Archive for the ‘Racconti brevi’ Category

Il fruscio di sottofondo

12 dicembre 2017

Conosco quello che hai intenzione di dirmi. Lo capisco dalle espressioni che fai e dal sopracciglio alzato.

“Hai smesso di andare per musei? E le mostre? A Roma ci sono Monet e Picasso! Che aspetti? Vai da solo?”

Andare per musei. Detto in questa maniera somiglia quasi all’andare per mercatini di Natale.

Invece il museo rappresenta un fatto del tutto particolare. Esistono il modo, il momento e la persona giusta con cui andare.

Come diceva Emile Durkheim, tutto dipende dal modo di pensare, di fare e di agire di un individuo rispetto a quello che ha intorno.

Così anche la mia voglia di andare è soggetta a una specie di ritualità di pensieri.

Ogni possibilità viene soppesata. Ogni opzione viene setacciata. Ogni azione giudicata. E a volte questo processo può durare giorni nella mia testa.

È ridicolo, lo so. Non giudicare sarebbe davvero un’ottima cosa nella vita. Ma se non lo faccio vado contro il bambino che è in me.

Contro quella sensazione di naturalezza che mi porto dentro dall’adolescenza. E tutto ciò che viene da dentro va sempre rispettato.

E per rispettare bisogna ascoltare. Osservare dove tutto questo può condurre. Alla fine basta essere in buona fede.

Tutto questo noioso preambolo non può che portare a una serie di conclusioni. Bisogna imparare a capire chi è meglio frequentare e chi no. A prescindere dalla qualità del tempo che si intende trascorrerci insieme. Che si tratti di una cena. Un museo. Un viaggio. O semplicemente un caffè.

Che poi, a ogni mio giudizio segue sempre un “perché molte delle cose antipatiche che mi accadono dipendono dalla malafede delle persone?”

E a questa domanda do sempre una risposta. Così finisco col trascorrere il mio tempo da solo. La solitudine, quando è scelta, è comunque qualcosa di buono e da non sottovalutare.

Questa è una regola la cui applicazione benedettina spesso mi mette nella stato di dover rinunciare ad alcune possibilità e a dimenticarmi di altre.

Quindi, va da sé che se si tratta di regola, deve esistere anche una qualche eccezione che la conferma e la consolida.

Qualche giorno fa sono andato da un’amica a vedere “Barfly”, una pellicola del 1987. Se stai per dire che è il film su Charles Bukowski, hai quasi centrato il concetto.

E dico “quasi” perché quella preposizione “su”, non è esattamente la parola più adeguata.

Io direi, ma sentiti nel tuo completo diritto di darmi dell’idiota, che è “realmente incentrato sulla figura maledetta di Charles Bukowski”.

Un film profondamente sbagliato per una ragione. Lo ha scritto proprio Bukowski. E Charles era chiaramente incapace di scrivere una sceneggiatura.

Però a me il film è piaciuto. Sia chiaro, non faccio parte di una chiesa avventista che venera Bukowski a prescindere. Non parlo con secondi fini alquanto difficili da individuare.

Ho soltanto immaginato che Barfly fosse la finale contraddizione di un uomo che adorava Mozart, amava Schopenhauer, odiava ballare e soprattutto detestava il cinema.

Insomma, più che dei musei e del mio rapporto difficile con le persone, oggi ti sto parlando del mio rapporto con i libri di Bukowski.

Forse ho solo voglia di annoiare e annoiarti quel tanto che basta da farti desiderare spietatamente il prossimo “punto a capo”. Magari seguito dalle parole “ciao e a presto!”

Perché in fondo mi trovo meglio con le persone che non conosco? Perché mi fanno le domande giuste. Qualcosa di simile a quel rapporto che si crea tra autore e lettore. Quello limitato all’intimità di un paio di centinaia di pagine.

Un microcosmo privato simile a un bar, nel quale io entro senza sapere nulla di lui e rimango cosciente che anche lui non sa assolutamente niente di me. Però si beve insieme.

Ci si trova a metà strada. Si parla delle nostre cose. E si va via un po’ più arricchiti e parzialmente storditi dal whisky.

L’idea di conoscere uno scrittore attraverso le cose che scrive è ridicola esattamente come quella di poter considerare Sting un tuo compagno del calcetto, o Vasco Rossi il tuo vicino di casa.

Il punto è che esistono domande che mi accompagnano e che, quando smettono di chiedere, mi mancano. Ed è una tipologia di mancanza tutta particolare la mia.

Un po’ come quando da piccolo finiva il nastro nel mangiacassette e sentivo ancora un po’ di quel fruscio, prima dell’autostop.

Un rumore che non era più sottofondo, ma solo l’anticamera di quello che era stato e non poteva più continuare a essere.

E comunque ok. Oggi andrò a vedere le opere di Claude Monet al Vittoriano. Magari ci si vede davanti alle Ninfee. O forse no.

Uno alla volta

19 agosto 2017

Tentare di raccontare un fatto accaduto a trecento metri da noi, soltanto due giorni fa. Provare a descrivere prima la sorpresa. Poi la paura e il devastante senso di inadeguatezza nostro e delle persone intorno.

Forse niente di più difficile. Niente di più inutile. Se non ci sei dentro le parole non lo trasmetteranno mai. Se non l’hai vissuto la retorica non aiuterà qualcuno a capire.

