Archive for dicembre 2014

Dentro o fuori

31 dicembre 2014

Credo che il problema dell’Italia di questo ventennio sia una cultura ereditata dagli Stati Uniti e basata sul “successo ad ogni costo”. Quel bisogno spietato di emergere nei confronti di tutti che non si accompagna alla stima per sé stessi o a quella che ci si aspetta dagli altri.
Una sorta di compulsivo bisogno di apparire famosi, conosciuti e riconosciuti che non cancella, ma moltiplica angosce e frustrazioni.
È una variante di successo che rende volubili, soggetti a insoddisfazioni e a un’inarrestabile deriva esistenziale.
In questa architettura di “dentro o fuori” dalla lista di quelli che contano, di quelli che ce l’hanno fatta, non esiste alternativa che il fallimento e la delusione.
Bisogna arrivare, non importa come, dove e a quale prezzo, ma arrivare. Punto.
Non fa nulla se per arrivare si fa terra bruciata di tutto ciò che è intorno, si trasforma il necessario in superfluo, si getta nella clandestinità qualsiasi dissenso e ogni altro argomento che non sia il benessere individuale o l’apparire migliori degli altri.
Da una nazione di cittadini si è passati a una Italia di fan, di pagine viste, di like, di tifosi, di app, di selfie, di tronisti, di sudditi. Di uomini e donne alla ricerca di un successo che non deriva dal rispetto, dal merito, dalla dedizione e dal sacrificio. Un assurdo culto mediatico dell’apparire che esige l’ammirazione infantile, il fanatismo e un’accettazione senza condizioni.
Per questo oggi ci ritroviamo inquilini paganti di un paese depresso, diviso, indisciplinato, ingiusto, sospettoso, incapace di desiderare, di cullare passioni, di provare anche rabbia. Un dinosauro povero e lobotomizzato che non riesce a incantare o impaurire più nessuno.

Tanto ci viene sempre da ridere

30 dicembre 2014

Per quella interminabile rincorsa che precede un calcio di rigore. Per quel capitolo scritto prima di ogni conclusione. Per quella incubazione di silenzi che anticipa l’urlo.
Per quello spazio che separa un desiderio da un sogno.
Per quell’indizio prima di ogni spiegazione. Per quel senso di colpa che precede una scelta sbagliata. Per quel talentuoso restare in equilibrio tra il “non dire” e il “non fare”. Per quel buio in grado di accecare la fortuna e per chi è talmente umano da sembrare imperfetto.
Per quell’illusoria speranza di poter rimettere sempre le cose a posto.
Per quell’amore da dimostrare sempre e comunque anche sbagliando. Per quella distrazione che ti fa perdere il meglio. Per quella lontananza che ti fa smarrire la strada. Per quella sete aliena di cioccolate calde e vino rosso. Per quell’inconcepibile voglia di vapore acqueo. Per quel buonismo fasullo tipico del Natale e per quelli che invece giocano a fare i cattivi, ma non lo sono.
Per tutte quelle rincorse che non si accorgono delle scarpe slacciate.
Per tutti quei ritardi che sei sempre e comunque in tempo. Per chi non sa dirlo, però sa scriverlo. Per chi non sa farlo, però sa sorriderlo.
Per chi “fallire” è guadagnarsi almeno il diritto di farlo.
Per chi la carbonara è una declinazione di carboidrati e guanciale. Per chi prova, azzarda, spera, lotta, sbaglia e a volte rimedia. E per chi non è capace di farlo.
Per quelli che sono come me. Quelli che la solitudine è una compagna e la malinconia un morso allo stomaco. Quelli che amano fino a farsi male. Quelli che ascoltano fino a farsi sanguinare le orecchie. Quelli che sputano il nocciolo. Quelli che gesticolano, ma non sbattono i pugni. Quelli che una volta sola non basta. Che “50 sfumature di grigio” leggilo tu. Che “Fabio Volo” due palle. Che “Nutella a colazione” tutta la vita. Che “sciare a capodanno” è meraviglioso. Quelli che “c’e sempre un motivo per lamentarsi”, ma che tanto alla fine ci viene sempre da ridere.

