Posts Tagged ‘Gianluca Marcucci’

Il portachiavi

1 febbraio 2018

Le notti si somigliano tutte. Ovunque. In ogni luogo dove sono stato. In ogni posto del mondo. Forse dovrei ricominciare a giocare a scacchi. Solo bianco e nero. Abbandonare tutte le sfumature di grigio.

Non ho mai avuto la presunzione di ottenere un posto di prima fila in ogni universo che attraverso. Mi basterebbe una terza fila vista cielo stellato. Magari con un biglietto in tasca per il primo sogno che riparte.

Il mio problema è che mi guardo troppo dentro, così mi perdo tutto quello che succede fuori.

A volte credo che tu mi stia venendo in mente. Allora mangio un dolce, mi lecco le dita e sento il sapore di una certa esistenza. Lo sento ovunque intorno a me.

Resistergli è un conflitto e lottare con i bei ricordi è come fuggire con il Re nero quando tutti gli altri pezzi neri della scacchiera sono ormai caduti.

Intanto i pensieri si accalcano come pedoni ai margini della battaglia. Sento l’eco di scudi infranti e lance spezzate.

Vedo il mio esercito in rotta col passato. Mentre un sorriso di donna campeggia trionfante sui lineamenti indefiniti di un’alba malinconica. Figlia di una serata troppo alcolica.

Stanotte ho provato a bere senza fermarmi un secondo. Ho ripensato a un certo Hemingway, a Bukowski, a Victor Hugo. E ho cercato di riconsiderarmi, nei limiti del possibile, uno di loro.

Ho cercato quel brivido empirico in una visione di me stesso a cui credere. Un’immagine che potesse essere fisicamente vera.

Il punto è che sto lentamente scivolando, ma non so dove. Cammino lungo un crinale in bilico tra un affascinante ricordo e un malinconico abbandono. Avanzo e mi chiedo a che punto di quel libro io mi trovi. Come “quale libro?”

Il coso no?

Ho il ragionevole dubbio di trovarmi arenato nella stessa pagina, fermo tra le parole di sempre. Stretto tra la spietata consapevolezza di aver già letto e la terapeutica speranza di non essere il primo personaggio destinato a lasciare la scena.

Stamattina il cielo è limpido. A Cuba non fa mai freddo. Indosso solo una camicia fiorata fuori stagione, ma ho la sensazione che l’autunno mi insegua da sempre.

Se guardo intorno metto in dubbio i colori. Il giallo del sole, l’azzurro del cielo, il bianco delle nubi, il rosa pastello di queste vecchia Cadillac anni 50, noleggiata a cifre senza propositi certi.

Stamattina ho una mia corretta definizione cromatica. Mi vedo scorrere in una pellicola bianco e nero anni trenta.

Luce impacciata e un timido Charlie Chaplin con cappello nero che recita, pensa e scrive. È un film muto che non sa di niente, eppure riempie.

Poi un’alba. Rallento. Ci penso.

Asciugo un ricordo.

Strizzo gli occhi e sorrido per finta, perché il mio migliore amico mi sta guardando. Perché non mi sono mai piaciute le faccine da Pierrot.

“Lo sai? Avrei voluto invitarla a cena per il mio compleanno.”

“Chi?”

“No, niente…”

Sono un fumetto. Mi attacco a un pensiero felice e volo tanto per farlo.

Va tutto bene. Credo. Ho fiducia nella lucida follia. In quel suo nascondersi tra le pieghe di un poderoso starnuto in questa scontata, feroce e umanissima quotidianità.

Intanto il Re nero indietreggia. Se ne sta in fondo, accanto al bordo scivoloso di questa scacchiera. In attesa paziente di una mano che ne assicuri la dolente cattura e ne sancisca la tanto agognata fine.

Lui non ha un portachiavi. Uno di quelli che quando fischietti suona. Quel qualcosa di tecnologico a cui si legano tutte le possibilità di un ritorno a casa, quando non ricordi dove hai lasciato le chiavi e ti senti un po’ perso.

Quelli spontanei

28 gennaio 2018

Una delle cose che ho sempre amato di Alice era quella sua capacità di celare universi complessi dietro a espressioni di disarmante semplicità.

