Archive for maggio 2016

La mia strada

29 maggio 2016

A volte ci si allontana. Anche da se stessi. Poi però arriva per tutti il momento di tornare. Di riprendere la propria forma naturale. Circolare, quadrata, pentagonale. Non lo so. Conta poco. L’importante è indossarsi e sentirsi finalmente comodi. Stamattina vorrei un caffè e una curva che sale dietro la collina. Un posto da cui vedere il mare. Così, all’improvviso.

Invece me ne sto qua. Affacciato a una finestra. A piedi nudi, con la mia spremuta. Forse ho deciso di dare una possibilità a tutti gli spigoli di casa. Non ho molto da dire. E non cerco di attribuire un senso compiuto all’universo. Mi limito a osservarlo passare. A fargli un cenno con la testa. Semmai mi riconosca.

Come quando la mattina presto a Claviere incontravo il vigile del paese. Il prete. Il carabiniere. Il sindaco. Oppure il matto. Come quando mi capitava di affrontare a calcio qualcuno con cui avevo già giocato prima. Palla al centro. Stretta di mano. Poi un piccolo cenno con il mento. Come per dire, “magari stavolta vinco io”. Stamattina ci siamo studiati un istante io e il senso dell’universo. Poi ci siamo allontanati con le mani in tasca. Lui orbitando verso nuove perfezioni. E io per la mia strada, alla ricerca di un’imperfezione che cancelli tutte le altre. 

Quelle che ti rimangono dentro 

25 maggio 2016

La voglia di immaginare, di scrivere e descrivere. Quella c’è sempre. E a volte penso che se non avessi iniziato a farlo probabilmente il tempo oggi passerebbe più in fretta. Invece rallenta. Si rende leggibile. Passeggia insieme a me con l’infantile incoscienza di quelli che credono ancora alle favole. Quelli che sperano di riuscire sempre a realizzare le cose più belle. Le cose più difficili. 
Niente è più affascinante di un orizzonte immaginato, soprattutto dove gli altri riescono soltanto a vedere confini. E non è importante se ogni tanto finisci in mille pezzi insieme ai tuoi desideri. Se le cose non si realizzano. O se le persone che abbiamo amato ci abbandonano. Fino a quando esisteranno le nostre emozioni e una notte stellata nella quale specchiarsi, resteranno vivi i bei ricordi a farci compagnia. E non esiste un posto così lontano che ci possa privare di un pensiero. Un profumo. Una musica leggera. 

Molte delle cose che alcuni danno per scontate a me sono costate carissime. Ma questa è un’altra storia.

Forse sono molto di più di quello che immagino. Forse sono tutto quello che ancora non ho immaginato. E magari sono proprio le cose che non durano tutta la vita, quelle che alla fine ti restano dentro per tutta la vita.

A pochi metri da Porta Settimiana

19 maggio 2016

Caro Fabrizio, da parecchio non parliamo del coso. Sì, so che preferisci chiamarlo libro, il coso. Ma io la trovo abbastanza divertente questa parola. Forse perché un libro diventa tale solo dopo il punto e la parola fine. 

Troppo spesso ho scritto di me. Di tutto quello che mi orbita intorno. Del luogo dove sono e di tutti i posti dove vorrei essere. Di come le emozioni, tutte le emozioni, siano il mio libro della vita. In questo do anche ragione al testo della canzone di Sting, “The book of my life“. 

Le pagine numerate non ti rivelano mai quale sia l’ultima. Non ti suggeriscono alcuna chiave di lettura. Ti indicano solo la strada da seguire. Puoi anche scriverlo un libro partendo dall’ultima pagina, ma è sempre dall’inizio che le persone cominceranno a leggere.  

Stamattina alcune parole mi osservano cariche di significato. Sembrano mostrare una qualche dote. Una consapevolezza formale. Una capacità istintiva nel saper rivelare emozioni e stati d’animo.

Ci vuole disciplina per tenere insieme tutti quei significati senza confondere i pezzi. Senza strafare. Ci vuole talento invece per riconoscere quelli sbagliati. Scrivere non somiglia affatto a quell’improvvisato “riempire di allegria” i biglietti d’auguri. 

Eppure l’esistenza passa anche attraverso i messaggi da allegare a qualche mazzo di rose rosse, o alle scatole di cioccolatini fondenti della Lindt, durante le feste comandate.

Oggi ho guardato attraverso gli occhi lucidi di un uomo stanco. Gli ho stretto forte la mano. Gli ho accarezzato le spalle. E mentre gli parlavo, lui mi rispondeva mostrandomi il disincanto di un tempo che non c’è più. 

Trascorsi gli anni, la vita ti trasforma in una sorta di riflesso distorto dei tuoi desideri. Che poi rimangono sempre quelli di un tempo. Solo un po’ più sfumati e meno realizzabili. 

Quanto a me, tu sai bene che cosa mi preoccupa. Ho questo mio modo di essere costantemente insoddisfatto di quasi tutto ciò che faccio. Queste mie mani tese testardamente avanti. Questa mia capacità di sbuffare in modo discreto. Toccandomi il mento ora a destra, ora a sinistra. 

Brontolo. Così dovresti chiamarmi. “Brontolo e il coso” sarebbe un buon titolo per il prossimo libro. Per quanto possibile ho anche tentato di fronteggiarla questa deriva. Ma io non sono il capitano Nemo. Somiglio piuttosto alla città di Atlantide.

Continuo a snocciolare frasi, convinto che esista una possibilità di mascherare ciò che in verità mi si annida dentro. Il senso della paura. Perché quello che esce da ogni singola riga che ho scritto è la consapevolezza dell’imperscrutabilità del domani.

Incomprensibile, inaccessibile, oscuro, indecifrabile, impenetrabile, imprevedibile, arcano, enigmatico.

La verità è che non so raccontare il futuro. Nemmeno so immaginarlo un futuro. E da parte sua il futuro non parla con nessuno. Nemmeno con me. 

Ora non prendermi in giro se mi sento una paradossale conseguenza del mio passato e allo stesso tempo una evidente causa del prossimo futuro. 

Se te lo scrivo qui. Sul blog. Dallo stipite di questa pagina bianca. Con un caffè bollente tra le dita di una mano. Il cellulare ben saldo nell’altra. E un pezzetto di muffin all’albicocca che penzola pigro dalle mie labbra. A pochi metri da Porta Settimiana.

Appena mi sveglio 

14 maggio 2016

Apro gli occhi. È un risveglio notturno. Colpa di certi gabbiani confusi che stanotte si sono dati appuntamento. È già un po’ che rumoreggiano nervosamente dietro la finestra della mia stanza. Poco male. Tanto dovevo svegliarmi presto. Faccio prima a non dormire.

Intanto la pioggia si è già impadronita dello spazio di cielo che separa Roma dal paradiso. Chissà. Forse nell’altro universo mi scuseranno per il ritardo. Ma non riesco a prendere sonno. Non questa notte. 

Sorrido. 

Accendo il cellulare. 