Bassa marea

29 dicembre 2014

Cellulare e chiavi della macchina. Ecco a cosa affidarmi per fare ritorno a casa da una realtà che ogni giorno forgia lo schiavo perfetto.
Stamattina è ancora notte e la penna non ha né voglia, né carta per scrivere. Dentro di me sto già dormendo.
Dal risveglio in poi tutto tornerà diverso e inspiegabile.
La tranquillità è un posto incredibilmente piccolo.
Un universo leggermente al di sotto di una fatidica linea di galleggiamento.
Quella che separa ciò che si può fare da ciò che non si deve.
Un luogo dal quale ogni tanto bisogna riemergere e riprendere fiato.
Un imperfetto sistema mimetico.
Un oceano oscuro.
Vivo con l’illusoria certezza di chi si crede al sicuro solo perchè da piccolo ha imparato a nuotare.
Ma non si può nuotare per sempre.
Ogni tanto c’è bisogno di una spiaggia e una bassa marea.

Con gli occhi

27 dicembre 2014

Ho perso le mie frasi migliori in un giorno compreso tra la metà di novembre e qualche giorno fa. Ho perso tutte le parole e ho ancora un libro da terminare. Appunti da prendere. Storie da raccontare.
Stanotte c’è uno spazio enorme tra quello che desideravo di più al mondo e il modo scellerato con il quale mi sono adoperato perché quel desiderio non si realizzasse mai.
Tutto quello che è giusto, può essere anche sbagliato.
Solo che in tutto questo tempo non ho mai avuto la presunzione di smettere di pensare. Nè ho mai smesso di cercare. Che si trattasse di frugare ai margini di un social network o rastrellare agli angoli di una città qualsiasi. Poco importava che non fosse la sua e nemmeno la mia. Alla luce del giorno, oppure in sogno la notte. Da solo o tra le persone che arredavano le mie giornate.
Il 2014 sbiadisce e non ho voglia di fare bilanci, tirare linee, improvvisare differenze.
Stanotte voglio restare così, provvisoriamente attaccato a cose insignificanti.
Confuso tra le solitudini di un frecciarossa che porta altrove. Diretto in un posto che non ricordo. Attraversando veloce strade, ponti e gallerie che non raccontano alcuna storia.
Gli occhi possono sfidare il limite di un orizzonte inventato o rassegnarsi a un confine sicuro. Ma esistono anche sguardi in grado solo di abbassarsi e disperdersi.
Ho provato a improvvisarne uno adesso. A sorridere da qui, ma non so dove.
Ho agitato le braccia. Un po’ per farmi notare. Un po’ per non affogare in una realtà dove chi dovrebbe non puoi localizzarmi. E non importa che lei sia sola o in compagnia di qualcuno. Non è importante che sia seduta in cucina a bere un nespresso. Che sia stretta tra le sue stesse braccia in una grotta di piume, o dentro un maglione di cachemire color crema con le trecce in rilievo. Al cinema. In teatro. A piedi o ferma in auto a un semaforo ad appannare un vetro. Oppure in giardino con quella strana sigaretta in bocca, mentre riflette il suo viso sullo schermo di un telefonino ormai passato di moda.
Ora le sto sorridendo con gli occhi e purtroppo non c’è modo che lo possa sapere.

Nemmeno lontanamente

26 dicembre 2014

Svegliarsi senza aver dormito abbastanza è come trovarsi nel bel mezzo di una rissa. Non sai da chi, ma un pugno ti può arrivare sempre. Così barcolli a caso nella speranza di evitarlo, ma il più delle volte non ci riesci e finisci di nuovo sdraiato. Colpito non sai da cosa. Colpevolmente incollato al divano.

Sono le cinque.
Stanotte ho dimenticato la vita accesa come una tv presto al mattino.
Non mi interessa guardarla. Voglio solo sentirne il rumore. Coprire il silenzio. Trovare il momento ideale per scrivere. Il momento per fingere di essere quello che non sono, per raccontarmi qualche confortevole bugia. Per arredare i sentimenti con alberi finti e lucine colorate. Illudermi di essere capace a risolvere il puzzle, a cercare l’applauso, per essere finalmente libero.

Eccomi quindi davanti a voi. La mia non è un’arringa documentata. Non c’è nulla di supportato dai fatti. Nulla di circostanziato. Niente di evidente. Nessun testimone chiave. Niente prove, avvocati, giurie o pubblici ministeri. Solo una parola.

Colpevole.
Il reato ascritto, tuttavia, non è ancora stato inventato. “Troppo amore”.
La verità è che mi vergogno più di non avere nulla da dire a mia discolpa. La verità è che non ho nemmeno altri danni da fare che non siano già stati fatti. Prove da sostenere. Pene da scontare, se non il divenire improvvisamente riservato, silenzioso e oscuro.

