Identità romana

Qualche anno fa era un altro giorno di maggio. Un tempo diverso. Forse non mi rendevo nemmeno conto di quanto tutto funzionasse in modo differente. Un dettaglio fuori posto lasciava disinnescare i ricordi. Una fotografia accendere i pensieri. E la notte potevo percorrere strade a ritroso. Anche quelle mai calpestate. Quelle che non ci ero passato neanche una volta. 

Oggi invece non esiste un vicolo che non conosca. E ci vedo una poesia diversa nei paesaggi notturni. Nelle ombre degli sconosciuti fermi ad ammirare una fontana, o un monumento. E in quelli immobili ad aspettare un autobus elettrico anche a notte fonda per le stradine di Trastevere. 

C’e tanta poesia nei riflessi di luce gialla che attraversano i vicoli di questa antica città. Nel disallineamento gentile dei sanpietrini. Nel garrito dei gabbiani. Un verso simile a quello delle rondini, ma più cupo e stridulo. 

Quello che fa la differenza tra ieri e oggi sono le parole che uso per descrivere tutto. Alcune somigliano a quei venti centimetri di acqua sufficienti a farti annegare. Altre invece sono più simili a un porto sicuro.

Stamattina io sono il sorpasso azzardato nell’altra corsia e la realtà è il vigile attento che mi sanziona da lontano. Ci separano centinaia di chilometri di cielo, fiumi di ricordi e i led ben visibili di un semaforo rosso.

Respiro profondamente. Minaccia pioggia eppure non soffia un alito di vento. È un piacere passeggiare.

Attraverso Piazza Margana. Mi fermo davanti a palazzo Velli Cardelli. La casa del “Pomata” in “Febbre da cavallo”. Una pellicola da sballo. Piazza dell’Aracoeli è dietro l’angolo. Al centro c’è una fontana asciutta da anni. Di fronte il gran caffè Roma. Quello con la tabaccheria aperta tutta la notte. 

Mi lascio alle spalle i vicoli ed entro per un espresso corto e un bacio perugina. Poi rimango a leggere il messaggio con l’espressione tipica di un cretino. Mi fa ancora male la schiena. Camminare non mi ha mai messo paura a meno che trovassi mio padre ad aspettarmi sulla porta. Quando rientravo troppo tardi erano sempre problemi. 

I poster degli aspiranti sindaco sono attaccati con la colla, ma fanno le orecchie. Ho voglia di tirarle. Ho voglia di strapparli tutti. Chiamiamola manutenzione urbana.Vi sfido a parlare di Roma politica e non tirare fuori nemmeno un motivo per essere incazzati. 

Quante ne hai sopportate Roma mia. Quante battaglie combattute e poi dimenticate. Quante storie antiche che ora non sono nient’altro che favole da raccontare. Dalle invasioni barbariche. Alle persecuzioni. Ai cannoni del Gianicolo. Ai bombardanenti a San Lorenzo. Fino alla politica dei giorni nostri. 

Non c’è desiderio di nobiltà in tutto questo, ma voglia di un vessillo da mostrare, piuttosto che da seguire.  

L’identità romana non è meno fragile, meno potente e meno arbitraria di un simbolo. 

Di fronte al bar c’è un taxi parcheggiato. Vedo riflessa una parte del mio volto sul finestrino posteriore. Nessuna espressione da ricordare. Ma se gioco con la fantasia diventa uno stemma araldico. Mancano solo due spade incrociate. 

Sorrido. 

Alzo gli occhi al Campidoglio. Nel punto più alto sventola ancora la nostra bandiera. 

Esistono sempre un punto di fuga e delle linee di prospettiva. Anche quando non le vedi sono lì proprio davanti al tuo naso. Irradiano la realtà. Se provo a spostarmi di qualche centimetro sicuramente cambiano. Ma se invece rimango fermo. Se lascio che a muoversi siano solo i giorni, i mesi, o gli anni. Tutto rimane esattamente come prima. Però questo non te lo dirà mai nessuno.

  

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