Rispondo a qualche messaggio. 

Apro una nota e scrivo senza fermarmi. Scrivo e continuo a scrivere. Quello che ho in testa. Quello che avevo già iniziato. Quello che non avevo nemmeno immaginato di poter scrivere. Do sfogo alla mia innata voglia di raccontare l’indifferente fascino della quotidianità. Perché se hai voglia di scrivere, anche una frustrazione può trasformarsi in una figura retorica alla quale ispirarsi.

Quanta stupidità ci deve essere in una persona che crede di essere intelligente per accorgersi di non esserlo davvero? Molta? Poca? Non lo so. Non possiedo tutte le risposte. 

Se fosse per me eviterei di incontrare gente. Sono un po’ stanco di dispensare sorrisi. Stringere mani. E accorgermi che esiste un universo spento e disinteressato a ciò che accade nell’universo stesso. 

Forse un giorno non molto lontano scarseggerà l’acqua potabile. Non ce ne sarà per tutti. Forse il cibo non basterà. Avremo un mondo fatto di privilegi e privilegiati. Intanto il mare si alzerà di quanto deciderà lui. 
Sommergerà territori e ideali. Il clima muterà fuori e dentro di noi. E intanto ce ne resteremo serenamente seduti davanti a una tv, o piegati su un cellulare a guardare le notifiche di whatsapp. 

Siamo naturalmente portati a informarci su tutto, ma non ci piace capire e soprattutto non sappiamo reagire. O peggio ancora, non siamo interessati a farlo.

Dubbi. Riflessioni. Incertezze. Bilanci. Avevo deciso di tirare dritto ai semafori. Avevo deciso di non rallentare agli incroci. Avevo deciso basta ripensamenti. Basta numeri da rimettere a posto, o parole da sistemare in ordine alfabetico. 

Avevo deciso tante cose e, per quello che posso, cerco sempre di essere coerente. Ma forse la coerenza non fa parte della mia natura. Sto zitto e penso. Penso e scrivo. Scrivo e ascolto. Guardo sfilare pixel sui social network ed è come se guardassi le nuvole dalla finestra.

I miei castelli in aria sono sotto assedio da un po’, ma anche oggi sembrano tenere. Non ho certezze che lo facciano anche domani e non voglio averne. Esisto quanto basta e il tempo mi orbita intorno. Non mi chiedo come sia possibile. So che accade e mi sta bene così. 

Stanotte ho lasciato un po’ di emozioni piegate sulla sedia di fronte al letto. La tv è spenta. Metto il punto e chiudo gli occhi. Domani andrò a capo. Come sempre. Come ogni volta. Ricomincerò ad aspettare, a pensare, a sognare, e a scrivere. 

La capsula del Nespresso è già inserita nella fessura della macchinetta. Basta accendere. Servitevi pure. E quando avrete finito lasciate tutto così. Magari metto a posto io domattina. 

Appena mi sveglio.

Le cose fuori 

13 maggio 2016

Dicono che esiste sempre un collegamento tra i sentimenti. Tra amore e rabbia. Tra la generosità di un uomo e i suoi sensi di colpa. In fondo la notte serve anche a questo. A pensare. 

Il piazzale della stazione è ancora vuoto. Ma riesco a sentire il rumore della quotidianità. Il bip di un semaforo per non vedenti. Un uomo che sbuffa uscendo dalla Metro. Il rumore meccanico di una Cimbali che annuncia un cappuccino. Una donna che racconta i suoi luoghi comuni.

Adesso mi serve solo respirare qualche minuto. Giusto un istante. Godermi la luce innaturale ocra di un lampione arrugginito che fa concorrenza alla solita luna. Resto immobile. Tanto non passa nessuno. Solo un paio di gatti stanchi e magari nemmeno loro. 

Questa notte ha portato la pace metallica delle auto parcheggiate, poche, in penombra, evanescenti. In lontananza un leggero stridere di gomme. Per un attimo immagino la puzza dei freni che diventano caldi. Lo sforzo idraulico dello sterzo sulle ruote lungo il raggio costante del tornante. Quello che piega verso destra. In direzione via Nizza.  

La luce dei televisori accesi tossisce attraverso le tapparelle dei balconi. Da qualche parte qualcuno sta facendo l’amore. Altri dormono. Altri forse sognano ancora di farcela e io con loro. Prego e scuoto la testa. Guardo e penso fortissimo. Continuo a puntare gli occhi nella stessa direzione di ieri, anche se non si vede nulla.

Consapevolezze sparse.

Poi certe cose sei costretto a capirle. Pur non volendo. Pur continuando a puntare i piedi per non tornare nella realtà. Nel mio “fare un passo indietro quotidiano” si nasconde il piacere segreto della rinuncia. Quella specie di consolante sapore di mandorle e cioccolata che ogni tanto ti si annida nel cuore.

Si, lo so. Sono un maledetto romantico. E si può pensare di me quel che volete. Che sono fuori tempo. Fuori moda. Fuori contesto. Fuori stagione. O come dice mia figlia, che sono semplicemente “fuori”. Ed è molto probabile che sia davvero così. Fuori come una seggiovia. Fuori come un telescopio. Fuori come un balcone, o un vaso di fiori. Eppure non conosco altre unità di misura che siano in grado di darmi un’idea dell’amore, se non quella con la quale immagino le cose impossibili. Le cose fuori. 

È della loro stessa impossibilità che forse ci si innamora. Bisogna essere capaci, e io stamattina non ho tantissima voglia di essere capace.  

Mi accontenterei di incontrare un ricordo.  Uno di quelli che fanno sorridere. Lei che corre frettolosamente lungo i binari. In modo goffo. Quasi scoordinato. Carica di buste e valige. E io che aspetto di vederla inciampare, come si aspetta un caffè e una spremuta. Se prendi il cappuccino poi ti danno anche l’acqua in offerta. 

Aspetto ancora di vedere la parte migliore di me sbucare all’improvviso da dietro una curva. Oltre la siepe sulla collina. Quella da cui si vede il mare e si sente arrivare l’odore di gelsomino e pitosforo. 

Faccio sogni invadenti quando resto solo, e mi pare che ci sia una confortante onestà nel loro svanire. Una sincerità che alla verità non è dato possedere. Una coerenza che so di non poter replicare.

Un uomo sta passeggiando con un cane al guinzaglio. Un cuore vaga perso nel quadrante illuminato del suo telefonino.

Stamattina è la tecnologia di un  frecciarossa 1000 a mettere a dura prova la velocità di quei sogni che non mi appartengono più. Quanti sorpassi. E quanti controsorpassi. 

Non me ne importa granché di quali possano essere gli sviluppi dei giorni a venire. Anzi sorrido pensando a quanto sia defaticante navigare a vista. A come il tempo riesca a scorrermi dentro senza nemmeno toccarmi. A quanto sono belle le persone quando ti sorridono. Io che vivo per sottrazione, rubando la scena ai miei demoni nascosto dietro un sipario, mentre la vita degli altri mi passa davanti. 