Il terrorismo rimane un fatto universalmente noto e di portata drammaticamente storica. Ma cosa “cazzo” vuol dire terrorismo. Che ne sa un ragazzo di 22 anni del terrorismo. Della tolleranza. Uno che crede alle favole di una vita migliore dopo una morte infame. La vita è questa e non ce ne saranno altre per nessuno. 

Per questo mi trovo fortemente inadeguato a trasformare un dramma in un racconto, magari con personaggi da romanzo. Potrei comunque farlo. Ne sarei anche capace. Ma sarebbe la mia interpretazione personale e difettata. 

Oggettivamente si è trattato di un furgone lanciato su una folla. Come altri prima di allora. E altri che ne verranno ancora. Soggettivamente invece, per le persone rimaste coinvolte e per i terroristi assassini, si trattava di “uno alla volta”. 

Abbattere un vecchio. Un ragazzo. Una donna. Senza ordine. Con caotica casualità. Non sono certo stati lì a controllare l’etichetta. Giovani. Anziani. Cristiani. E magari anche musulmani, perché alla fine importa davvero? Per nessuno di loro c’erano persone uguali a loro. E in un certo senso è proprio così.

Ho provato a immaginare i protagonisti prima, durante e dopo l’attentato alla Rambla. In casa, al bar, nel furgone, in strada, in fuga. Quello che poteva andare storto e che invece purtroppo non è accaduto. 

L’irrisolvibilità del destino. La sopravvivenza di persone segnata da innumerevoli piccole coincidenze. La bimba che vuole tornare in hotel. La sterzata del van all’ultimo momento. La nostra storia che è sempre la somma delle conseguenze di tantissime altre storie. 

Esistono solchi profondi tra le persone, che nemmeno le più tenaci volontà sarebbero in grado di ricucire con la tolleranza. E questi baratri non sono generati da un conflitto, ma dalla pura e semplice differenza di pensiero.

Anche dentro di noi ci sono linee e soglie di non ritorno che continuamente varchiamo. Identità che quotidianamente muoiono e nascono. Tutto questo può apparire deprimente, dispersivo, frustrante. 

Immagino il furgone che corre. Le persone che cadono e muoiono. Alcune senza avere la benché minima consapevolezza, o reazione al fatto. Nessuna strategia difensiva opponibile. Soltanto il dolore. 

Le grida incomprensibili in lingue diverse. Ma tutte con la stessa intensità. Poi un’altra improvvisa accelerazione arriva e consuma ogni giustificazione morale. Le ruote sgommano in una serie di sterzate casuali sull’asfalto. Ogni schema logico salta. Il buonsenso viene fatto deflagrare in un tempo troppo piccolo per reagire. 

Così a un tratto è ancora il destino a lasciare poco spazio al bisogno di sopravvivenza di tutti. Dei terroristi. Delle coppie a passeggio. Dei turisti. Delle mogli, dei mariti e dei figli.

Al volgere dell’ultima sterzata un uomo viene soltanto sfiorato, mentre un’anziana signora italiana viene colpita dal paraurti e vola a oltre 20 metri. È il suo ultimo respiro e si esaurisce al suolo. 

È l’immagine più drammatica della nostra impotenza. E non mi viene altro da scrivere ora che non sia, maledetti.

Staccarsi con dolcezza 

25 aprile 2017

Le parole si leggono. Si ascoltano. Oppure si pensano e si pronunciano. O meglio ancora, si scrivono. Si cantano. E sono quelle le più difficili. Quelle che creano il mondo all’interno del quale un pensiero potrà essere condiviso da tutti nel tempo. 

Mario Biondi saluta il pubblico. Gli applausi non lo toccano. È lì con il microfono in mano. La musica da il tempo e lui la prende reagendo con tre impulsi che partono dai piedi e gli attraversano tutto il corpo. 

Al terzo impulso i suoi movimenti diventano canzoni e musica.

Mario Biondi, nome d’arte di Mario Ranno, è un cantante, un compositore e arrangiatore italiano. I suoi genitori si chiamano Concetta Porto e Giuseppe Ranno. Ma questo non interessa davvero a nessuno.

Quando la luce stacca sul suo primo piano riesco osservare da vicino l’espressione del volto. 

“Love is a temple”.
“L’amore è un tempio, Non darlo per scontato, e quando succede, è il momento di scrivere la tua storia.”

Gli occhi si aprono un varco tra le note. I pensieri prendono vita. Seguono la strada indicata. Il corpo comincia a vivere, a farsi abitare dalla musica e questo è un passaggio straordinario. 
È il miracolo che l’uomo può arrivare a compiere. 

Mario si lascia passare la musica nelle spalle, che prendono a seguirne il movimento. Non sono movimenti che fa. Sembrano piuttosto movimenti che gli sfuggono via. Ha un perno fisico, una focalizzazione che tiene con una disciplina da militare. Non stacca gli occhi da un punto indefinito della platea. Forse cerca qualcuno. Oppure segue soltanto il flusso delle parole. 

C’è un rigore assoluto nella semplicità e nella verità dell’azione che sta compiendo. E la disciplina fa sì che la vita possa scorrere e fluire. Il suo corpo è musica e il suo sguardo tiene l’azione di profondità. Il perno che solleva il mondo. Il baricentro.
E il suo fisico è quasi contratto. Muove il braccio destro e il movimento lo aiuta nell’esecuzione. 

