Posts Tagged ‘Gianluca Marcucci’

Le notti di Roma

14 ottobre 2017

L’avete mai vista la notte a Roma? Fatta di pensieri e di aria leggera. Di sogni lucidi appena infranti e di ricordi che mettono i brividi. Come quel freddo timido che arriva in autunno, quasi accennato. 

E quella luce gialla dei lampioni che illumina le strade? Colorata. Disciplinata. Discreta. Stanotte sembra chiedere addirittura scusa per il disturbo. 

La notti di Roma. Fatte di fontane umide, di ricordi assonnati e sanpietrini bagnati. Fatte di gabbiani indaffarati e di felini addormentati sui tetti.  

La notte i monumenti di Roma si contendono lo sguardo dei passanti con le meraviglie dei vicoli, con i ponti illuminati e con le facciate barocche dei palazzi. 

Se la guardi Roma ti ricambia lo sguardo. E se la ami, Roma ti restituisce l’amore sotto forma di un incancellabile immagine da tenere per sempre nel cuore.

Quantità e qualità 

13 ottobre 2017

Scrivo meno e mi impongo di farlo meglio. Frequento meno persone e mi illudo di dedicare più tempo a me stesso. Invece vado anche meno spesso al cinema.

Colpa di questo mio spietato bisogno di dicotomia, se riesco sempre ad assegnare alle cose due significati. Senza che uno escluda in qualche modo l’altro. 

Quantità e qualità. Due irriducibili nemiche. Due complici ammiccanti. E poi tutte le cose che stanno nel mezzo. Sono sicuro che anche Alice la penserebbe come me. Però mi servirebbe più tempo da dedicare a una qualche forma creativa di malinconia. 

Ieri ho guardato incuriosito il sequel più rischioso della storia del cinema e l’ho trovato sublime. Qualità e quantità. Quasi tre ore di film senza uno sbadiglio. 

Blade Runner 2049 è un secondo capitolo piovoso, freddo, sporco, riuscito e perfetto. 

I giochi di luce. I riflessi. Le fantasie. Gli ologrammi. I volti mono espressivi dei replicanti. I richiami vintage al capolavoro di Ridley Scott. Tutto perfettamente curato nei minimi dettagli. 

Finalmente il mondo viene raccontato in un film di fantascienza come probabilmente sarà. Una infinita discarica. Senza scene d’azione. Senza quella fine ironia hollywoodiana che tanto stona nelle sceneggiature post-apocalittiche.

Allora eccomi qui, tutto preso a non raccontare la trama eppure a lasciar intendere a tutti che si tratta di un film da non perdere. A non rivelare le scene, malgrado la mia conclamata incapacità di non saper tenere la “ciavatta” (bocca) chiusa. 

L’incontro-scontro tra Ryan Gosling e Harrison Ford è una scena che ti mette in pace con il cinema d’autore. Da fiato sospeso. Non dico altro.

Il mio mantra è l’ossimoro e la legge che mi governa è l’attrazione magnetica dei poli opposti. Ma adoro le pellicole che mi fanno perdere il senso del tempo.

Bravo Villeneuve. Ma a me già da “Sicario” eri piaciuto da morire.

“Io”

10 ottobre 2017

Alice allargò le braccia per consentire al suo ottimismo di girarle intorno. 

Alice era convinta che il centro di ogni universo fosse un pronome personale, ma ignorava quale. Continuava a confondere il verbo sparire con il verbo evaporare.

Alice era terrorizzata dalle storie d’amore. Aveva la certezza che prima o poi si sarebbero rotte e riempite di infiltrazioni.

“Sono solo storie.” Le avevano detto.
 
“Sono solo momenti più lunghi del solito.” Le avevano assicurato.

Esperienze incomplete prive di alcun rigore scenografico.

Un giorno Alice provò a chiudere gli occhi. Tentò di compensare le insinuazioni della realtà, sognando. 

Forse cercava soltanto il ricordo perfetto. Quello che annulla tutte le nostre paure.

Quel giorno si rese conto che si possono cancellare dalla propria vita tutti i pronomi a eccezione di uno. Non si può cancellare la parola, “Io”.

Anche quando mi accorgo che mi fa stare bene farlo

4 ottobre 2017

Adoro quel preciso istante. Quello che precede il sonno. Quell’attimo di ovattata percezione del tempo. 

L’inizio un viaggio diversamente avventuroso dove non c’è necessità che accada davvero nulla. 

Nessuna principessa da salvare. Niente evasioni spettacolari. Nessun gol all’ultimo minuto. Niente indipendenze catalane, rivoluzioni francesi, o affilate ghigliottine repubblicane. 

Soltanto tanta consapevole assenza. O magari inconsapevole, chissà. Non posso esserne certo. 

È in questa specie di universo parallelo, un po’ mellifluo, che ogni tanto mi e ti ritrovo. Dietro al solito ricordo sbiadito. Ma ho la stessa percezione di quando andavo sott’acqua a cercare le stelle marine. 

Immagini sfocate e bugiarde. E il rumore del mio respiro che fa da colonna sonora. Non è così male non riuscire a fidarsi dei propri sensi. Ha quel non so che di esoterico e lieve.

