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Non arrabbiarti

7 luglio 2018

Per fare certe cose bisogna essere concentrati. Per altre magari un po’ meno.

Nel gioco del poker non basta che tu abbia scavato e capito le debolezze del tuo avversario. Devi fare in modo che quelle debolezze si manifestino contro di te.

Alcuni giocatori devi tormentarli. Fargli credere che giochi a caso. Mentre invece stai giocando esattamente contro di loro.

Organizzare la giocata sbagliata. Una tattica dove, mentre sono convinti tu stia puntando a caso, stai invece organizzando la grande trappola. Sintetizzo il concetto amico.

Non me ne frega niente di te, di chi sei, del tuo stile, del tuo talento. Non mi importa cosa tu abbia vinto, o perso in carriera. Per me rimane solo un gioco dove devo buttarti fuori per vincere. E in questo gioco valiamo le chips che abbiamo davanti.

Facciamo così, io te le metto tutte nel piatto e tu decidi quello che vuoi fare, dall’alto del tuo curriculum. A prescindere da ciò che pensi, ma anche da ciò che penserai dopo che sarà successo quello che sarà successo.

È solo un gioco amico mio. Soltanto un gioco. Non arrabbiarti. Respira profondo. E fatti due risate.

Via da Las Vegas

24 luglio 2011

E’ notte a Las Vegas, una di quelle notti apparentemente diversa eppure sempre troppo simile alla precedente. Centinaia di volte sono fuggito da notti come questa e centinaia di volte sono tornato indietro anche se solo con la testa, perchè dietro a queste notti si nascondono sempre una delusione che non ti aspetti ed un pacchetto di sigarette troppo vuoto, anche per chi aveva da tempo già deciso che non avrebbe fumato mai più. Io conosco solo un modo per fuggire e tornare così veloce. Scrivere.

Chiametelo esercizio da svitati, ma non sottovalutate il suo effetto sedativo in notti come questa, quando il tavolo verde si è ripreso in un secondo tutti i tuoi sogni lasciandoti con un pugno di percentuali e la solita domanda senza risposta. Perchè? Perchè la statistica si ostina a non coincidere con la realtà? Perchè le cose più importanti sono anche le più complicate da raccontare? Perchè realizzare un sogno che appare a portata di mano a volte appare più difficile che bersi l’oceano con un cucchiaino? In un attimo Las vegas si trasforma prima nel labirinto in cui perdermi, poi nella strada da seguire e di nuovo in uno spietato dedalo con poche vie d’uscita. In ogni mia storia c’è sempre una via d’uscita in meno rispetto a quelle che ti aspetti di trovare.

Mi affaccio alla finestra. Vedo un castello che non è certo uscito da un libro di fiabe, poco più in là una piramide scura, una sfinge in materiale plastico e luci bianche impegnate a tagliare la notte come il raggio di una astronave aliena in una complicata manovra d’atterraggio.

Poi c’è una strada prigioniera di profezie al neon e decine di schermi rotanti su cui scorrono onirici messaggi di improbabili felicità e convenevole fortuna. Guerrieri, cantanti, fate danzanti, attori e maghi si alternano nella luce scintillante di un tracotante, povero ed invitante nulla. Ogni due ore c’è una eruzione senza fuoco. Ogni due ore c’è un vascello pirata che affonda e riemerge tra acque sporche, incurante dello sguardo incredulo di ingenui passanti.

Ogni due metri c’è un santo, un profeta, un barbone, un sogno infranto ed un miracolo da inventare, ma mai una mano da stringere con palpitante disinteresse o un’emozione diversa, che abbia il sapore di un sentimento vero o di una vittoria. Anche stasera tutto ha un prezzo e il prezzo non è mai quello giusto.

C’è un deserto disincantato intorno e dentro questa città senza cuore. Figlia di un miraggio che non incanta e di milioni di dollari che si muovono per passare di mano in mano come una droga spacciata a saldo, che insudicia ed intossica un’aria troppo calda ed apparentemente irrespirabile.

Qui non si gioca per vincere, si gioca per perdere. Ed è un segreto che questa città custodisce da sempre e protegge come fosse il più prezioso dei suoi tesori. Un segreto nascosto così nel profondo che quasi sembrerebbe non esistere.

Eppure sono pochi gli uomini che possono raccontare di una notte magica in cui sbancarono a Las Vegas, perchè alla fine gli uomini giocano, ma è Las Vegas a vincere sempre.

