Il mondo visto dal sor Giulio

Mi manca il chiacchiericcio. Si proprio quell’inconfondibile brusio di banalità mattutine, che si sviluppa nei vicoli, tra finestra e finestra. Quel quotidiano scambiarsi “buongiorno creativi”, tipico dei negozianti e bottegai romani. 

Ogni mattina. Alle sette e trenta. Spalanco le persiane sul vicolo più stretto del quartiere ebraico e ogni mattina nuove versioni di dialetto romano si stratificano nelle mie orecchie.

Ricordo quel giorno del terremoto nelle Marche.

“Sor Giulio l’ha sentita che scossa?”

“E che non l’ho sentita!”, rispose qualcuno da una finestra al primo piano.

Oppure, “Sor giù, ma l’ha vista la Roma?”

“E che non l’ho vista?”. Stessa finestra.

“Sor Giulio, ma lei dice sempre la stessa cosa?”

“E che non lo so!”, risponderebbe il sor Giulio. 

Lui. Una sorta di Marchese del Grillo dei giorni nostri. Una macchietta tipica della romanità. Avercene di “sor Giulio.”

Oggi però nessuno domanda. Nessuno risponde. Le botteghe sono serrate. Le finestre chiuse. Il vicolo è silente. Sembra una mattina qualsiasi di un agosto qualsiasi degli anni 80. Quando la città si svuotava davvero e Roma diventava, magica.

Differenze da allora ce ne stanno. Sfumate, o fondamentali. Siamo cambiati noi. La nostra età. Le nostre abitudini. Abbiamo modificato la nostra architettura di pensiero. Il nostro modo di bere e di mangiare. Di vestire. Di comunicare.

Ce ne sarebbero di cose da scrivere. Quello che invece è rimasto uguale sono le strade. I vicoli. E i ricordi, come tanti frammenti di immagini impressionate sui papiri che abbiamo archiviato nella testa. Roba difficile da lasciare ai posteri. 

Sono grato a questo spettacolo di città per migliaia di ragioni. E ogni mattina ce n’è una di più. 

La caffettiera tossisce caffè caldo. Mi affaccio ancora. Ogni dettaglio è al suo posto. Dal silenzio della strada, ai tavoli di legno con le sedie accatastate. I lampioni sono ancora accesi alle 8 del mattino. Magari controllano se ci sono lampadine fulminate. 

“Se vabbè, de 16 agosto?”, mi risponderebbe er sor Giulio.

Ebbene questo è il clima generale. E quello che non vedo sporgendomi dal davanzale lo posso sempre immaginare. Per riderci sopra. E magari poi scriverlo. E perché no, ogni tanto, rileggerlo. “In fondo, al sor Giulio, je potrebbe pure fa piacere.”

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