Io che faccio finta di non guardare, invece sottocchio sbircio sempre un po’. 

  
  

La differenza 

12 maggio 2016

Dicono sia un dettaglio a fare la differenza. Ma è sempre molto più di un dettaglio. Soprattutto quando quello che otteniamo si rivela profondamente differente rispetto a quello che ci aspettiamo di ottenere. Perché una differenza qualifica e specifica l’identità delle nostre azioni. Ne cambia le conseguenze. Ne ridisegna esito e morale.

Io adoro la differenza. La vedo ovunque. La amplifico quando posso. La uso come significato di quello che sono. La confronto. La ricerco con costanza in tutto quello che faccio. Perché c’è una differenza in tutto. Nel modo di scrivere. Nel modo di camminare. Nel modo di raccontare le cose. Anche nel modo di piangere, ridere o fare l’amore. 

Chi? Dove? Cosa? Quando? 

C’è differenza tra dire e fare. C’è differenza tra frenare e accelerare in curva. Tra vivere e sopravvivere. Tra stringere con la mano, un’altra mano che trema. O stringere una mano con la tua mano che trema. Attraversare la strada controllando se la via è sicura, oppure farlo senza guardare. Cenare al lume di candela con un sottofondo di musica soffusa, oppure al Mc Donald in piazza di Spagna. Da solo, o in compagnia. Con una lei che ti parla dei suoi innumerevoli problemi con le colleghe a lavoro. Oppure con una donna che sa ascoltare una storia e non riesce a staccarti gli occhi di dosso. 

Probabilmente la differenza è che non siamo più in grado di non parlare di noi. Dobbiamo sempre dire cosa pensiamo delle cose. Lo facciamo in ogni momento. Ovunque. Spesso non ce ne rendiamo nemmeno conto. Invece di riflettere sullo stupore che lievita intorno ai nostri eccessi. Invece di colmare con le azioni quello spazio che fa la differenza tra cosa è giusto e cosa è profondamente sbagliato. Cosa è opportuno, e cosa invece non lo è. 

La “differenza” la conosceva bene Charles Bukowski, quando scriveva. Magari col suo modo non bellissimo, ma stilisticamente e concettualmente sempre molto efficace: “Esistono donne qualsiasi e poi c’è qualcos’altro che ti fà venir voglia di sfondare quadri e spaccare i dischi di Beethoven sul coperchio del cesso.”

  

Il mio nome

11 maggio 2016

Il mio nome. Luca Tagliaferri. La mia data di nascita. Il 7 febbraio del 1970. 

Era questo che vedevo scritto sull’etichetta di un braccialetto in plastica giallo applicato al mio polso destro.

Non avevo chiaro nient’altro. 

Della mia vita ricordavo di essere uno scrittore, ma avevo immagini confuse del mio passato. Una famiglia, una storia, forse una tragedia, un libro da terminare e poco ancora. 

Avevo però una visone chiara di mia madre, quando diceva che i ricordi somigliano alle briciole dei biscotti che rimangono ogni mattina sulla tovaglia: “Ricorda Luca, anche se non hai fame, puoi comunque abusarne senza affaticare lo stomaco, ma al contrario se sei affamato, per quanto tu possa mangiarne, non c’è alcuna possibilità che bastino per saziarti.”

Tutto cominciò così. Fermandomi a raccogliere i minuscoli frammenti del mio passato. 

Solo. In silenzio. 

Ricordai un tempo in cui era la vita a risvegliare la vita. Ricordai il rumore del vento, il canto degli uccelli, la luce del sole che al mattino filtrava dalle finestre della mia stanza, accarezzandomi il viso. Un tempo in cui potevo svegliarmi sicuro di aver fatto un bel sogno.

Questa volta invece il mio risveglio sembrava saturo di penombre e silenzi. Il primo uomo che vide la luna brillare nel cielo non poteva immaginare che cosa stesse guardando e io avevo proprio la stessa sensazione. 

Spalancai all’improvviso gli occhi e un cuneo di luna pallida attraversò la finestra adagiandosi sul mio volto. Ruotai e stropicciai le orbite, cercando di rimettere in ordine le mie idee disarticolate e confuse, molto più simili a sogni che a semplici pensieri. 

Percepivo qualcosa di strano. L’aria sembrava rarefatta, il colore dell’ambiente che mi circondava mi appariva sgranato e tutto mancava di profondità, come in una di quelle pellicole degli anni settanta. 

Tornai a stropicciarmi gli occhi. 

Le immagini del mondo intorno faticavano a trovare una collocazione logica e ogni mio tentativo di realizzare dove davvero fossi, cominciava a spintonarsi goffamente con incertezze di ogni tipo.

Il mio approccio al dubbio era quello di sempre. Si cominciava con l’inutile rincorsa di un pensiero, che prima evitava di inciampare nell’incertezza e poi tentava un balzo deciso verso le conclusioni possibili. 

Stavolta però, quel salto era intangibile, etereo, come uno di quei sogni che finiscono nel momento esatto in cui si tocca terra, con il risveglio.

Mi fu immediatamente chiaro quanto parole come “sogno” e “realtà”, non riuscissero più a coesistere nella mia testa.

Quello che i miei sensi percepivano aveva comunque qualcosa di stupefacente. Ero immerso in un’atmosfera tetra, surreale e dai contorni sfumati. Un altrove oscuro, privo di memoria, che nascondeva i frammenti dei ricordi del passato. Quelle minuscole e indecifrabili briciole di biscotto, di cui parlava sempre mia madre, sembravano nascoste ovunque, tra le lenzuola, sul pavimento e nella mia testa. 

Tentai di raccoglierne una. Somigliava a un piccolo cuore. La portai alla bocca, poi al naso e rimasi stupito dell’odore. Era aspro come quello del ferro contenuto nel sangue. Era forte come l’aroma di un caffè bevuto presto al mattino. Era rancido come la puzza dell’olio bruciato che esce da un motore in panne che non vuole ripartire. 

Non è affatto facile riconoscere il sapore di un ricordo. Puoi sbagliarti e confonderlo con un sogno. Un’immagine pallida, simile a un fantasma che si muove lungo i corridoi della tua mente, come in un’immensa prigione, senza fare rumore, ma lasciando comunque un’eco da ascoltare.

Confuso, mi ritrovai seduto sul bordo di un letto come si trattasse del ciglio del mio personale baratro. Guardai verso il basso. Pensai che un salto potesse bastare, perché tanto mi sarei svegliato presto, come succede sempre alla fine di un sogno quando arrivi a toccare il fondo. 

Senza pormi due volte la stessa domanda, decisi di lasciarmi andare e improvvisamente mi ritrovai sbattuto con violenza fuori dal mio corpo. 

Altro spazio accolse subito la mia presenza, ma tutto intorno a me non aveva più l’aspetto di un luogo sicuro. 

