Posts Tagged ‘Gianluca Marcucci’

Manca una fine

7 dicembre 2017

Credo che sia possibile vivere senza stringere. Senza abbracciare. Senza baciare. Ma non senza desiderare spietatamente di farlo.

Quando le possibilità non esistono i desideri non hanno corpo. Non sanno camminare. Non riescono nemmeno a tossire. A sbuffare. Oppure ad alzare un sopracciglio.

Una canzone di Tom Jones mi cammina dentro mentre aspetto a occhi semichiusi il solito treno. Intanto il freddo mi fracassa le ossa. Gela respiri. Mastica i polmoni e li risputa in terra. Goccia su goccia.

Ci sono giorni in cui sembra facile lanciare il cuore a canestro con la speranza di fare centro. Eppure continuo a prendere il ferro. Con quella sensazione di debordante incompletezza a farmi da sipario. Quando lo seguo con gli occhi. Quando lo vedo compiere qualche giro a vuoto. E poi cadere giù.

Stanotte mi resta la scrittura, lei sola. Assieme a tutte quella musica che non ascolta più nessuno. Quella che non è mai abbastanza. Quella che non è mai all’altezza del momento.

A tutti e tutto manca sempre qualcosa che li completi. Agli uomini. Al tempo. Allo spazio. Alla storia. Ai resti di un grande impero.

In fondo, anche all’infinito, manca una fine.

Jep direbbe

3 dicembre 2017

Che non serve parlare in maiuscolo. Che il maiuscolo lo puoi soltanto misurare.

Stamattina esco in corsivo dai miei pensieri. Dalle storie sussurrate. Da quei congegni a tempo che innescano le mie parole. Come quando nelle tazze di latte caldo lascio galleggiare due biscotti “gentilini”.

A loro piace inzupparsi. Li vedo che scompaiono sotto la superficie, che si fanno dimenticare. Poi quando alzo la tazza per bere, ecco che mi sfiorano dove neanche immaginavo. Prima le labbra. Poi lo stomaco. È così che mi fermo a pensare.

Le parole. Anche quelle più nascoste mi connettono in maniera costante al gioco della vita. Stamattina però celano un qualcosa di fortemente regressivo. L’idea infantile che si possa fuggire dalle difficoltà anche leggendo. Cioè scappando dalla realtà così come è.

Jep direbbe che c’è bellezza nel saper stare con entrambi i piedi sulla stessa staffa. Saldamente in equilibrio.

Ma la grande bellezza è saperci stare col sorriso. Senza scappare, senza illudersi. Senza mai raccontarsi in maiuscolo. Senza mai pensare che sia più conveniente vivere la vita di qualcun altro, al posto della tua.

Laddove il tempo 

22 novembre 2017

Alice sapeva di essere osservata. C’era un gatto che si nascondeva sempre dietro quell’albero senza rami. Altre volte invece si confondeva in un universo parallelo. Un posto dove i buoni propositi facevano concorrenza alle foglie in autunno. 

Alice aveva più di un pensiero. Tagliare pomodorini. Soffriggere strisce di pancetta. Grattare pecorino e parmigiano. E poi se ne stava ore ad annusare le pareti della cucina per ottenere un martellante capogiro.

Alice voleva scendere ancora lungo quel sentiero che porta al mare. Sognava di camminare tra gli scogli dopo il tramonto. Passeggiare fino a quando la temperatura fosse stata insopportabile. Arrivare lontano con gli occhi fino ad avere sguardi inutili. Laddove il tempo non avrebbe avuto più nulla da chiedere ai ricordi.

Esistere per forza

13 novembre 2017

Alice è seduta sul divano e mi guarda scrivere. Mi chiedo quanto tutto questo abbia un senso. Stasera sento di non riuscirla a contenere quella mia singolare voglia di guardare oltre una finestra aperta. 

Malgrado sia novembre e non ci sia una temperatura amichevole. Malgrado da quassù non si goda di panorami che nascondono un tramonto lontano.

Tra il lusco e il brusco è bello cogliere il modo in cui i colori cambiano giù in strada. Il giallo dei lampioni che aumenta nel corso delle ore. Le ombre dei passanti che si allungano all’interno dei vicoli.

Alice questa cosa la sa da sempre. Non ne ha mai parlato. Ma è difficile essere una buona amica se non puoi comunicarlo. Soprattutto quando sei solamente un fantasma. 

