Posts Tagged ‘Gianluca Marcucci’

Senza accontentarsi mai

1 agosto 2017

Mi piaceva il suo modo di passare dalla malinconia all’umorismo. Forse non era un attore formidabile, ma sapeva scrivere. Sapeva scrivere bene. Peccato che di tutti i suoi libri solo un paio siano stati tradotti in lingua italiana. E devo dire di aver apprezzato anche le sue interpretazioni in parecchie pellicole.

Sam Shepard. Una volta ho letto di come strutturava il suo lavoro durante l’arco della giornata. Un capitolo al mattino, appena sveglio. Poi una pausa, palestra, un giro da qualche parte. Un pranzo leggero e un capitolo il pomeriggio. Poi basta.

“Perché ogni singola pagina merita le mie energie migliori”. 

C’era da credergli, visto come scriveva.  
Ecco. Dovrei disinnescarla la mia provocatoria retorica, ma è più forte di me. È irritante. Sfacciata. 

Stamattina mi sono alzato e ho scritto un capitolo del mio terzo libro. Si perché il secondo è finito da un pezzo e non ho voglia di cambiare più nulla. E quindi? Quindi l’ho fatto? Scriverlo intendo.

Ora ricca colazione, poi mi aspetta uno stillicidio di piccole intolleranze nel traffico di Roma. Caldo torrido. Code reiterate. E un paio d’ore in una filiale alla Balduina tra impiegati che verificano se gli F24 sono ben compilati. Oltre a quelle domande sui numeri di conto corrente, impossibili da ricordare. Impossibili come il titolo dei romanzi di Sam Shepard.

Impiegati di banca. Non sto parlando della professione più faticosa del mondo. Ma insomma cosa dovrebbero dire gli addetti allo sportello del proprio lavoro. Che ogni cliente merita le proprie energie migliori? Che tra un versamento e un estratto conto meglio farsi un giro? E in un negozio? E in una scuola? E i tassisti, che poi sarebbero, già di loro, sempre in giro?

Eppure scrivere sembrerebbe estremamente più faticoso. E credetemi, lo è. Per quanto sfrontata e priva di senso potrebbe sembrare questa mia affermazione. Per comprenderlo pensiamo a cosa capita ascoltando una canzone. Una di quelle in grado di toccarci dentro. 

O quando rimaniamo inebetiti davanti a un capolavoro del cinema. O quando finiamo un romanzo che ci ha coinvolti. Travolti. Appassionati. 
Quando ci rendiamo conto che qualcosa di molto profondo e dormiente è stato risvegliato dentro di noi. Che esiste qualcuno che si è preoccupato di conoscerlo e raggiungerlo. Nonostante le code nel traffico e le beghe della quotidianità. 

A volte mi sento come se mi fosse stato fatto un regalo. Un percorso che qualcuno ha scavato nella materia più insidiosa che esista. Il cuore.

Per essere credibile su che tipo di fatica è scrivere, dovrei scrivere per vivere. Ma non è quello che faccio. Scrivo per scrivere. E succede quasi ogni notte. Quasi ogni mattina. A volte sorserggiando un tè caldo sul gradone di una vecchia fontana del centro. Quando non passa più nessuno. Quando il sonno è così adorabile da far sembrare la vita una cosa perfetta. 

E invece la vita è in qualche vicolo buio che ti aspetta. E bisogna continuare a svegliarsi. A camminare. Qualche volta addirittura a correre. Senza mollare mai un metro. Senza accontentarsi mai. 

Vie di fuga

6 giugno 2017

Il bruco credeva che l’amore fosse ovunque, così ogni giorno guardava sotto le foglie. Dietro ai sassi. In cima agli alberi. Ma non trovava nulla.

Il bruco faceva domande. Quelle che ti fanno sentire a disagio. Ed era convinto che mettendo una lettera maiuscola all’inizio delle parole, un giorno sarebbe potuto volare via. 

Il bruco non conosceva le linee di prospettiva, quelle che si irradiano dal punto di fuga. Eppure erano state sempre lì, proprio davanti ai suoi occhi. Gli sfrecciavano accanto richiudendosi dietro la testa.