In quel rinnovato grigiore che avvolgeva una stanza, distinsi chiaramente un letto, un comodino, una sveglia digitale, una vecchia scrivania, un computer portatile con l’etichetta di una mela morsicata, una sedia, una finestra in legno antico con le ante consumate e uno specchio senza cornice. Nessun tendaggio, nessuna lampada e nessuna porta di accesso. 

Sulla scrivania, accanto al computer, era poggiata una torta di compleanno con otto candeline spezzate incastrate nella frolla. 

Tutto somigliava vagamente a una cella e anche la mia mente assunse un aspetto simile a quello di una prigione nella prigione. Eppure, ero sicuro che da qualche parte si celasse una via d’uscita. 

Mi guardai ancora intorno. Questa nuova realtà e il mio vecchio mondo somigliavano molto alle candele di quella torta, universi separati, tenuti insieme solo dallo stoppino. 

Subito dopo però, la mia fantasia, di solito tiepida e rassicurante, si trasformò paradossalmente in un ambiente freddo ed esageratamente umido. Avrei desiderato svegliarmi e tornare indietro nella realtà di sempre. Affacciarmi alla finestra e osservare un arcobaleno meraviglioso tagliare un cielo ancora gonfio di pioggia estiva. Sedermi sul patio di casa, leggere e rileggere i miei giornali, mangiando un panino o assaporando una birra.

Provai a camminare seguendo le pareti che delimitavano quello spazio e a proiettarmi ancora attraverso un’altra dimensione. Per un attimo il mio corpo sembrò attraversare un tempo che non mi apparteneva più e fu una percezione glaciale simile alla paura di morire. 

Poi il freddo scomparve ed ebbi la sensazione che il fuoco circolasse libero nel mio corpo, come un fluido bollente nelle vene.

Mi resi conto di essere al limite dello smarrimento, a un passo dal perdermi fatalmente in un universo sconosciuto. Potevo solo accettare la parzialità di quella realtà, la finitudine di quella notte, l’ombra che rimaneva della mia materia umana.

Poi, una mano mi afferrò energicamente il braccio catapultandomi di nuovo indietro, attraverso uno specchio e nella medesima stanza riflessa. Ora le candele della torta erano accese e sembravano l’unica luce possibile in mezzo a tanto spazio buio, mentre una voce bassa e cortese si materializzò intorno a me, cupa e stonata, come le note di un pianoforte scordato.

“Non vorrai andare via prima che qualcuno abbia soffiato sulle candeline?”

Riflesso nello specchio spiccava il profilo di un volto grigio, silenzioso, efferato, comparso dal nulla come farebbe uno tsunami dopo un forte maremoto. 

“Chi sei? Cosa vuoi da me? Perché mi chiedi di soffiare su delle candele spezzate?”

L’uomo aveva indosso una veste scura. I suoi occhi rubino mi fissavano con crescente severità. Aveva il viso segnato dagli anni, ma non trascurato. La fronte nascosta da capelli mal pettinati e labbra dello stesso colore dell’inchiostro, tumefatte da un tempo che sembrava essersi fermato.

“Amico. Ci sono concetti che non tutti possono comprendere. La mia essenza si estende al di là dell’uomo. È tessuta da un Dio, è scritta nelle stelle ed è ereditata ancor prima di nascere. Il mio destino è quello di essere io stesso il destino.”

Arretrai di qualche passo per evitare il suo sguardo, ma la figura riflessa ruotò la testa nella mia direzione e continuò a fissarmi. 

Il suo gelido sarcasmo rendeva le parole più fredde dell’aria stessa.

“Lo sai? Non c’è molta differenza tra candele spezzate e vite spezzate. Quando è il destino a soffiare ed estinguere la fiamma, non ci sono vantaggi. Né vinti. Né vincitori. Solo morte e distacco. 

Un passaggio tra universi diversi. Solo questo. Un cuore non si ferma e non riparte mai senza una ragione, come non si nasce e non si muore senza una ragione. Ora soffia.”

Aggredito da una moltitudine di pensieri e di paure difficili da trasformare in parole, continuavo a guardare in silenzio quella figura riflessa, percuotendo il cervello con pensieri impossibili da evitare o sopportare, come colpito da un’improvvisa grandinata in pieno agosto. 

“Universi diversi. Conosco il mio, ma non ho idea di quali e quanti siano gli altri. Forse stai dando troppe cose per scontate e poi permettimi di sottolineare un fatto. Noi non siamo amici.”

Io e il destino ci esploravamo. Anche se a distanza, guardandolo, avevo l’impressione di ruotare con lui intorno a un sole, che girava a sua volta attorno a un punto nello spazio indefinito.

Ai suoi occhi mi sentivo piccolo e inutile come un ramo secco prima del passaggio di un uragano. Era lì fermo e mi puntava il suo sguardo, come fossi stato io quell’ultimo ostacolo a porsi tra lui e una meta irrinunciabile. 

Appuntai ogni mio pensiero, ma era come se non esistesse nulla che non fosse già stato detto o pensato nella mia testa. Tutto era lì, sospeso libero nell’aria, in una dimensione parallela. E io credevo di sentirmi bene, ma in realtà ero cosciente solo delle mie paure. 

Poi la figura riprese a parlare con un tono che sembrava addirittura rassicurante e le frasi si susseguirono con geometrica precisione. 

“Piccolo, piccolo uomo. Non mi è ancora concesso rivelarti sorprendenti verità, ma c’è una cosa che devi assolutamente capire a proposito degli altri universi. Innanzitutto non sono paralleli e fondamentalmente non si tratta nemmeno di universi.

Sono mille i lati di una medaglia quando ruota nell’aria, ma solo chi tiene in mano la moneta che ricade, controlla ogni singola faccia. Sarà molto più facile per te capirlo quando ti sarai reso conto che molto di quello in cui credi oggi, non è vero. Non vuoi soffiare?”

Non risposi subito. Osservai prima il suo sorriso allungarsi e disegnare dei solchi profondi sulla grigia pelle del volto. Ora quegli occhi sembravano il mare aperto e io li guardavo con la stessa presunzione di una barchetta di carta che si accinge a solcare l’oceano. 

“Mi stai parlando di Dio? Intendi Dio? Quel Dio? Nella mia vita ho imparato a cucinare cibi che mi piacciono e che non mi riescono nemmeno male. Ho imparato a indossare il sorriso giusto per ogni occasione, a non ridere a comando, a rispettare e ad essere rispettato.

Ho imparato a difendermi senza offendere, ad amare, a odiare e ignorare. Ho imparato a leggere e rileggere tutti i libri che voglio e con il ritmo che preferisco. Ho imparato a svuotare bottiglie di birra chiara in quantità industriale e snocciolare parole e idee senza limitazioni, a creare stati d’animo veri o artificiali e a giocare con le immagini in libertà. Ho imparato a parlare e scrivere di molte cose, ma non di Dio. Non so niente di Dio e non posso parlarne. Tu puoi?”

A quell’ultima domanda il destino tacque e scosse il capo. Fu solo per un istante, poi i suoi occhi tornarono a scrutarmi con una incomunicabile curiosità accompagnati dal suono della sua voce.