Non è poi così devastante arrendersi al proprio “essere in balia dello spazio”. Ai margini di una singolarità fisica non descrivibile. Non misurabile. 

Un qualcosa che inghiotte si la tua lucidità, ma senza masticarla. E comunque, poi ti viene restituita sempre.

Un posto dove il tempo non conta. Dove è impossibile pensare al passato, o al futuro. Dove non si possono declinare condizionali. Soltanto interminabili tempi al presente. 

Un luogo dove la nostalgia, la noia e la frustrazione non hanno alcun valore. Dove non esiste la stanchezza. Nessuno sogna mai di dormire.

Quando questo succede ripenso ai viaggi di Ulisse. Ad Itaca. Alle cose che alla fine ritornano. E mi accorgo che per quanto un uomo si possa spostare in avanti, non si può mai esorcizzare quel bisogno confortante, che abbiamo, di rimanere ancorati a qualcosa. 

Quando riapro gli occhi poi torno a essere quello di sempre. Sbadiglio. Guardo il cellulare. Continuo a non essere in grado di spiccare il volo, o camminare sull’acqua. 

Continuo a dividere, e non a moltiplicare, pani e pesci. A non avere un piano perseguibile per salvare il mondo. 

Persevero con puntualità svizzera con le mie consolidate imperfezioni e mi ostino a non voler rifare il letto. A sbagliare la differenziata. A non saper bene accanto a chi stare.

In una sorta di “volontarismo” cosmico stamattina mi descrivo, in precario equilibrio sulla lama del “rasoio di Okham”. Un uomo sta dove si sente a suo agio. Io sto bene accanto a chi mi fa stare bene.

Il “sentirsi bene” è alla base di ogni mia scelta. Che sia un locale alla moda. Una spiaggia. Un cinema. Una persona. O una panchina all’ombra. 

Non che sia sbagliato, ma a volte stare bene mi basta. Non sento il bisogno di conoscere profondamente ciò che mi sta facendo stare bene.

La ricetta di quel piatto, o gli ingredienti. La forma di quella panchina, o il suo grado di robustezza. Il pentagramma di quella melodia che mi ha fatto chiudere gli occhi. 

La fisica di quel tramonto. O il volto di tutti gli ospiti e i dipendenti di quell’hotel a strapiombo sulla costiera amalfitana dove ho scelto di non sentirla più.

Non ho mai provato il bisogno di conoscerla a fondo una persona che mi ha fatto stare bene. Mi accontentavo di questa sua proprietà. Non pensavo che anche quella persona poteva ferirmi profondamente. 

Certo è una mia affermazione del tutto soggettiva e discutibile. Basata su una esperienza nemmeno troppo provata e sul mio essere rigorosamente logico. Quasi un teorema da accettare per assurdo.

Se una persona ci fa stare male è la giusta motivazione per allontanarsi. Ma stare bene insieme a una persona non è mai un motivo abbastanza valido per tenerla sempre accanto.”

Perché in tutto questo stare bene, l’altra, o altro, non c’entrano mai. Dipende solo e unicamente dalla nostra percezione di lei, o di lui. Dipende soltanto da come ci sentiamo noi dentro.

E “noi” non siamo una relazione, noi rappresentiamo soltanto noi stessi.

Per dirla alla Jep Gambardella, mi sono accorto che alla soglia dei 50 anni trovo difficile camminare per troppo tempo al fianco di qualcuno. Anche quando mi accorgo che mi fa stare bene farlo.

Prima di prendere sonno

2 ottobre 2017

“C’era una volta un dio onnipotente e buono che viveva solo soletto in uno spazio vuoto. Era un nulla freddo, insondabile e cosmico.

Davvero stanco di tutto questo niente, decise un giorno di creare un universo infinito e di lasciarlo a se stesso. Scelse poi di non interferire. Di starlo a guardare. Insomma, per qualche motivo, quel dio aveva deciso di non dare ad alcuno la prova scientifica della sua esistenza.”

“Ma papa scusa…” È Nicoletta che mi interrompe. “Perché mai un dio buono sceglierebbe di starsene in disparte dopo aver creato tutto questo? E chi pensa poi alle guerre? Alle ingiustizie? Alle catastrofi? Alle persone cattive? E chi ascolta le preghiere di nonna?”

“Non lo so amore mio.” Le rispondo sorridendo. 

“Dio è da sempre una questione di fede. E la fede va ben al di là di ogni storia raccontabile e verificabile. Io non so se esista un qualche dio. Da quanto esista, o se magari l’abbiamo solamente creato noi per non sentirci così piccoli davanti a tutto questo sconfinato universo. 

So solo che probabilmente farei molta fatica a vivere in un posto dove posso avere la prova che un Dio non esiste.”

“È vero. Nemmeno io ci vorrei stare papà.” Sussurra Nicoletta stropicciandosi gli occhi. 

“Ma come facciamo a sapere che non è una bugia? Io so che non esiste il demone sotto al letto. Ho anche scoperto che babbo natale sei tu. Ti ho spiato sai? Ma un dio? Come si può fare? Ci vuole una prova.”

