Archive for novembre 2015

Come stelle

27 novembre 2015

Il treno delle sette e un quarto taglia in due la periferia di Bergamo. Ricuce distanze. Traghetta esistenze. Un uomo intanto sbadiglia. Poi accenna il suo personale progetto di sorriso. Mi stringe la mano e prova a chiudere gli occhi. Io lo guardo dormire. Mando e ricevo messaggi di ogni tipo. Palpeggio con le dita il vetro di uno smartphone. Inseguo con gli occhi lo sguardo silenzioso delle persone intorno. Qualche stanchezza. Molte frustrazioni. E un po’ di quelle inconsapevoli disperazioni borghesi che si leggono nei romanzi di Truman Capote. Speranze miste a qualche residuo di cappuccino e foglie secche trascinate dal vento.
È singolare il mio mondo visto attraverso un finestrino. Non importa cosa. Case, alberi, persone. Tutto viene risucchiato all’indietro. Architetture di pensiero che si susseguono con la stessa velocità e lo stesso ritmo di “Midnight City”, una canzone degli M83 che mi fa da sottofondo. Melodie preconfezionate.
All’interno di un tunnel il finestrino mi restituisce finalmente uno sguardo garbato, ma dura poco. Tutte le mie mattine iniziano con un caffè. A volte troppo zuccherato. Altre volte invece ho solo immaginato che fosse così. Sono un uomo distratto. Metto in fila parole. Poi le dimentico e le faccio scivolare all’indietro. Ma non mi sono mai lasciato davvero nulla alle spalle.
Adesso quell’uomo sbadiglia. Mi osserva e stavolta mi sorride con gli occhi ancora velati dal sonno. Esistono persone che con uno sguardo ti fanno sentire a casa. Sono come stelle. E anche da lontano riescono a rendere migliore il tuo universo. Credo proprio che quest’uomo sia una delle più luminose.

Ogni tanto ci penso

26 novembre 2015

Fa freddo. Ma è un freddo piacevole. Un altro buon pretesto per scrivere. Intanto certi nasi colano, un caffè si stempera e il solito sole mette in scena un ammirevole tramonto. Stasera il cielo ha un colore quasi umano. Solo poche sfumature di rosso rubate alle guance di una bambina. Niente può trattenere la tramontana. Nessuno può fermare la fantasia. Soprattutto quella che regala brividi al cuore e forma alle nuvole.
Lo sai? Ieri ho visto una falena. Sbatteva le ali. Incurante di me che la stavo osservando. Incurante del freddo. Delle vetrine illuminate e della sua esistenza brevissima. Ogni notte qualcuno scopre che esiste una stella più luminosa delle altre. Ma questa forse è un’altra storia che in pochi hanno voglia di stare ad ascoltare. Ogni tanto ci penso. Poi scuoto la testa. Sorrido e torno a zuccherare il mio caffè.