Io non so se sono un bravo amico, non spetta a me dirlo. Però so di avere imparato a cogliere quei segnali che mi suggeriscono di allontanarmi da certe persone.

Cara Alice, è da qui che ti scrivo. Da questo tavolo in legno realizzato con una porta antica e la punta di un vecchio traliccio elettrico.  

Attraverso una finestra aperta su questo universo così distante dal tuo. In una periferia di pensieri che non ce l’ha fatta a diventare qualcosa di più che un ricordo. 

Stasera la malinconia gira per casa senza avere molto da dire. Senza un mondo da salvare, o sostenere a ogni costo. Tanto le cose che devono succedere, alla fine succedono e basta. 

Come se il semplice fatto di accadere le costringesse a esistere per forza. Anche quando non sono così evidenti. Anche quando non sono così convinte di volerlo fare davvero. 

Il buio delle mie distanze

10 novembre 2017

Quando ti ho conosciuto non sapevo tante cose. Non sapevo se preferivi il profumo del mare o la quiete della montagna, il dolce o il salato. 

Se ti piaceva la senape o la maionese, se ti stregava il colore di un’alba rispetto al rosso di un tramonto.

Non sapevo se bevevi il caffè amaro o se preferivi non prenderlo affatto. Se ti piaceva il cioccolato con le nocciole, fondente o se magari eri golosa di cioccolato bianco.

Non sapevo se eri un tipo che rimane a letto la mattina, oppure che si alza alle sei per andare a correre.

Non avevo idea dei tuoi gusti musicali, dei tuoi hobbies, delle tue passioni. Se amavi trascorrere un pomeriggio al cinema o magari in teatro. 

Se al bagno eri una che lasciava il tubetto di dentifricio spremuto a metà, o senza tappino.

Non sapevo cosa preferissi, l’ordine maniacale oppure occupare anche la mia parte di armadio con le tue scarpe a caso.

L’amore è proprio questo.

È una scommessa.

È dire “Io non so ancora molto di te, ma voglio starti accanto, in ogni momento, respiro dopo respiro. Un istante dopo l’altro e un giorno dopo l’altro, anche se una sera dovessi scoprire che dormi con i mutandoni di lana fino al ginocchio.”

Qualche volta so che mi hai guardato pensando “Ma chi te lo fa fare?”

È che malgrado le briciole, malgrado le frustrazioni, i difetti, le paranoie, la confusione, le incertezze e tutte le cose che ancora non conoscevo di te. Io credevo davvero che ne valesse la pena.

Perché eri un essere unico, forte, sorprendente. Una meraviglia.

Ti ho voluto bene e stamattina ti avrei teso un agguato fatto di abbracci, per poi sparire di nuovo nel buio delle mie distanze.

Alice e David Gale

6 novembre 2017

Alice era ossessionata dai fotogrammi. Come se il tempo fosse in qualche modo addomesticabile. 

Il che, a pensarci bene, è abbastanza scontato quando si scatta una fotografia. Ma Alice aveva la stessa ossessione per tutto. 

Conservava qualsiasi cosa. Scatole, scatolette, scatoloni. Ogni cosa meritava un contenitore e un suo spazio in casa. E quello che non entrava in casa veniva ordinatamente riposto nel grande garage. 

Alice diceva che, dal momento esatto in cui vengono al mondo, il tempo si appoggia sulle cose senza farsi sentire. E in quel momento le cose diventano un ricordo da preservare.

Alice era una specie di Jacques Lacan vestito da governante. E comunque io ne ero spietatamente affascinato. Da quella sua ricerca del fotogramma. Da quel suo modo di disporre le cose con le etichette ben visibili anche in frigorifero. Dal quel suo vivere necessariamente impresso su una pellicola in bianco e nero, piuttosto che a colori. 

Quello che Alice cercava era un antidoto al tempo che passa. Che consuma. Che porta via gli istanti migliori di noi. E forse a un certo punto pensava anche di averlo trovato. Quell’antidoto, intendo. 

Invece il tempo continua a passare. Senza nessun antidoto opponibile. E l’unica cosa che può fare un uomo qualsiasi a contatto col tempo è farsi dimenticare. 