Mia figlia mi sta guardando come si osserva un’alba. E io mi rendo conto di quanto il suo sorriso sia la mia unica religione.

“Amore tu vuoi bene alla mamma?”

“Si papà. Io gliene voglio tantissimo di bene.”

“E se ora papà ti chiedesse di dargli una prova? Lo prenderesti o no per matto?”

Le sue parole se ne stanno in equilibrio sulle labbra per qualche istante prima di andare a occupare tutto lo spazio possibile.

“Forse ho capito, papà! Me la racconti un’altra storia? Quella della lumaca?”

“Mmmh! Quella mi mette nostalgia! Ti racconto la storia di un monaco? È noiosa e fa addormentare!”

Mi guarda. Mi strizza gli occhi. Adoro l’incanto di quel sorriso. Vale più di qualsiasi si.

“C’era una volta un frate francescano. Si chiamava Guglielmo. Fra’ Guglielmo di Okham. 

Lui credeva in un dio cristiano senza il bisogno di alcuna prova, ma era anche certo della profonda fallibilità degli uomini. Dei papi. Degli imperatori. E dei papi imperatori in particolare.

“Fallibilità, è quando non sei onnipotente, vero papà?”

“Non esattamente, piccola. L’onnipotenza non implica il ‘riuscire sempre a fare delle cose buone’ per esempio. Quindi anche un dio, sotto un certo aspetto, è fallibile. E se sei fallibile è statisticamente probabile, anzi quasi del tutto certo, che prima o poi farai qualcosa di sbagliato.”

“Fra’ Guglielmo scrisse cose forti per quei tempi. Il medio evo era un posto brutto dove le persone venivano uccise per un pensiero. Lui mise in dubbio lo stato pontificio. Disse che un papa non può attribuirsi alcun potere, né temporale, né spirituale, giacché la sola possibilità per l’uomo di salvarsi…”

“…deriva dalla grazia divina. Ma questa è un’altra storia per la mia piccola orsetta stanca.”

Eccoli qui. I suoi occhietti chiusi. La serenità in persona. Una bimba che dorme proiettata chissà dove nel sonno. Forse in un universo diverso. E un papà che la osserva pensando che non esista niente di più bello al mondo. E poi Fra’ Guglielmo mette sonno.

A me non sono mai bastati pochi minuti per lasciarmi andare. Per sprofondare in quel posto meraviglioso. Il mondo visto da dietro le palpebre. 

Da bambino mi addormentavo ascoltando storie, o in alternativa contavo pecorelle. Oggi invece sono i lupi a saltare lo steccato e non tutti vengono con le migliori intenzioni.

Per questo ogni tanto perdo il conto e devo scrivere un po’ prima di prendere sonno.

Non finiscono mai

1 ottobre 2017

A volte mi sento come una di quelle macchinette dove qualcuno tenta di infilare 2 euro per provare a ricevere in cambio un inutile pupazzo. Quelle che si trovano all’ingresso dei supermarket. Quadrate. Metalliche. Quelle con il braccio meccanico e soltanto una possibilità di portarlo sulla perpendicolare giusta.

“Lo sai? Leggo ciò che scrivi. Sembri un condannato in attesa della sua punizione.”

“Smettila Alice! Aspetto soltanto!”

“Che cosa? Il momento giusto? La mamma dal cielo?”

“Casomai la manna. E comunque no. Attendo che finiscano le parole.”

Alice sorrise. “Allora ti rivelo un segreto Gianlu. Le parole sono come i pensieri. Non finiscono mai.”

Eravamo solo apparentemente simili io e lei. Ci distinguevano gli universi dove siamo cresciuti. Il tempo impiegato a prendere una qualsiasi decisione. E i centimetri che mancavano a toccare il soffitto con un dito. 

Io salivo sul letto e cominciavo a saltellare. A lei bastava chiudere gli occhi e immaginare di farlo. Ma c’è una differenza profonda tra immaginare di fare qualcosa e le sensazioni generate dall’aver fatto. Se non fai, poi non puoi descriverlo.

Credo che la potenza delle parole sia il risultato dell’equazione: numero di persone che davvero ci crede, fratto il numero di persone che poi decide di citarle in un social network.

Se la vita fosse un tentativo di rapina a mano armata, io sarei la telecamera puntata sul reparto frutteria. Quella che ti avvisa soltanto se ti stanno rubando il mango.

C’è solo una cosa che non capisco

25 settembre 2017

Un capitano Akab, ogni mattina, sogna traguardi impossibili e interminabili viaggi. Una balena bianca invece si sveglia e basta. La balena non si sente mai affondare. Anzi, scendere in profondità a volte vuol dire salvezza.

In ogni uomo esiste una parte sommersa e una parte che si vede. Anche da lontano. E in ogni cosa, o persona, è la parte che non si vede quella in grado di fare danni. Di squarciare senza saperlo.

Il tipo è seduto di fronte a me. Avrà circa 50 anni. Un bell’uomo, ben vestito. Una valigetta per il Pc sulle gambe. Un iphone7 acceso. Parla a voce alta, anche se non altissima. Dice che c’è solo una cosa che non capisce, ma non riesce a comunicarlo. Forse perché dall’altro lato hanno troppo da parlare. 