Tanto si sa

24 novembre 2015

Una rampa di scale. Una porta socchiusa. Un odore acre di vernice fresca. E poi quel lavandino che ancora goccia. Fa freddo. La penombra nasconde le crepe sui muri. E questo è solo uno dei pensieri depositati sul fondo di questa giornata. Una delle tante incertezze innescate e rimaste inesplose nel tempo. Potrei. Vorrei. Dovrei. Ultimamente non mi trovo a mio agio con i condizionali. Me la cavo meglio con l’infinito presente. Dire. Fare. Scrivere. Sapere. Già, sapere. Se solo sapessi in che tempo mi trovo. Ci sta che possa essere un altro passato prossimo. Oppure è il solito futuro anteriore. Magari un imperfetto? Ma poi che importanza ha riconoscere quale sia il lato giusto dello specchio? Cosa cambia capire chi sia il riflesso? Non sono Grimilde. Non articolo sorrisi. Non pongo domande retoriche. E non distribuisco mele. Ogni tanto vedo affacciarsi un bianconiglio, ma la casa di marzapane è sparita. Forse l’hanno mangiata per non pagarci più le tasse. Sorrido, ma senza mostrare i denti. Faccio i miei esercizi di retorica. Scrivo con attenzione. Cambio il mio punto di osservazione. Resto equidistante da tutto e lontano da niente. È una sorta di caotico equilibrio. Un passato prossimo che potrei addirittura barattare con il peggiore dei peccati mortali. Perché c’è sempre qualcosa, o qualcuno, per cui vale comunque la pena esserci. Un luogo. Una persona. Attimi andati, o non del tutto vissuti. Immagini che stanotte mi ritrovo a non voler dimenticare. Spazi nella mente arredati forse troppo velocemente, ma con gusto. Eppure non lo senti quest’odore di vernice? Potrei addirittura provare a indovinarne il colore. Bianco. È un biancolore. E ha lasciato un specie di alone intorno alle crepe.
Stanotte mi sono seduto sul terzo gradino della scala. L’unico rotto. Poi ho guardato giù verso il pianerottolo. “È spazioso”, mi sono detto. E ho pensato che ci starebbe stato bene un albero di Natale. Intanto una porta si era già chiusa alle mie spalle. Colpa del vento. Forse. Che strana eco lasciano le cose vuote. Tutto rimbomba che sembra una cattedrale. Esiste un luogo dove le storie sembra che non vogliano terminare. Lo stesso posto dove finiscono certi pensieri. Dove scappano i palloncini. Dove giocano a nascondersi i calzini e quei titoli dei film che non ricordi. Ho ancora un futuro semplice tutto da scrivere. Qualcosa da rileggere nel caso poi non volesse più accadere. Perché tanto si sa. Nelle favole alla fine, non accade mai niente.

Il confine

18 novembre 2015

Un uomo può avere tante facce quante quelle di un dado. Ma solo due occhi. Soltanto due braccia e solamente due gambe. Stasera non è tardi, eppure il sonno mi assedia quasi fossi io il nemico. Potrei anche scegliere di abbandonarmi. Potrei arrendermi. Potrei farlo. È così ricorrente il “potrei”.
E invece no. Salgo sul tetto e passeggio tenendo per mano un ricordo. Mangio un panino. Gioco con una sigaretta piegata. Guardo le cose dall’alto. Resisto a venti forti. Attraverso con la mente spazi poco profondi. Rileggo passi di una storia che avevo già scritto. Pochi minuti e sarò ancora a casa. Ma non so di chi. E non so nemmeno il perché. Alcuni pensieri sono zone deserte. Altri un paesaggio gotico illuminato da un’insegna blu. Se chiudo gli occhi poi rimane la notte. L’unico e vero confine che mi separa da un’altra storia. L’unica consapevole certezza che anche questo giorno in fondo è salvo.

Racconto cose

17 novembre 2015

Cercavo il buonsenso e ho trovato la nebbia. Come nelle canzoni che sentivo allo stadio. Quelle meno ascoltate. Stamattina soffiano forte i pensieri. Ma non possiedo niente di simile a una vela che li raccolga tutti. C’era una volta una donna. Una torre d’acciaio. E i tre colori di una bandiera. C’era una volta un gatto. Un bicchiere di vino e l’ombra lunga di una chimera. C’era una volta il rumore della paura e poi… il silenzio. Per sempre.
È novembre, dicono. Io continuo a leggere e a scrivere. Pensieri illustrati. Stendo fogli elettronici senza temperare matite. Guardo negli occhi la gente. Faccio pensieri. Racconto cose. E ogni tanto dimentico un fiore.

“Dio non c’entra nulla”

15 novembre 2015

Esistono questioni fondamentali che stanno alla base di ogni cosa. Come gli odi che contribuiscono a creare le radici di qualsiasi guerra. Ieri mi sono perso tra pagine internet e programmi televisivi. Ho letto centinaia di idiozie sui social network, scritte da chi di solito usa questo mezzo solo per scrivere idiozie. Niente di strano quindi. Ma ho anche sentito straparlare persone di grande spessore. Giornalisti. Personaggi che dovrebbero essere molto più preparati di me in quanto a politica estera e storia. Addirittura ho sentito alcuni politici sostenere che non se ne può più dei musulmani e della religione. Che è proprio dalla religione che provengono guerre ed attentati. Ho sentito mettere insieme e confondere ogni forma di fede e di spiritualità con il fanatismo. Che cosa significa tutto ciò? Come possono persone, sulla carta così preparate, affermare in TV cose così lontane dalla realtà? Come si può ignorare che è proprio da questi presupposti ignoranti che partono le premesse del razzismo e le radici di ogni guerra?