Ho imparato leggendo che i silenzi non parlano. Non fanno male. Mentre le parole pronunciate a caso edificano dolori. Nascondono verità sotto acuminate bugie che feriscono anche le menti più forti.

Io piccolo uomo imperfetto. Io creatura debole e ieratica. Io, improbabile personaggio di Dumas, tossico, teatrale e tragico. Sciocco signore senza camelie, goffa imitazione di un impacciato Watson senza laurea e senza taccuino.

Stamattina me ne resto fuori dal mondo. Ho messo alcuni centimetri tra me e lo strato di ozono che mi protegge dalle insicurezze. Ho messo qualche metro tra me e le regole da scrivere, dimenticando quelle da seguire.

Ne rifiuto stoltamente la convalida, ne fuggo continuamente l’etica. Con la presunzione blanda e lasciva di chi pensa di avere il diritto di cambiare le cose solo perché lo desidera.

Ho scelto di non essere meraviglioso. Ho profanato la cosa giusta da fare. Ho considerato il mondo visto con gli occhi e non con il cuore. Ho preso le pagine più belle e ne ho fatto carta straccia da ammucchiare senza senso. Un fortino insicuro del quale proteggere la mia solitudine. Mentre le parole degli altri mi fanno intorno terra bruciata.

È il ventidue dicembre, lo sarà per diversi giorni. Forse per tutta la vita.

Avrei voluto imparare davvero a dirmi di no. Ma non ho nemmeno provato a farlo. Non ho sudato. Non ho pensato. Ho solo agito d’impulso e male. E ora me ne resto immobile a guardare le conseguenze. Mentre il tempo comunque passa, ridendo di gusto e vomitando talvolta fuori tutte quelle maledette parole di troppo.

Sono le sei.
Ho messo il caffè sul fuoco. Ho ascoltato le campane di San Salvatore in Lauro. Ho guardato il traffico nascere e morire su lungotevere. Fa freddo e sono stanco, come se non avessi più nemmeno la forza di scrollarmi il mondo di dosso.

C’è odore di luci spente e sipari strappati nell’aria. Niente che ricordi nemmeno lontanamente un buon Natale.

Natale

26 dicembre 2014

Natale è il tempo. Quel regalo che non sei riuscito a scartare, perché chi te lo avrebbe regalato oggi non c’è più.

Senza chiedere il permesso

25 dicembre 2014

Esistono giorni in cui non c’è davvero nulla da festeggiare e non importa che sia Natale oppure il tuo compleanno. Si tratta di giorni vuoti, senza emozioni da ostentare, senza niente di cui essere soddisfatto, niente da vivere e raccontare.
Oggi il petto è la parte più pesante del me stesso che conosco. Ci cade tutto dentro. È colpa dello spazio lasciato libero dal cuore. Quello che qualcosa ha portato via senza chiedere il permesso.

Ottimismo

24 dicembre 2014

L’ottimista è solo un illuso con la memoria corta.