Un sopracciglio che improvvisamente si alzava in modo interrogativo. Oppure quello sguardo ironico che accompagnava un “sine”, o un “none”. Questo e quel costante senso di velata malinconia che la avvolgeva ogni tanto.

Sembra un discorso banale della domenica mattina. Ma lo sarebbe di più parlare della metafisica gotica e di Edgar Allan Poe?

C’era negli occhi di Alice un senso di trasparenza, di semplicità, di linearità minimale che mi catturava e affascinava.

Una sola vita e tanti differenti piani di sensibilità. Universi non paralleli ma, piuttosto, convergenti. Sentieri che collegavano il suo mondo a volte fluttuante, a volte reale, al mio.

Esperienze che talvolta determinavano un’intersezione. Un punto di fuga dal quale partivano le mie fantasie più sfrenate, i sogni impossibili e le incertezze. Quelle che compromettevano la mia percezione del vero, o della verità.

Alice risiedeva in ciascuno di questi mondi. In ogni realtà possibile. In ogni fantasia. Era lei la mia personale raffigurazione dell’ordine, della bellezza e della disciplina. E il suo sorriso sconfinava spesso in un atto di fede.

Che poi, alla fine, sono sempre i sorrisi la chiave di tutto. Quelli spontanei. Quelli che spuntano al mattino con una buona colazione. E rinascono la sera, davanti a una bella storia.

Dopo la parola fine

23 dicembre 2017

Quel giorno Alice sembrava una persona in attesa di un qualcosa che non sarebbe mai arrivato. E Jep la osservava senza parlare.

“Noi personaggi della tua fantasia sappiamo aspettare!” Gli aveva detto una volta Alice senza che lui le avesse chiesto nulla.

“Il momento giusto?” Le aveva domandato Jep con malcelata ironia.

“L’inevitabile!” Aveva aggiunto ancora lei.

“L’inevitabile non esiste e lo sai.” Questa volta Jep le aveva sospirato la sua risposta. Era il modo di sussurrare le cose tipico delle persone rispettose.

“Essere un personaggio inventato pone l’inevitabile sullo stesso piano dell’impossibile. Chi proviene dalla tua fantasia lo sa. E poi io ho tutto con me e nulla per cui tornare indietro. Sono Alice, mi hai creata tu, non posso fare altro che aspettare.”

Lui si era appena aggiustato i polsini della camicia. Aveva osservato il suo riflesso allo specchio fare la stessa cosa. Poi si era abbandonato sullo schienale della poltrona e toccato un punto a sinistra del petto. “Fa male?”

“Cosa, Jep?” Rispose lei. “Non conoscere l’ultima pagina? Niente può far male quando non è stato ancora scritto, o addirittura neanche pensato. E non farebbe male comunque visto che sono un personaggio inventato. Però subisco i tuoi umori e sparisco nel momento in cui la vita reale ti prende alla gola.

Per me la realtà è il suono sordo di qualcosa che ingoia tutto. È come essere chiusi in una stanza che diventa sempre più piccola. Ad ogni minuto che passa. Ad ogni ora insopportabilmente più stretta.

Alla fine tutto si fonde in un puntino minuscolo, anche se niente sparisce mai davvero.”

Alice gli sfiorò i pensieri leggera come una carezza. “Prendi queste mie parole Jep.”Sono l’inizio di un’altra storia. Ora puoi inventare un nuovo epilogo, e credo che sarà d’aiuto a tutti e due. In alternativa quello che ci aspetta è un punto. Diventarlo entrambi, magari qualche istante dopo aver scritto la parola fine.”

Le decisioni difficili

16 dicembre 2017

Alice gli passò un foglio di carta piegato a metà. Jep lo aprì e vide un disegno. Piccoli quadrati di diverso colore.

Ogni quadrato era di una tonalità differente e all’interno di ognuno vi era scritta una parola. Cielo, pensiero, viaggio, spazio, fuoco, terra, universo. Lui si trovò in disaccordo con tutte.

A Jep mancava il tempo da inserire nelle cose più semplici, come leggere un quadrato colorato.

Non le disse nulla. Indicò ad Alice con la mano la luce del tramonto che sfumava. E in quello stesso istante desiderò che tutte le parole tra loro si fossero esaurite.

