anco­rata sulla scri­va­nia della cabina e tra­scor­revo le mie gior­nate in balia di colo­rati sogni e alie­nante riposo.

Ero il pesce rosso del coman­date e andavo fiero del mio ruolo. Sapevo che avrei potuto sol­care i mari e osser­vare il mondo da un punto di vista che nes­sun essere di quelli appar­te­nenti alla mia spe­cie avrebbe mai potuto van­tarsi di avere.

Mi sen­tivo spe­ciale.

In fondo era una delle tante notti in cui una grande nave attra­ver­sava gli oceani e io da gio­vane pescio­lino sognavo come sem­pre che la mia fama di nuo­ta­tore e di scru­ta­tore degli abissi marini sarebbe stata un giorno messa a dispo­si­zione del mio comandante.
Igno­ravo che di lì a poco si sarebbe con­su­mata la seconda più grande tra­ge­dia di mare dopo quella che aveva visto pro­ta­go­ni­sta un enorme blocco di ghiac­cio e la nave più sicura del mondo, il Tita­nic.

Alle 22,45 il mio coman­date saltò in piedi dalla sua branda per rispon­dere a una chia­mata della sala comandi. Il radar aveva segna­lato una nave che avan­zava verso la nostra a 18 nodi ed era a meno di 1 miglio.

Le imbar­ca­zioni si sareb­bero scon­trate. Vidi Cala­mai ordi­nare di acco­stare di quat­tro gradi a sud, cioè di spo­starsi verso sini­stra, in modo da aumen­tare la distanza. Ma, di lì a poco, com­presi che non sarebbe ser­vito a nulla.

Una rom­pi­ghiac­cio sve­dese al comando del ven­ti­seienne Cartens-​Johannsen, sosti­tuto di un coman­dante che in quel momento stava ripo­sando, entrò in col­li­sione con la nostra nave con un angolo di quasi 90 gradi e fu una prua rin­for­zata in acciaio a squar­ciare la fian­cata per quasi tutta la sua lun­ghezza.

Il rumore delle sirene di allarme attra­versò prima l’aria, poi il vetro e l’acqua per giun­gere alle mie pic­cole bran­chie rosse. In seguito fu il turno dello stri­dio delle lamiere con­torte e delle grida degli oltre mille pas­seg­geri.

L’impatto deva­stò molte para­tie sta­gne e per­forò cin­que depo­siti com­bu­sti­bile. Il nostro fan­ta­stico tran­sa­tlan­tico comin­ciò a imbar­care acqua di mare, nell’ordine di circa 5 ton­nel­late al secondo. L’Andrea Doria sbandò a dritta per oltre 15 gradi ras­se­gnan­dosi al suo destino irre­ver­si­bile.
Quel giorno il mio coman­dante pianse. Mi cercò attra­verso la tra­spa­renza delle sue lacrime tro­van­domi die­tro al vetro della mia solita coppa di cri­stallo. E fu lì che per la prima volta, mi parlò: “È ora di vedere quello che sai fare.”

Poi, aperto un oblò, gettò la coppa di cri­stallo in mare.

Si trattò di una lunga e inu­tile attesa la mia. Vedevo l’acqua dell’oceano farsi più vicina. Con­fusi il senso di morte, scam­bian­dolo per libertà. Ma ero un pesce d’acqua dolce vinto a una festa di paese. Non emersi mai più.

Qual­cuno sostiene che i pesci d’acqua dolce pos­sono soprav­vi­vere anche in oceano aperto e che addi­rit­tura riescano a tor­nare in terra quando fra gli uomini non c’è più nes­suno che sof­fre per dolore o per ingiu­sti­zie.

Altri invece sosten­gono che per ogni pesce rosso che muore avvenga invece un mira­colo.
Non so quanto di vero ci sia in tutto que­sto, ma ci credo ciecamente.

Mi chiamo Linda Mor­gan e il 25 luglio dell’anno 1956 occu­pavo la cabina numero 52, che fu la prima col­pita dalla prua di un rom­pi­ghiac­cio sve­dese. Venni sbal­zata dal mio letto ritro­van­domi sul ponte di un’altra nave. Scam­biai la realtà per un sogno e nel mio sogno vidi un pesce rosso nuo­tare via.