Dover obbligare il tempo stesso a riscoprirti. In un’altra storia. In un’altra città. In un differente universo. In rete c’è un sacco di roba su Jacques Lacan, ma niente spiega meglio il suo pensiero dei due minuti di monologo di Kevin Spacey nel film “La vita di David Gale”. 

Questa pellicola merita. Merita non soltanto perché è una bella storia, molto americana. Merita perché è un racconto sul desiderio. Sul pregiudizio. Sulle scelte. E sull’accettazione delle conseguenze che ogni scelta comporta.

La ragazza nella nebbia

2 novembre 2017

Spazi. Esistono fuori e dentro di me. Spazi che separano. Che allontanano. Che delineano. 

Esistono i minuscoli spazi di silenzio tra le parole. Ma anche le pause di riflessione e i verbi al condizionale utili a riflettere. 

E poi c’è il “tempo necessario”. Lo spazio più importante. Uno spazio senza dimensioni precise. Ed è quello che serve a capire poi, quello che non si era capito prima. 

Imparare a comunicare non è facile e non succede mai velocemente. Non è mai subito. Fa parte del processo di crescita di un uomo. 

Per questo ci sono i tempi in cui crescono le piante. I tempi in cui gli animali diventano grandi. E poi c’è il tempo che impiega un uomo a smettere di essere bambino. 

Stavo pensando a questo osservando lo schermo bianco. Poi le luci si sono spente ed è iniziato il film.

Anna Lou. Ora, che voi abbiate letto, o meno, il libro di Donato Carrisi non è davvero rilevante ai fini del discorso. Lo so. È completamente fuori tema. Io per una donna con un nome così avrei battuto il record mondiale di abbraccio anche col vento contrario. 

Ma la ragazza col nome più bello del mondo è anche una vittima designata. Un pazzo? Un serial killer? Chi ha ucciso Anna Lou? E perché? E se Carrisi non fosse stato così ossessionato dai colpi di scena, “La Ragazza nella Nebbia” poteva trasformarsi in un capolavoro? 

La mia risposta è sì.

E allora perché è stato così difficile accontentarsi del primo grande finale?  

È davvero un peccato che il regista si sia limitato soltanto a suggerire il suo concetto di vanità, senza analizzare le devastanti conseguenze che stava comportando sulla moralità dei protagonisti. 

“Il peccato più sciocco del diavolo è la vanità”, recita più volte una battuta del film, ma l’ispettore Vogel, in arte Tony Servillo, è troppo impegnato a combattere ogni giorno contro i demoni del suo passato. Indaga da solo. Mangia da solo in una sala semi deserta di un ristorante in quota, seduto con i fantasmi dei suoi recenti insuccessi. 

In ogni scena sembra voler dire: “Fidatevi di me. Fidatevi fino alla fine che è una cosa giusta. Una di quelle cose che si fa col cuore, ma anche con la mente. Non giudicate me, giudicate lui.”

Io non sono riuscito per 127 minuti a mollare il mio colpevole. È stato come quando ti sfila davanti la bellezza e non puoi fare a meno di incollarle gli occhi addosso. Perché in ogni ragionamento che si rispetti è la traiettoria la parte interessante, non il punto di arrivo. Non il gran finale.

Avrei voluto parlare della trama con una serietà differente, ma sarebbe stato impossibile farlo senza rivelare i colpi di scena. E non so nemmeno se ne sarei stato così capace. In fondo questa è solo una pagina del mio blog e non una recensione “mymovies”. 

Quello che volevo scrivere è che mi sono accorto per l’ennesima volta che parlo a tutti, ma in realtà quello che ho da dire lo sto raccontando soltanto a lei. Il vero miracolo della scrittura è questo. Superare quegli spazi di cui parlavo prima. 

Comunicare con lei quando non me ne rendo conto. Scrivere cose che arrivano da un altrove mai troppo lontano. Che attraversano le distanze e il tempo. E che proiettano davanti ai suoi occhi il me stesso che le sta scrivendo, in quell’istante preciso. 

La ragazza nella nebbia è per me il ricordo di qualcosa che non c’è più. Una sottile figura retorica dove si suppone sia stato lo spazio a uccidere. Intanto il tempo indaga. Ma sono del tutto certo di essere io l’assassino.

In fondo al corridoio 

28 ottobre 2017

Stanotte il cielo era dorato. Alieno. Quasi prigioniero di riflessi postatomici. 