Che ogni sbaglio fosse migrato via, invece di restare appollaiato sui fili neri stesi tra le loro distanze.

Provò ad immaginarlo il suono di quelle parole. Erano colpi di martello. Quelli che un tempo il capotreno dava alle ruote dei vagoni fermi in stazione.

Era quello il suono classico delle decisioni difficili. Era quello il rumore devastante che fa “andare via”.

Il fruscio di sottofondo

12 dicembre 2017

Conosco quello che hai intenzione di dirmi. Lo capisco dalle espressioni che fai e dal sopracciglio alzato.

“Hai smesso di andare per musei? E le mostre? A Roma ci sono Monet e Picasso! Che aspetti? Vai da solo?”

Andare per musei. Detto in questa maniera somiglia quasi all’andare per mercatini di Natale.

Invece il museo rappresenta un fatto del tutto particolare. Esistono il modo, il momento e la persona giusta con cui andare.

Come diceva Emile Durkheim, tutto dipende dal modo di pensare, di fare e di agire di un individuo rispetto a quello che ha intorno.

Così anche la mia voglia di andare è soggetta a una specie di ritualità di pensieri.

Ogni possibilità viene soppesata. Ogni opzione viene setacciata. Ogni azione giudicata. E a volte questo processo può durare giorni nella mia testa.

È ridicolo, lo so. Non giudicare sarebbe davvero un’ottima cosa nella vita. Ma se non lo faccio vado contro il bambino che è in me.

Contro quella sensazione di naturalezza che mi porto dentro dall’adolescenza. E tutto ciò che viene da dentro va sempre rispettato.

E per rispettare bisogna ascoltare. Osservare dove tutto questo può condurre. Alla fine basta essere in buona fede.

Tutto questo noioso preambolo non può che portare a una serie di conclusioni. Bisogna imparare a capire chi è meglio frequentare e chi no. A prescindere dalla qualità del tempo che si intende trascorrerci insieme. Che si tratti di una cena. Un museo. Un viaggio. O semplicemente un caffè.

Che poi, a ogni mio giudizio segue sempre un “perché molte delle cose antipatiche che mi accadono dipendono dalla malafede delle persone?”

E a questa domanda do sempre una risposta. Così finisco col trascorrere il mio tempo da solo. La solitudine, quando è scelta, è comunque qualcosa di buono e da non sottovalutare.

Questa è una regola la cui applicazione benedettina spesso mi mette nella stato di dover rinunciare ad alcune possibilità e a dimenticarmi di altre.

Quindi, va da sé che se si tratta di regola, deve esistere anche una qualche eccezione che la conferma e la consolida.

Qualche giorno fa sono andato da un’amica a vedere “Barfly”, una pellicola del 1987. Se stai per dire che è il film su Charles Bukowski, hai quasi centrato il concetto.

E dico “quasi” perché quella preposizione “su”, non è esattamente la parola più adeguata.

Io direi, ma sentiti nel tuo completo diritto di darmi dell’idiota, che è “realmente incentrato sulla figura maledetta di Charles Bukowski”.

Un film profondamente sbagliato per una ragione. Lo ha scritto proprio Bukowski. E Charles era chiaramente incapace di scrivere una sceneggiatura.

Però a me il film è piaciuto. Sia chiaro, non faccio parte di una chiesa avventista che venera Bukowski a prescindere. Non parlo con secondi fini alquanto difficili da individuare.

Ho soltanto immaginato che Barfly fosse la finale contraddizione di un uomo che adorava Mozart, amava Schopenhauer, odiava ballare e soprattutto detestava il cinema.

Insomma, più che dei musei e del mio rapporto difficile con le persone, oggi ti sto parlando del mio rapporto con i libri di Bukowski.

Forse ho solo voglia di annoiare e annoiarti quel tanto che basta da farti desiderare spietatamente il prossimo “punto a capo”. Magari seguito dalle parole “ciao e a presto!”

Perché in fondo mi trovo meglio con le persone che non conosco? Perché mi fanno le domande giuste. Qualcosa di simile a quel rapporto che si crea tra autore e lettore. Quello limitato all’intimità di un paio di centinaia di pagine.

Un microcosmo privato simile a un bar, nel quale io entro senza sapere nulla di lui e rimango cosciente che anche lui non sa assolutamente niente di me. Però si beve insieme.