“La tua è la classica presunzione di chi crede di capire e non si rende conto che non esiste un modo peggiore per non capire. Dio è una contraddizione in termini. Dio è quella solitudine che ti assale in ogni angolo della tua coscienza. Un predatore che si nutre del tuo libero arbitrio, lasciandoti con un po’ di vuoto e i tuoi inutili sensi di colpa. Quel nulla che tu cerchi di riempire scrivendo o cercando di capire cose che non ti è dato capire, quello è Dio.

Potresti anche vederlo tutte le notti sul comodino del tuo letto, assumere le sembianze di un diario o un bicchiere d’acqua. Sta solo a te capire come, quando e in che cosa poter credere.”

Colsi una sorta di rassegnazione nelle sue parole, ma anche un malcelato interesse per le mie risposte. Respirai profondamente per esorcizzare la paura, poi lasciai che l’immaginazione riprendesse a scorrere come un fiume in piena. Stanco di evitarlo, decisi di cambiare i toni. Divenni quasi aggressivo.

“Forse ti stai rivolgendo alla persona sbagliata. Vuoi sapere che cosa penso? Credo che questo universo, misterioso e insondabile, sia certamente l’opera di un qualche Dio, ma dubito del fatto che si tratti di un essere infinitamente buono. Se così fosse ai buoni andrebbe bene e ai cattivi male, come in quei divertenti film di Bud Spencer e Terence Hill che vedevo da bambino, mentre per ora non sembra affatto così. Tu vedi un Dio in tutto cio? Io vedo solo un grande buffet di perbenismo e inutili buone azioni falsamente appaganti, servite da un mendicante che ora gioca a darmi asilo tra queste quattro mura. 

Me ne sto qui a parlare con uno specchio e non ricordo quasi nulla del mio passato. Sai cosa ti dico? Sono stanco. Sono saturo di metafore e logorato dalle tue parole. Sono talmente preso da tutto questo niente intorno, da non accorgermi di non avere più memoria delle cose e delle persone che mi facevano stare bene e che mi rendevano felice. Se è davvero un Dio l’autore di questo castello di carte, non vorrei davvero mettermi nei panni di quell’essere così vuoto e profondamente disilluso dal nulla che lo circonda.”

La figura grigia mosse il capo e per un attimo sembrò quasi annuire. Sembrava sorpresa e affascinata dalle mie parole. Mi fissò con il suo sguardo ancora incrostato di curiosità e mi rispose con uno di quei sorrisi che non fanno rumore.

“Voi scrittori siete degli incoerenti idealisti. Passate la vita seduti a raccontarvi. In silenzio. Una sedia è tutto il vostro mondo. Una stanza all’interno della quale ogni volta vi lanciate come un dado, cadendo sempre sullo stesso lato. Il silenzio vi assedia e se vi parlate dentro nessuno vi ascolta, nemmeno Dio. Per voi la vita è sempre qualcosa di diverso e mai la stessa cosa. In fondo non vivete che di morte.”

Ora il suo volto mi appariva confuso nel riflesso sullo specchio. Aveva pronunciato la parola “morte” e i suoi occhi erano brillati di un rosso vivo, simile a quello del sangue caldo appena fuoriuscito da una ferita. Mentre parlava ebbi come il presentimento che volesse celare il suo profilo giocando con la propria identità, occultandosi dietro alla disarmante inquietudine provocata dal suo sguardo inumano. 

“Cosa pretendi che ti dica ancora riguardo a Dio? Lui è solo un guscio cosmico. Un contesto all’interno del quale evidentemente tu stai per perderti. Dentro questo guscio c’è un nulla che avanza come un insaziabile parassita. Un dubbio che si fa spazio lentamente nella polpa dell’universo, ma non riesce mai a divorarlo del tutto, così ottiene soltanto di farlo marcire e renderlo vano nella sua funzione. 

Chiediti cosa accadrebbe se questo universo entrasse in contatto con altri universi. Il marcio si estenderebbe, ma il parassita non cesserebbe mai di esistere, perché è nella natura stessa di un Dio creare per poi distruggere, per ricreare ancora. Camminagli davanti e potresti scoprire che non ti sta seguendo. Camminagli dietro e potresti non sapere mai dove ti condurrà. Abituati all’idea e… Soffia!”

Avrei voluto chiudere gli occhi per non guardarlo, ma quello che volevo accadesse, contava davvero poco. 

“Perché?” chiesi con l’espressione spaventatissima di un vecchio cartone animato. 

“Perché dovrei soffiare?”

Una scintilla di malizia infantile illuminò la sua espressione rendendola quasi umana e scoppiò in una fragorosa risata.

“Lo sai? Dovresti fare il clown, non lo scrittore. Non è da tutti farmi ridere.”

Non riuscivo a staccare i miei occhi dai suoi. Percepivo, quasi inebetito, quel sapore di vuoto che si ottiene masticando per troppo tempo una gomma americana senza inghiottire. 

Tranquillo. Implacabile. Ancora più scuro in volto. Mi chiedeva di soffiare e io ero pietrificato dalla paura. Paura di quella figura grigia che si confondeva con la materia intorno. Paura di quegli odori sconosciuti e di quei suoni che percepivo con un’intensità mai provata prima. Paura che fosse la paura stessa l’unica mia forma d’intelligenza. Una sensazione simile a quella che si prova premendo il piede con forza sul pedale del freno davanti a un ostacolo improvviso. Paura di andare troppo veloce e non poter essere più all’altezza dei miei sogni.

“Il terrore è solo la parte più estrema del tuo coraggio. Chiudi gli occhi, soffia e farai sparire tutte le paure. In fondo ogni vita è solo un istante di fronte all’eternità.”  

Ma è comunque un istante da vivere sempre, pensai.

Decisi di essere incosciente. Strinsi gli occhi senza respirare, senza gridare o piangere, sperando di risvegliarmi sudato nel mio letto, come nelle fiabe a lieto fine. 

Contagiato di speranza, accennai un smorfia che sembrava un sorriso. Il mio sguardo si concentrò di nuovo sullo specchio illuminato dal tenue bagliore di otto candele spezzate. Poi, come arrivate dal nulla, le parole gridate da un’altro uomo si materializzarono nelle mie orecchie, dispotiche, disperate, andando a occupare lo spazio lasciato libero dai pensieri.

“Avanti, svegliati!”

“Svegliati!”

“Perdio svegliati!”

Ma io ero sveglio, ero vivo e soddisfatto della mia vita, a volte bella, a tratti difficile, goffa o ridicola, eppure mai senza uno scopo. Ignoravo dove fosse Dio e non avevo idea di cosa fosse un guscio cosmico, ma sapevo riconoscere il nulla. Qualcosa che rimane quando non esisti più.

Svuotai i polmoni, deglutii prima saliva, poi minuscole indecisioni simili a pezzi mollicci di biscotto e alla fine chiusi gli occhi aspettando che il buio si trasformasse in luce, ma non soffiai.