Un giorno il bruco prese una mano e se la mise sul cuore, poi ti disse: “Conta. Ci dividono i battiti di cuore e tutti quei millimetri d’acqua sufficienti a farti annegare”. Poi sorrise. Chiuse gli occhi. E divenne farfalla, prima che qualcuno potesse mai arrivare a cento.

Non ci parliamo da tempo

29 aprile 2017

Città. Le nostre città. Ma anche tutte le altre città. Sono edificate nel tempo. E forse somigliano molto a chi le ha costruite. Somigliano ai nostri stati d’animo. Al nostro modo di essere. Di reagire.

Tutte ad esempio hanno un centro e delle periferie. Le periferie rappresentano il limite, il confine. Invece in centro si trovano i negozi. Le griffe. I ristoranti migliori. È in centro che si puliscono meglio le strade. Che i buchi sull’asfalto vengono riparati all’istante. 

Un parallelismo interessante. Amiamo stare nelle zone più curate della città come nelle zone migliori di noi. E poi ci sono le nostre spiagge. Le nostre favelas. Le nostre borgate. Un confine quasi sconosciuto, perché da sempre poco e mal frequentato. 

Finché la vita ci permette di stare al centro della vita stessa non abbiamo motivo di addentrarci verso i limiti. Non abbiamo voglia di scrutare la periferia. Le zone della nostra più devastante impotenza. 

Charles Darwin ci ha riconosciuto un istinto, che ci ha salvaguardato nel tempo. E che oggi ci conduce e ci rende esperti di fronte ai rischi. Un qualcosa che vive annidato nella cultura di ogni popolo.

Ogni storia può essere osservata con il punto di vista del calciatore brasiliano, del pastore sardo, dell’astronauta russo. Oppure con l’angolazione dell’agricoltore, del prete, del cow boy. Che magari osserva il mondo da dentro e coglie soltanto l’immensità del deserto attorno a lui. 

Chissà. L’astronauta invece vedrà la terra nel suo complesso. Questi pensieri sono un trasferimento continuo dalla sella all’astronave. È l’immenso racchiuso nel dettaglio che ci proietta dalle stalle, alle stelle. A guardare, come un astronauta, da lontano tutta la nostra vita. 

E viceversa, solo una considerazione più alta e assoluta ci spiega meglio un dettaglio. L’impronta di rossetto in un bicchiere. I lineamenti di un sorriso, o il sapore delle labbra di una persona. Una che oggi non sappiamo nemmeno in che città, o periferia, sia finita.

Ma abbiamo bisogno di questi racconti? Abbiamo necessità di essere una città dentro la città? A cosa mi è servito viaggiare, scrivere, parlare e ascoltare? A cosa mi serve questo blog? Che cosa cambia mentre niente sta cambiando?

Di fronte a “tutto quello che rimane lo stesso” io posso mutare solo il mio punto di vista. Scegliere la collina da cui osservo me stesso e il mondo. Posso partire dalla mia intelligenza, dalla mia speranza, dalla mia ironia, da tutti i miei sbagli. Dalla rabbia. Dalla paura. 

Ecco a cosa serve guardare “le cose che non cambiano”. Serve a riconoscere ciò che invece sta cambiando in me. Il significato più profondo di tutti quei centri e tutte quelle periferie. 

Mi sfugge il significato della vita, ma non sfuggirò mai alla vita. Non posso capirla, ma posso domandarmi in quanti modi mi è possibile considerarla. A quali siano le diverse profondità raggiungibili. A quali siano i momenti più esaltanti, o rabbiosi della mia esperienza. 

Direi che sono arrivato al dunque di questo pensiero. È “me stesso” che sto raccontando in queste pagine. È “me stesso” che ogni volta rimprovero e giustifico con il solito mezzo. Le parole. 

E ringrazio la vita, per tutta questa vita. Perché finché avrò la fortuna di esistere sarò io il passato, il presente e il futuro di ogni singolo giorno della mia esistenza. 

Non conta dove. Non conta con chi. Questo lo stabilirà il destino. E ormai non ci parliamo da tempo.

Staccarsi con dolcezza 

25 aprile 2017

Le parole si leggono. Si ascoltano. Oppure si pensano e si pronunciano. O meglio ancora, si scrivono. Si cantano. E sono quelle le più difficili. Quelle che creano il mondo all’interno del quale un pensiero potrà essere condiviso da tutti nel tempo. 