Ci si trova a metà strada. Si parla delle nostre cose. E si va via un po’ più arricchiti e parzialmente storditi dal whisky.

L’idea di conoscere uno scrittore attraverso le cose che scrive è ridicola esattamente come quella di poter considerare Sting un tuo compagno del calcetto, o Vasco Rossi il tuo vicino di casa.

Il punto è che esistono domande che mi accompagnano e che, quando smettono di chiedere, mi mancano. Ed è una tipologia di mancanza tutta particolare la mia.

Un po’ come quando da piccolo finiva il nastro nel mangiacassette e sentivo ancora un po’ di quel fruscio, prima dell’autostop.

Un rumore che non era più sottofondo, ma solo l’anticamera di quello che era stato e non poteva più continuare a essere.

E comunque ok. Oggi andrò a vedere le opere di Claude Monet al Vittoriano. Magari ci si vede davanti alle Ninfee. O forse no.

Manca una fine

7 dicembre 2017

Credo che sia possibile vivere senza stringere. Senza abbracciare. Senza baciare. Ma non senza desiderare spietatamente di farlo.

Quando le possibilità non esistono i desideri non hanno corpo. Non sanno camminare. Non riescono nemmeno a tossire. A sbuffare. Oppure ad alzare un sopracciglio.

Una canzone di Tom Jones mi cammina dentro mentre aspetto a occhi semichiusi il solito treno. Intanto il freddo mi fracassa le ossa. Gela respiri. Mastica i polmoni e li risputa in terra. Goccia su goccia.

Ci sono giorni in cui sembra facile lanciare il cuore a canestro con la speranza di fare centro. Eppure continuo a prendere il ferro. Con quella sensazione di debordante incompletezza a farmi da sipario. Quando lo seguo con gli occhi. Quando lo vedo compiere qualche giro a vuoto. E poi cadere giù.

Stanotte mi resta la scrittura, lei sola. Assieme a tutte quella musica che non ascolta più nessuno. Quella che non è mai abbastanza. Quella che non è mai all’altezza del momento.

A tutti e tutto manca sempre qualcosa che li completi. Agli uomini. Al tempo. Allo spazio. Alla storia. Ai resti di un grande impero.

In fondo, anche all’infinito, manca una fine.

Jep direbbe

3 dicembre 2017

Che non serve parlare in maiuscolo. Che il maiuscolo lo puoi soltanto misurare.

Stamattina esco in corsivo dai miei pensieri. Dalle storie sussurrate. Da quei congegni a tempo che innescano le mie parole. Come quando nelle tazze di latte caldo lascio galleggiare due biscotti “gentilini”.

A loro piace inzupparsi. Li vedo che scompaiono sotto la superficie, che si fanno dimenticare. Poi quando alzo la tazza per bere, ecco che mi sfiorano dove neanche immaginavo. Prima le labbra. Poi lo stomaco. È così che mi fermo a pensare.

Le parole. Anche quelle più nascoste mi connettono in maniera costante al gioco della vita. Stamattina però celano un qualcosa di fortemente regressivo. L’idea infantile che si possa fuggire dalle difficoltà anche leggendo. Cioè scappando dalla realtà così come è.

Jep direbbe che c’è bellezza nel saper stare con entrambi i piedi sulla stessa staffa. Saldamente in equilibrio.

Ma la grande bellezza è saperci stare col sorriso. Senza scappare, senza illudersi. Senza mai raccontarsi in maiuscolo. Senza mai pensare che sia più conveniente vivere la vita di qualcun altro, al posto della tua.

Laddove il tempo 

22 novembre 2017

Alice sapeva di essere osservata. C’era un gatto che si nascondeva sempre dietro quell’albero senza rami. Altre volte invece si confondeva in un universo parallelo. Un posto dove i buoni propositi facevano concorrenza alle foglie in autunno. 

Alice aveva più di un pensiero. Tagliare pomodorini. Soffriggere strisce di pancetta. Grattare pecorino e parmigiano. E poi se ne stava ore ad annusare le pareti della cucina per ottenere un martellante capogiro.