Lui pensa che sarebbe meglio inserire la parola “serie”, sopra la scritta IMMATURI, ma va messo tutto in minuscolo. L’allegato però non riesce a vederlo, perché il programma non si apre sull’iphone7. 

Sento il devastante bisogno del parere di un altro passeggero. Magari basterebbe chiedere alla Monica. Milanese conclamata che chiacchiera da 5 minuti sulla poltrona della fila opposta. Parla e tiene le gambe allungate verso il centro del vagone. Belle gambe davvero. 

La gente però deve scansarsi e fare il passo lungo, perché quelle gambe rimangono distese. No che non è maleducazione. È solo che ogni tanto uno si sente il mondo come fosse casa sua. E probabilmente lei crede di trovarsi sul suo divano in salotto. Embè? Meglio lì che altrove, mi dico. 

Ironia.

I passeggeri intanto saltellano nel tentativo di raggiungere il proprio posto. E finalmente parte il suo commento ad alta voce: “Non capisco per quale motivo uno che ha un biglietto di un vagone diverso salga dal davanti? Ma che hanno in testa? Cenere?” 

Sarcasmo. 

Il treno parte con due minuti di ritardo. Durante il viaggio le sue gambe non possono estendersi oltre. Quindi la si vede e la si sente ravanare parole sconnesse dal cervello. Tutte un po’ a caso. Sbadiglia, sbuffa, sospira. Tutto in stereofonia. 

Intanto ho scoperto che il signore di prima fa il regista. È Paolo Genovese. Già, proprio quello di “Perfetti Sconosciuti”. 

Adesso l’allegato si apre. Lui voleva intendere con quel “c’è solo una cosa che non capisco”, di non aver ben chiaro chi avrebbe curato il casting della sua nuova serie televisiva. E che avrebbe preferito dirigere volti nuovi, magari gente presa in strada. Ecco, ora che ho scoperto l’arcano mi sento più sereno. Posso lasciarlo alla sua storia e magari proseguire la mia.

Materia. Antimateria. Origine della vita. Universo. Cancro. Neutrini. Quello che mi comunica Magritte con “Gli Amanti”, o il perchè Van Gogh abbia venduto un solo e unico quadro in vita. E che dire della testa di Trump?

No.”Non c’è solo una cosa che non capisco.” Sono tante. Troppe cose. 

Provo a sussurrarlo a mezza bocca. Che senso di sicurezza che dà quel “solo” detto così. Strisciato tra i denti, con una esse più lunga della S dei supermercati brianzoli.

Superato lo scoglio affiorante di quella esse, tutto è saputo. “Non c’è sssssssolo una cosa che non so.”

Le altre? Le so tutte? I neutrini, i vegani, i capitani Akab che inseguono balene. O altri che cozzano contro iceberg e scogli. E i tornado? Gli uragani? Dove finiscono i palloncini e i calzini spaiati? E i fondi raccolti con gli sms solidali? 

Ironia e sarcasmo.

Che poi, alla fine, non ho nemmeno capito se è la scritta “IMMATURI”, o la parola “serie”, quella che va riportata in minuscolo.

La mattina presto

20 settembre 2017

C’è uno spazio infinito davanti a me, ma non ho abbastanza tempo e capacità per attraversarlo tutto. 

Stamattina il lungomare di Ostia è trasparente. Sembra addirittura più tiepido dei diciotto gradi centigradi delle previsioni. Colpa di una brezza leggera che arriva dal mare e che accarezza le spiagge semi-deserte. 

Io passeggio. Gioco con le profondità dell’animo. Mi immergo ingenuamente con lo sguardo in un orizzonte lontano e riemergo, solo ogni tanto, per prendere fiato. Galleggio tra i disciplinati semafori e le ammiccanti vetrine dei bar. 

E poi un’altra cosa. C’è tanto silenzio. È un tempo giusto per leggere, per ascoltare, per guardare e raccontare. La città è ammutolita. I pensieri precipitano fuori, oppure restano in equilibrio sulla linea delle necessità. Per la prima volta sto osservando il futuro da una prospettiva diversa. Meno seria e più profonda.

Il domani sembra un luogo sinistro. Roma pare arrabbiata per questo. E io? Io me la cavo con uno sguardo da topo addomesticato. Con la mia solita faccia da schiaffi e gli occhi di chi si è smarrito tra i “perché” di ogni giorno. 

Intanto nel mondo la terra trema. I terroristi agiscono. Gli ideali crollano. Resistono solo le maledette banche. Quelle non falliscono. E le trasmissioni televisive, sempre più ridicole. Ammiccanti produzioni con le gambe aperte che mi fanno venir voglia di spegnere la tv.

Questo immenso spazio davanti a me sfila via più veloce del tempo necessario a percorrerlo tutto. Forse l’universo mi sta suggerendo qualcosa di quello che potrei essere. Non solo dettagli di quello che non sono più. 