Mario Biondi saluta il pubblico. Gli applausi non lo toccano. È lì con il microfono in mano. La musica da il tempo e lui la prende reagendo con tre impulsi che partono dai piedi e gli attraversano tutto il corpo. 

Al terzo impulso i suoi movimenti diventano canzoni e musica.

Mario Biondi, nome d’arte di Mario Ranno, è un cantante, un compositore e arrangiatore italiano. I suoi genitori si chiamano Concetta Porto e Giuseppe Ranno. Ma questo non interessa davvero a nessuno.

Quando la luce stacca sul suo primo piano riesco osservare da vicino l’espressione del volto. 

“Love is a temple”.
“L’amore è un tempio, Non darlo per scontato, e quando succede, è il momento di scrivere la tua storia.”

Gli occhi si aprono un varco tra le note. I pensieri prendono vita. Seguono la strada indicata. Il corpo comincia a vivere, a farsi abitare dalla musica e questo è un passaggio straordinario. 
È il miracolo che l’uomo può arrivare a compiere. 

Mario si lascia passare la musica nelle spalle, che prendono a seguirne il movimento. Non sono movimenti che fa. Sembrano piuttosto movimenti che gli sfuggono via. Ha un perno fisico, una focalizzazione che tiene con una disciplina da militare. Non stacca gli occhi da un punto indefinito della platea. Forse cerca qualcuno. Oppure segue soltanto il flusso delle parole. 

C’è un rigore assoluto nella semplicità e nella verità dell’azione che sta compiendo. E la disciplina fa sì che la vita possa scorrere e fluire. Il suo corpo è musica e il suo sguardo tiene l’azione di profondità. Il perno che solleva il mondo. Il baricentro.
E il suo fisico è quasi contratto. Muove il braccio destro e il movimento lo aiuta nell’esecuzione. 

“Take me up and let me down, Hold me when I’m sad, Take my eyes to look around, Take my ears to listen to the stars, This is what u are, Knock me down knock me out, Make me feel shy,But when you hold me in your arms, I can just forget the tears I’ve cried, This is what u are”

Questo è quello che sei? Davvero?
Un uomo diverso, non come noi. Il suo baricentro è l’esecuzione. È la musica. Il suo punto di focalizzazione nasce lì. Ed è un triangolo meraviglioso. Lui. Noi. Le parole.  
Nessuna regola, né il ritmo, né la melodia, né il palcoscenico permettono di separare le frasi dal loro significato. Dalla loro energia. 
Rimango a guardarlo rapito e penso alle sue capacità. A quel cappello che soltanto lui potrebbe indossare. Al talento che trasforma le “regole assolute” in “regole del gioco”. 

Penso che mi stia indicando un altro modo di amare. Non di certo una donna. Non di certo gli altri. Ma me stesso.  

È una serenità che mi nasce da dentro e che rivela un altro luminosissimo orizzonte. La capacità di saper contenere le emozioni. Non di negarle, non di reprimerle, né viceversa di cedere loro un timone cieco. 

Catturare le emozioni. Nel senso di sapere che ci sono e di controllarne il flusso. Essere liberi di viverle, di farle vivere e di contenerle nella partitura della canzone. Le canzoni sono la colonna sonora di tutta una vita. 
Ormai la strada è segnata verso la fine e anche questo passaggio così difficile risplende di serenità. Ritmo e musica con le loro regole sono ormai digeriti e diventano sangue che mi scorre dentro miscelato a respiro. 

Qui. Ad altezza cuore. In questo punto più che negli altri, secondo me, esce la qualità fisica profonda. La compostezza. Sono padrone di me stesso e completamente libero.
Mario saluta e ringrazia. Nessun compiacimento, solo piacere. Questo finale mi ricorda qualcosa che ho già scritto in passato. 

“È impossibile quando ti tieni forte, aggrappato a qualcosa con tutto te stesso, staccarti con dolcezza”.

 Diventa memoria

21 aprile 2017

Stamattina ho pensato a un piccolo esercizio di specchi. Tutto ciò che vi vedo riflesso non è altro che la proiezione di quello che si muove all’interno. Un quadro limitato di tutto quello che mi circonda fuori. Tutto quello che riesco a vedere. 