Il lavandino del bagno ancora gocciola. Un tempo certi automatismi mi avrebbero spinto a chiamare un tecnico e farlo riparare immediatamente. A cercare di sistemare il sistemabile.

Invece oggi rimango un secondo a fissare le gocce, poi lo specchio e infine finisco col dare le spalle al bianco e nero di questi secondi. 

Nell’aria c’è odore di dentifricio e di cose che hanno smesso di essere. C’è odore di tempo. 

Se fumassi mi accenderei una sigaretta. Devo solo ricordarmi il perché non abbia mai iniziato a farlo. 

Che differenza c’è tra il senso e il significato che si da alle nostre scelte?

Il senso è oggettivo, mentre il significato è una interpretazione del tutto personale. Tu eri il senso, o il significato? Eri tutto, oppure niente? 

Davvero non lo so. E a dire il vero non ho così tanta voglia di darmi risposte ora, a meno che non riesca davvero a nasconderci dentro la scomodità di certe domande. 

Preferisco spiegare un lenzuolo. Uscire e fare quattro passi. Scegliere qualcosa da non comprare. Scorrere tra il passato e gli scaffali di un negozio. 

Oppure mangiare un piatto di pasta, cercare un parcheggio, o guidare veloce con i fari accesi e la musica alta.

A volte la felicità è ricordarsi una faccia buffa. È questo quello che davvero mi scuote. La normalità. Come, da studente, era normale andare a scuola e rincorrere un dondolante autobus verde. 

Gli autobus di oggi invece hanno cambiato colore, sono arancioni come il cielo di questa sera. Sono sudati e anche l’aria ha cambiato consistenza. Ed io? Pure io ho perso parte del mio spessore. Non li inseguo più.

Credo che stanotte finirò col mettermi a scrivere. Una lettera. Una di quelle che poi non spedisco. Che rimane dentro un cassetto, o magari diventano una palletta di carta da affidare alle cure della raccolta differenziata. 

Prima, soltanto per un attimo, mi sono perso per i vicoli del centro di Roma. Perdersi non è poi così male. Lasciarsi andare, abbandonarsi, non aver nulla da dire e nessun posto dove andare. 

Apro la finestra, fa freschetto. C’è qualcosa che entra improvvisamente e sembra confusa. Una zanzara, un ronzio leggero. Poi una lama intermittente di luce. Sì, credo ci sia qualcosa che non funziona nel lampione sulla strada.

Credo anche di non saperlo descrivere bene. L’amore intendo. Magari è solo un punto interrogativo. 

Chiedetemi ora il perché, in questo momento, tutto quello che davvero mi attrae è sentire un vento freddo che mette i brividi. 

Quella pelle d’oca leggera che precede l’incoscienza della consapevolezza, della percezione totale, del riposo dall’inquietudine.

Quando saremo dei gatti, in un’altra vita magari, potremo abbracciarci ancora. Ma se davvero accadesse, allora fai in modo che sia indimenticabile. 

È arrivato il taxi. Si è chiamato da solo. Adesso mi siedo dietro e guardo un po’ il tassametro. Ho voglia di sentire il valore del tempo. 

La macchina parte, le ombre diventano incerte, le pareti della strada ora sono palazzi.

Non c’è una linea d’orizzonte. Non c’è possibilità di coniugare il verbo raggiungere. C’è una solitudine espansa, una compressione tutta interiore, una supernova in procinto di esplodere tra stomaco e cuore. 

Sorrido. Guardo il profilo mezzo addormentato del conducente e me la rido ancora. La felicità è un momento asettico e puro e l’amore non è fatto per quelli prolissi. 

Ho finito l’inchiostro nel telefono e non sono nemmeno arrivato all’ultima pagina. Quella parola l’ho scritta. Quella di cinque lettere. Quella che inizia per A e finisce per E. Quella che da senso e significato a tutte le lancette del mondo.

Sono solo le cinque ed è quasi ora di bere un caffè. Nemmeno molto fuori orario. È quasi tempo di fare un check in nei ricordi. 

Basta solo ricordarsi di allacciare le cinture. In fondo è un giorno come tutti gli altri e le uscite di sicurezza sono sempre in fondo al corridoio. 