“Uomini. Non siete nemmeno più capaci di morire” replicò la figura nello specchio, prima di scomparire del tutto dal riflesso.

Quell’essere indicibile mi aveva sussurrato la sua presenza e la parola “morte” sembrava scritta in calce in ogni suo respiro. Ma io conoscevo la ricchezza della parola “vivere” ed era qualcosa di molto diverso dal timore che tutti abbiamo di morire. 

La luce della luna si fece ancora largo nella penombra della stanza. Sentivo qualcosa gocciolare con regolarità, ma era un rumore dentro la mia testa.

Come un galeone affondato e riemerso dalle profondità del mare, mi ritrovai in un’oceano di solitudine, perso come la città di Atlantide.

Immediatamente, mi tornarono alla memoria i tratti somatici di una bambina di otto anni e il giorno del suo compleanno. Mi voltai a guardare istintivamente la torta, ma era sparita.

Quel mondo era tornato piatto come una fotografia. 

La realtà scivolava via come un taxi nel traffico caotico dei miei ricordi, ma non rimaneva più spazio nemmeno sui sedili posteriori.  

Nessuno potrebbe spiegare ciò che non esiste, ma di qualcosa ero certo. 

Il mio nome. Luca Tagliaferri. 

La mia data di nascita, 7 febbraio del 1970. 

Della mia vita ricordavo di essere uno scrittore, ma avevo immagini confuse del mio passato. Una famiglia, una storia, forse una tragedia, un libro da terminare, un regalo e mia figlia. La sua dolcezza, tutti i suoi sorrisi e la devastante allegria che aveva portato nel mio cuore, dal primo giorno in cui era venuta al mondo.

Da La Prigione dei Ricordi

  

Questione di cuore

10 maggio 2016

Esistono persone speciali che non riesco a vedere con la frequenza che vorrei. Amici per i quali la parola stessa sembra appartenere a un’etimologia riduttiva rispetto al valore che rappresentano.

Con Fabrizio per esempio non è mai una semplice cena. Non è mai una chiacchierata. Ma un’esperienza. Si inizia sempre col parlare del colore di una tovaglia e alla fine si finisce con il raccontarci storie. La sua. La mia. O centinaia di altre ancora.

“Come stai Fabri?”

“Come sempre, mi adatto! E tu?”

“Io? Mi dai un paio d’ore per rispondere? Lasciami bere prima qualcosa. Del resto sai già che tra me e la cosa giusta da dire è sempre stato un amore impossibile!”

Esistono diversi tipi di amore impossibile. C’è quello non ricambiato. Spietato e ossessivo. Quello che si esaurisce. Malinconico e provante. Quello mai dichiarato. Codardo o fantasioso. E poi ne esiste un altro. Quello impossibile verso se stessi. 

Stasera il vino scorre copioso. Devo a Fabrizio una quantità infinita di esperienze enologiche. Vini senza un’etichetta che non mi sarei mai sognato di ordinare. E che invece nascondono allettanti sorprese e alcoliche delizie. Degustazioni sublimi che mediano la fisica dei sapori con la filosofia degli odori. Il tempo con la storia. E consegnano ogni bicchiere all’arte del buon vivere. 
Raccontarlo è veramente qualcosa.

Si ride. Si scherza. Ci si prende un po’ in giro.

“Ricordi quante volte mi hai tolto dagli impicci? E quella famosa incursione nel bar del campeggio di Terracina? Quando abbiamo rischiato il linciaggio? O quella volta che a mani nude hai sfilato di mano il coltello a quel tipo e lo hai preso a ceffoni? O quando Sergio è entrato con la testa nella portiera della Fiat Uno di mio cugino?”

Fabrizio sorride. 

“Eravamo ragazzi. Eravamo incoscienti. Oggi non mi passerebbe nemmeno per l’anticamera del cervello. Siamo cambiati. Il mondo è cambiato.”

“Tu ci sei sempre stato però. Permettimi di dirtelo. Grazie!”

“Permetti allora a me di ripeterti la domanda. Come stai Gianlù? E papà?”

Non posso glissare. Non sarebbe giusto perdere tanta fortuna. Quella di un amico vero che sa anche ascoltare. Disegno un sorriso. Mi accarezzo il mento. Sospiro. Poi mi prodigo in un tentativo di risposta degno di chiamarsi tale.

A volte è difficile scoperchiare il legame sotterraneo che esiste tra i pensieri, le parole e le conseguenze che queste comportano una volta pronunciate. Tra tutte quelle immagini che viviamo e ciò che decidiamo di farne una volta che il tempo le trasforma in ricordi.  

Ieri e oggi sono piani diversi che troppo spesso facciamo coincidere. E a volte si parla troppo senza dire mai davvero qualcosa di noi. Come se la superficie delle cose fosse tutto. Come se quello che abbiamo dentro non si potesse nemmeno intravedere da fuori. E invece a qualcuno basta solo uno sguardo per capire.

C’è un punto di fragilità nel profondo di ogni persona. È il suo senso di colpa. Un vuoto a cui si vuole riparare risolvendo i problemi del mondo intorno. Qualificarsi. Come un’etichetta di un vino su cui c’è scritto che lui è buono. 

“Sai Fabri. Avrei solo voglia di separare la parte giusta della mia vita da quella sbagliata. Se fossi un cazzo di computer risolverei con un software adatto. Ma in un essere umano queste cose non sono separabili. Quello che fai ti trasforma in ciò che sei. Vorrei trovare una figura retorica che spieghi tutto. Ma sono più bravo a scrivere che a parlare. L’unica metafora che trovo sta nell’imprevedibile casualità delle persone che ci capita di incontrare. Papà comunque sta meglio. Sembra reagire bene.”

Fabrizio mi osserva. Mi guarda come se conoscesse da sempre le parole e i concetti che ancora devo esprimere.

“Bene. Mi fa piacere che tuo padre stia meglio. So che persona è. Invece dimmi, tu sei così convinto che il bene e il male siano così differenti e riconoscibili? E soprattutto sapresti dire cosa è bene e cosa non lo è, solo guardandoti intorno? Se abbiamo fatto degli errori è la vita che poi ce lo svela. Ma spesso il buono e il cattivo sono facce della stessa coscienza che ci orbita dentro. 

Caro Gianluca, bisogna soltanto berci su. Sei un essere umano. Ti conosco da 30 anni. Sai riconoscere gli errori. E soprattutto sai accettarne le conseguenze. Per questo mi fiderò sempre di te. E in questo non c’entrano nulla le scelte giuste, o quelle sbagliate. È solo una questione di cuore .” 

  

Enologia

9 maggio 2016

L’enologia è una scienza esatta. Almeno fino al terzo bicchiere.

  

Caldo nel cuore

7 maggio 2016

Ho sognato. Una testa calante. Un posto lontano. Una voce sussurrare parole al cuore. Poi la nebbia. La notte. Il sonno incombente. Un parcheggio illuminato. Gli occhi prima serrati e poi spalancati all’improvviso sulla superficie del mondo. 