Oggi ho 74 anni, vivo a Sabaudia e i miei figli mi chia­mano scher­zo­sa­mente “Pupi”.

Alienabile e schizofrenico

25 luglio 2011

È sabato, il sole è alto e l’aria che si respira ha quel solito retro­gu­sto friz­zan­tino che solo la mon­ta­gna in estate può rega­lare. Trin­ceato come al solito die­tro il ban­cone della mia recep­tion ritrovo anche oggi quel minimo di cose pos­si­bili da rea­liz­zare. Rat­tri­stato da una con­cla­mata crisi eco­no­mica ed asse­diato della gene­rosa pre­senza dei “NO TAV”, che ogni male­detto week end rea­gi­scono al buon­senso bloc­cando l’autostrada per la val di susa, eccomi di nuovo alle prese con un cospi­cuo numero di con­si­de­ra­zioni e pensieri da tra­durre in parole.

Ormai da tempo si lavora a sin­ghiozzo, si lavora in per­dita, in sin­tesi si lavora male. Quando que­sto accade il gio­ca­tore di poker riflette, l’imprenditore si tra­sforma in uno scrit­tore e l’unica atti­vità intel­li­gente e rela­ti­va­mente appa­gante diventa quindi uti­liz­zare la potenza dif­fu­siva di un social net­work e par­to­rire quat­tro righe più o meno espres­sive nella spe­ranza di far scat­tare nella testa di ogni let­tore una scin­tilla che rie­sca poi ad accen­dere il grande fuoco. Con­si­de­ra­zioni che per oppor­tu­nità con­ti­nuo ad osti­narmi di chia­mare “note”. Ma sono senza dub­bio qual­cosa di diverso.

Le mie note. Oggi sono quanto basta per fug­gire la realtà eco­no­mica di que­sti posti. Quanto basta per trasfe­rire ad un me stesso pacato e ben­pen­sante l’illusione che esi­sta comun­que una via sicura capace di unire il fra­stuono silen­zioso di una inac­cet­ta­bile realtà alla bru­li­cante sud­di­tanza di una tra­so­gnata virtua­lità.
La realtà è tale solo se viag­gia paral­le­la­mente ad un mondo vir­tuale attra­verso due piani di pen­siero entrambi vicini, entrambi incli­nati. Uno spa­zio obbli­gato fatto di idee dove rim­bal­zano e riman­gono intrap­po­late milioni di rifles­sioni libere, ma anche fal­sità e parole inutili.

Ci sono cose che sare­sti dispo­sto ad accet­tare nel mondo vir­tuale, ma che in quello reale pro­prio fati­cano ad andare giù. Ogni male­detto week end c’è una sta­tale chiusa per una frana, una strada bloc­cata per un son­dag­gio geo­lo­gico, un’autostrada inter­detta per una mani­fe­sta­zione. Eppure si con­ti­nuano a pagare mutui, sti­pendi, leasing.

Ogni giorno ci sono par­celle da ono­rare e cen­ti­naia di domande che non sai a chi fare e che riman­gono senza ade­guate rispo­ste. Più passa il tempo e più mi rendo conto che sono pochi gli uomini capaci di rico­no­scere e spie­gare le pro­prie azioni. Pochi sono in grado di dimo­strare coe­renza in ciò che dicono ed evi­tare di nau­fra­gare in rispo­ste improv­vi­sate ed adat­tate oppor­tu­na­mente ad ogni situa­zione. E poco importa se tutto que­sto equi­vale a fran­tu­mare la pro­pria per­so­na­lità, per­chè onore e per­so­na­lità sono con­cetti vir­tuali lontani da que­sta realtà.