Alice voleva scendere ancora lungo quel sentiero che porta al mare. Sognava di camminare tra gli scogli dopo il tramonto. Passeggiare fino a quando la temperatura fosse stata insopportabile. Arrivare lontano con gli occhi fino ad avere sguardi inutili. Laddove il tempo non avrebbe avuto più nulla da chiedere ai ricordi.

Esistere per forza

13 novembre 2017

Alice è seduta sul divano e mi guarda scrivere. Mi chiedo quanto tutto questo abbia un senso. Stasera sento di non riuscirla a contenere quella mia singolare voglia di guardare oltre una finestra aperta. 

Malgrado sia novembre e non ci sia una temperatura amichevole. Malgrado da quassù non si goda di panorami che nascondono un tramonto lontano.

Tra il lusco e il brusco è bello cogliere il modo in cui i colori cambiano giù in strada. Il giallo dei lampioni che aumenta nel corso delle ore. Le ombre dei passanti che si allungano all’interno dei vicoli.

Alice questa cosa la sa da sempre. Non ne ha mai parlato. Ma è difficile essere una buona amica se non puoi comunicarlo. Soprattutto quando sei solamente un fantasma. 

Io non so se sono un bravo amico, non spetta a me dirlo. Però so di avere imparato a cogliere quei segnali che mi suggeriscono di allontanarmi da certe persone.

Cara Alice, è da qui che ti scrivo. Da questo tavolo in legno realizzato con una porta antica e la punta di un vecchio traliccio elettrico.  

Attraverso una finestra aperta su questo universo così distante dal tuo. In una periferia di pensieri che non ce l’ha fatta a diventare qualcosa di più che un ricordo. 

Stasera la malinconia gira per casa senza avere molto da dire. Senza un mondo da salvare, o sostenere a ogni costo. Tanto le cose che devono succedere, alla fine succedono e basta. 

Come se il semplice fatto di accadere le costringesse a esistere per forza. Anche quando non sono così evidenti. Anche quando non sono così convinte di volerlo fare davvero. 

Il buio delle mie distanze

10 novembre 2017

Quando ti ho conosciuto non sapevo tante cose. Non sapevo se preferivi il profumo del mare o la quiete della montagna, il dolce o il salato. 

Se ti piaceva la senape o la maionese, se ti stregava il colore di un’alba rispetto al rosso di un tramonto.

Non sapevo se bevevi il caffè amaro o se preferivi non prenderlo affatto. Se ti piaceva il cioccolato con le nocciole, fondente o se magari eri golosa di cioccolato bianco.

Non sapevo se eri un tipo che rimane a letto la mattina, oppure che si alza alle sei per andare a correre.

Non avevo idea dei tuoi gusti musicali, dei tuoi hobbies, delle tue passioni. Se amavi trascorrere un pomeriggio al cinema o magari in teatro. 

Se al bagno eri una che lasciava il tubetto di dentifricio spremuto a metà, o senza tappino.

Non sapevo cosa preferissi, l’ordine maniacale oppure occupare anche la mia parte di armadio con le tue scarpe a caso.

L’amore è proprio questo.

È una scommessa.

È dire “Io non so ancora molto di te, ma voglio starti accanto, in ogni momento, respiro dopo respiro. Un istante dopo l’altro e un giorno dopo l’altro, anche se una sera dovessi scoprire che dormi con i mutandoni di lana fino al ginocchio.”

Qualche volta so che mi hai guardato pensando “Ma chi te lo fa fare?”

È che malgrado le briciole, malgrado le frustrazioni, i difetti, le paranoie, la confusione, le incertezze e tutte le cose che ancora non conoscevo di te. Io credevo davvero che ne valesse la pena.

Perché eri un essere unico, forte, sorprendente. Una meraviglia.

Ti ho voluto bene e stamattina ti avrei teso un agguato fatto di abbracci, per poi sparire di nuovo nel buio delle mie distanze.

Alice e David Gale

6 novembre 2017

Alice era ossessionata dai fotogrammi. Come se il tempo fosse in qualche modo addomesticabile. 

Il che, a pensarci bene, è abbastanza scontato quando si scatta una fotografia. Ma Alice aveva la stessa ossessione per tutto. 

Conservava qualsiasi cosa. Scatole, scatolette, scatoloni. Ogni cosa meritava un contenitore e un suo spazio in casa. E quello che non entrava in casa veniva ordinatamente riposto nel grande garage. 