Ci sono attimi in cui la vita ci regala la straordinaria possibilità di fermarsi. Di riflettere e pensare. Riconoscere questo silenzio assordante e spiazzante. Succede quando cammini sul lungomare della tua città la mattina presto. Quando all’improvviso ti accorgi che la vita ti sta cambiando l’aria.

L’unità di misura

17 settembre 2017

Domenica mattina. Percorro a piedi viale Trastevere. Destinazione Porta Portese. Non sono un collezionista di cose antiche, ma camminare tra le bancarelle è sempre l’occasione giusta per osservare un campionario di persone particolare. Gente che, negli ambienti che frequento, non incontrerei mai. 

A Trastevere le variabili cambiano. Si nota immediatamente. La prima a farlo è il tempo. Un mercatino si muove al rallentatore. Un acquisto è sempre la conseguenza di una scelta ponderata e valutata, ma a Porta Portese è tutto un rito.

Perché in effetti i personaggi ruotano tra le bancarelle, ma non come chi vuole davvero comprare qualcosa. Bensì come chi sente forte la necessità di respirare l’aria degli anni passati. È una macchina del tempo.

Anche io voglio viaggiare a ritroso stamattina. Comprerò qualcosa? Non lo so. L’ultima volta ho acquistato un’orsacchiotto con la zampa semi scucita per cinquanta centesimi. Ora se la spassa sul letto di mia figlia insieme a un polpo blu.

Supero piazza Mastai. C’è profumo di cornetti caldi appena sfornati nell’aria. Peggio delle Sirene di Ulisse. Resisto. Ancora duecento metri e volto a sinistra. Vedo di tutto. 

C’è qualcuno che offre quei barattoli di pasta mimetica per il viso che usano i soldati. Alcune confezioni sono a metà. Da dove arrivano? Davvero da qualche fronte? A volte la storia delle cose è camuffata. Non posso fare a meno di pensarlo. 

Ci sono anche i lampioni dei vicoli di Roma. Quelli che l’amministrazione Raggi ha fatto sostituire con le Lampade a led. Meravigliosi. Chiedo il prezzo. Settanta euro. Li comprerei tutti se qualcuno mi aiutasse a rimetterli al loro posto.

Faccio qualche passo. Svolto un angolo. Avanzo lentamente tra giacche fuori moda e jeans usati. Vorrei acquistare una vecchia clessidra. Sono affascinato da questi oggetti. Invece mi imbatto in mucchi di posate semiarruginite, vecchi telefoni analogici, colline di dvd e proiettori di grosso calibro. Qualcosa di sottratto ai ricordi di un cinema che non c’è più. Forse muto.

Nonostante il tempo che passa. Nonostante la gente che cambia. Nonostante i muri culturali e generazionali, Porta Portese rimane la stessa. 

Merito delle persone che vivono e sanno adattarsi agli scenari che cambiano. In fondo il verbo “vivere” è “sopravvivere” soltanto nella desinenza. Cambia la radice. A volte le parole della stessa famiglia etimologica indicano cose così profondamente differenti.

Non ho ancora trovato la mia clessidra. Magari tornerò. O forse no. Nel frattempo intorno a me la vita continuerà a scorrere fluida. E io mi divertirò a osservarla passeggiando. 

Stamattina l’unità di misura sono i ricordi e io posso continuare a misurare questo meraviglioso universo soltanto sbattendo gli occhi.

Alice e il sognatore di successo

7 settembre 2017

E’ una giornata insolitamente azzurra a Torino. Stamattina anche l’acqua del fiume non ha niente da invidiare al Tevere, o agli scarichi dei navigli. Il Po non è certo un capolavoro, ma almeno oggi non si vedono affiorare lavastoviglie, o centrifughe termozeta. E non l’avevo mai notato, ma ci sono punti larghissimi, di grande respiro. 

Respirare. In pochi sanno che il contrario di “inalare” è “esalare”. Saperlo non fa di me un umanista, però mi regala una maggiore profondità di pensiero. 

Lei sta arrivando a piedi. Cammina lentamente lasciandosi alla spalle la Gran Madre. Attraversa il ponte verso piazza Vittorio Veneto. È vestita come una diciottenne nel giorno più caldo di agosto. Mi abbraccia. Ci sediamo su mezzo metro quadrato di panchina. L’unica all’ombra.

Alice mi racconta di tutto. La sua storia è un caotico andirivieni tra quel che proprio non le è andato giù della vita e la sua impossibilità di riconoscerlo davanti a una persona reale. 

Le relazioni sbagliate. Il lavoro. La tempistica disordinata di certe situazioni subite. Un conflitto a fuoco in cui è proibito parlare di fuoco con gli estranei. E io lo sono. 

Azzardo qualche ovvietà: “Però scusami Alice. Quando ci sentiamo arrabbiati per qualcosa, o con qualcuno, lo possiamo anche dire, no? Si può comunicare.”
Ingenuo tentativo. 

Mi fissa e quasi sottovoce mi sussurra: “L’importante è che non succeda mai nulla e che niente metta in pericolo il Regno. E parlarne lo mette in pericolo.”

