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Da Bergamo a Motta Visconti

19 giugno 2014

Esistono situazioni difficili da accettare e storie dove il nostro giudizio verso quello che sta accadendo diventa prioritario.
Quella che va da Bergamo a Motta Visconti è una strada da percorrere impauriti, increduli, quasi arrabbiati. Tragedie capaci di creare un clima nazionale simile a quello generato da una partita di calcio. Fatti scatenanti dalle inevitabili conseguenze sui sentimenti.
Se queste tragedie non fossero accadute sarebbe meglio per tutti, ma sono accadute e di fronte al dato certo della cronaca l’unica libertà che ci rimane è quella di attribuire ai fatti un significato.
Sono due eventi scollegati che incidono sull’architettura di una società e che interrogano il nostro grado di civiltà.
Oggi sembra che tutto possa essere messo in discussione dalle fondamenta. Un matrimonio è un progetto, la vita di coppia è un progetto, i figli che crescono e vanno a scuola sono un progetto e i progetti sono la nostra volontà, le nostre speranze, declinate al futuro di un verbo che si chiama “amare”.
Sono la storia di noi come vorremmo che tutto andasse.
Ho letto su Facebook i giudizi accorati, a volte terribili, delle persone che non capiscono e fanno della rete la tana di un branco virtuale, pronto a difendersi, a vendicare e sbranare chi non ha rispetto per la vita. Come se si trattasse di un crimine contro la natura umana e della natura umana che si vendica.
Ma la natura umana non sa vendicarsi mai davvero e spesso non ricorda niente. Cerca solo di sopravvivere come può alle atrocità della gente.
Siamo noi i genitori di Yara. Siamo noi la moglie e i figli di Lissi.
Siamo noi a sperare che il colpevole venga punito subito. Colui che ha progettato e sabotato il progetto a noi più caro. La famiglia, i bambini.
Amiamo, ma sappiamo anche odiare e colpire chi colpisce.
Niente e nessuno sembra più al sicuro.
Siamo abituati ad attribuire un valore ai fatti e i bambini massacrati atrocemente hanno un valore inquantificabile nella nostra scala di umanità.
È questo il sentimento che mi sta travolgendo da qualche giorno e basta guardarmi negli occhi per coglierlo.
Tremo all’ipotesi di perdere un figlio in quel modo. Di perderlo in qualsiasi modo ed è un’ipotesi agghiacciante.
Una possibilità in grado di destrutturare tutto quello che ho sempre dato per certo e travolgere ogni singolo atomo del mio cuore.
Ho ancora tanta confusione nella testa e non solo per i fatti di cronaca di questi giorni. Di questo chiedo scusa a chi mi legge, soprattutto ad una persona in particolare a cui voglio un bene inquantificabile.
Sento che questa tragedia è un appello a guardare con amore ogni singola parte che ci abita dentro, un appello a sentire profondamente tutto quel che non riusciamo a far dialogare dentro e intorno a noi.
Uomini che impazziscono e perdono contatto con la ragione, che si scollegano dal mondo e crollano insieme a tutti i progetti più belli. Uomini che violentano e uccidono bambini. Qual’è la distanza che c’è fra queste persone e tutti gli altri? Qual’e la differenza che fa del nostro progetto un “progetto” migliore, più sicuro?
Possa il sorriso di Yara e quello di tutti gli angeli scomparsi in modo così atroce, rimanerci dentro.
Non so se esista un modo per cancellare il grido di dolore che accompagna ogni singola vita strappata a questo mondo. Non so quale progetto può esistere ancora per chi ha perso i propri cari in questa modalità inumana.
Io dico solo questo, nessuna pietà per chi ha calpestato vite in una maniera che nemmeno la natura nella sua forma peggiore si sarebbe mai permessa di fare.

Religioso silenzio

4 marzo 2011


“Il silenzio non è un vuoto da riempire per forza.” (Nicholas Sparks)

Vorrei risvegliarmi dopo un lungo sonno e sorridere tra folletti sagaci e sirene dai sussurri di cristallo.
Stamattina apro gli occhi e, come un criceto affamato di giustizia, rosicchio le amare schegge di rabbia e indignazione che un dio distratto ha lanciato a caso sul mondo.
Un’altra stella è bruciata in cielo ed io non posso fare altro che consumarmi lo sguardo sperperando i miei ultimi pensieri di fronte a questo ennesimo chiarore maledetto.
E’ per l’atroce sussistere primitivo delle cose se l’assurdità ha sempre la meglio sulla ragione?
E’ colpa di questo mio quotidiano non capire l’uomo se non ho più nulla da dire o da comprendere?
E colpa di questa luce che nasconde solo tanto incolmabile buio se il mio cuore rimane cieco, calpestato e muto?
A volte odio il mio lessico e sento che dovrei tenerlo a bada con una mazza da baseball, così picchio duro e colpisco con tutta la forza che posso ogni mio pensiero e le parole arrivano come palle scagliate da un talentuoso lanciatore. Vendetta, amore, giustizia, insensato, morte, raccapricciante, dolore, rabbia, pianto, maledetto, maledetto, per sempre maledetto.
Negli incavi di questo foglio bianco le verità si smussano e la tastiera diventa magma bollente per le mie dita.
Non c’è più nulla da dire.
Non c’è più nulla da scrivere.
Anche pensare è fatica inutile.
E’ un delirio di religioso silenzio.
Un delirio lacero di tenerezza che ci colpisce tutti.

(dedicato a chi non è riuscito a trattenere una lacrima ed a tutti quelli che sperano che ora non si cerchi il colpevole con l’ausilio del televoto)


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