Posso cambiare angolazione, ma se qualcosa appare da un lato, qualcos’altro scompare dall’altro. Le pareti. Gli oggetti. Le persone. Ma c’è anche un gigantesco me stesso. Sempre al centro. 

E poi c’è una parte soffocata di me. Quella che pensa. Quella sensibile. Quella che non sopporta osservare il riflesso del suo somigliante amico in gabbia. Sempre che si possa chiamarlo amico. Sempre che somigliante sia l’aggettivo giusto da usare. 

In questo stillicidio di espressioni assonnate non cerco risposte. Non cerco nemmeno le domande. Rimango soltanto immobile a guardare e ad ascoltare se anche attraverso un riflesso qualcosa riesce a risuonarmi dentro. 

Oggi l’esistenza sa di cose già viste. E un riflesso rimane lo stesso anche quando non capisco la quotidianità che mi fa da palcoscenico. Il riflesso lavora comunque. Trasforma un broncio accigliato in energia per le idee. E così anche un presente apparentemente insignificante, diventa memoria. 

 

Essere sepolcro. Essere culla.

18 aprile 2017

Le aree dismesse esistono fuori e dentro di noi. Il tempo ne traccia i confini. La domenica pomeriggio. La fine di un viaggio. Di una vacanza. La fine di una relazione. Una moltitudine di “fine” e a ogni fine corrisponde il vuoto. Un brutto posto esistenziale dove andare.

Naturalmente più si diventa grandi e peggio è.

Ieri sera ho fatto due passi partendo dal lungomare di Ostia. Di settimana in settimana adesso la luce del giorno rimane più a lungo a impressionare le cose che vedo. Poi sono entrato nella pineta di Castel Porziano. In alcuni tratti un vero luogo di abbandono. 

La luce ieri sera illuminava la natura, ma anche l’immondizia, i detriti, i ciuffi d’erba tra le buste abbandonate. Chissà quando. Chissà da chi.

La luce. La luce è più interessante di ciò che illumina. Partendo dalla decisiva funzione di uno sguardo al buon funzionamento degli occhi. 

A ogni pensiero siamo sepolcro e culla. I miei occhi in fondo raccontano le storie molto meglio di me. Imparassi da loro a essere così oggettivo. Così pragmatico.

Perché le cose che scrivo non sono altro che il luogo della trasformazione di tutti gli sguardi della mia vita. Così come la “fine” di un bel giorno, di una relazione, di una semplice vacanza, non sono altro che un posto scomodo dove stare a pensare. 

A volte mi trovo a ricordare qualcosa che ho già scritto e mi chiedo come sia mai arrivato in passato a scrivere cose che oggi magari non penso. 

Si può cambiare ancora quest’idea? Come ci sono arrivato? Che strada ho percorso? In quali luoghi mi sono trovato a cercare le parole per scriverlo? Come mai oggi dico cose così diverse da anni fa? 

Scrivo per dare forma a un processo. Un’azione depurativa degli eventi che vivo. Estraggo vitamine e ferro arruginito dai giorni. Ingoio frustrazioni e restituisco ossigeno in una sorta di fotosintesi sommersa e silenziosa. 

Ora la spiaggia. Una bicicletta col cestino della spesa. Il sole scivola via e accarezza con la stessa grazia tanto i posti belli, quanto i luoghi dove non esiste la serenità. 

Stasera permetto alla luce di entrarmi dentro. Alle parole di fare il proprio percorso. A volte l’esistenza è più consapevole di noi di quanto non potremmo esserlo noi stessi. L’esistenza sa. Il passato trasforma il nostro passaggio in memoria. 

Non so perché, ma questo pensiero mi trasmette una spietata allegria. 
Mi fa sentire parte di qualcosa di immenso a cui appartengo secondo qualche legge che non ho ancora capito.

Essere sepolcro. Essere culla. Essere un uomo in grado di trasformare qualche detrito abbandonato in un tramonto. E una discarica in vita.

Inevitabilmente

24 agosto 2016

Il destino non è un rettilineo. A volte c’è una rotonda. Altre volte un bivio. Sei tu che scegli. Solo che poi ti accorgi che la strada scelta ti sta riportando indietro. Inevitabilmente verso il tuo destino.