“È per questo che non ti sei mai aperta con qualcuno riguardo i tuoi viaggi?” Questa domanda la immagino quasi necessaria, ma non pronuncio neanche una parola. Penso e non dico.

Alice non amava il caffè. Odiava che nella spremuta rimanesse la posa dell’arancio. E le piacevano i taralli al finocchio. 

Una volta la vidi sorseggiare un Cosmopolitan. Fu in una sera di giugno, in un’isola che somigliava molto ad Itaca. Sotto una falce di luna che da sola illuminava completamente il cielo. Roba da Cenerentole dispotiche e dilettantismi da principe azzurro. 

Che poi nessuno ha mai saputo cosa gli accadde dopo il matrimonio. Questo la favola non lo ha mai raccontato. 

La storia di Alice, narrata da Alice, invece è una strada lastricata anche di torti subiti. Di dubbi irrisolti. Di personaggi indecifrabili e posti fantastici. Luoghi dove il tempo scorre in modo differente e dove il destino deve sempre rendere conto a poteri superiori. 

Avrei un’altra domanda sincera, ma sento che non c’è spazio per porla. Alice parla senza interrompersi.
Come si può immaginare una vita intera senza dedicare tempo alla realtà? Senza osservare le cose per quello che semplicemente sono? 

Una vita declinata con il verbo sognare è un’irraggiungibile Itaca. Forse un’isola troppo vicina per i miei sogni e incredibilmente lontana dai miei orizzonti. Un viaggio senza meta che non può che riportarmi al punto di partenza.

Poi il discorso si muove. Evolve. Abbandona le secche delle storie e punta verso l’alto. Tecnicamente e senza saperlo, Alice muta il suo sguardo. Si fa più distesa. Il viso è più chiaro, gli occhi più intensi e persino più vivi. 

“Io ho finito. Sono convinta che la mia vita, per quanto virtuale, abbia avuto comunque un significato e sono contenta di come la sto vivendo. Eppure adesso che sono quasi arrivata alla fine della mia storia, non riesco più a guardare oltre un singolo lato dello specchio. Ma non so da quale lato guardare.”

Penso alle risate automatiche che queste parole porterebbero in quasi tutti gli ambienti che frequento. Persino una parte di me inclina la testa sorridendo. 

Ma l’altra no. L’altra parte di me osserva una donna giovane di anni e vecchia di esperienze da raccontare. Non c’è più l’andirivieni di prima. Non c’è una parte che nega la sua rabbia e l’altra che lotta per farla uscire fuori. 

Riesco a vedere il complesso delle cose. Il ritmo rallenta, le frasi pesano di più e paradossalmente sono parole che volano.

“Non ho altri viaggi da fare Gianluca, la mia storia finisce qui. Sono contenta così. Grazie di avermi raccontata.”

Può un personaggio della mia fantasia diventare ad un tratto, bellissima? Ebbene può. 
Succede in un istante, ma succede. Penso che solo attraverso la nostalgia si veda il buono delle cose che abbiamo vissuto. Quelle per cui abbiamo sperato. Tutto fiorisce e matura in questo rarefatto finale. 

Forse non ho capito niente io di quel che accadeva nelle storie che leggevo. Forse ero troppo impegnato a scrivere e raccontare le mie. Di storie intendo.

E per un attimo realizzo che è molto più facile essere seduti sulla stessa panchina, che essere seduti nello stesso universo.

Due minuti ancora, poi Alice deve far ritorno al suo mondo. Qualcuno ci sta scrutando sulla soglia, gentile e guardingo come un gatto. Forse è un gatto.

Alice si allontana di un passo. Poi si volta ancora indietro. Mi regala una stretta di mano. Le brillano gli occhi come a una bambina di fronte ai regali di Natale. 
“Stavolta resterò laggiù per sempre. Tu lo sai cosa vuol dire? Perché io non lo so.”

Non lo sa, nemmeno lei. Suona così strano l’arrivare a essere felici di non sapere per credere. Mille voci dentro di me si levano sarcastiche. Che bellezza può essere convivere per sempre con un coniglio nervoso, un bruco logorroico, un’altro che sparisce, o un tizio che vende cappelli fuori moda. Bel posticino da incubo questo famoso paese delle meraviglie. Eppure i suoi occhi vedono tutta questa bellezza. 

Un istante ancora e Alice svanisce. “Nemmeno io lo so.” Mi ripeto dentro. Poi mi volto verso quella costruzione dall’altro lato del ponte e mi scorre addosso una sensazione. Ripenso a quello che mi ha detto. Alla luce che aveva nello sguardo. E finalmente capisco.

Lasciare agli altri il dubbio di non sapere da quale parte dello specchio sia la realtà. È questo che fa la differenza tra un sognatore qualunque e un sognatore di successo.

Alice e le foglie 

3 settembre 2017

Alice andava avanti gattonando. E quando rimaneva bloccata dal peso degli eventi decideva di spostarsi verticalmente. Una volta le avevano spiegato che ascesa e discesa alla fine si somigliavano un po’.

Alice giocava con i segnalibri e i numeri di pagina non sequenziali. Aspettava seduta su un prato stellato un grosso coniglio bianco. Affascinata e distratta dal ricordo delle immagini di quell’universo così diverso dal suo. 