La storia della lumaca

23 dicembre 2014

C’era una volta una lumaca che viveva insieme a una tartaruga nello stesso giardino.
Non si parlavano, ma in giro raccontavano di essere una coppia felice. In realtà si vedevano poco. Erano lenti e quando decidevano di stare vicino il tempo trascorso era sempre inferiore a quello impiegato per raggiungersi.
Lui comunicava raramente e male. Dedicava gran parte del tempo a lustrarsi l’ego e la corazza. Lei invece era spesso occupata a pulire la scia dei propri passi della quale proprio non sopportava la vista.
Un bel giorno però un gatto curioso si trovò a passare da quelle parti e notò la lumaca impegnata a rimuovere le proprie tracce.
“Buongiorno”, le disse.
“Posso chiedere cosa stai facendo?”
Lei lo fulminò alzando il sopracciglio sinistro. “Lo hai già fatto mi sembra. Non vedi? Cancello dove sono passata, perché è brutto che lo vedano gli altri.”
“Ma scusa, non è nella tua natura lasciare una scia?”, domandò il felino, “e se impieghi tutto questo tempo a cancellare le tue tracce rischi solo di perderti le cose belle della vita.”
Lei sbuffò.
“E quali sarebbero le cose belle della vita? Illuminami.”
Il gatto arruffò il pelo, poi la fissò sornione. “Potrei elencarti centinaia di cose, ma io sono un gatto e probabilmente tu non troveresti interessante rotolarti nei gomitoli, inseguire lucine strane, o nasconderti in un cassetto di biancheria intima. Le cose belle della vita sono quelle che ci fanno stare bene e ci sollevano qualche minuto dalle responsabilità. Forse questa non è la tua casa. Forse la tua casa è sulle spalle. E magari se non cancellassi le tue tracce chi ha davvero voglia di trovarti, ti troverebbe con più facilità. Magari potresti aspettarlo leggendo un libro.”
Il gatto si interruppe un secondo per leccarsi i baffi prima di ricominciare a parlare.
“Un tempo conoscevo e frequentavo due umani che vivevano in una casa e lei ti somigliava parecchio. Entrambi non riuscivano a vedere più in là di se stessi e ognuno accusava l’altro di non farlo. Non condividevano insieme altri interessi che non fossero viaggiare, mangiare o dormire. Si lamentavano di non essere sereni, ma nessuno faceva nulla per cambiare le cose. Probabilmente era in questa insoddisfazione la loro serenità.”
“Non vedo cosa possa avere questo a che fare con me.” Esclamò stizzita la lumaca. Poi gettò uno sguardo a tutto quello che c’era ancora da pulire e proseguì.
“Gli umani sono esseri incomprensibili. Ora però ho molto da fare, questo è il posto dove vivo con la tartaruga e devo mantenerlo pulito. Questa è la nostra casa. Questa è la mia natura.”
Il gatto allora si stiracchiò. Senza parlare si inumidì la zampina e poi cancellò in un baleno ogni piccola striscia presente a terra.
Lei rimase immobile a guardarlo, completamente stupita. Lo seguì iniziare e terminare il lavoro accompagnandolo con il movimento delle antenne.
“Perché fai questo?” gli disse.
“Perché mi piace come alzi il sopracciglio. Lo fai come se fossi un gatto.”
“Ma io non ti ho mai chiesto di farlo!” Insistette la lumaca.
“È vero. Se vuoi posso sporcare tutto di nuovo.”
“No vabbè, lascia così.” Rispose.
“È comunque due libri li ho letti, Frankenstein di Mary Shelley e Moby-Dick di Herman Melville. Però non ho capito la morale delle storie.”
“La morale?” Esclamò il gatto miagolando di gusto.
“La morale è semplice.” Ridacchiò ancora. “Quando intendi creare un mostro, pensa anche a procurargli una fidanzata.”
La lumaca scoppio a ridere.
“Allora io vado.” Salutò il gatto.
“Arrivederci.” Rispose la lumaca. “Aspetta e Moby-Dick?” disse ancora.
Il gatto le rispose gridando da lontano. “Quando qualcuno ti fa incazzare tanto da farti mangiare i gomiti forse è meglio andare da uno psicanalista piuttosto che imbarcarti in una missione suicida.”
Solo a quel punto arrivò la tartaruga partita due ore prima incuriosita dal chiacchiericcio.
“Chi era quello?” Le domandò.
“Nessuno. Un gatto che mi ha aiutato e mi ha fatto sorridere.” Sospirò.
“Ah guarda, che se questa storia di sa in giro, lede soltanto te. Io non sono una tartaruga da telefilm.” Borbottò la tartaruga lustrandosi la corazza.
“Certo!” Rispose la lumaca.
“Certo!” Disse ancora sottovoce.
“Certo!” Sospirò un gatto da molto lontano.

Sono le cinque

22 dicembre 2014

Sono le 5 e ho appena smesso di rincorrerti in sogno. Stamattina posso solo calcolare con approssimazione quale sia la distanza minima utile per annullarsi, per non ascoltarsi più.
Ho scritto. Poi letto e riletto. Infine ho agito d’impulso. Non c’è diplomazia nelle rette parallele che mi circondano. Non c’e una regola in grado di cambiare regole che non siano state già scritte. A volte la rabbia è un sentimento più forte dell’amore. A volte è l’apparenza a contare più di ogni possibile verità. Per alcuni di noi la vita è un continuo salvare la faccia a colpi di “vorrei essere” o “vorrei avere”. Il condizionale stamattina è un fedele compagno che mi accompagna nella mia ora d’aria.
Sono le 5.
Andrà tutto bene.
O forse no.

Proverbi bugiardi

18 dicembre 2014

Il modo migliore per smettere di credere ai proverbi è chiudere una porta, o fare sesso a capodanno.