“Take me up and let me down, Hold me when I’m sad, Take my eyes to look around, Take my ears to listen to the stars, This is what u are, Knock me down knock me out, Make me feel shy,But when you hold me in your arms, I can just forget the tears I’ve cried, This is what u are”

Questo è quello che sei? Davvero?
Un uomo diverso, non come noi. Il suo baricentro è l’esecuzione. È la musica. Il suo punto di focalizzazione nasce lì. Ed è un triangolo meraviglioso. Lui. Noi. Le parole.  
Nessuna regola, né il ritmo, né la melodia, né il palcoscenico permettono di separare le frasi dal loro significato. Dalla loro energia. 
Rimango a guardarlo rapito e penso alle sue capacità. A quel cappello che soltanto lui potrebbe indossare. Al talento che trasforma le “regole assolute” in “regole del gioco”. 

Penso che mi stia indicando un altro modo di amare. Non di certo una donna. Non di certo gli altri. Ma me stesso.  

È una serenità che mi nasce da dentro e che rivela un altro luminosissimo orizzonte. La capacità di saper contenere le emozioni. Non di negarle, non di reprimerle, né viceversa di cedere loro un timone cieco. 

Catturare le emozioni. Nel senso di sapere che ci sono e di controllarne il flusso. Essere liberi di viverle, di farle vivere e di contenerle nella partitura della canzone. Le canzoni sono la colonna sonora di tutta una vita. 
Ormai la strada è segnata verso la fine e anche questo passaggio così difficile risplende di serenità. Ritmo e musica con le loro regole sono ormai digeriti e diventano sangue che mi scorre dentro miscelato a respiro. 

Qui. Ad altezza cuore. In questo punto più che negli altri, secondo me, esce la qualità fisica profonda. La compostezza. Sono padrone di me stesso e completamente libero.
Mario saluta e ringrazia. Nessun compiacimento, solo piacere. Questo finale mi ricorda qualcosa che ho già scritto in passato. 

“È impossibile quando ti tieni forte, aggrappato a qualcosa con tutto te stesso, staccarti con dolcezza”.

Sottrazioni 

20 agosto 2016

Hai davanti agli occhi Roma. Magari sei seduto sul bordo di una fontana e la osservi di notte. Quando non gira più nessuno. Eppure non ti senti affatto solo.

Intorno hai tutto e tutti che si muovono. La storia. Il tempo. I profumi. Le atmosfere dei giorni passati. Cosi chiudi gli occhi e la tua vita si trasforma in un infinito ologramma a cielo aperto.

Migliaia di pensieri arrivano a difenderti dal resto del mondo. Come se la tua quotidianità lasciasse una scia che sei in grado di guardare solo tu. 

C’è sempre un minuscolo punto di vista all’interno del tuo campo visivo totale. Una prospettiva che avevi dimenticato. Ed è questo che ti fa entrare nel senso delle cose, nel sapore, nella dimensione invisibile di quello che vorresti a tutti i costi condividere. Un volto riflesso, un dettaglio, un ricordo.

Stanotte mi accorgo che è stupefacente la quantità di cose che mi porto addosso senza saperlo. Cose invisibili. E mi stupisco quando mi rendo conto che la strada per arrivare a notarle sia fatta di “sottrazioni”.

Mi spiego. Per vedere in profondità quello che c’è dentro un ricordo forse bisognerebbe rinunciare a tutti gli altri. Guardare attraverso il tempo. Frugarci dentro. Alla fine è solo un fatto fisico. Una disponibilità a cercare davvero quello che stai ricordando. 

Perché l’unica cosa che vale la pena ricordare non sono le persone, o i fatti del passato. Ma il tuo rapporto con le persone e i fatti del passato. In fondo non esistono immagini che abbiano senso, senza le emozioni che le hanno accompagnate.

La fine del tunnel

17 agosto 2016

L’intangibile stanchezza di certe mattine. Il cielo in un caffè. Una strana sensazione di allineamento. Immagini di un tempo vissuto. Lavorato. Guadagnato. Tutta l’energia di cui ho quotidianamente bisogno che si nasconde in un sorriso. Intanto il mio meccanico tentativo di partecipare ai discorsi che non mi interessano, fallisce. Si esaurisce in una smorfia. Come quando in sogno vorresti smettere di precipitare, ma non si può. E quindi ti svegli. Ma non c’è nessuno che ti aspetta con la colazione a letto.

L’amaro caso del re delle mozzarelle

20 ottobre 2009

(dedicato a Francesca e Daniele)