Ovvia­mente que­sti par­ti­co­lari biso­gne­rebbe notarli, ma non si può notare qual­cosa che non si vede o che non si vuole notare. Non si pos­sono leg­gere con­tem­po­ra­nea­mente le due facce di una stessa moneta se non la fai ruo­tare velo­ce­mente e que­sta è una moneta che non esce mai dalla tasca.
Alle soglie di que­sto evo poli­tico che sta riget­tando l’italia nel buio di un nuovo oscu­ran­ti­smo, mi accorgo senza volerlo di par­lare di poli­tica ed attua­lità quando avevo giu­rato di non ritor­nare più su certi argomenti.

Mi ritrovo in una moderna terra di mezzo cir­con­dato da vas­salli, val­vas­sini e val­vas­sori. Impe­gnato in una sorta di assurdo gioco di società che molto ricorda il feu­da­le­simo, dove un insieme di per­so­naggi molto più simili a nul­lità che ad uomini sta tentando, in modo presuntuoso, di impartire al mondo lezioni di imprendi­to­ria, eco­no­mia, giu­sti­zia, libertà, mora­lità e demo­cra­zia.
Pri­gio­niero di que­sta incer­tezza glo­bale e spesso vit­tima di invi­si­bili ovvietà e meschi­nità emo­tive con­tinnuo comun­que ad affron­tare la realtà lot­tando con­tro la con­cor­renza sleale di strut­ture ana­lo­ghe alla mia. Pic­coli alber­ghi che in Fran­cia bene­fi­ciano di cor­rente, gaso­lio e pre­vi­denza sociale scon­tati anche del 40%. Ed è una par­tita insen­sata dove mi ostino a voler vin­cere gio­cando ogni volta un dado con­tro due e dove infatti non si vince mai. E lo fac­cio senza creare problemi a nessuno o bloc­cando una statale o un’autostrada.

Se da un lato il rischio è quello di essere con­dan­nato alla mor­ti­fi­ca­zione e desti­nato ad una aber­rante fol­lia impren­di­to­riale, dall’altro ne esco comun­que sti­mo­lato. Ricordo alcune scene del film “Ogni mal­detta dome­nica”, una pel­li­cola epica di Oli­ver Stone della quale molti cono­scono il deva­stante discorso di Al Pacino allo spo­glia­toio, poco importa se quella squa­dra alla fine della sto­ria non vin­cerà comun­que il titolo, conta solo la carica emo­tiva di quei 4 minuti e 21 secondi di riprese.

Ho ascol­tato cen­ti­nai di volte quel discorso e dopo quasi 9 anni tra­scorsi lot­tando con­tro i mulini a vento, vor­rei rivol­germi final­mente a certe per­sone per vomi­tar­gli addosso tutte le cita­zioni pos­si­bili, anche se que­sto rischie­rebbe di farmi appa­rire vol­gare. So comun­que che le parole non cam­bie­reb­bero di una vir­gola la situa­zione di que­sta valle per­chè è meta­sta­tiz­zata e le meta­stasi non si com­bat­tono né con le parole, né con i fatti.

Mi fermo a pen­sare ad alcune let­tere aperte scritte in pas­sato, ma a stento rie­sco a ricor­dare le frasi che ho scritto.Son o un nar­ra­tore lento ed un let­tore distratto. Lascio quindi che sia la mia fan­ta­sia a per­cepire una cura per tutto que­sto. Lascio che sia l’ebrezza fine a se stessa di un gioco che adoro a farmi cre­dere che ci siano sem­pre i mar­gini per recu­pe­rare. C’è poca dif­fe­renza tra il cre­dere e il far finta di cre­dere a qualcosa.

C’è un solco invi­si­bile fatto di leggi e rego­la­menti sba­gliati, di oppor­tu­ni­smo e mala­fede da parte di chi ha pen­sato che si potesse rea­liz­zare e far cre­dere alla gente ad una unione euro­pea che di fatto non esi­ste. Non spero certo di riem­pire a parole que­sta pro­fonda vora­gine che separa l’Italia dalla Fran­cia. Tan­to­meno credo che avrò mai la pos­si­bi­lità di farlo con i fatti.