Stanotte non c’era sabbia. Stanotte non esisteva alcuna luna. E forse non c’ero più nemmeno io. Ma tu eri ancora lì, nel mio sogno. Con la tua testa poggiata sulle mie spalle. L’ho accarezzata e per un attimo mi sono sentito un martire di me stesso. Delle mie scelte sbagliate. Del mio modo di essere. Della mia vita. Una vita che in fondo mi separa da tutto, mentre mi mostra la strada per raggiungere tutto. 

Stanotte il passato è un riflesso di luna sul mare increspato. E i ricordi si muovono come veli sottili mossi dal vento. Si perdono persone. Se ne incontrano di nuove. Ma alcune ti mettono le radici dentro. E tu non sai come e perché sia potuto accadere.

Che cosa? Tutto.

Fuori intanto il sole si ribella all’aristocrazia del buio. I primi raggi di luce si decapitano e raggiungono democraticamente terra. È un dipinto silenzioso, come l’incontro tra pericolo e follia. Tra amore e rabbia. Tra terra e fuoco.

Ogni tanto mi chiedo come mai io sia così affascinato dalle cose difficili da raggiungere. Sarebbe molto più semplice mollare. Raccogliere armi e bagagli. Nessuno ricorda mai le cose facili. Mentre le battaglie lunghe e provanti. Le frustrazioni. Le ferite. Le angoscie e la fatica per arrivare in cima. Beh! Quelle si che rimangono scolpite nel cuore. Ed è così che nascono le storie importanti da scrivere.

La mia vita è questa qui.

La puoi guardare, osservare, valutare. La puoi  anche criticare. Oppure chiudere gli occhi e decidere di passarci attraverso. 

Ora ho caldo nel cuore. Freddo sulla pelle. E oggi non esistono altre storie che vorrei davvero scrivere o raccontare. Niente che non somigli nemmeno lontanamente a te.

  

Identità romana

6 maggio 2016

Qualche anno fa era un altro giorno di maggio. Un tempo diverso. Forse non mi rendevo nemmeno conto di quanto tutto funzionasse in modo differente. Un dettaglio fuori posto lasciava disinnescare i ricordi. Una fotografia accendere i pensieri. E la notte potevo percorrere strade a ritroso. Anche quelle mai calpestate. Quelle che non ci ero passato neanche una volta. 

Oggi invece non esiste un vicolo che non conosca. E ci vedo una poesia diversa nei paesaggi notturni. Nelle ombre degli sconosciuti fermi ad ammirare una fontana, o un monumento. E in quelli immobili ad aspettare un autobus elettrico anche a notte fonda per le stradine di Trastevere. 

C’e tanta poesia nei riflessi di luce gialla che attraversano i vicoli di questa antica città. Nel disallineamento gentile dei sanpietrini. Nel garrito dei gabbiani. Un verso simile a quello delle rondini, ma più cupo e stridulo. 

Quello che fa la differenza tra ieri e oggi sono le parole che uso per descrivere tutto. Alcune somigliano a quei venti centimetri di acqua sufficienti a farti annegare. Altre invece sono più simili a un porto sicuro.

Stamattina io sono il sorpasso azzardato nell’altra corsia e la realtà è il vigile attento che mi sanziona da lontano. Ci separano centinaia di chilometri di cielo, fiumi di ricordi e i led ben visibili di un semaforo rosso.

Respiro profondamente. Minaccia pioggia eppure non soffia un alito di vento. È un piacere passeggiare.

Attraverso Piazza Margana. Mi fermo davanti a palazzo Velli Cardelli. La casa del “Pomata” in “Febbre da cavallo”. Una pellicola da sballo. Piazza dell’Aracoeli è dietro l’angolo. Al centro c’è una fontana asciutta da anni. Di fronte il gran caffè Roma. Quello con la tabaccheria aperta tutta la notte. 

Mi lascio alle spalle i vicoli ed entro per un espresso corto e un bacio perugina. Poi rimango a leggere il messaggio con l’espressione tipica di un cretino. Mi fa ancora male la schiena. Camminare non mi ha mai messo paura a meno che trovassi mio padre ad aspettarmi sulla porta. Quando rientravo troppo tardi erano sempre problemi. 

I poster degli aspiranti sindaco sono attaccati con la colla, ma fanno le orecchie. Ho voglia di tirarle. Ho voglia di strapparli tutti. Chiamiamola manutenzione urbana.Vi sfido a parlare di Roma politica e non tirare fuori nemmeno un motivo per essere incazzati. 

Quante ne hai sopportate Roma mia. Quante battaglie combattute e poi dimenticate. Quante storie antiche che ora non sono nient’altro che favole da raccontare. Dalle invasioni barbariche. Alle persecuzioni. Ai cannoni del Gianicolo. Ai bombardanenti a San Lorenzo. Fino alla politica dei giorni nostri. 

Non c’è desiderio di nobiltà in tutto questo, ma voglia di un vessillo da mostrare, piuttosto che da seguire.  

L’identità romana non è meno fragile, meno potente e meno arbitraria di un simbolo. 

Di fronte al bar c’è un taxi parcheggiato. Vedo riflessa una parte del mio volto sul finestrino posteriore. Nessuna espressione da ricordare. Ma se gioco con la fantasia diventa uno stemma araldico. Mancano solo due spade incrociate. 

Sorrido. 

Alzo gli occhi al Campidoglio. Nel punto più alto sventola ancora la nostra bandiera. 

Esistono sempre un punto di fuga e delle linee di prospettiva. Anche quando non le vedi sono lì proprio davanti al tuo naso. Irradiano la realtà. Se provo a spostarmi di qualche centimetro sicuramente cambiano. Ma se invece rimango fermo. Se lascio che a muoversi siano solo i giorni, i mesi, o gli anni. Tutto rimane esattamente come prima. Però questo non te lo dirà mai nessuno.

  

Lei crede in Dio?

4 maggio 2016

Improvvisamente sentì dentro di sé il peso di un’enorme responsabilità, come se il destino di suo padre dipendesse all’improvviso unicamente da lei.

Goffredo le rivolse una domanda, forse la più difficile. “Nicoletta, adesso credi in Dio?” “Credere?” rispose lei, socchiudendo le palpebre.

“Si, ecco, non so. Nessuna scoperta della scienza ne ha mai messo in discussione l’esistenza, giusto? E, visto che è stato lei a citarlo per primo, mi sembra che lo abbia scritto anche Albert Einstein.

Alle volte penso a Dio e divento teorica, massimalista, altre volte fatalmente astratta. Vorrei tanto che fosse tangibile, come il calore di quella stufa quando è accesa, come il sudore dopo una corsa affannata, un abbraccio. Oppure un sasso. Insomma, qualcosa di vero da poter immaginare. Slegato dai simboli, dall’essere o meno cristiano, buddista, musulmano, praticante o quant’altro.