Sul profilo FB di Emilio Casalini. Un giornalista che ho imparato a stimare in questi ultimi anni per le sue indagini puntuali e approfondite, ieri è apparsa una foto molto intelligente in contrapposizione a quella prima pagina scellerata di Libero, “Bastardi Islamici”. Basta guardarla. Senza molte parole. Fa capire l’assurdità e la superficialità del linguaggio usato da certa gente addetta ai lavori. Come si fa a far comprendere a tutti che l’Isis non può essere rasa al suolo? Non è una città. Ma un’ideologia. Come si fa a far capire che c’è una profonda differenza tra un profugo e un estremista? A volte sento che tutto quello che mi sta accadendo intorno non è altro che una proiezione fedele di quanto ho dentro. Per questo io continuo a non essere Charlie. Come allo stesso tempo non sono il ragazzo ventenne, o l’uomo che hanno fatto parte del gruppo di terroristi. E forse, ancora meno, sono una persona in grado di giudicare ciò che non conosce a fondo. Perché sbaglio. Perché lo faccio spesso. Lo faccio con le parole. Con le azioni. Lo faccio quotidianamente. E nella mia devastante e inconsapevole colpevolezza compio soprusi verso chiunque. Lo faccio quando offendo qualcuno a cui voglio bene. Quando compro delle scarpe confezionate da bambini che hanno gli anni di mia figlia Nicoletta. Lo faccio quando ignoro la raccolta differenziata. Quando passo col rosso. Quando parcheggio in doppia fila. Quando evito di battere uno scontrino. Quando inquino. Quando metto la mia comodità davanti al futuro di questo pianeta, perché tanto si sa. Diventerà di altri. E io non ci sarò.

Se cerco di cambiare il punto di vista mi sento anche io parte di questo braccio immenso che sbaglia. Che contribuisce a creare le basi di ogni conflitto. Perché se un ragazzo di venti anni si imbottisce di esplosivo e spara contro dei suoi connazionali che guardano un film, o prendono un caffè al bar. Vuol dire che abbiamo fallito tutti. Che la comunità globale, se davvero ne esiste una, ha fallito. Ed è un demone immenso di cui anche io, pur in modo infinitesimale, faccio parte. Sono sempre andato contro ogni forma di fanatismo. Politico. Religioso. Culturale. Tutto quello che è pericolosamente fanatico va fermato. Questo vorrei fosse ben chiaro a chi non sa leggere. E ho amici musulmani che la pensano esattamente come me. D’altronde sarebbe impossibile pensare il contrario. Ma fermare certi fanatismi probabilmente vuol dire combattere. E nella mia totale impreparazione mi sento davvero inadeguato a parlare di questo. Persone che uccidono altre persone. Non è esattamente come sbagliare a gettare la plastica. Io non sono ancora in grado di capire questa cosa e quindi se davvero accadesse non saprei come accettarla. Pierre Jean Luizard ha scritto un libro interessante sulle origini dell’odio. “La questione irachena”. Edito da Feltrinelli. L’avevo acquistato qualche anno fa, ma non ero mai riuscito a leggerlo. L’ho fatto ieri. Giusto per non essere proprio uno che non ne sa niente. Tuttavia non mi sento ancora pronto per poterne parlare. Quindi credo ne seguiranno altri. Uno tra tutti il Corano. E pensare che conosco tante persone che si definiscono cattolici convinti e non hanno mai letto una Bibbia. Quando si dice avere fede!

Forse invece di scrivere puttanate razziste sui social network si dovrebbe trovare più tempo per documentarsi. Perdere qualche minuto e leggere un po’ di storia mediorientale e francese. Sono profondamente convinto che l’odio si abbatta anche con la cultura e la conoscenza dei fatti. In alternativa però andrebbe bene anche stare zitti. Chiudo citando mio padre. Ieri sera, dopo una minestrina e tre pasticche antitumorali, commentava così le immagini in televisione. “Comunque è inquietante. Se fai due lire di nero ti trovi la finanza a casa. Ma puoi far transitare armi ed esplosivi in giro per l’Europa e metterli in mano a un ventenne senza che i servizi segreti si accorgano di nulla. Siamo tutti in pericolo e Dio non c’entra nulla.”