Statistiche

14 dicembre 2014

Viviamo in media circa 76 anni. Sono 3950 settimane, e di queste 1415 le trascorriamo dormendo. Per 457 settimane in media lavoriamo, 35 le passiamo facendo lunghe file o guidando nel traffico, 20 a letto con influenza o indisposizioni varie, 14 discutendo per ragioni il più delle volte banali.
A conti fatti ne rimangono 2074 di cui circa 695 in condizione di età avanzata. Questo mi sembra un buon motivo per prendere decisioni veloci e vivere facendo, nei limiti del possibile, quello che più ci rende felici e stare con le persone che ci fanno sentire meglio.

Te vojo bene

11 dicembre 2014

Dicono che nemmeno 50 “like” valgono un “te vojo bene” del vecchio conio.

Senza sbuffare mai

7 dicembre 2014

In questa camera ogni cosa ha una sua collocazione, un posto, un preciso riferimento spaziale che non consente spazio all’immaginazione.
Il letto, il televisore, i mobili, i quadri, le camice, le scarpe, i tendaggi. Posso muoverli, ma solo all’interno di uno stesso piccolo universo. Così come allo spazio servirebbe altro spazio, ai desideri occorre non avere confini o limitazioni per trasformarsi in sogni. Niente soffitti. Niente pareti. Solo infiniti prati stellati.
Ieri sera ho ripiegato l’anima e l’ho riposta insieme alle camice, sulla sedia di fronte al letto. Ordinato. Stamattina l’indosserò di nuovo, meno sgualcita del solito. Nessuno ci farà caso.
Ho considerato come sia il peso di certi attimi a dare qualità ai minuti, alle ore, alla vita. E il tempo trascorso con te è sempre stato sostanza allo stato più puro. Che si trattasse di bere una cioccolata o fare una passeggiata. Scegliere un film o preparare un’insalata di riso. Sbucciare un mandarino, una castagna o svitare il tappo di una minerale. Aprire un ombrello. Cambiare una lampadina. Guidare veloce. Parlare di tutto o di niente. Mangiare cose preparate da noi o da altri. Bere acqua liscia. Ridere o scherzare senza prendersi mai troppo sul serio. Scriversi e rileggersi. Accarezzarsi senza pensare troppo. O pensare senza sfiorarsi, per poi stringersi in silenzio. Guardarsi. Ascoltarsi e capirsi giusto un attimo prima di dire quel qualcosa che “lo sapevo che lo avresti detto”.
Con te anche svuotare una cantina è come fare l’amore. Vederti prendere uno ski-lift per la prima volta e riuscirci dopo due soli tentativi. Osservarti mentre lo fai e avere il cuore che batte forte come se si trattasse del più importante dei calci di rigore. Discutere a volte e rimproverarsi immediatamente di averlo fatto. E riuscire a calpestare l’orgoglio ritornando sui propri passi sempre. Comunque. Perché il senso di ogni cosa non è mai alle nostre spalle, ma davanti agli occhi.
Ricordare non è mai stato un verbo che sa di sconfitta o di consapevolezze tardive. Mi piace farlo e qualche volta raccontarlo, come ieri sera, perché mi aiuta a rivivere. Così succede che a un tratto tu mi ascolti e il sedile passeggero di un’auto si trasforma nel più regale dei troni, dove un semplice uomo imperfetto può arrivare sentirsi un re.
Intanto fuori la vita continua a sciogliere la sua matassa. A volte eccitante, spesso intricata e innervata di illusorie incertezze, di trasparenti lusinghe, di infinite possibilità che nascondono le tristezze del disincanto.
Il destino è li che se la ride seduto in un angolo. Col giornale di ieri e un caffè freddo tra le mani. Lo sguardo scavato e gli occhi persi in quel punto dell’universo dove alla fine tutto, ma proprio tutto, inevitabilmente, converge.
Sei il mio pensiero inevitabile. Sei l’attimo che fa la differenza. Sei l’altrove raggiungibile fatto dei miei ricordi più belli. Non potrò mai prendere per te le stelle, ma ti prometto di sollevarti sulle spalle ogni volta che desidererai anche solo guardarle più da vicino.
Senza sbuffare. Senza rinfacciare. Senza farti cadere mai.

Buoni propositi

7 dicembre 2014

Stamattina vorrei nutrirmi di profondi silenzi e dolci inquietudini. Ma quando li ho chiesti la cassiera mi ha guardato male, così ho ripiegato su cappuccino e cornetto con la Nutella.
Come vedete io la buona volontà ce la metto sempre…


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