Alice pensava a quanto fosse stato facile vivere, in un solo istante, ciò che altri non sarebbero riusciti a vivere nell’arco di due intere vite.

Quando i battiti del cuore di Alice acceleravano lei non ne perdeva il controllo. Se sentiva il sangue salirgli alla testa sussurrava al destino qualche parola di scuse. 

Sorrideva. Alzava un sopracciglio. E improvvisava. Con l’imbarazzo di chi pensa di poter prevedere i terremoti in autunno, soltanto osservando le foglie cadere.

Uno alla volta

19 agosto 2017

Tentare di raccontare un fatto accaduto a trecento metri da noi, soltanto due giorni fa. Provare a descrivere prima la sorpresa. Poi la paura e il devastante senso di inadeguatezza nostro e delle persone intorno.

Forse niente di più difficile. Niente di più inutile. Se non ci sei dentro le parole non lo trasmetteranno mai. Se non l’hai vissuto la retorica non aiuterà qualcuno a capire.

Il terrorismo rimane un fatto universalmente noto e di portata drammaticamente storica. Ma cosa “cazzo” vuol dire terrorismo. Che ne sa un ragazzo di 22 anni del terrorismo. Della tolleranza. Uno che crede alle favole di una vita migliore dopo una morte infame. La vita è questa e non ce ne saranno altre per nessuno. 

Per questo mi trovo fortemente inadeguato a trasformare un dramma in un racconto, magari con personaggi da romanzo. Potrei comunque farlo. Ne sarei anche capace. Ma sarebbe la mia interpretazione personale e difettata. 

Oggettivamente si è trattato di un furgone lanciato su una folla. Come altri prima di allora. E altri che ne verranno ancora. Soggettivamente invece, per le persone rimaste coinvolte e per i terroristi assassini, si trattava di “uno alla volta”. 

Abbattere un vecchio. Un ragazzo. Una donna. Senza ordine. Con caotica casualità. Non sono certo stati lì a controllare l’etichetta. Giovani. Anziani. Cristiani. E magari anche musulmani, perché alla fine importa davvero? Per nessuno di loro c’erano persone uguali a loro. E in un certo senso è proprio così.

Ho provato a immaginare i protagonisti prima, durante e dopo l’attentato alla Rambla. In casa, al bar, nel furgone, in strada, in fuga. Quello che poteva andare storto e che invece purtroppo non è accaduto. 

L’irrisolvibilità del destino. La sopravvivenza di persone segnata da innumerevoli piccole coincidenze. La bimba che vuole tornare in hotel. La sterzata del van all’ultimo momento. La nostra storia che è sempre la somma delle conseguenze di tantissime altre storie. 

Esistono solchi profondi tra le persone, che nemmeno le più tenaci volontà sarebbero in grado di ricucire con la tolleranza. E questi baratri non sono generati da un conflitto, ma dalla pura e semplice differenza di pensiero.

Anche dentro di noi ci sono linee e soglie di non ritorno che continuamente varchiamo. Identità che quotidianamente muoiono e nascono. Tutto questo può apparire deprimente, dispersivo, frustrante. 

Immagino il furgone che corre. Le persone che cadono e muoiono. Alcune senza avere la benché minima consapevolezza, o reazione al fatto. Nessuna strategia difensiva opponibile. Soltanto il dolore. 

Le grida incomprensibili in lingue diverse. Ma tutte con la stessa intensità. Poi un’altra improvvisa accelerazione arriva e consuma ogni giustificazione morale. Le ruote sgommano in una serie di sterzate casuali sull’asfalto. Ogni schema logico salta. Il buonsenso viene fatto deflagrare in un tempo troppo piccolo per reagire. 

Così a un tratto è ancora il destino a lasciare poco spazio al bisogno di sopravvivenza di tutti. Dei terroristi. Delle coppie a passeggio. Dei turisti. Delle mogli, dei mariti e dei figli.

Al volgere dell’ultima sterzata un uomo viene soltanto sfiorato, mentre un’anziana signora italiana viene colpita dal paraurti e vola a oltre 20 metri. È il suo ultimo respiro e si esaurisce al suolo. 

È l’immagine più drammatica della nostra impotenza. E non mi viene altro da scrivere ora che non sia, maledetti.

Alice e il rispetto

2 agosto 2017

Alice temeva quello che immaginava poterle passare davanti agli occhi. Da sola. Seduta sul bordo di un fiume. Per questo preferiva lo specchio, a uno specchio d’acqua.

Alice aveva ascoltato tante storie e non si fidava di quello che può portare la corrente. A volte si fermava all’improvviso, camminando in un sentiero nel bosco. Poi si toglieva le scarpe e attraversava dolcemente il letto di foglie che si formava sotto agli alberi.  

Se qualcuno avesse fermato il tempo per chiederle perché lo stesse facendo, probabilmente lei avrebbe risposto: “Per rispetto.”

Alice adorava le castagne alla brace. Lo stregatto. Le piaceva avere i capelli lunghi. E amava fare lunghe docce nei giorni freddi. Ma non le erano mai piaciute le goccioline di vapore che si posavano sullo specchio. 