Questa fame

13 novembre 2015

Stanotte cammino con le tasche piene di pazienza. Non cerco riparo. Non cerco nessuno. Voglio solo allontanarmi, ma forse non ho abbastanza gambe per andarmene. Non ho occhi per trovare la strada giusta da prendere. Sempre che ne esista una. E non ho nemmeno orecchie per ascoltare quel tappeto di ghiaia che di solito si diverte a sussurrare i miei passi. Giro a caso. Cerco la mia ombra. Sotto le scarpe. Nei vicoli più belli di Roma. Lungo il corso di un fiume. La trovo e poi la perdo. La ritrovo e infine la scordo da qualche parte sotto le stelle.
Adoro la mimica degli specchi d’acqua. Sono stregato dalle fontane di questa città. Quando le guardo il mio riflesso è trasparente. Ma se lo sfioro scompare.
Luci. Emozioni. Le annuso. Le osservo. Poi mi fermo soltanto un paio di respiri oltre un castello. Rifletto in silenzio. Mastico a lungo le stesse parole. In fondo non mi nutro che di pensieri. E lo faccio senza nemmeno ingrassare. Ma non credo che riuscirò mai a smettere di avere questa fame.

Quel qualcosa

12 novembre 2015

Nelle storie che scrivo. Nelle vite che immagino. Nei miei sogni. Tutti i personaggi fanno sempre la cosa migliore da fare. Una scelta giusta. Loro capiscono sempre quello che vedono. Sanno ciò che sentono e si rendono sempre conto di ciò che possono. Deve andare per forza così in certi universi, altrimenti i desideri non funzionerebbero. A volte però smetto di guardare il copione e vado oltre l’inquadratura. Supero certi punti di vista. Condivido sensazioni. Faccio ipotesi. Le cambio e poi dubito di ciò che ho appena pensato. Mi abbandono a quell’esistenzialismo che qualche volta lascia svegli la notte. Al buio. Senza necessariamente provare alcuna emozione. Di notte l’adrenalina si distribuisce in modo diverso. Fiducia, speranza e paura si confondono. E immagino le cose senza preoccuparmi di come stanno venendo. Esiste qualcosa che ruota attorno a quello che facciamo. Una logica che non cambia le conseguenze, ma ne affina il senso. Che poi è proprio il senso tutto quello che rimane dopo aver fatto una scelta giusta. E quando sbagli? Allora ti aspetta il giudizio degli altri. Quel qualcosa di profondamente sbagliato, che insegue sempre chi ha sbagliato.

La piuma

11 novembre 2015

Al mattino certi pensieri assumono la consistenza di una piuma. Li puoi immaginare che volteggiano in aria. Incapaci di toccare terra senza aver prima oscillato ripetutamente tra tutti i possibili estremi. Un po’ a destra e poi a sinistra. Sempre comunque fedeli alla legge di gravità e irrimediabilmente diversi. Ancorati alla mimica del vento e all’umore dell’osservatore. Mi succede ricordando un abbraccio. Un sorriso. Uno sguardo. Un film. Una canzone. Una certezza. Un sapore. Un odore. Un viaggio inaspettato. Una sensazione forte. È in quel preciso istante che qualcuno acquisisce un credito nei miei confronti. Il che non corrisponde esattamente a un mio debito verso un’altra persona. E poi esistono anche i crediti inesigibili. Sono quelli nei confronti di chi non ho mai conosciuto e mi ha comunque emozionato. Soprattutto da piccolo quando ero più portato a farlo. A emozionarmi. I miei sono stati John Travolta e Olivia Newton John. I Supertramp. I Duran Duran. Gli Spandau Ballet. Renato Zero. Mina. Sir Arthur Conan Doyle. Bukowski. Clive Cussler. Walt Disney. Jan Fleming. Stefano Bonvicini. Michele Ferrero. Stanley Kubrik. Antonio De Curtis. Alberto Sordi. Ugo Tognazzi. Nino Manfredi. Marcello Mastroianni. Roger Moore. Tony Curtis. John Wayne. Terence Steve McQueen. Robert De Niro. Clint Eastwood. Virna Lisi. Monica Vitti. Leonardo Da Vinci. Giacomo Leopardi. Gian Lorenzo Bernini. Munch. Monet. Picasso. Bruno Conti. Agostino Di Bartolomei. Ma i crediti sono stati davvero tanti. Almeno una cinquantina in più. Inutile star qui a fare l’elenco della spesa. Volevo solo chiarire il concetto. Tutto quello che nella mia vita è diventato un credito, mi ha praticamente trasferito emozioni. Ricordi primari. Qualcosa che è rimasto dentro e non ho mai restituito. Qualcosa che in fondo non sarebbe possibile nemmeno restituire. Perché non dipende certo dalla volontà, o meno, di farlo. Stamattina ho seguito le bizzarre traiettorie di quella piuma. Le ho assecondate con gli occhi. Perché le forze che abitano i miei universi non sono gestibili. Non sono affrontabili, ma solo assecondabili. E poco importa se si chiamano col nome di un dio, o destino, o fato. Gli eventi si verificano e basta. Le persone reagiscono. Punto. Le storie si intersecano. I crediti aumentano. E tutto tende a toccare terra. In fondo dipende solo dalle correnti, dalle temperature e dalla voglia che abbiamo di credere che sia così.