Quando i Carabinieri fecero irruzione nell’appartamento trovarono ogni cosa in evidente disordine. Il pavimento era disseminato di fogli e frammenti di bottiglie dal retrogusto alcolico. Sullo scrittoio una torre pendente di documenti si era poggiata a una più solida colonna di libri. La tv mostrava una vistosa crepa sullo schermo, sembrava centrata da un fulmine e giaceva riversa contro una parete. Nei corridoi gli armadi erano aperti, alcuni abiti apparivano strappati e disseminati in terra, mentre altri erano stati ammucchiati in un angolo, ammassati uno sull’altro. Le uniche cose intoccate sembravano un posacenere in alabastro lasciato su un comodino, pieno di cicche e sigarette fumate a metà, e un bicchiere di cristallo ancora pieno di whisky di marca, magicamente intatto e lasciato accanto a una bottiglia vuota sul pavimento. Le finestre erano chiuse, nessuna infrazione all’apparenza. Se non fosse stato per quel cadavere sul letto, l’appartamento non avrebbe davvero avuto nulla da invidiare a un rifugio appena abbandonato da un pugno di clandestini. Un classico luogo nascosto e vissuto.
Sul tavolo della cucina facevano capolino i resti immangiati di una parmigiana di melanzane. Il frigorifero, lasciato aperto, era pieno di lattine di coca zero e confezioni di mozzarelle di bufala ancora da aprire. E poi scatolame di ogni genere, pasta precotta, sughi pronti, tortillas e piadine. Nel cuore di quell’elettrodomestico tutto sembrava ancora viziato da una profonda normalità mentre fuori la morte stava drasticamente interrompendo ogni cosa.
Il maresciallo Nicola Potenza si mise le mani nei capelli quando, dopo le prime ricerche, comprese che l’uomo privo di vita davanti ai suoi occhi era Giovanni Francia. Un famoso imprenditore pontino del settore alimentare. I documenti nel portafoglio ne avrebbero sicuramente confermato l’identità, ma il maresciallo già sembrava completamente sicuro.
Nato a Latina, cinquantatre anni, capelli grigi e barba curata. Dovevano averlo accoltellato con rabbia primordiale. Il ventre era ancora gravido di sangue e lacerato dai terribili colpi inferti. Un rapido sguardo a una qualsiasi di quelle riviste che di solito si trovano nelle sale di attesa avrebbe probabilmente fatto scoprire chi fosse. Ricco, affascinante e di conclamato successo aveva raggiunto la notorietà per aver girato da protagonista ogni singolo spot in tv riguardante la sua azienda e successivamente era diventato famoso per la qualità dei suoi prodotti. La mozzarellina di bufala surgelata con melanzane e basilico, presentata pochi mesi prima, aveva venduto solo in Europa dieci milioni di confezioni. Tutti lo conoscevano, ma non era chiaro chi avesse avuto un buon motivo per odiarlo così. Una brava persona sembrava il signor Francia, padre di tre bambine, marito fedele e premuroso. Sull’etichetta dei prodotti destinati alla grande distribuzione c’era stampato il suo viso sorridente. Anche se leggermente ritoccata con Photoshop per sembrare più giovane, quella foto trasmetteva comunque un senso di sicurezza e di estrema fiducia.
Ora invece il suo corpo giaceva immobile e inespressivo. “ Questo ce lo siamo proprio giocato!” disse il maresciallo rivolgendosi al carabiniere scelto Luca Giraldi che, con la pistola ancora in mano, non aveva capito il senso di quelle parole. Ebbene, Potenza amava il dialetto romano e non perdeva occasione di cimentarsi in questa nobile arte. In quel caso voleva far comprendere agli altri come infondo il mondo fosse solo la conseguenza di un gioco marcio e senza regole. Era un uomo stanco Potenza. Solo cadaveri, colli spezzati, violenza gratuita, infamità continue e infinite. I suoi quarantaquattro anni gli pesavano, se li sentiva già tutti addosso a furia di essere spettatore di tanto male. Anche in quel caso il suo pessimismo assoluto aveva avuto la meglio sui suoi pensieri. Gli occhi scuri e la barba incolta ora lo facevano apparire come una sorta di spettro. Una magrezza accettabile la sua, le gambe forti da ex calciatore e i capelli molto corti lasciavano comunque trasparire una certa agilità nei movimenti. Al contrario la pelle biancastra trasmetteva quasi un senso di malaticcio o di depresso che quando era cupo ben si intonava con il suo pungente sarcasmo e le sue battutine che non tradivano mai: “Se sa di tappo vuol dire che stai annusando un tappo.” Aveva esclamato ridacchiando.D’inverno indossava un Trench grigio anni settanta stile Old Style con chiusura bottoni a doppiopetto. Non metteva mai la cravatta, tranne che per le occasioni ufficiali. Fumava sigari aromatizzati alla cannella e fuori servizio ogni tanto si concedeva un buon Brunello di Montalcino che degustava disegnando cerchi col vino e fissando per interminabili secondi il bicchiere.
Per certa gente il sole non sarebbe mai sorto, non credeva a un miglioramento del mondo il maresciallo, nemmeno un po’. Tutto era già scritto. Chi ammazza lo farà, prima o poi, un’altra volta. Un po’ come uno squalo che prova sangue umano, preferirà cacciare uomini e non bestie di mare. E Latina non era una città diversa dalle altre, le sue strade apparivano come un reticolo, un’illusione piena di pizzerie dall’odore di frittura di paranza. Dove ci si poteva sedere in ogni angolo, assaporare una mozzarella di bufala, bere una birra ghiacciata senza mai sentirsi come un Dio.