“Dopo la notte”

24 agosto 2016

Esistono giorni in cui il sentimento verso le cose che succedono diventa prioritario rispetto a tutto il resto. Giorni che tolgono significato a una vita, già di per se, avara di significati. Succede dopo un attentato. Dopo un incidente ferroviario. Dopo una catastrofe naturale come quella di stanotte. Dopo qualsiasi evento tragico e inaccettabile che cancella vite umane innocenti. 

Eppure all’inizio non sembrava una cosa grave, ma un momento per scherzarci su. Per sdrammatizzare sul fatto di essersi svegliati nel cuore della notte. Nessuno parlava di crolli. Nessuno scriveva di feriti. E sui social network giravano solo brevi video di lampadari dondolanti in camera da letto. Invece c’era qualcosa di molto più grave alle porte.

Ora sono confuso. Terrorizzato. Arrabbiato con me stesso per averci addirittura scherzato. L’Italia dei piccoli paesi trema dalle fondamenta del senso. E intanto crollano le case. I ponti. Le chiese. Insieme alla nostre speranze e alle vite di chi purtroppo non è riuscito a scappare in tempo. È la storia di come ogni volta vorremmo che andasse, e di come invece non va mai.

Ti svegli. Qualcosa comincia a ballare. La libreria. Il letto. La lampada sul mobile. Succede sempre di notte. Poi tutto che finisce e rimane solo quella sensazione evidente di “oddio ma è stato un terremoto?”. Intanto in altri posti però qualcosa e qualcuno non ci sono già più.

Esistono momenti in cui l’esistenza si mostra con troppa incisività, e parlare di una cosa non è mai come viverla. Ma ciò al quale proprio non riesco ad attribuire un significato, è quel continuo “prenderci di sorpresa”. Come se il destino fosse consapevole di quello che sarebbe successo. Come se la natura complottasse per mietere nel sonno più vittime possibili. 

Consapevolezza. Mi ritrovo a spiegarlo oggi a Nicoletta che da stamattina è incollata davanti ai Tg. “Ma ti rendi conto di quanto è grave quello che è successo stanotte amore mio?” E lei mi fa cenno di sì con la testa. Non siamo mai consapevoli all’interno di una tragedia del genere. E mi chiedo cosa viviamo a fare. Forse esistiamo per diventarlo. Consapevoli intendo. Continuamente. Spietatamente.

Ma rispetto alle difficoltà che si affrontano probabilmente non lo saremo mai. Altrimenti non sarebbero esperienze. Altrimenti sarebbe tutto già stato affrontato. Leggo tante cose senza senso in rete. “È la natura che si vendica”. È colpa di questo. Di quello. Si poteva evitare. Preghiamo. Doniamo. Io non so. Sono così confuso. 

La natura non si vendica di niente. Si limita a fare la natura. E le profondità della terra non reagiscono certo alle cose che succedono in superficie, o alle stronzate nostre e dei nostri politici. Il punto è che tutto quello che stiamo guardando è in realtà un corpo solo espresso nelle sue diverse parti.

Siamo attori e spettatori su questa terra. Tremiamo nell’intimità delle nostre case quando c’è un sisma, e siamo sbalorditi davanti alla TV perché il terremoto avviene in una zona sismica. Eppure nessuno ha saputo predire. Nessuno ha fatto niente. Anche il Sindaco di Amatrice è espressione di questo sbigottimento quando piange in diretta. Quando con un filo di voce dice che la città è in ginocchio. Che le strade e i ponti crollano. Che la gente muore. Che niente è sicuro. Che “dopo la notte, non sorge il sole, ma c’è ancora la notte.”

Ogni casa mostra nel suo crollo tutti i mattoni di cui era fatta. Quello che si era sempre dato per scontato come intero è in mille pezzi. E lo è anche ogni sentimento dentro. La TV mostra i mattoni del nostro cuore e li possiamo contare uno ad uno. Ho ancora pensieri confusi per i quali chiedo scusa a chi ogni tanto mi legge. Ma sento che questa ennesima tragedia mi spinge a guardare con amore ogni cosa che custodisco in me. 