La verità è che dal giorno dell’incidente non mi sono più interessata al miracolo di Dio. Ho provato ad andare in chiesa, ma poi, credere non è stato più così rilevante nella mia vita. Eppure, tutte le volte che ho avuto la possibilità di fare del bene, l’ho fatto, senza pensarci un attimo. Questo non basta a garantirmi il paradiso? E’ per forza necessario che io mi faccia un’opinione su Dio?

Quando penso ai miei genitori, mi sento come la figlia orfana di un disgraziato Lazzaro, dimenticato da quello stesso Dio.” 

Nicoletta indicò a Goffredo la bibbia sopra la scrivania.

“Lei conosce la storia immagino!”

Per niente turbato, il professore allungò un braccio per prendere il libro, lo girò e rigirò tra le mani adagiandolo sulle ginocchia, poi rispose.

“Giovanni, versetto 11. La parabola di Lazzaro di Betània.”

“Ebbene, a mio avviso, quella è solo la storia di un povero disgraziato, condannato a rivivere quando credeva che i suoi problemi fossero stati risolti per sempre. La leggenda narra che sia risorto, ma per morire come e quanti anni dopo, questo nessuno lo dice.”

Nicoletta sorrise sbattendo velocemente le palpebre. “E lei professore, crede in Dio?” 

A Goffredo s’illuminò il volto.

“Anche se non credessi, non potrei sostenere la mia convinzione con una spiegazione più credibile rispetto a quella di chi crede. Non esiste un modo per dimostrare l’esistenza di Dio e se qualcuno lo trovasse, sarebbe sicuramente la scoperta più straordinaria di ogni tempo.

Immagina una formica, chiusa all’interno di una vecchia automobile. Poi pensa all’automobile, parcheggiata all’interno di una sala immensa, persa dentro il più grande castello che tu possa immaginare.

Ora guarda quel castello. Sorge al centro di un’isola e intorno c’è solo uno sconfinato oceano che la separa dal resto della terra. Immaginala adesso fluttuare all’interno di un grande universo. Ecco. Sei in grado di ipotizzare qualcosa di più grande che racchiuda tutto questo? Perché quello potrebbe essere Dio.

I limiti dell’universo in cui viviamo appaiono sconfinati. Solo la fede e la ragione mi permettono di pensare che non siano comunque finiti e rappresentano le uniche vie di accesso a tutti gli altri universi possibili.

Ecco perché, credere, diventa di fondamentale importanza in ogni mia esperienza. Direi che se non fossi fermamente convinto dell’esistenza di Dio, potrei partire, ma non sarei mai certo di fare ritorno. Non c’è molto altro da dire riguardo alla mia concezione di Dio, se non che ritengo abbia dato a ognuno dei compiti da svolgere. Il mio compito è sicuramente questo.”

“E il mio?” chiese all’istante Nicoletta. Goffredo rispose serafico. 

“Il tuo è quello di stare accanto a tuo padre nel momento esatto in cui tornerà ad aprire gli occhi.”

Tratto da La prigione dei ricordi

  

Alla fine di ogni notte

1 maggio 2016

Qualche volta ho pensato se sono davvero in grado di descrivere due corpi che fanno l’amore. Lembi di pelle che si sfiorano con delicatezza e cura meticolosi. Gesti quasi involontari che non anestetizzano le voglie. Attenzioni spasmodiche. Quel piacere del pensiero di un contatto, prima ancora che esista un contatto. 

E poi il sussultare leggero di corpi. La descrizione attenta di progressive incurvature dell’arco dorsale. Mani indocili che risalgono i pendii delle zone più intime. Mentre occhi socchiusi governano quella dolce disperazione tipica delle “ultime notti al mondo”.

Non è facile riempire ogni istante di significati. Con uno sguardo. Con una carezza. Con un bacio e ogni spinta possibile. Nel momento in cui lo scrivo sento distintamente una contrazione nervosa nel petto. Riconosco uno sradicamento del tutto cardiaco del desiderio. 

Ho considerato il momento presente. La praticità del secondo che sto vivendo. Una ricerca della concretezza. Il necessario ritorno alle geometrie di un meraviglioso corpo di donna. Una solitudine volontaria intrisa di senso, di posizionamento geografico, di conoscenza delle distanze. Ma non basta una semplice consapevolezza a fermarmi.

Scrivo.

Certe parole da sole non si rendono nemmeno conto di quello che dicono. Ci vuole un cuore e una rosa per riempirle di significato.

Le rose sono fiori meravigliosi, ma le spine nascondono sempre qualcosa di ingiusto e terribile. Una speranza discreta. Una storia maleducata. Una malinconia accennata. Una realtà spiacevole. 

Stanotte guardo un universo lontano attraverso le pagine di un libro che non riesco a terminare. Pagine ricche di possibilità. Piani folli e patetiche strategie di sopravvivenza. Inevitabili conflitti. Appaganti vittorie e sconfitte necessarie. Credo che la tranquillità non sia altro che una particolare variante del caos. Quella che tutti chiamano serenità. 

Una sensazione di crescente completezza. Una zona trasparente e porosa da cui filtrano clandestinamente tutti gli aggettivi che un uomo può immaginare di una donna.

Ammirabile, stupenda, incantevole, sbalorditiva, prestigiosa, calda, affascinante, stupefacente, intrigante, misteriosa, strabiliante, intelligente, splendida, ironica, affidabile, carnale, seducente, ambiziosa, creativa, protettiva, opportuna, profumata, elegante, affettuosa, fantastica, dolce, piacevole, adorabile, attraente, simpatica, deliziosa, squisita, divertente, capace, coraggiosa, innamorata, bella e maledetta.

Certe sere mi lascio sedurre dalle cose che scrivo. Gambe incrociate. Spalle appoggiate allo schienale del letto. E tra le mani lo schermo illuminato di un cellulare che si trasforma in quel punto geografico dell’universo in cui posso spedire una parola. Una riga precisa. Un pensiero. Un avverbio barocco quasi dimenticato

Avrei avuto bisogno di fare due passi, ma sta piovendo forte. Così inciampo in due pellicole di Tony Servillo. Ascolto prima Pavane Op.50, la colonna sonora de “Il Divo”. A seguire le musiche di Pasquale Catalano che accompagnano gli incantevoli film di Paolo Sorrentino. Poi riempio il bicchiere con del succo di melograno e mi preparo a raggiungere pagina 155 del mio nuovo libro. Manco fosse Itaca.

Proprio lì. Un po’ sulla destra. Tra un punto a capo e una virgola. Nascosta in mezzo a decine di figure retoriche, ossimori e avverbi azzardati. Forse si nasconde ancora la mia voglia di scrivere.

È quasi l’alba.

Dovrei riposare quanto basta. Dovrei lasciarmi da qualche parte e dimenticarmi un po’ di me, ma non posso. Dagli scuri filtra già una pallida luce.

Però è davvero geniale questa cosa che alla fine di ogni notte, come ogni notte, i giorni comunque ricominciano. 

  


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