Sui motorini di provincia ancora oggi famiglie intere compresi i bambini si recano al mercato e appaiono provenire da un altro mondo quando ti sorpassano. Potenza possedeva una BMW Z4 color amaranto che trattava come fosse una di famiglia, una brava e onesta parente. Tettuccio apribile, vernice metallizzata e paraurti in tinta con la carrozzeria, gli interni erano rifiniti in nappa.
Non fumava mai nella sua macchina e non lo permetteva nemmeno agli altri. Il giorno che avrebbe dovuto abbandonarla sarebbe stato un giorno funesto, cercava di non pensarci. Aveva un box in affitto per il suo gioiello, poco lontano da casa. Pagava duecento euro al mese, quasi il dieci per cento del suo stipendio.
L’unica cosa che lo rincuorava era la cucina della mamma. Era scapolo Potenza e non aveva affatto voglia di accasarsi. Abitava ancora in una palazzina bassa al centro della città, in un appartamento ereditato da suo padre. Il vecchio insieme alla moglie aveva fatto immensi sacrifici per riuscire ad avere un tetto sulla testa, “per non pagare la pigione”, diceva la buonanima di Francesco Potenza, che per decenni era stato il maestro e precursore della più nobile arte culinaria di strada. “Il porchettaro”. Negli anni settanta davanti al suo camioncino giallo, con un maiale sorridente disegnato sul cofano, la gente faceva la fila per gustare la sua specialità, il panino con la porchetta di Ariccia. Con olive e scarola, sale, tanto pepe e finocchio tagliato. Il tutto accompagnato da un buon fiasco di frascati superiore che manteneva in temperatura nelle bagnarole piene d’acqua fredda, con pezzi di ghiaccio tagliati a mano che sembravano mattoni.
C’era più fila dinanzi al bancone motorizzato di Francescone che davanti a un apple store alla presentazione dell’Iphone, quando la corda di persone si apposta sin dal giorno prima per ritirare l’ambito oggetto. A Latina, come in tutte le città del sud, la fila alle poste, al cinema o in un Apple Centre è spettacolare. E’ un’opera d’arte umana la lunga striscia di immensa pazienza che si raccoglie tutta lì, con persone di ogni sesso ed estrazione sociale che trasformano la quotidianità in un momento di interminabile attesa.
Ritrovarsi per l’ennesima volta davanti ad un delitto lo faceva star male, provocava un dolore quasi fisico. La sua carriera per ogni morto che trovava ammazzato diventava, giorno dopo giorno, sempre meno bella, come se la sua carriera fosse il sipario strappato di un eterno teatro di morte. La scientifica fece tutti i rilevamenti del caso e il cadavere dell’imprenditore fu portato in ospedale per l’autopsia. Il quadro però non era affatto chiaro e bisognava attendere i risultati. L’unica azione che Potenza poteva intraprendere era quella di iniziare a interrogare tutti gli inquilini e qualcuno che magari nel quartiere aveva visto passando qualche cosa. Il palazzo era di nuova costruzione e tutti erano proprietari degli immobili, anche il signor Francia, che però non lo abitava da anni e si trovava a Latina solo per partecipare alla presentazione dei suoi prodotti all’interno di un nuovo centro commerciale. Potenza quelle riunioni le aveva viste qualche volta alla televisione, quasi sempre di notte e per uno come lui che non riusciva mai a dormire diventavano quasi di compagnia.
La signorina Marronaro, settantadue anni, diabetica, non ci sentiva tanto bene povera donna e da un po’ le si erano aggiunti anche problemi alla vista. Non fu a nessuno di grande aiuto purtroppo. Abitava al primo piano e il misfatto era avvenuto al quarto. Potenza diede un occhiata al salotto della
signora, era bello, pieno di foto d’epoca e di ricordi. Sul tavolo c’erano dei profumatissimi limoni d’Amalfi che emanavano un denso odore di pulito e di ordine. “Signora Marronaro” le aveva chiesto con gentilezza ma con voce abbastanza forte, “qualcuno le da una mano nelle pulizie di casa?”
“ Sì, sì, viene una signora rumena, è tanto una cara ragazza, sempre puntuale e mi vuole bene come fossi una mamma”, rispose la vecchietta tenendo ferma la sua tazza di camomilla. Poi aveva aggiunto: “ma è stato ucciso un uomo nel nostro palazzo? Pure famoso addirittura e che ci faceva qui? Signor maresciallo, a me sta’ storia non piace tanto, ho paura, da quando sono sola non riesco a dormire” continuando a bere dalla sua tazza.
Potenza era d’accordo, a Latina gli imprenditori di successo sono fuori moda, la gente ha altri problemi. Si vive con difficoltà da quando c’è la crisi, la gente ha le bollette arretrate. Tutto è confusione e ci sono stati periodi in cui le buste dell’immondizia si accumulavano lungo le strade dei quartieri e non sembravano altro che il riflesso della nostra coscienza. Potenza quando di sera si metteva a passeggiare con le mani in tasca nel suo quartiere, si divertiva a contare le buste dell’immondizia che in certi giorni apparivano come tante colline e con un amaro sorriso capiva nel profondo del suo cuore che in alcuni posti del mondo, sia la speranza che la disperazione, sono sorelle impotenti.
L’unica cosa da fare è restare in silenzio. Per un maresciallo rappresenterebbe un atto grave il farsi da parte o far finta di non vedere, ma si sentiva inerme davanti alle cose del mondo che peggioravano sempre di più. Tutto appariva più grande di lui. “ Signorina Marronaro, dove la possiamo trovare la badante?”