Amen

10 novembre 2015

E anche oggi Roma mi deve un’altra notte. Io e la mia città non ci siamo mai parlati abbastanza. Però ci siamo guardati. A volte. Credo. Anche ieri sera i suoi silenzi li vedevo che mi osservavano. Che se ne stavano immobili in attesa del momento giusto. Se proprio devo scriverla tutta stamattina non riesco a concentrarmi molto sul futuro. Non ce la faccio. Non mi va. Non riesco ad abbinarlo con niente. Mentre con il passato è diverso. Il passato è un colore grigio. Un nero sbiadito che sta bene su tutto. Il passato è un vecchio amico che spesso mi parla, ma con moderazione. Come farebbe un dio. Con le distanze di una stella. In fondo siamo così simili io e il mio passato. Lui che sfugge alla logica, alle geometrie e alla ragione. Io che invece le rincorro. Lui che si prende in bocca il destino. Lo mastica. Lo assaggia e poi lo sputa. Io che più che altro lo inghiotto e amen. Anzi no. “Amen” fa troppo religione. Amen lo urlano le vecchiette in chiesa mentre si colpiscono ripetutamente il petto. Incuranti di un Dio probabilmente assente. Un’assenza che delimita spazi densi intorno ai quali spesso si stringono le esistenze di chi ci crede. Intanto il passato è già successo. E se ne sta lì comodamente seduto a osservare le proprie conseguenze. Con i suoi verbi declinati. I suoi impercettibili imperfetti. Con tutti i suoi “allora”. I suoi “quando”. Le sue indiscrezioni. I suoi segreti. E tutti i desideri andati nei secoli dei secoli. Oggi ho intenzione di mettermi comodo a lasciare che il mondo mi fraintenda. E qui stavolta ci sta bene. “Amen”.

Il senso in più

8 novembre 2015

Per quanto impegno tu riesca a metterci c’è sempre qualcosa che manca. A volte è un odore. Altre volte un sapore, un colore, oppure un suono. Magari anche un luogo e un tempo che in qualche modo li avevano racchiusi tutti. Molto più spesso a mancare però sono le persone. Quelle importanti. Quelle che ti convivono dentro. Quelle che ti lasciano i pensieri in equilibrio precario. Tutte immagini lontane. Attaccate a uno spazio di vita troppo sbiadito da descrivere. Ricordi senza luce. Eppure senza quei ricordi io mi sento dannatamente nudo. Addirittura orfano di quel buio che la notte mi chiude gli occhi e mi lascia le parole dentro. Per fortuna ci sono giorni in cui dimentico pure di aver dimenticato. E le immagini tornano a illuminarsi tra le righe di una pagina che si riempie da sola. Forse il vero “sesto senso” è conoscere a fondo gli altri cinque che si hanno già a disposizione. Anche se, a essere sincero, io dal lato oscuro della forza mi sarei fatto sedurre di sicuro per uno straccio di senso in più.