Alice diceva che, dal momento esatto in cui vengono al mondo, il tempo si appoggia sulle cose senza farsi sentire. E in quel momento le cose diventano un ricordo da preservare.

Alice era una specie di Jacques Lacan vestito da governante. E comunque io ne ero spietatamente affascinato. Da quella sua ricerca del fotogramma. Da quel suo modo di disporre le cose con le etichette ben visibili anche in frigorifero. Dal quel suo vivere necessariamente impresso su una pellicola in bianco e nero, piuttosto che a colori. 

Quello che Alice cercava era un antidoto al tempo che passa. Che consuma. Che porta via gli istanti migliori di noi. E forse a un certo punto pensava anche di averlo trovato. Quell’antidoto, intendo. 

Invece il tempo continua a passare. Senza nessun antidoto opponibile. E l’unica cosa che può fare un uomo qualsiasi a contatto col tempo è farsi dimenticare. 

Dover obbligare il tempo stesso a riscoprirti. In un’altra storia. In un’altra città. In un differente universo. In rete c’è un sacco di roba su Jacques Lacan, ma niente spiega meglio il suo pensiero dei due minuti di monologo di Kevin Spacey nel film “La vita di David Gale”. 

Questa pellicola merita. Merita non soltanto perché è una bella storia, molto americana. Merita perché è un racconto sul desiderio. Sul pregiudizio. Sulle scelte. E sull’accettazione delle conseguenze che ogni scelta comporta.

La ragazza nella nebbia

2 novembre 2017

Spazi. Esistono fuori e dentro di me. Spazi che separano. Che allontanano. Che delineano. 

Esistono i minuscoli spazi di silenzio tra le parole. Ma anche le pause di riflessione e i verbi al condizionale utili a riflettere. 

E poi c’è il “tempo necessario”. Lo spazio più importante. Uno spazio senza dimensioni precise. Ed è quello che serve a capire poi, quello che non si era capito prima. 

Imparare a comunicare non è facile e non succede mai velocemente. Non è mai subito. Fa parte del processo di crescita di un uomo. 

Per questo ci sono i tempi in cui crescono le piante. I tempi in cui gli animali diventano grandi. E poi c’è il tempo che impiega un uomo a smettere di essere bambino. 

Stavo pensando a questo osservando lo schermo bianco. Poi le luci si sono spente ed è iniziato il film.

Anna Lou. Ora, che voi abbiate letto, o meno, il libro di Donato Carrisi non è davvero rilevante ai fini del discorso. Lo so. È completamente fuori tema. Io per una donna con un nome così avrei battuto il record mondiale di abbraccio anche col vento contrario. 

Ma la ragazza col nome più bello del mondo è anche una vittima designata. Un pazzo? Un serial killer? Chi ha ucciso Anna Lou? E perché? E se Carrisi non fosse stato così ossessionato dai colpi di scena, “La Ragazza nella Nebbia” poteva trasformarsi in un capolavoro? 

La mia risposta è sì.

E allora perché è stato così difficile accontentarsi del primo grande finale?  

È davvero un peccato che il regista si sia limitato soltanto a suggerire il suo concetto di vanità, senza analizzare le devastanti conseguenze che stava comportando sulla moralità dei protagonisti. 

“Il peccato più sciocco del diavolo è la vanità”, recita più volte una battuta del film, ma l’ispettore Vogel, in arte Tony Servillo, è troppo impegnato a combattere ogni giorno contro i demoni del suo passato. Indaga da solo. Mangia da solo in una sala semi deserta di un ristorante in quota, seduto con i fantasmi dei suoi recenti insuccessi. 

In ogni scena sembra voler dire: “Fidatevi di me. Fidatevi fino alla fine che è una cosa giusta. Una di quelle cose che si fa col cuore, ma anche con la mente. Non giudicate me, giudicate lui.”

Io non sono riuscito per 127 minuti a mollare il mio colpevole. È stato come quando ti sfila davanti la bellezza e non puoi fare a meno di incollarle gli occhi addosso. Perché in ogni ragionamento che si rispetti è la traiettoria la parte interessante, non il punto di arrivo. Non il gran finale.