Le notti di Roma

14 ottobre 2017

L’avete mai vista la notte a Roma? Fatta di pensieri e di aria leggera. Di sogni lucidi appena infranti e di ricordi che mettono i brividi. Come quel freddo timido che arriva in autunno, quasi accennato. 

E quella luce gialla dei lampioni che illumina le strade? Colorata. Disciplinata. Discreta. Stanotte sembra chiedere addirittura scusa per il disturbo. 

La notti di Roma. Fatte di fontane umide, di ricordi assonnati e sanpietrini bagnati. Fatte di gabbiani indaffarati e di felini addormentati sui tetti.  

La notte i monumenti di Roma si contendono lo sguardo dei passanti con le meraviglie dei vicoli, con i ponti illuminati e con le facciate barocche dei palazzi. 

Se la guardi Roma ti ricambia lo sguardo. E se la ami, Roma ti restituisce l’amore sotto forma di un incancellabile immagine da tenere per sempre nel cuore.

Quantità e qualità 

13 ottobre 2017

Scrivo meno e mi impongo di farlo meglio. Frequento meno persone e mi illudo di dedicare più tempo a me stesso. Invece vado anche meno spesso al cinema.

Colpa di questo mio spietato bisogno di dicotomia, se riesco sempre ad assegnare alle cose due significati. Senza che uno escluda in qualche modo l’altro. 

Quantità e qualità. Due irriducibili nemiche. Due complici ammiccanti. E poi tutte le cose che stanno nel mezzo. Sono sicuro che anche Alice la penserebbe come me. Però mi servirebbe più tempo da dedicare a una qualche forma creativa di malinconia. 

Ieri ho guardato incuriosito il sequel più rischioso della storia del cinema e l’ho trovato sublime. Qualità e quantità. Quasi tre ore di film senza uno sbadiglio. 

Blade Runner 2049 è un secondo capitolo piovoso, freddo, sporco, riuscito e perfetto. 

I giochi di luce. I riflessi. Le fantasie. Gli ologrammi. I volti mono espressivi dei replicanti. I richiami vintage al capolavoro di Ridley Scott. Tutto perfettamente curato nei minimi dettagli. 

Finalmente il mondo viene raccontato in un film di fantascienza come probabilmente sarà. Una infinita discarica. Senza scene d’azione. Senza quella fine ironia hollywoodiana che tanto stona nelle sceneggiature post-apocalittiche.

Allora eccomi qui, tutto preso a non raccontare la trama eppure a lasciar intendere a tutti che si tratta di un film da non perdere. A non rivelare le scene, malgrado la mia conclamata incapacità di non saper tenere la “ciavatta” (bocca) chiusa. 

L’incontro-scontro tra Ryan Gosling e Harrison Ford è una scena che ti mette in pace con il cinema d’autore. Da fiato sospeso. Non dico altro.

Il mio mantra è l’ossimoro e la legge che mi governa è l’attrazione magnetica dei poli opposti. Ma adoro le pellicole che mi fanno perdere il senso del tempo.

Bravo Villeneuve. Ma a me già da “Sicario” eri piaciuto da morire.

“Io”

10 ottobre 2017

Alice allargò le braccia per consentire al suo ottimismo di girarle intorno. 

Alice era convinta che il centro di ogni universo fosse un pronome personale, ma ignorava quale. Continuava a confondere il verbo sparire con il verbo evaporare.

Alice era terrorizzata dalle storie d’amore. Aveva la certezza che prima o poi si sarebbero rotte e riempite di infiltrazioni.

“Sono solo storie.” Le avevano detto.
 
“Sono solo momenti più lunghi del solito.” Le avevano assicurato.

Esperienze incomplete prive di alcun rigore scenografico.

Un giorno Alice provò a chiudere gli occhi. Tentò di compensare le insinuazioni della realtà, sognando. 

Forse cercava soltanto il ricordo perfetto. Quello che annulla tutte le nostre paure.

Quel giorno si rese conto che si possono cancellare dalla propria vita tutti i pronomi a eccezione di uno. Non si può cancellare la parola, “Io”.

Anche quando mi accorgo che mi fa stare bene farlo

4 ottobre 2017

Adoro quel preciso istante. Quello che precede il sonno. Quell’attimo di ovattata percezione del tempo. 