C’è un vuoto mas­sic­cio for­mato dalle migliaia di stron­zate che siamo costretti ogni giorno ad ascol­tare attra­verso i canali di infor­ma­zione reale, ed è per colpa di que­sto vuoto che oggi se me ne rimango soli­ta­rio, con­fuso ed ingan­nato nella spie­tata ed ogget­tiva impos­si­bi­lità di discer­nere il legale dall’illegale, il giu­sto dallo sba­gliato e il buono dal cat­tivo. Voi vi chie­de­rete per­ché?
Per­ché in fondo in que­sta vita tutto è real­mente comico, tutto è vir­tual­mente beffardo.

Tutto è spie­ta­ta­mente alie­na­bile e male­det­ta­mente schizofrenico.

Aforismi e caffè Borghetti

24 luglio 2011

Paradossalmente, si pensa meglio quando non si hanno pensieri per la testa.

Rivincita, amicizia, notte, figlio, destino, meta, roma, fortuna, febbraio, soluzione, distanza, identità, imperfetto, bugiardo, devastante, perdono, spietato, insicurezza, paura, amore, solo, reazione, natura, troppo, niente, abbastanza, tutto, quello che ti aspetti, e non è ancora notte.
Sono le 10:31 e siamo sempre nell’anno 2011. Interessante, vero?

Destino. Non ho mai trovato un amico che mi facesse più compagnia. D’accordo, per viaggiare in due occorre comunque aspettare che l’altro sia pronto, ma quando si viaggia in direzione di un sogno meglio avere pazienza che farlo da solo.

C’è un temporaneo abbassamento del solo ego pokeristico dovuto da una prepotente emersione del lato oscuro della forza. Forse anche a Obi-Wan Kenobi gli si inceppava la spada laser ogni tanto? Mah !!

Sono fatto così, voglio sempre capire. Sapere se il tempo è veramente quello che mi resta quando voglio che qualcosa accada, ma poi non accade nulla.

Il tempo mi è nemico, ma è un nemico leale.

Gioco spesso a scacchi con il mio lato oscuro e malgrado io non nasconda una marcata simpatia per l’avversario, non è mai una trascurabile soddisfazione batterlo.

“Non puoi nasconderti all’infinito, Luke. Consegnati al Lato Oscuro della Forza. Noi abbiamo i bomboloni con la crema.”

Ho bisogno della mia testa per fare scelte e per impedire ai pensieri di uscire dalla bocca. Da ieri ho un anno di più ed ho testato il sapore che si prova ad essere più grandi. Niente di che. Sa di pollo

E’ sempre più importante il personaggio della scenografia.

Quando guardi l’orizzonte non ci sono angolazioni, quello è.

Dentro questo corpo di adulto si annida lo spirito di un bambino disordinato che vuole solamente giocare.
Non ho bisogno di un esorcista, ma di un enorme castello gonfiabile dove fare 4 salti con mia figlia.

Solo gli stupidi accumulano certezze senza dubitare mai. Ne sono certo.

Non serve un corso di recitazione per imparare ad essere un uomo qualunque.

Ogni gabbia proietta un ombra ed ogni ombra è una via di fuga.
Avvicinati e non temere. Ho solo il desiderio di sussurrarti qualcosa all’orecchio.

Se oggi possiedi una personalità tormentata e una vita disordinata, praticamente hai già tutto quello di cui hai bisogno.

Nella vita l’unica costante che conosca sono i cambiamenti.

Il meccanismo che regola il buon andamento di un rapporto è litigare e riappacificarsi.
Tutto poi finisce nel momento in cui non si litiga più o non si fa più pace.

Se ci vai sempre vicino, o sei un campione di bocce oppure un perdente di lusso.

E’ nel tentativo di evitare l’inevitabile che spesso ti accorgi di poter realizzare l’impossibile.

Se costruiamo castelli di sabbia anche sotto un temporale è perchè in fondo abbiamo l’infantile certezza che rimarranno lì per sempre.

Ognuno ha i sogni che si merita.

Il mondo non è poi così brutto se lo guardiamo con un pizzico di fantasia.

Disarmare la serietà di un avversario a colpi di sorriso è facile, ma di fronte a chi non vuol ridere è opportuno rimanere seri.