Forse perché le impedivano di affacciarsi sull’unico universo che sapeva appartenerle davvero.

Senza accontentarsi mai

1 agosto 2017

Mi piaceva il suo modo di passare dalla malinconia all’umorismo. Forse non era un attore formidabile, ma sapeva scrivere. Sapeva scrivere bene. Peccato che di tutti i suoi libri solo un paio siano stati tradotti in lingua italiana. E devo dire di aver apprezzato anche le sue interpretazioni in parecchie pellicole.

Sam Shepard. Una volta ho letto di come strutturava il suo lavoro durante l’arco della giornata. Un capitolo al mattino, appena sveglio. Poi una pausa, palestra, un giro da qualche parte. Un pranzo leggero e un capitolo il pomeriggio. Poi basta.

“Perché ogni singola pagina merita le mie energie migliori”. 

C’era da credergli, visto come scriveva.  
Ecco. Dovrei disinnescarla la mia provocatoria retorica, ma è più forte di me. È irritante. Sfacciata. 

Stamattina mi sono alzato e ho scritto un capitolo del mio terzo libro. Si perché il secondo è finito da un pezzo e non ho voglia di cambiare più nulla. E quindi? Quindi l’ho fatto? Scriverlo intendo.

Ora ricca colazione, poi mi aspetta uno stillicidio di piccole intolleranze nel traffico di Roma. Caldo torrido. Code reiterate. E un paio d’ore in una filiale alla Balduina tra impiegati che verificano se gli F24 sono ben compilati. Oltre a quelle domande sui numeri di conto corrente, impossibili da ricordare. Impossibili come il titolo dei romanzi di Sam Shepard.

Impiegati di banca. Non sto parlando della professione più faticosa del mondo. Ma insomma cosa dovrebbero dire gli addetti allo sportello del proprio lavoro. Che ogni cliente merita le proprie energie migliori? Che tra un versamento e un estratto conto meglio farsi un giro? E in un negozio? E in una scuola? E i tassisti, che poi sarebbero, già di loro, sempre in giro?

Eppure scrivere sembrerebbe estremamente più faticoso. E credetemi, lo è. Per quanto sfrontata e priva di senso potrebbe sembrare questa mia affermazione. Per comprenderlo pensiamo a cosa capita ascoltando una canzone. Una di quelle in grado di toccarci dentro. 

O quando rimaniamo inebetiti davanti a un capolavoro del cinema. O quando finiamo un romanzo che ci ha coinvolti. Travolti. Appassionati. 
Quando ci rendiamo conto che qualcosa di molto profondo e dormiente è stato risvegliato dentro di noi. Che esiste qualcuno che si è preoccupato di conoscerlo e raggiungerlo. Nonostante le code nel traffico e le beghe della quotidianità. 

A volte mi sento come se mi fosse stato fatto un regalo. Un percorso che qualcuno ha scavato nella materia più insidiosa che esista. Il cuore.

Per essere credibile su che tipo di fatica è scrivere, dovrei scrivere per vivere. Ma non è quello che faccio. Scrivo per scrivere. E succede quasi ogni notte. Quasi ogni mattina. A volte sorserggiando un tè caldo sul gradone di una vecchia fontana del centro. Quando non passa più nessuno. Quando il sonno è così adorabile da far sembrare la vita una cosa perfetta. 

E invece la vita è in qualche vicolo buio che ti aspetta. E bisogna continuare a svegliarsi. A camminare. Qualche volta addirittura a correre. Senza mollare mai un metro. Senza accontentarsi mai. 

Le incantevoli storie di Alice

25 luglio 2017

Alice credeva di amare la lettura più di ogni altra cosa. Ma non avrebbe mai acquistato un libro usato in una di quelle bancarelle del centro. Quelle di piazza del Popolo, o via Cola di Rienzo, a Roma.

In fondo come si può abbandonare così deliberatamente un libro? Non esistono storie che non meritino di essere amate da qualcuno. 

Alice era uno “scontro impari”. Troppo distratta per essere felice. Toppo intelligente per credere di poter trovare ogni risposta. 

Da piccola Alice giocava con le lumache. Quelle che dopo un temporale uscivano nel giardino sotto casa, ed erano tantissime. Eppure non amava i giorni di pioggia. 

Alice credeva che le lumache non fossero lente, ma stanche. Che facessero solo tanta fatica nel trascinare il peso della propria casa. Quello che credeva essere il peso della propria esistenza. Alice le avrebbe volute aiutare tutte.

Ed era pronta a dar loro l’amore di cui non avevano mai sentito il bisogno. 

“Tu, ovunque tu sia. Raccontami una favola. Leggila, rileggila, inventala, sognala. Che sia davvero realtà, o una storia della tua infanzia, non mi interessa. Che sia un aneddoto origliato sui vagoni di un treno, o una delle fiabe di tua nonna, non ha importanza. Raccontami soltanto una storia. In fondo sono tutti aneddoti incantevoli quando qualcuno ha soltanto voglia di ascoltare la tua voce.”


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