L’anziana signora fece mente locale e rispose. “ Agnese Biddau, così si chiama. E’ una brava persona, non so se può esservi utile. Comunque la faccio venire subito, aspettate che vado di là a prendere il cellulare.” La signorina arrivò dopo qualche tempo: sui trent’anni, occhi verdi e il viso a forma di cuore, capelli di un biondo tendente allo scuro e una pelle chiara, quasi pallida. Teneva sempre ben stretta la sua borsa in pelle nel mentre il maresciallo le chiedeva se avesse o meno incontrato per caso il signor Francia. La donna aveva risposto di no a tutte le domande e sembrava sincera. Nulla da fare, l’omicidio era talmente assurdo che non sarebbe stato affatto facile districare la matassa. Non c’era un movente apparente. Il male che ti colpisce per caso è più difficile da scoprire, non si sa semplicemente da dove iniziare. “Hai voglia a parlare del tenente Kojak e Miss Marple? La gente a volte si ammazza per niente, per nessuna ragione,” e il maresciallo Potenza ne era consapevole, ecco perché la sera la cena con mamma Nicoletta diventava l’unica fonte di sicurezza. Il venerdì sera era la sua sera preferita: piatto a base di pesce. Spaghetti con le cozze e le vongole veraci. Si mangiava tutto con gusto, ma con moderazione. Dopo il pasto beveva un bel vino bianco fresco, che per lui era quasi un rito. Poi si alzava e si portava il bicchiere sul balcone dove c’era una piccola sedia verde, li si sedeva ad ammirare la notte stellata, mentre all’interno la voce di Caruso inondava di significati la casa. Note forti di malinconia e di ricordi per quella madre ormai anziana e ridotta ad amorevole cuoca per quel suo figlio buono e zitellone. Tornando all’imprenditore, “chi avrebbe mai potuto ucciderlo?”. Si arrovellava la testa e non se ne capacitava. Un omicidio senza movente chiaro. Le persone che erano state interpellate apparivano sincere, senza un’ombra di sospetto. Di casi complessi Potenza ne aveva risolti da quando era al reparto investigativo, ma questo li batteva tutti. Due anni prima e dopo lunghe indagini una donna era stata ritrovata morta in un armadio, si trattava di una studentessa universitaria fuori corso, come dopo fu accertato. Aveva ventiquattro anni e frequentava il terzo anno della facoltà di economia dell’università pontina. Laura Mattei, questo il suo nome. Altezza media, capelli castani, indossava due anelli da bigiotteria sull’anulare sinistro e un tatuaggio sulla spalla destra: una rosa blu cerchiata.
Le indagini e i controlli erano partiti subito dalla scena del delitto. Potenza all’epoca era rimasto in quella stanza insieme ai suoi colleghi della scientifica per più di sei ore. Sulla scena fu fotografato ogni particolare e tutti i movimenti della vittima erano stati ripercorsi con estrema precisione: le sue frequentazioni, i luoghi in cui abitualmente si recava, eventuali amicizie conosciute via Internet.
La ragazza non era originaria di Latina, ma proveniva da Frosinone. Non aveva fratelli né sorelle. L’unico suo famigliare era il padre, la madre le era morta anni prima. Secondo Potenza ogni scena del crimine rispecchia l’autore del delitto. Già il fatto di nascondere in un armadio il cadavere poteva significare solo una cosa: l’estremo rimorso per l’atto compiuto.
Si brancolò nel buio per molto tempo. La sezione Omicidi doveva presto trovare una soluzione. E così fu. Potenza aveva compreso. Si era concentrato sul rimorso. L’assassino avrebbe sicuramente avuto una mente turbata e l’atto dello strangolamento, perché così la ragazza era stata uccisa prima di essere nascosta, significava più un gesto catartico.
L’autore non vedeva probabilmente l’ora di togliersi un pensiero. Il rapporto con la vittima doveva essere molto forte, di vicinanza. La ragazza sicuramente non avrebbe fatto entrare in casa nessuno che le fosse sconosciuto. Cauta, precisa e riflessiva. Ordinata nelle sue cose, poche conoscenze profonde. Amici contati, questi ultimi furono interrogati subito, ma ognuno di loro fu convincente. La Mattei non aveva una relazione amorosa stabile e non frequentava persone strane, particolari, di quelle che potrebbero commettere gesti inconsulti all’improvviso. Poi, non è affatto detto che la gente considerata normale non possa agire allo steso modo. La normalità è un’invenzione, Potenza non credeva alle parole come normalità, disagio, emarginazione, sbandati. Tutti per lui potevano diventare assassini. “Siamo tutti potenziali bombe a orologeria, arnesi micidiali vestiti in giacca e cravatta. Mani pulite che possono macchiarsi di sangue, infierire con violenza su un nostro simile.
La cosa che più terrorizza, cari amici colleghi, è che possiamo agire senza alcun motivo. Ognuno è sano nella sua spietata pazzia e pazzo nascosto all’interno di una indefinibile normalità!” Ma, nel caso della Mattei, tutto era chiarissimo per il maresciallo. Era stato il padre a uccidere la figlia. Il signor Mattei era colpevole. Aveva preso il treno è tutto era tracciabile, ma lui negava, sembrava non voler accettare un’accusa del genere. Fu portato in commissariato e interrogato per ore. I biglietti dimostravano che si era recato a Latina e non l’aveva detto. Si era mosso in treno e due telecamere poste alla stazione lo avevano ripreso. Non c’era nessun dubbio: il padre della ragazza si trovava a nella stessa città per recarsi dalla figlia.