Ci sono giorni in cui sei avanti ed altri in cui ti trovi a dover rincorrere. L’importante è rimanere comunque in gara. Questo si chiama vivere.

Sono un sognatore ad occhi aperti e cerco di dormire meno possibile.

Se i progetti li tieni nel cassetto e gli scheletri nell’armadio, succede che non sai più dove mettere le camicie.

Non lamentarti mai nella solitudine, perchè a volte trovarti solo è la miglior fortuna che possa capitarti.

Almeno una volta nella mia vita vorrei ragionare come Leonardo e sorridere come la Gioconda.

Persegui obiettivi impossibili e rimarrai per sempre schiavo dei tuoi desideri. Persegui la disciplina e forse raggiungerai obiettivi impossibili.

Come primo obiettivo del 2011 voglio recuperare un paio d’ali e un mantello nero.
Devo regalare a me stesso qualcosa che non sia la solita via di fuga.
“Buongiorno vorrei un divano comodo per me e per questa mia coda.”
“Mi spiace signore, ma questa è una birreria. Per l’inferno sono due isolati più giù.”

Quando il cuore ha un bisogno, e quel bisogno è amore, lo spinge senza sosta all’infinito.

Voglio rassicurare tutti dopo capodanno. Le analisi del sangue al secondo tentativo sono risultate buone, ma la prima siringa l’hanno dovuta buttare che sapeva di tappo.

Se fossi Babbo Natale non ti porterei un regalo… Ti porterei via con me!

C’era un tempo che nelle conchiglie si sentiva il rumore del mare.

Ogni sorriso è un investimento a lungo termine che spero diventi gioia.

C’è una distanza oltre la quale le persone smettono di ascoltarsi, pur continuando a parlarsi. In quei casi sarebbe più opportuno un rumoroso silenzio.

Parla “con me”, non “a me”.

In ognuno di noi c’è un baratro e profondità inesplorate. A volte affacciarsi fa paura.

Tanto, ma non tutto. Giusto ad un passo dall’essere abbastanza…

Confondere un piacere con la felicità è uno degli sbagli più grandi che abbia fatto in vita mia. Roba da imperfetti.

Ridisegno, ad uno ad uno, ogni mio pensiero con la presunzione di una barchetta di carta che si accinge ad attraversare l’oceano.

La vernice era ancora fresca quando mi sono seduto. E’ la vita che appena puó lascia comunque il segno ed è per questo che esistono le lavanderie a gettone.

A volte è più facile sembrare quello che non sei che trovare qualcuno che se ne accorga.

Aspettando davanti all’entrata del Casinó sono arrivate ben 3 persone che mi hanno chiesto di parcheggiare l’auto. Non so’ se sia il caso di rivedere l’abbigliamento o attendere pazientemente che passi una Lamborghini !

Insegnerò a mia figlia che tutto in fondo è possibile.

Sono diventato un asso nel sollevamento delle polemiche. Ora se miglioro nel lancio del giavellotto e nei 400 dorso potrei anche pensare alle olimpiadi.

Mentre sognavo di aspettare per ore un treno che non passava mai, mi sono chiesto quanto valga il tempo perso nei sogni. Ammetto di essere un cattivo sognatore.