Il terremoto è un progetto distrutto. Calce e pietre che perdono il contatto. Che si scollegano e rovinano al suolo, insieme alla vita e ai progetti di chi c’è sotto. Possa ogni sentimento generato da questa calamità rimanere collegato agli altri dentro di noi. E generare amore. Per le persone. Per l’esistenza stessa. E per ogni progetto di vita che dobbiamo in qualche modo portare avanti con dignità, nel più profondo rispetto di chi non può farlo più.

Sottrazioni 

20 agosto 2016

Hai davanti agli occhi Roma. Magari sei seduto sul bordo di una fontana e la osservi di notte. Quando non gira più nessuno. Eppure non ti senti affatto solo.

Intorno hai tutto e tutti che si muovono. La storia. Il tempo. I profumi. Le atmosfere dei giorni passati. Cosi chiudi gli occhi e la tua vita si trasforma in un infinito ologramma a cielo aperto.

Migliaia di pensieri arrivano a difenderti dal resto del mondo. Come se la tua quotidianità lasciasse una scia che sei in grado di guardare solo tu. 

C’è sempre un minuscolo punto di vista all’interno del tuo campo visivo totale. Una prospettiva che avevi dimenticato. Ed è questo che ti fa entrare nel senso delle cose, nel sapore, nella dimensione invisibile di quello che vorresti a tutti i costi condividere. Un volto riflesso, un dettaglio, un ricordo.

Stanotte mi accorgo che è stupefacente la quantità di cose che mi porto addosso senza saperlo. Cose invisibili. E mi stupisco quando mi rendo conto che la strada per arrivare a notarle sia fatta di “sottrazioni”.

Mi spiego. Per vedere in profondità quello che c’è dentro un ricordo forse bisognerebbe rinunciare a tutti gli altri. Guardare attraverso il tempo. Frugarci dentro. Alla fine è solo un fatto fisico. Una disponibilità a cercare davvero quello che stai ricordando. 

Perché l’unica cosa che vale la pena ricordare non sono le persone, o i fatti del passato. Ma il tuo rapporto con le persone e i fatti del passato. In fondo non esistono immagini che abbiano senso, senza le emozioni che le hanno accompagnate.

La fine del tunnel

17 agosto 2016

L’intangibile stanchezza di certe mattine. Il cielo in un caffè. Una strana sensazione di allineamento. Immagini di un tempo vissuto. Lavorato. Guadagnato. Tutta l’energia di cui ho quotidianamente bisogno che si nasconde in un sorriso. Intanto il mio meccanico tentativo di partecipare ai discorsi che non mi interessano, fallisce. Si esaurisce in una smorfia. Come quando in sogno vorresti smettere di precipitare, ma non si può. E quindi ti svegli. Ma non c’è nessuno che ti aspetta con la colazione a letto.

Buon ferragosto 

15 agosto 2016

Una mattina ti svegli e il mondo è tutto ordinatamente al suo posto. I tetti delle case nel sole. Il cielo privo di nuvole. Le foglie verdi degli alberi. Le campane indisciplinate di una chiesa. Il battente della finestra che si apre e che sembra non volersi chiudere più. Gli uccelli. I passanti. Quel rumore appena accennato di tazzine che giunge da un bar. Il mio volto riflesso, attenuato dalle trasparenze di un vetro. Niente confusione. Nessun paragone. Non mi manca nulla. Sono le evidenze di un ferragosto di festa. Un giorno sereno qualsiasi che si contrappone all’inintelligibilità di ogni altro giorno. 