Il perché dell’omicidio? La confessione era stata terribile quanto banale. Fu strangolata in quanto, a suo dire, lei gli aveva rubato del denaro. Più di centomila euro, risparmiati con anni di sacrificio. Per fare cosa? La bella vita e far finta di studiare. “Ma io non avevo intenzione di ucciderla.” Aveva confessato il padre. “Mi sono ammazzato di lavoro tutta la vita per finire solo in una casa, abbandonato da tutti e come se non bastasse venire spogliato di ogni cosa. In fondo questa è la mia espiazione.”
Il maresciallo ascoltò la sua piena confessione quasi inorridito. Il denaro e le donne erano quasi sempre i silenziosi protagonisti di ogni atto criminale. Le migliori famiglie escono distrutte dal vile denaro, i sorrisi si trasformano in smorfie. Non c’è mai una chiara logica nell’atto di uccidere, di sopprimere. Tutto è legato a un profondo egoismo. L’atto di prendersi il denaro dalla casa ha scatenato nell’uomo una follia omicida che non trova nessuna
giustificazione. Accortosi che mancavano quei soldi, custoditi per anni in casa e accumulati con cura maniacale, il signor Maffei avrebbe telefonato alla figlia. La ragazza dal canto suo non aveva negato nulla, anzi, con arroganza aveva risposto che ne aveva bisogno per mantenersi e che era compito suo provvedere alle spese universitarie, alle tasse. Forse l’intenzione del padre era di chiarire e per quello si era recato presso la figlia, ma probabilmente nacque una discussione e qualcosa aveva fatto scattare all’improvviso nel padre la follia omicida. Di lì a poco le avrebbe così stretto le mani al collo e uccisa. “Perché l’ha nascosta nell’armadio signor Mattei?”
“Gli occhi. Quegli occhi ancora aperti anche da morta. Lei giaceva a terra e sembravano fissarmi. Ovunque andassi all’interno della stanza erano come le foto ricordo. Se ti sposti a destra o a sinistra gli occhi ti seguono sempre. E poi la bocca, quella smorfia, quel ghigno, così insopportabile anche da morta.”
Prove e piena confessione. Una giovane vita spezzata e un padre disperato per l’atto compiuto. “La vita è una merda” aveva pensato quel giorno, per l’ennesima volta. Solo nella BMW Z4, ascoltando su Radio KISS KISS, una vecchia canzone dei PFM, “Impressioni di settembre”. Il Maresciallo Potenza aveva ascoltato e riascoltato quella musica attraversando la città tra luci e ombre. Sfrecciando oltre ogni limite consentito tra quei palazzi che sembravano sempre tutti uguali. Ogni finestra poteva nascondere una disperazione silenziosa, una anonima cattiveria possibile. Il male nella sua forma più concreta, l’omicidio di un proprio simile.
Il caso dell’imprenditore però era diverso. Il signor Francia era stato accoltellato nel suo appartamento. Chi lo aveva ucciso lo aveva fatto con violenza e profonda rabbia. Non vi era nessun elemento che facesse pensare a una colluttazione. La porta d’ingresso era integra quindi lo scrittore aveva aperto all’assassino. Il maresciallo era un tipo sui generis e lo dimostrò il giorno successivo al ritrovamento del corpo. Aveva infatti deciso di dormire nel luogo dove il delitto era stato commesso. Pernottò così nella casa della vittima violando i sigilli e sbalordendo tutti i colleghi. I suoi superiori non l’avevano presa affatto bene definendola una scelta frutto di un carattere eccentrico e buffonesco. Del resto Potenza non era mai stato visto di buon occhio. Dava poca confidenza ed era di poche parole.
Quasi mezzanotte, nell’appartamento della vittima c’era un gran silenzio. Le luci dei fari delle automobili filtravano tra gli scuri delle finestre e illuminavano lo spazio interno come lunghe strisce veloci e lucenti che contrastavano il buio. Potenza sapeva che quel luogo adesso era in balia di un qualcosa di malefico e sinistro. Un uomo era stato ammazzato nella stessa stanza dove lui adesso stava dormendo in un angolo. Seduto su una poltrona che già era stata controllata, come del resto tutto l’appartamento. Niente Dna. Niente di niente. L’omicida era stato accorto, veloce, aveva fatto un lavoro pulito. Aveva scelto di seguire quel detto che racconta di come gli assassini tornano sempre sul posto del loro misfatto. Qualcuno la riteneva una grande sciocchezza, ma non Potenza. La sua coscienza mordeva sempre e prima o poi l’assassino avrebbe commesso l’errore fatale. Perché correre un rischio simile? Passarono i giorni e Potenza continuò a studiare il posto, la gente, la strada, ogni singolo suppellettile, statuine, oggetti vari. Non tralasciava nulla. Si scoprì anche che il signor Francia non era stato ucciso in quell’appartamento. Non c’era abbastanza sangue intorno, era stato massacrato altrove e poi portato nel luogo in cui era stato ritrovato e colpito di nuovo. Il Dottore che aveva eseguito l’autopsia riferì a Potenza che molti dei segni inferti erano stati inflitti post-mortem. Il maresciallo aveva capito subito che si trattava di qualcosa di strano. Di elementi che vanno al di là della realtà umana. Dalla finestra dell’appartamento della vittima si intravedeva un giardino ben curato, uno di quei giardini posti pieni di frutteti ad agrumi pensili che scendevano giù quasi ad arcata e che lasciavano trasparire un senso di mistero rigoglioso. Limoni freschi e invitanti si notavano da lontano e il Potenza, che era cresciuto in mezza ad una sana ruralità non si era fatto scappare questa occasione. Subito scese le scale e uscendo dal palazzo pian piano trovò l’ingresso del giardino che si aprì ai suoi occhi come un’opera d’arte antica. Era pieno pomeriggio e c’era una persona intenta a potare le piante, silenziosamente faceva il proprio dovere, a capo chino. L’uomo indossava una maschera di lattice e dietro di lui c’erano altre due persone, indossavano la stessa maschera bianca. Potavano rose e viti con una frenesia nervosa e meccanica. Velocissimi e guardinghi. Il maresciallo iniziò a osservarli perché in loro aveva riscontrato qualcosa di sinistro. Era