Tutto appare così comico nella sua spietata tragicità. Ma ciò che è comico si basa su cose negative che capitano ad altri e per le quali si ride pensando: «Per fortuna non è capitato a me!». Quando invece sei tu il protagonista tutto cambia e per l’imponderabile evento negativo non si dimostra mai troppa simpatia. Non si ride, non si piange. Al limite si riesce ad emettere un suono gutturale che niente ha a che vedere con una risata, ma che non somiglia certo nemmeno ad una esclamazione di trionfo.

Credo che le luci ed i suoni di Las Vegas servano solo a coprire tanti improbabili mugugni, figli di speranze miseramente implose davanti a quei colpi che hai solo il 2,15% di possibilità di perdere. Una rarità nel Texas Hold’em.

Non c’è un dio che si preoccupi e che ti protegga nemmeno a Vegas. L’unico prototipo di dio possibile qui, ha acceso il giochino ed è andato a spassarsela incurante della notte, di un universo mosso dal caos e di un silenzioso ed assordante rumore di fondo, lasciando tutti in balia di questo allucinatorio, rumoroso e logorante miraggio notturno.

Eppure, malgrado tutto questo disciplinato caos, allungo ancora la mano nell’aria per afferrare un pensiero. Un pensiero normale, non uno di quelli capaci di risolvere una situazione o di aiutarti a realizzare un grande sogno, ma pur sempre un pensiero positivo. Quei pensieri positivi che trovo molto più simili ad una moneta con cui giocare in aria che ad un sasso da lanciare in uno stagno.

Provo a tirarlo in alto con un colpetto di pollice. Lo vedo prima disegnare un arco e poi rimanere sospeso a dispetto di ogni legge della fisica nota. Lo vedo fluttuare, rallentare e fermarsi quasi per non voler fare ritorno. Forse ha paura di questa città, o il fondato timore di essere condannato a rimanere qui per sempre.

Nella vana attesa del rumoroso impatto frugo ancora nella mia testa ed afferro un pensiero più grande. Lo accarezzo e mi accorgo che ha i lineamenti irreali di un sogno e nasconde impronte che non somigliano affatto alle mie.

Immerso in un oscuro stupore, tra nuove speranze e vecchi ricordi da cancellare, allungo l’ultima volta la mano sulle rovine di questa avventura per raccolgliere le mille traballanti certezze abbandonate oggi sul mio cammino come tanti piccoli petali. Era l’ultimo alchemico tentativo per un uomo di creare nel deserto il suo fiore più bello e rimarrà un sogno ancora per molto, moltissimo tempo.

Si torna a casa.

La prossima mossa

15 luglio 2011


“Sognate e mirate sempre più in alto di quello che ritenete alla vostra portata. Non cercate solo di superare i vostri contemporanei o i vostri predecessori. Cercate, piuttosto, di superare voi stessi.” (William Faulkner)

A chi pensa che il giocatore di texas hold’em sia solo un freddo calcolatore o uno scaltro esecutore capace di operare solo all’ombra di dati statistici e matematica, io rispondo che ci sono anche personaggi in grado di mostrare una parte squisitamente filosofica. Così per ogni giocatore che si concentra sull’analisi delle probabilità, parallelamente esiste un uomo in grado di interrogarsi sulle disordinate oscillazioni del destino e su tutte quelle conseguenze a volte paradossali a cui non si riesce a dare un senso. Queste situazioni possono consolidare i dubbi di un player o trasformarsi all’occasione in terapeutici luoghi comuni da utilizzare al momento giusto.

Io sono affezionato ai miei luoghi comuni. Ammetto però quanto sia facile entrarvi e difficile uscirvi. Soprattutto quando rimango intrappolato tra tutti quei pensieri raccolti nella pause di giornata o nei viaggi che intercorrono tra un torneo e l’altro. Tutti quei ragionamenti interessanti, a volte anche acuti, sui quali però alcune persone non sarebbero pronte a scommettere sulla loro attendibilità. Idee da tenere ben strette quindi, ma senza entusiasmarsi tanto. Un po’ come avere due assi in mano e trovare il terzo asso al flop con un board che apre anche irriguardosi progetti di scala o di colore. Una di quelle mani insomma, che non puoi mai affrontare con disinvoltura.

C’è una pubblicità di una famosa marca di cioccolatini che si affida ad una citazione di Oscar Wilde e che recita: “L’unico modo di liberarsi di una tentazione è cederle”, ma osservando alcuni grandi del poker ho imparato che l’unico modo per non perdere soldi è proprio non cedendo alle tentazioni. Questo non lo dicono le statistiche, ma l’esperienza, il cuore ed i luoghi comuni. Che sia il caso di smetterla con questi cioccolatini? Eppure il biglietto dell’ultimo bacio perugina citava testualmente “ora mangiane un altro, sciocco!”