Disgusto

7 novembre 2015

“Insultare” per vendere piu copie, senza avere il rispetto di ciò che per altri è importante e vale magari la vita. Pretendere che questi una volta insultati poi capiscano che è tutto un gioco e poi addirittura indignarsi se qualcuno è diverso e non ci sta a giocare. Stupirsi se ha una diversa cultura, in certi tratti sconosciuta. O ha dolori dentro che nessuno può leggere, figuriamoci disegnare. In questo ritengo che la perseveranza di Charlie abbia del fanatico. Quindi è condannabile dal buonsenso. Dalla logica. E dal profondo di ogni cuore.

Dal primo all’ultimo rigo

5 novembre 2015

Ogni storia è fatta di piccole storie. Come ogni quadro di figure. E ogni figura di linee. E poi ci sono le soglie di non ritorno. Quelle che separano le storie dalle altre storie. A volte faccio fatica anch’io a capire i pensieri che scrivo. Ma ne riconosco sempre il movente profondo. Così lI rileggo. Lo faccio più volte. Dal primo all’ultimo rigo. Con l’immagine nella testa di un me stesso che guarda un telefonino seduto sulle panchine di Villa Borgese. Sui muretti di Lungotevere. O su un vespone azzurro puffo che qualcuno ha lasciato incustodito. Senza catene. Il cielo di stamattina non somigliava a quelli che conservo nella memoria. Frammenti di nuvole e gabbiani immobili, sospesi in un azzurro in tempesta. Vapore acqueo e venti da nord ovest. Masse d’aria in continuo movimento. Un po’ come quelle idee che mentre scrivo faticano a prendere forma. Perché ogni storia. Per quanto complicata. Per quanto confusa. Per quanto vicina, oppure lontana dalla realtà, è comunque alla ricerca del senso. In un realizzarsi continuo di altre piccole storie al suo interno, che invece paradossalmente non hanno alcun fine.

La scatola

3 novembre 2015

Si parla troppo. Si pensa anche troppo. Che ci fanno stamattina tutti questi ricordi in piedi nella mia testa? E non c’è neanche un divano comodo. Una tavola apparecchiata. Una torta rustica. Del buon vino. Solo pensieri disordinati e un gran nulla da fare.
A volte sei lì che aspetti. Che osservi il mondo girarti intorno. E vorresti solo che accadesse qualcosa. Qualcosa di grosso. La conquista di una collina, di un edificio, di una città.
“La vita è una scatola di cioccolatini”, direbbe Forrest. La mia invece è una scatola di scarpe. Niente cioccolata. Ci tengo emozioni. Il dolore e l’eccitazione. L’amicizia. L’affetto. I sentimenti buoni e i pensieri cattivi. La voglia di scrivere. Il piacere di vivere. Tutto lo stupore che posso. Un po’ di sana disperazione, tutta la mia fantasia e l’indescrivibile gioia di essere figlio, fratello e padre. La gratitudine. La nostalgia. L’amore dato e ricevuto. Tante immagini che somigliano a quelle foto un po’ sbiadite di James Tissot. Tanto. Tutto. Forse troppo. Eppure a volte mi domando il perché la mia scatola non sia mai piena.

Tra il primo e il secondo caffè

2 novembre 2015

A volte riesco a scrivere le cose facendo finta di non avere voglia di scriverle.
Ci pensavo prima, saranno state più o meno le sette. Tra il primo e il secondo caffè. Osservavo dalla finestra lo scorrere del tempo. Un tempo piccolo. Intangibile. Un flusso ininterrotto di quotidianità. Di cose e persone che camminano per la loro strada. Di rumori colorati. Di forme mutevoli. Il tutto che si muove incurante del tutto. Il tempo aiuta a crescere. E crescere è una disfunzionalità piacevole, ma non basta farlo fuori. Occorre anche accompagnare la crescita dentro. “Altrimenti sbatte”, direbbe qualcuno. Ci vuole un pizzico di esperienza e tanta grondante convinzione. Quella di potersi migliorare. Di essere diversi dalle versioni del passato. Di pretendere le possibilità che ci offrirà il tempo. Anche se poi è sempre il presente a raccontare le storie. Il passato è un ricordo. Il futuro immaginazione. Una terra straniera. Uno spazio inesplorato di cielo. Un letto sotto il quale si nascondono i soliti demoni. Un universo parallelo, dove anche i sentimenti più puri alla fine possono fare paura.


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