certo che quegli uomini conoscessero il motivo della sua presenza in quel momento e ne ricevette subito la conferma. “Maresciallo Potenza finalmente, fatevi gli affari vostri, quell’uomo doveva morire”. Le parole provenivano dai cespugli, qualcuno parlava in modo meccanico e si muoveva velocemente nascondendosi a scatti tra le persone. Scatti che differenziavano le tre figure quasi come un sogno onirico. Sembravano parlare tutti e tre all’unisono.
“Il signore della mozzarella era uomo tranquillo e qui non vogliamo la tranquillità. La tranquillità è pericolosa, rende pazzi. Doveva crepare, perché chi trasmette tranquillità qui commette il più grave dei delitti, abitua la società al senso di libertà.” “Chi siete? Fermatevi.” replicò Potenza.
“Vada via maresciallo, certe cose non si possono comprendere. Meglio non capire. Lasci subito questo posto, questa città!” Uno di loro, il più alto, si fermò davanti a lui. Era vestito di nero con cravatta e scarpe bianche che contrastavano con una camicia grigia. I vestiti erano puliti e senza nemmeno una piegatura. Si muoveva meccanicamente e il maresciallo immobile dinanzi a lui non riusciva a credere ai propri occhi. Era tutto così surreale, terribile, arcano, come se si fosse entrato in un altro mondo, un’altra realtà che non a tutti è dato conoscere.
“ Chi siete?” urlò con forza Potenza. “Noi siamo il male di questo posto, la cattiveria più assoluta. Qui non deve spiccare ricchezza, cultura e conoscenza. Voi non siete un popolo da gestire, siete pecore da comandare!” “Cosa c’entra in tutto questo un imprenditore e perché? Perché vi nascondete? Posso inseguirvi in eterno, anche se dovessi restare solo, l’unico poliziotto di questa terra.” “Caro Potenza, allora non ha compreso. Conosciamo tutto di lei dal momento in cui è stato messo al mondo, dove abita, come ama trascorrere il tempo libero. I suoi colleghi, tutto.” “Io vi distruggerò!” gridò con rabbia Potenza arretrando di qualche metro. Ma la voce dell’uomo diventava sempre più minacciosa. “Signor Potenza, noi siamo il lato perverso dell’umanità, e quello che vedete dinanzi a voi è la vera essenza dell’uomo. Crudeltà, rancore e odio. Dovevate immedesimarvi nel terrore che ha provato Giovanni Francia nel momento in cui ci ha visto. I suoi occhi, le urla, disperazione più assoluta e tutti hanno sentito, ma nessuno ha detto nulla. Maresciallo, voi tutti avete fatto le indagini, ha parlato qualcuno? Nessuno, siamo complici di noi stessi. Noi siamo impegnati a concludere le vite di quelle persone che si permettono di dare speranza. Siamo il Male Oscuro e nemmeno immagina quanti siamo.” Gli uomini cominciarono ad allontanarsi con calma. Lentamente. “Fermatevi, dove andate?” “Andiamo via, ma vi lasciamo come ricordo la disperazione del signor Francia incisa nel cuore. Così si ricorderà di noi e la smetterà di seguire strade che non le appartengono.” Scomparvero così, all’improvviso. Potenza aveva compreso in quel momento che non si trattava di un omicidio come tutti gli altri. A Latina qualcosa stava cambiando. A un tratto si sentì davvero solo e impotente, ma non si sarebbe arreso. Il Male Oscuro, cos’era? Lo avrebbe scoperto, ma doveva prepararsi ad avere tutti contro! Tornò in commissariato e percorrendo il lungo corridoio per raggiungere il suo ufficio pensò e ripensò nervosamente all’accaduto. Nel mentre incrociava gli sguardi incupiti dei suoi colleghi che lo fissavano per la prima volta nella sua carriera in modo strano. Entrò nella sua stanza e chiuse la porta. Si sedette gettando uno sguardo alla scrivania per trovare l’accendino, poi accese una sigaretta e iniziò a ispezionare le ragnatele sul soffitto pensando a quello che gli era appena accaduto. Non gli avrebbe creduto nessuno. Uomini mascherati, il Male Oscuro, ma chi gli avrebbe creduto. Il suo compito era comunque quello di fermare chi uccide. Si sentì impazzire.
Passarono minuti interminabili. All’improvviso squillò il telefono. “Pronto!” Nessuno rispose.
Poi il maresciallo percepì le note di una musica familiare. Le ascoltò in silenzio mentre la tensione ridisegnava un’espressione terrorizzata sul suo volto. Era Caruso, quella canzone tanto cara a sua madre. La voce che interruppe quello stallo apparente fu devastante.
Era la stessa persona che gli parlava nel giardino. “Ora la mamma non c’è più? Magari in una prossima vita sarai meno curioso”. Si dice che l’attesa del mondo che ti crolla addosso faccia più paura del crollo del mondo, ma il dolore no. Il dolore lo provi davvero quando tutto ti schiaccia lasciandoti senza il benché minimo respiro e la consapevolezza di essere stato comunque sconfitto, mentre sai che non ci sarà rivincita.


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