La maschera

22 dicembre 2010


Riordinare concetti ed idee e per questo forzare il pensiero per individuare da che parte è il lato oscuro.
Alzarsi con un pugno ed ascoltare una improbabile musica, è un buon tentativo di dare una collocazione ottimistica anche a questa quotidianità.
La direzione da prendere appare chiara eppure mi sento spietatamente debole, indeciso, confuso. Perso in uno scostante intimismo di idee che non migliorerà finché non avrò capito se mi trovo alla fine di un sogno oppure nel bel mezzo di una pausa.
Mi immergo in un caffellatte ancora caldo e regredisco fino a toccare il fondo del bicchiere.
I pensieri di oggi se ne stanno immobili raschiando il fondo come tanti mollicci frammenti di biscotto.
Un uomo spontaneamente creativo ed uno squallidamente superficiale si danno appuntamento nella mia testa come fossero al bar. Si guardano e si studiano a vicenda.
Indossano entrambi una maschera che vagamente ricorda alcune scene di uno stupendo film di Stanley Kubrik, “Eyes Wide Shut”.
Vorrebbero scendere a patti, ma hanno la pessima abitudine di far troppo rumore e nella mia testa stamattina il silenzio è d’oro.
In 40 anni ho incontrato troppe maschere, troppi visi nascosti, visi mascherati che spesso nascondevano i commedianti, ma non le loro inopportune commedie.
Bugiardi.
Per mentire bisogna imparare a nascondere i pensieri veri e comunicarne altri e spesso si usa una maschera.
Buffoni.
Io li conosco, anzi li riconosco ed è proprio in quel momento che sento sul mio viso il tremendo bisogno del peso di una maschera.
Così sogno di indossare anche io un costume e truccarmi in modo perfetto.
Non più una maschera, ma la maschera.
L’unica e la sola possibile quando iniziano le danze e c’è da ballare.
E’ la mia maschera.
La maschera che non nasconde.
La vera maschera di un me stesso vero fino allo stare male.
Spontaneamente maschera.
Sapientemente maschera.
Spietatamente maschera.
Posso portarla in viso con stile e naturalezza, senza che nessuno se ne accorga, perché in realtà non c’è proprio alcuna maschera a celare il mio volto.
Io sono io.
Divertente e farsesco, ma non falso, non bugiardo.
I miei pensieri sono veri.
Tragicamente veri.
Stramaledettamente veri.
A volte dissacranti, magari divertenti e che sfiorano il ridicolo, ma veri.
Posso mascherarmi, ma i panni di ciò che sono mi restano sempre attaccati addosso.
Sempre uguali.
Sempre gli stessi.

Qual’è la maschera?
Io ne possiedo una sola.
La mia faccia.
Sfruttata.
Strautilizzata ed in passato anche derisa.
Ma questo un commediante non può capirlo.
Per lui maschera significa solo finzione ed inganno.
Camaleontico.
Ipocrita.
Ti mette in crisi. Ti blocca la porta nascondendosi dietro uno sguardo, e tu non hai che un solo pensiero sincero da sbattergli in faccia.
Non hai nient’altro da proteggere se non te stesso, le tue idee, la voglia di correggere i tuoi errori.
Dietro la mia maschera c’è un io che non è niente di più di ciò che appare.
Non nascondo nessun misterioso segreto.
Io sono i miei gesti, ma non provocatemi.
E’ un avvertimento per tutte le numerose maschere ancora in circolazione.
Se avrò qualcosa da dire la dirò.
Se avrò una verità da scrivere la scriverò.
Tagliatemi la testa, le mani e lo sguardo oppure statemi lontano.
Sono infettato di verità e posso spingermi fino al limite, dove un me stesso può arrivare senza essere sconfitto.
Posso toccare il fondo, ma non frenare il mio desiderio di inseguirmi e sono sempre in grado di riconoscere un commediante.
Se sbatti la sua maschera contro il muro dell’indifferenza e dell’ipocrisia, del calcolo e dell’interesse.
Si frantuma in tanti pezzi mollicci, come i biscotti nel mio caffellatte.

Wendy, amore, sono a casa…

24 maggio 2010


Stamattina non ho tutta questa voglia di scrivere e rischio di riempire il foglio con quattro frasi gettate lì come uno sputo.
Come in una sorta di gocciante eccedenza, mi riempio la bocca di frasi al retrogusto di Acquafresh ed improbabili scomposizioni letterarie.
Prima le spingo con la lingua contro la guancia sinistra, poi contro la destra ed alla fine lascio che un misto di pensieri, saliva e menta finisca nello scarico lavandino.
Questo è cosa ho dentro oggi, deliranti pensieri dall’alito fresco.
Torno ad alzare gli occhi ed a rivolgere al solito specchio uno dei miei sorrisi forzati.
Quelli da maniaco.
Eccomi.
Una sorta di personaggio partorito dal genio di Stanley Kubrick ora si diverte a guardarmi dall’altro lato della realtà riflessa.
Mi sembra di conoscerlo.
E’ lo scrittore Jack Torrance:
“Wendy, tesoro, luce della mia vita! Non ti farò niente. Solo che devi lasciarmi finire la frase. Ho detto che non ti farò niente. Soltanto, quella testa te la spacco in due, quella tua testolina te la faccio a pezzi!”