Avrei voluto parlare della trama con una serietà differente, ma sarebbe stato impossibile farlo senza rivelare i colpi di scena. E non so nemmeno se ne sarei stato così capace. In fondo questa è solo una pagina del mio blog e non una recensione “mymovies”. 

Quello che volevo scrivere è che mi sono accorto per l’ennesima volta che parlo a tutti, ma in realtà quello che ho da dire lo sto raccontando soltanto a lei. Il vero miracolo della scrittura è questo. Superare quegli spazi di cui parlavo prima. 

Comunicare con lei quando non me ne rendo conto. Scrivere cose che arrivano da un altrove mai troppo lontano. Che attraversano le distanze e il tempo. E che proiettano davanti ai suoi occhi il me stesso che le sta scrivendo, in quell’istante preciso. 

La ragazza nella nebbia è per me il ricordo di qualcosa che non c’è più. Una sottile figura retorica dove si suppone sia stato lo spazio a uccidere. Intanto il tempo indaga. Ma sono del tutto certo di essere io l’assassino.

In fondo al corridoio 

28 ottobre 2017

Stanotte il cielo era dorato. Alieno. Quasi prigioniero di riflessi postatomici. 

Il lavandino del bagno ancora gocciola. Un tempo certi automatismi mi avrebbero spinto a chiamare un tecnico e farlo riparare immediatamente. A cercare di sistemare il sistemabile.

Invece oggi rimango un secondo a fissare le gocce, poi lo specchio e infine finisco col dare le spalle al bianco e nero di questi secondi. 

Nell’aria c’è odore di dentifricio e di cose che hanno smesso di essere. C’è odore di tempo. 

Se fumassi mi accenderei una sigaretta. Devo solo ricordarmi il perché non abbia mai iniziato a farlo. 

Che differenza c’è tra il senso e il significato che si da alle nostre scelte?

Il senso è oggettivo, mentre il significato è una interpretazione del tutto personale. Tu eri il senso, o il significato? Eri tutto, oppure niente? 

Davvero non lo so. E a dire il vero non ho così tanta voglia di darmi risposte ora, a meno che non riesca davvero a nasconderci dentro la scomodità di certe domande. 

Preferisco spiegare un lenzuolo. Uscire e fare quattro passi. Scegliere qualcosa da non comprare. Scorrere tra il passato e gli scaffali di un negozio. 

Oppure mangiare un piatto di pasta, cercare un parcheggio, o guidare veloce con i fari accesi e la musica alta.

A volte la felicità è ricordarsi una faccia buffa. È questo quello che davvero mi scuote. La normalità. Come, da studente, era normale andare a scuola e rincorrere un dondolante autobus verde. 

Gli autobus di oggi invece hanno cambiato colore, sono arancioni come il cielo di questa sera. Sono sudati e anche l’aria ha cambiato consistenza. Ed io? Pure io ho perso parte del mio spessore. Non li inseguo più.

Credo che stanotte finirò col mettermi a scrivere. Una lettera. Una di quelle che poi non spedisco. Che rimane dentro un cassetto, o magari diventano una palletta di carta da affidare alle cure della raccolta differenziata. 

Prima, soltanto per un attimo, mi sono perso per i vicoli del centro di Roma. Perdersi non è poi così male. Lasciarsi andare, abbandonarsi, non aver nulla da dire e nessun posto dove andare. 

Apro la finestra, fa freschetto. C’è qualcosa che entra improvvisamente e sembra confusa. Una zanzara, un ronzio leggero. Poi una lama intermittente di luce. Sì, credo ci sia qualcosa che non funziona nel lampione sulla strada.

Credo anche di non saperlo descrivere bene. L’amore intendo. Magari è solo un punto interrogativo. 

Chiedetemi ora il perché, in questo momento, tutto quello che davvero mi attrae è sentire un vento freddo che mette i brividi. 

Quella pelle d’oca leggera che precede l’incoscienza della consapevolezza, della percezione totale, del riposo dall’inquietudine.

Quando saremo dei gatti, in un’altra vita magari, potremo abbracciarci ancora. Ma se davvero accadesse, allora fai in modo che sia indimenticabile. 

È arrivato il taxi. Si è chiamato da solo. Adesso mi siedo dietro e guardo un po’ il tassametro. Ho voglia di sentire il valore del tempo. 