Quanto basta

15 gennaio 2015

È assolutamente devastante il senso di provvisoria impotenza di stamattina.
Le mie sembrano le limitate capacità mentali di un bimbo che si addormenta e non vuole mollare il suo giocattolo.
Un bimbo illuso che in realtà non ha ancora compreso bene le regole del gioco e che non sa quanto velocemente ogni suo sforzo sarà presto vanificato dal sonno.
Ho da sempre raccolto, condensato e scritto emozioni semplicemente immaginando. Ho disegnato improbabili costellazioni di pensieri senza mai guardare veramente il cielo.
Ho imparato soffrendo che il cuore batte tanto anche senza correre, ma che non puoi comunque fermarti.
Che c’è sempre un treno che parte più tardi di quello che avevi intenzione di prendere, ma è un treno da prendere ugualmente, anche se in corsa.
Questa vita, a qualsiasi livello, è una continua e compulsiva corsa contro il tempo.
Rincorriamo obiettivi irraggiungibili, amori impossibili, passioni inesprimibili, ma in realtà stiamo solo fuggendo. Semplicemente e comunque, si corre.
E di certo c’è solo che fermarsi a rifiatare corrisponde ad accettare un grande dubbio.
Se rallenti ricordi. Se acceleri dinentichi.
Ma se ti fermi per riposare qualcuno ne approfitta per rubarti qualcosa nel sonno e il pasto caldo non ha mai il sapore che ti aspettavi.
Oggi sono più stanco del solito. Ma so che il mio errore più grande questa volta sarebbe rallentare ancora pensando magari di approfittare di questa apparente quanto illusoria tranquillità. Quella naturalezza di pensieri che è tale solo nell’infantile semplicità di un bambino. O nell’occhio di un ciclone col nome di donna.
Non sono più quel bimbo che credevo. Nella vita tutto scorre. Anche la vita stessa.
Se mi siedo sulla riva di un fiume ad aspettare il cadavere del mio nemico rischio solo di vederlo risalire le acque come il più abile dei salmoni.
In passato nessuno si è mai preoccupato di cio’ che mi uccideva veramente.
Quando mi sono fermato un attimo a scrutare un orizzonte ho sempre trovato chi, guardandomi negli occhi, si è preso tutto cio’ che ero, come se fosse una cosa dovuta. Un debito mai sottoscritto da saldare comunque e subito.
Succede quando una persona ti volta le spalle e te ne rimani lì come uno di quei pasticcini dal sapore creativo che alle festicciole non mangia mai nessuno.
E pensare che mi ero solo distratto un attimo a guardare un orizzonte e guarda che casino è successo.
Oggi il collo fatica sotto il peso di una testa colma di dubbi e incertezze.
Continuo a scavare con l’incoscienza di chi non ha mai trovato tesori, ma ho la determinazione e la consapevolezza di chi crede solo di aver cercato nel posto sbagliato.
Questa mattina le mie mani combaciano con quella di una bambina ancora assonnata.
Un incubo, pochi spiccioli di sonno e il sorriso di mia figlia è tutto quello che mi rimane di questa assurda nottata. È poco lo so, ma è quanto basta a un uomo stanco per rimanere ancora in corsa.

Interstellar in breve

12 novembre 2014

Quando mi si propone un film che mette al centro della storia il rapporto tra padre e “figlia” mi sento sempre chiamato in causa. Anche se si tratta di una pellicola di fantascienza.
In “Interstellar” questo rapporto affettivo valica addirittura il tempo, l’universo e lo spazio. Un po’ il concetto che ho sempre sostenuto di “amore”.
Il film ricorda da lontano il capolavoro di Stanley Kubrick soprattutto nella scelta dei silenzi che accompagnano alcune scene nello spazio. Ma quello di Nolan è solo un gran bel film, non un capolavoro. Zimmer latita un po’ in quanto a colonna sonora. Mi aveva abituato a ben altro.
C’è stato però un momento di spietata emotività, un frangente in cui mi sono paradossalmente sentito perduto. Da spettatore intendo. Sorpreso e inconsapevolmente proiettato all’interno di una realtà più simile a una prigione che a un universo dove spaziare liberamente.
È successo quando il protagonista raggiunge il primo pianeta e al suo ritorno sull’astronave scopre, attraverso una lunga serie di videomessaggi, che nello spazio di 3 ore trascorse sulla superficie erano passati ben 23 anni terrestri.
Il momento in cui vede i suoi figli trasformarsi da bambini in persone mature è devastante.
Durante tutta la proiezione il tempo non è mai un fattore oggettivo, ma mutevole a seconda del punto di vista dello spettatore. Mentre l’astronave viaggia Murphy, sua figlia, cresce, fa esperienze e matura, ma lui resta identico.
E non dico più nulla.
La fotografia è di spessore e tutta la pellicola è girata ottimamente. Nessun paradosso nella cronologia della storia. Tranne che per il personaggio di Michael Caine apparso davvero troppo longevo.
Nel film non ci sono eroi, ma semplici esseri umani.
Il coraggio viene bilanciato dalle paure e non c’è lotta con le forze che regolano l’universo.
La bellezza non è il finale. Un po’ forzato forse, ma comunque inaspettato e tenero. La bellezza sono le infinite riflessioni nella testa dello spettatore. Quelle domande apparentemente senza risposta che vi accompagneranno per tutte e tre le ore di proiezione e alle quali ognuno non potrà fare a meno di attribuire un proprio personale significato.

