Lei crede in Dio?

Improvvisamente sentì dentro di sé il peso di un’enorme responsabilità, come se il destino di suo padre dipendesse all’improvviso unicamente da lei.

Goffredo le rivolse una domanda, forse la più difficile. “Nicoletta, adesso credi in Dio?” “Credere?” rispose lei, socchiudendo le palpebre.

“Si, ecco, non so. Nessuna scoperta della scienza ne ha mai messo in discussione l’esistenza, giusto? E, visto che è stato lei a citarlo per primo, mi sembra che lo abbia scritto anche Albert Einstein.

Alle volte penso a Dio e divento teorica, massimalista, altre volte fatalmente astratta. Vorrei tanto che fosse tangibile, come il calore di quella stufa quando è accesa, come il sudore dopo una corsa affannata, un abbraccio. Oppure un sasso. Insomma, qualcosa di vero da poter immaginare. Slegato dai simboli, dall’essere o meno cristiano, buddista, musulmano, praticante o quant’altro.

La verità è che dal giorno dell’incidente non mi sono più interessata al miracolo di Dio. Ho provato ad andare in chiesa, ma poi, credere non è stato più così rilevante nella mia vita. Eppure, tutte le volte che ho avuto la possibilità di fare del bene, l’ho fatto, senza pensarci un attimo. Questo non basta a garantirmi il paradiso? E’ per forza necessario che io mi faccia un’opinione su Dio?

Quando penso ai miei genitori, mi sento come la figlia orfana di un disgraziato Lazzaro, dimenticato da quello stesso Dio.” 

Nicoletta indicò a Goffredo la bibbia sopra la scrivania.

“Lei conosce la storia immagino!”

Per niente turbato, il professore allungò un braccio per prendere il libro, lo girò e rigirò tra le mani adagiandolo sulle ginocchia, poi rispose.

“Giovanni, versetto 11. La parabola di Lazzaro di Betània.”

“Ebbene, a mio avviso, quella è solo la storia di un povero disgraziato, condannato a rivivere quando credeva che i suoi problemi fossero stati risolti per sempre. La leggenda narra che sia risorto, ma per morire come e quanti anni dopo, questo nessuno lo dice.”

Nicoletta sorrise sbattendo velocemente le palpebre. “E lei professore, crede in Dio?” 

A Goffredo s’illuminò il volto.

“Anche se non credessi, non potrei sostenere la mia convinzione con una spiegazione più credibile rispetto a quella di chi crede. Non esiste un modo per dimostrare l’esistenza di Dio e se qualcuno lo trovasse, sarebbe sicuramente la scoperta più straordinaria di ogni tempo.

Immagina una formica, chiusa all’interno di una vecchia automobile. Poi pensa all’automobile, parcheggiata all’interno di una sala immensa, persa dentro il più grande castello che tu possa immaginare.

Ora guarda quel castello. Sorge al centro di un’isola e intorno c’è solo uno sconfinato oceano che la separa dal resto della terra. Immaginala adesso fluttuare all’interno di un grande universo. Ecco. Sei in grado di ipotizzare qualcosa di più grande che racchiuda tutto questo? Perché quello potrebbe essere Dio.

I limiti dell’universo in cui viviamo appaiono sconfinati. Solo la fede e la ragione mi permettono di pensare che non siano comunque finiti e rappresentano le uniche vie di accesso a tutti gli altri universi possibili.

Ecco perché, credere, diventa di fondamentale importanza in ogni mia esperienza. Direi che se non fossi fermamente convinto dell’esistenza di Dio, potrei partire, ma non sarei mai certo di fare ritorno. Non c’è molto altro da dire riguardo alla mia concezione di Dio, se non che ritengo abbia dato a ognuno dei compiti da svolgere. Il mio compito è sicuramente questo.”

“E il mio?” chiese all’istante Nicoletta. Goffredo rispose serafico. 

“Il tuo è quello di stare accanto a tuo padre nel momento esatto in cui tornerà ad aprire gli occhi.”

Tratto da La prigione dei ricordi

  

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