Che capolavoro Shining…
Ora rido di gusto ed è un sorriso chiazzato di sangue. Darebbe i brividi anche a Jack Nicholson. Mi viene da sorridere ancora di più.

E’ incredibile quanta delirante mercanzia si nasconda nell’anticamera della follia di un uomo normale. La mente umana non è altro un lungo corridoio da percorrere con il triciclo, basta fermarsi ogni tanto e guardare attraverso la serratura di ogni singola porta per scoprire un universo di cose da non dire, di pensieri da non fare, di cose che forse sarebbe opportuno anche evitare di pensare.
Eppure a volte queste porte si spalancano da sole, ti traggono dentro e si chiudono per riaprirsi di nuovo in un altrove oscuro e tu ne esci completamente cambiato.

Il triciclo si trasforma in una bicicletta.
Il corridoio diventa un’autostrada.
Bisogna solo pedalare di più.
Ecco, le mie porte sono sempre aperte, entrare è facile, uscire pure, ma probabilmente si sta meglio fuori.

Oggi scrivo perché scrivendo è più difficile mentire. Non ho mai saputo farlo da ragazzo e col passare degli anni, mi accorgo di non essere né troppo saggio, né opportunamente serio per farlo da adulto.
Sprizzo normalità e imperfezione da tutti i pori.
Stamattina avrei potuto parlare ancora di me, ma ci sono troppi “me” sempre diversi e non è possibile stare qui a narrarveli tutti.

Meglio mettere un bel punto a capo e approfittarne per fare colazione.

Scrivendo

24 novembre 2009

Credo che la necessità di inventare uno strumento che misurasse il tempo sia figlia di un’epoca dai ritmi ossessivamente lenti. Oggi le vere macchine del tempo siamo noi.
Viviamo come le lancette di un ingranaggio, costretti a rispondere perfettamente a ritmi frenetici e a tutte quelle mode di cui conosciamo bene la superficiale inutilità.
Abitudini che ci portano a cambiare il colore dei capelli, il colletto delle camicie, il taglio delle giacche, ma anche le ideologie e le parole da dire davanti ad altri.
E’ già, perché anche i discorsi seguono un po’ la moda.
La voglia di affrontare questo argomento è tanta, ma ho promesso a me stesso di non scrivere più di politica e finanza, quindi respiro profondo e vado oltre.
Misurato o no, il tempo passa e passa il nostro quotidiano trascorrere. Il colore dei capelli cambia e stavolta non per colpa della moda, il fiato è sempre più corto e anche in campo l’avversario ci salta con la facilità di un bimbo che padroneggia il suo videogioco.
Ne sono passati di anni dalla prima partita a calcio, ma la gioventù non è fuggita è solo cresciuta dentro di me, si è intelligentemente evoluta.
Ogni volta che guardo mia figlia mi rendo conto di quanto sia importante crescere, vivere, esserci e poterle insegnare qualcosa.
Ogni attimo di quella mia evoluzione fa di lei giorno per giorno una bimba più tenace, dai sentimenti più intensi.
Appurare che in molte cose mi somiglia, mi rende più vivo di quando andavo a scuola.
Scriverlo per me è un modo per misurare ed esorcizzare questo tempo, lasciare impronte da seguire, viaggiando nel tempo stesso anche se non fisicamente.
Come quando si sogna, o si ama, scrivendo mi sento immerso in un mondo dormiente da plasmare a mio piacimento.
Credo nel mio piccolo di aver inventato, non la macchina del tempo, ma una macchina per uscire dal tempo.
Un mezzo sicuro per lasciare il mondo esterno e vivere secondi eterni in compagnia della mia anima, con il pensiero rivolto alle persone che amo.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: