Uno alla volta

Tentare di raccontare un fatto accaduto a trecento metri da noi, soltanto due giorni fa. Provare a descrivere prima la sorpresa. Poi la paura e il devastante senso di inadeguatezza nostro e delle persone intorno.

Forse niente di più difficile. Niente di più inutile. Se non ci sei dentro le parole non lo trasmetteranno mai. Se non l’hai vissuto la retorica non aiuterà qualcuno a capire.

Il terrorismo rimane un fatto universalmente noto e di portata drammaticamente storica. Ma cosa “cazzo” vuol dire terrorismo. Che ne sa un ragazzo di 22 anni del terrorismo. Della tolleranza. Uno che crede alle favole di una vita migliore dopo una morte infame. La vita è questa e non ce ne saranno altre per nessuno. 

Per questo mi trovo fortemente inadeguato a trasformare un dramma in un racconto, magari con personaggi da romanzo. Potrei comunque farlo. Ne sarei anche capace. Ma sarebbe la mia interpretazione personale e difettata. 

Oggettivamente si è trattato di un furgone lanciato su una folla. Come altri prima di allora. E altri che ne verranno ancora. Soggettivamente invece, per le persone rimaste coinvolte e per i terroristi assassini, si trattava di “uno alla volta”. 

Abbattere un vecchio. Un ragazzo. Una donna. Senza ordine. Con caotica casualità. Non sono certo stati lì a controllare l’etichetta. Giovani. Anziani. Cristiani. E magari anche musulmani, perché alla fine importa davvero? Per nessuno di loro c’erano persone uguali a loro. E in un certo senso è proprio così.

Ho provato a immaginare i protagonisti prima, durante e dopo l’attentato alla Rambla. In casa, al bar, nel furgone, in strada, in fuga. Quello che poteva andare storto e che invece purtroppo non è accaduto. 

L’irrisolvibilità del destino. La sopravvivenza di persone segnata da innumerevoli piccole coincidenze. La bimba che vuole tornare in hotel. La sterzata del van all’ultimo momento. La nostra storia che è sempre la somma delle conseguenze di tantissime altre storie. 

Esistono solchi profondi tra le persone, che nemmeno le più tenaci volontà sarebbero in grado di ricucire con la tolleranza. E questi baratri non sono generati da un conflitto, ma dalla pura e semplice differenza di pensiero.

Anche dentro di noi ci sono linee e soglie di non ritorno che continuamente varchiamo. Identità che quotidianamente muoiono e nascono. Tutto questo può apparire deprimente, dispersivo, frustrante. 

Immagino il furgone che corre. Le persone che cadono e muoiono. Alcune senza avere la benché minima consapevolezza, o reazione al fatto. Nessuna strategia difensiva opponibile. Soltanto il dolore. 

Le grida incomprensibili in lingue diverse. Ma tutte con la stessa intensità. Poi un’altra improvvisa accelerazione arriva e consuma ogni giustificazione morale. Le ruote sgommano in una serie di sterzate casuali sull’asfalto. Ogni schema logico salta. Il buonsenso viene fatto deflagrare in un tempo troppo piccolo per reagire. 

Così a un tratto è ancora il destino a lasciare poco spazio al bisogno di sopravvivenza di tutti. Dei terroristi. Delle coppie a passeggio. Dei turisti. Delle mogli, dei mariti e dei figli.

Al volgere dell’ultima sterzata un uomo viene soltanto sfiorato, mentre un’anziana signora italiana viene colpita dal paraurti e vola a oltre 20 metri. È il suo ultimo respiro e si esaurisce al suolo. 

È l’immagine più drammatica della nostra impotenza. E non mi viene altro da scrivere ora che non sia, maledetti.

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