L’inizio un viaggio diversamente avventuroso dove non c’è necessità che accada davvero nulla. 

Nessuna principessa da salvare. Niente evasioni spettacolari. Nessun gol all’ultimo minuto. Niente indipendenze catalane, rivoluzioni francesi, o affilate ghigliottine repubblicane. 

Soltanto tanta consapevole assenza. O magari inconsapevole, chissà. Non posso esserne certo. 

È in questa specie di universo parallelo, un po’ mellifluo, che ogni tanto mi e ti ritrovo. Dietro al solito ricordo sbiadito. Ma ho la stessa percezione di quando andavo sott’acqua a cercare le stelle marine. 

Immagini sfocate e bugiarde. E il rumore del mio respiro che fa da colonna sonora. Non è così male non riuscire a fidarsi dei propri sensi. Ha quel non so che di esoterico e lieve.

Non è poi così devastante arrendersi al proprio “essere in balia dello spazio”. Ai margini di una singolarità fisica non descrivibile. Non misurabile. 

Un qualcosa che inghiotte si la tua lucidità, ma senza masticarla. E comunque, poi ti viene restituita sempre.

Un posto dove il tempo non conta. Dove è impossibile pensare al passato, o al futuro. Dove non si possono declinare condizionali. Soltanto interminabili tempi al presente. 

Un luogo dove la nostalgia, la noia e la frustrazione non hanno alcun valore. Dove non esiste la stanchezza. Nessuno sogna mai di dormire.

Quando questo succede ripenso ai viaggi di Ulisse. Ad Itaca. Alle cose che alla fine ritornano. E mi accorgo che per quanto un uomo si possa spostare in avanti, non si può mai esorcizzare quel bisogno confortante, che abbiamo, di rimanere ancorati a qualcosa. 

Quando riapro gli occhi poi torno a essere quello di sempre. Sbadiglio. Guardo il cellulare. Continuo a non essere in grado di spiccare il volo, o camminare sull’acqua. 

Continuo a dividere, e non a moltiplicare, pani e pesci. A non avere un piano perseguibile per salvare il mondo. 

Persevero con puntualità svizzera con le mie consolidate imperfezioni e mi ostino a non voler rifare il letto. A sbagliare la differenziata. A non saper bene accanto a chi stare.

In una sorta di “volontarismo” cosmico stamattina mi descrivo, in precario equilibrio sulla lama del “rasoio di Okham”. Un uomo sta dove si sente a suo agio. Io sto bene accanto a chi mi fa stare bene.

Il “sentirsi bene” è alla base di ogni mia scelta. Che sia un locale alla moda. Una spiaggia. Un cinema. Una persona. O una panchina all’ombra. 

Non che sia sbagliato, ma a volte stare bene mi basta. Non sento il bisogno di conoscere profondamente ciò che mi sta facendo stare bene.

La ricetta di quel piatto, o gli ingredienti. La forma di quella panchina, o il suo grado di robustezza. Il pentagramma di quella melodia che mi ha fatto chiudere gli occhi. 

La fisica di quel tramonto. O il volto di tutti gli ospiti e i dipendenti di quell’hotel a strapiombo sulla costiera amalfitana dove ho scelto di non sentirla più.

Non ho mai provato il bisogno di conoscerla a fondo una persona che mi ha fatto stare bene. Mi accontentavo di questa sua proprietà. Non pensavo che anche quella persona poteva ferirmi profondamente. 

Certo è una mia affermazione del tutto soggettiva e discutibile. Basata su una esperienza nemmeno troppo provata e sul mio essere rigorosamente logico. Quasi un teorema da accettare per assurdo.

Se una persona ci fa stare male è la giusta motivazione per allontanarsi. Ma stare bene insieme a una persona non è mai un motivo abbastanza valido per tenerla sempre accanto.”

Perché in tutto questo stare bene, l’altra, o altro, non c’entrano mai. Dipende solo e unicamente dalla nostra percezione di lei, o di lui. Dipende soltanto da come ci sentiamo noi dentro.

E “noi” non siamo una relazione, noi rappresentiamo soltanto noi stessi.

Per dirla alla Jep Gambardella, mi sono accorto che alla soglia dei 50 anni trovo difficile camminare per troppo tempo al fianco di qualcuno. Anche quando mi accorgo che mi fa stare bene farlo.