Battute a parte eccomi qui, quasi in partenza per Vegas con il main event delle World Series of Poker che si avvicina e lascia sempre più spazio alle speranze e meno ai ricordi. Forse lo devo a questo il mio monologo dal retrogusto squisitamente filosofico. E’ il mio modo di esorcizzare il passato e pontificare sabbatiche speranze riordinando frammenti di tempo come fossero istantanee da infilare in un album: un biglietto di seconda classe per Los Angeles, poche cose nella tracolla blu con lo stemma dell’Italia campione del mondo, i miei libri preferiti con l’inseparabile “Poker Mindset” di Taylor e Hilger, i due volumi di Dan Harrington, “Le conseguenze dell’Amore” di Paolo Sorrentino e la mia incessante ed aliena voglia di misurarmi prima con la tastiera del mio fedelissimo Apple e poi con il mondo intero.

Non ricordo esattamente quale sia stato il primo giorno in cui ho iniziato a scrivere, ma deve essere stato senza dubbio un giorno in cui avevo davvero qualcosa da dire. Ricordo però il momento in cui ho preso per la prima volta in mano le carte. Ero a Las Vegas, il 4 luglio dell’anno 2008. Da allora quanti momenti passati a scrivere, ragionare, riflettere ed agire anche solo per sbagliare e sentirmi profondamente e meravigliosamente imperfetto. Paradossalmente si pensa meglio quando non si hanno pensieri per la testa e questo è uno spietato “luogo comune” che calza alla perfezione nel Texas Hold’em.

Una volta scrissi che se non hai la testa libera è meglio lasciar perdere. Meglio salutare tutti e rimandare l’appuntanento a giorni migliori e che “saper rinunciare” è una scelta da grandi. Ma il sogno americano rimette tutto in gioco ed è così che anche “affrontare il proprio destino” si trasforma in una scelta da grandi. Ma si può essere grandi anche con mille alzatacche da smaltire? Si può scendere in campo anche con problemi irrisolti da affrontare e tanti indescrivibili inestetismi dell’anima da sistemare ogni mattina? E’ la magia stessa delle World Series of Poker a rispondere ed ecco che tutto d’un tratto spaririscono stanchezza fisica e stagnazione mentale. Finalmente si parte.

Lo ammetto, non mi sento del tutto in forma in questo periodo, ma allo stesso modo sento di poter essere all’altezza. Non sarò il più forte, ma posso essere comunque migliore del mio avversario di turno. Ho forti motivazioni, coscienza pulita, disciplina da vendere e una assoluta volontà di creare quelle condizioni dove si può e si deve rendere al meglio. In fondo non esistono professionisti dell’intelligenza nel poker. Conta solo la conoscenza di se stessi, quella dei propri avversari e l’opportunità di agire al momento giusto con ordine anche quando al tavolo regna il caos. Una volta scrissi che bisogna evitarlo il caos se non sei in grado di gestirlo e sono ancora di questa opinione.

È curioso. Mi trovo qui a dispensare consigli e per quanto mi sforzi non ricordo esattamente quale sia stato il personaggio che mi abbia dato il primo suggerimento, come non riesco a ricordare i nessi che uniscono la mia attrazione per il poker alla mia passione per la scrittura. Quello che hanno in comune è la caratteristica di essere stancanti e senza dubbio è la stanchezza il mio avversario peggiore ogni volta che gioco. Alle volte vorrei avere un interruttore in grado di spegnere tutto per qualche ora, ma so che non è possibile regolare la realtà a colpi di fantasia. E poi addormentarsi non rende niente più facile, anzi a volte peggiora anche le cose.

Mi viene in mente una vecchia barzelletta. Un paziente: “Dottore, Dottore, mi fa malissimo se faccio così. Ahia!” e il dottore: “Ho la soluzione! Non lo faccia più!”

Accenno un sorriso, ma alla fine scopro di essermi stancato e rimando l’impresa. La luce del sole sta ormai tramontando su queste considerazioni ed anche l’effetto dell’ombra delle mie mani sulla tastiera è svanito. Chiudo le imposte della mia mente e già è ora di partire per quel viaggio che ha per meta il suo punto di partenza. Sistemo disordinatamente i miei libri in valigia, poi rileggo quello che ho appena scritto. Sembra incompleto. Manca un successo da raccontare.

Approposito! La barzelletta nasconde la sua morale. Anche se sei pronto a riceverle non è detto che avrai sempre tutte le risposte di cui hai bisogno. Un altro “luogo comune” da non utilizzare, soprattutto se hai già ben chiaro quale sarà la tua prossima mossa.


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