In questa notte

26 agosto 2014

Vorrei liberarmi di tutti questi verbi al condizionale. Vorrei ritornare quel bambino che inseguiva il pallone dietro alla chiesa. Vorrei riuscire ad ascoltare Mozart, Bach, Chopin. Inseguire un preludio e distendermi ascoltando un Notturno. Vorrei seguire il tuo profilo con gli occhi, scivolare con lo sguardo e restare appoggiato alla linea dei seni.
Vorrei costellazioni di abbracci, cieli da arrotolare come mappe e nuovi cieli da ridisegnare con le mie stesse mani.
Vorrei squarciare con un sorriso il velo scuro che avvolge la felicità. Vorrei una metamorfosi di cui farti innamorare e le tue gambe ben strette intorno ai miei fianchi. Vorrei tracciare la linea di un nuovo equatore e separare gli emisferi opposti. La testa. Il cuore.
Vorrei perdermi negli andirivieni di uno sguardo muto e ritrovarmi fragile in una tua carezza.
In questa notte senza Dio, quando ogni cosa finalmente tace, io mi sento dannato, maledetto e solo. Sospiro per qualche minuto, poi guardo mani che stringono altre mani. E capisco che bisogna essere davvero forti per amare la solitudine.
Vorrei chiudere gli occhi e fare due passi fino al prossimo sogno, magari mi viene voglia di non tornare più indietro.

Simulando

24 agosto 2014

Camminare per ore con la testa randagia e i pensieri senza guinzaglio, è come scrivere senza rileggere.
Lasciare una riga per le note a margine. Ogni volta che mi fermo a guardare un vicolo deserto vado a capo e mi lascio qualcosa alle spalle. Una storia. Un confine. Un lavoro.
Ho sempre creduto che le distanze creassero il punto di vista migliore per osservare tutto nella sua devastante interezza. Che servissero a considerare le cose più correttamente. Mettere a fuoco. Sottotitolare. Spiegare.
Perché se un’immagine non è nitida allora c’è ancora qualcosa da fare. Risposte da dare.
Stamattina l’aria di Roma sembra schiacciata da un’insolita forza di gravità. Troppi dubbi. Ho la testa altrove.
Troverò un giorno tutte queste figure retoriche ad aspettarmi sotto casa per chiedermi il conto di ciò che scrivo.
“Spiegaci”, mi diranno arrabbiate.
Ho sonno.
Colpa di questa città, dilatata e lenta. Colpa dei tanti desideri da tenere segreti. Colpa dei troppi trovarsi. Prendersi. Per poi riperdersi.
Traccio righe, ma non sono in grado di tirare somme. Invento ragioni.
Cerco una scusa credibile per dimenticare, per “far finta che non”, per “convincermi che forse”. Troppi “ma”. Infiniti “però”. E non so più cosa.
Non aggiungo altro. Non sono in grado di pensare. Masticare amaro è un qualcosa che dovrebbe fare curriculum.
Inutile chiudere una porta senza serrare anche le finestre.
La vita ha questo di bello. La casualità. Non succede nulla per giorni, mesi, anni. Niente di niente. Ma la vita sa sempre come arrivarti addosso. Sa farti male, da morire. A volte ti mostra il suo lato più tollerabile, più dolce. Altre volte invece tutto semplicemente accade e sta a noi saperlo accettare per quello che è.
Il tuo ricordo rimane appeso a uno sguardo, una risata, una faccina buffa e due gambe bellissime.
Forse è solo arrivato il tempo di mettere un piede dietro l’altro, camminare e fregarsene di dove finisce la strada. Fischiettando, possibilmente. Simulando gioia.
Facendo finta che tutto, ma proprio tutto, in fondo va bene così.


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