La macchina parte, le ombre diventano incerte, le pareti della strada ora sono palazzi.

Non c’è una linea d’orizzonte. Non c’è possibilità di coniugare il verbo raggiungere. C’è una solitudine espansa, una compressione tutta interiore, una supernova in procinto di esplodere tra stomaco e cuore. 

Sorrido. Guardo il profilo mezzo addormentato del conducente e me la rido ancora. La felicità è un momento asettico e puro e l’amore non è fatto per quelli prolissi. 

Ho finito l’inchiostro nel telefono e non sono nemmeno arrivato all’ultima pagina. Quella parola l’ho scritta. Quella di cinque lettere. Quella che inizia per A e finisce per E. Quella che da senso e significato a tutte le lancette del mondo.

Sono solo le cinque ed è quasi ora di bere un caffè. Nemmeno molto fuori orario. È quasi tempo di fare un check in nei ricordi. 

Basta solo ricordarsi di allacciare le cinture. In fondo è un giorno come tutti gli altri e le uscite di sicurezza sono sempre in fondo al corridoio. 

Le notti di Roma

14 ottobre 2017

L’avete mai vista la notte a Roma? Fatta di pensieri e di aria leggera. Di sogni lucidi appena infranti e di ricordi che mettono i brividi. Come quel freddo timido che arriva in autunno, quasi accennato. 

E quella luce gialla dei lampioni che illumina le strade? Colorata. Disciplinata. Discreta. Stanotte sembra chiedere addirittura scusa per il disturbo. 

La notti di Roma. Fatte di fontane umide, di ricordi assonnati e sanpietrini bagnati. Fatte di gabbiani indaffarati e di felini addormentati sui tetti.  

La notte i monumenti di Roma si contendono lo sguardo dei passanti con le meraviglie dei vicoli, con i ponti illuminati e con le facciate barocche dei palazzi. 

Se la guardi Roma ti ricambia lo sguardo. E se la ami, Roma ti restituisce l’amore sotto forma di un incancellabile immagine da tenere per sempre nel cuore.

Quantità e qualità 

13 ottobre 2017

Scrivo meno e mi impongo di farlo meglio. Frequento meno persone e mi illudo di dedicare più tempo a me stesso. Invece vado anche meno spesso al cinema.

Colpa di questo mio spietato bisogno di dicotomia, se riesco sempre ad assegnare alle cose due significati. Senza che uno escluda in qualche modo l’altro. 

Quantità e qualità. Due irriducibili nemiche. Due complici ammiccanti. E poi tutte le cose che stanno nel mezzo. Sono sicuro che anche Alice la penserebbe come me. Però mi servirebbe più tempo da dedicare a una qualche forma creativa di malinconia. 

Ieri ho guardato incuriosito il sequel più rischioso della storia del cinema e l’ho trovato sublime. Qualità e quantità. Quasi tre ore di film senza uno sbadiglio. 

Blade Runner 2049 è un secondo capitolo piovoso, freddo, sporco, riuscito e perfetto. 

I giochi di luce. I riflessi. Le fantasie. Gli ologrammi. I volti mono espressivi dei replicanti. I richiami vintage al capolavoro di Ridley Scott. Tutto perfettamente curato nei minimi dettagli. 

Finalmente il mondo viene raccontato in un film di fantascienza come probabilmente sarà. Una infinita discarica. Senza scene d’azione. Senza quella fine ironia hollywoodiana che tanto stona nelle sceneggiature post-apocalittiche.

Allora eccomi qui, tutto preso a non raccontare la trama eppure a lasciar intendere a tutti che si tratta di un film da non perdere. A non rivelare le scene, malgrado la mia conclamata incapacità di non saper tenere la “ciavatta” (bocca) chiusa. 

L’incontro-scontro tra Ryan Gosling e Harrison Ford è una scena che ti mette in pace con il cinema d’autore. Da fiato sospeso. Non dico altro.

Il mio mantra è l’ossimoro e la legge che mi governa è l’attrazione magnetica dei poli opposti. Ma adoro le pellicole che mi fanno perdere il senso del tempo.

Bravo Villeneuve. Ma a me già da “Sicario” eri piaciuto da morire.


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