Prima di prendere sonno

2 ottobre 2017

“C’era una volta un dio onnipotente e buono che viveva solo soletto in uno spazio vuoto. Era un nulla freddo, insondabile e cosmico.

Davvero stanco di tutto questo niente, decise un giorno di creare un universo infinito e di lasciarlo a se stesso. Scelse poi di non interferire. Di starlo a guardare. Insomma, per qualche motivo, quel dio aveva deciso di non dare ad alcuno la prova scientifica della sua esistenza.”

“Ma papa scusa…” È Nicoletta che mi interrompe. “Perché mai un dio buono sceglierebbe di starsene in disparte dopo aver creato tutto questo? E chi pensa poi alle guerre? Alle ingiustizie? Alle catastrofi? Alle persone cattive? E chi ascolta le preghiere di nonna?”

“Non lo so amore mio.” Le rispondo sorridendo. 

“Dio è da sempre una questione di fede. E la fede va ben al di là di ogni storia raccontabile e verificabile. Io non so se esista un qualche dio. Da quanto esista, o se magari l’abbiamo solamente creato noi per non sentirci così piccoli davanti a tutto questo sconfinato universo. 

So solo che probabilmente farei molta fatica a vivere in un posto dove posso avere la prova che un Dio non esiste.”

“È vero. Nemmeno io ci vorrei stare papà.” Sussurra Nicoletta stropicciandosi gli occhi. 

“Ma come facciamo a sapere che non è una bugia? Io so che non esiste il demone sotto al letto. Ho anche scoperto che babbo natale sei tu. Ti ho spiato sai? Ma un dio? Come si può fare? Ci vuole una prova.”

Mia figlia mi sta guardando come si osserva un’alba. E io mi rendo conto di quanto il suo sorriso sia la mia unica religione.

“Amore tu vuoi bene alla mamma?”

“Si papà. Io gliene voglio tantissimo di bene.”

“E se ora papà ti chiedesse di dargli una prova? Lo prenderesti o no per matto?”

Le sue parole se ne stanno in equilibrio sulle labbra per qualche istante prima di andare a occupare tutto lo spazio possibile.

“Forse ho capito, papà! Me la racconti un’altra storia? Quella della lumaca?”

“Mmmh! Quella mi mette nostalgia! Ti racconto la storia di un monaco? È noiosa e fa addormentare!”

Mi guarda. Mi strizza gli occhi. Adoro l’incanto di quel sorriso. Vale più di qualsiasi si.

“C’era una volta un frate francescano. Si chiamava Guglielmo. Fra’ Guglielmo di Okham. 

Lui credeva in un dio cristiano senza il bisogno di alcuna prova, ma era anche certo della profonda fallibilità degli uomini. Dei papi. Degli imperatori. E dei papi imperatori in particolare.

“Fallibilità, è quando non sei onnipotente, vero papà?”

“Non esattamente, piccola. L’onnipotenza non implica il ‘riuscire sempre a fare delle cose buone’ per esempio. Quindi anche un dio, sotto un certo aspetto, è fallibile. E se sei fallibile è statisticamente probabile, anzi quasi del tutto certo, che prima o poi farai qualcosa di sbagliato.”

“Fra’ Guglielmo scrisse cose forti per quei tempi. Il medio evo era un posto brutto dove le persone venivano uccise per un pensiero. Lui mise in dubbio lo stato pontificio. Disse che un papa non può attribuirsi alcun potere, né temporale, né spirituale, giacché la sola possibilità per l’uomo di salvarsi…”

“…deriva dalla grazia divina. Ma questa è un’altra storia per la mia piccola orsetta stanca.”

Eccoli qui. I suoi occhietti chiusi. La serenità in persona. Una bimba che dorme proiettata chissà dove nel sonno. Forse in un universo diverso. E un papà che la osserva pensando che non esista niente di più bello al mondo. E poi Fra’ Guglielmo mette sonno.

A me non sono mai bastati pochi minuti per lasciarmi andare. Per sprofondare in quel posto meraviglioso. Il mondo visto da dietro le palpebre. 

Da bambino mi addormentavo ascoltando storie, o in alternativa contavo pecorelle. Oggi invece sono i lupi a saltare lo steccato e non tutti vengono con le migliori intenzioni.

Per questo ogni tanto perdo il conto e devo scrivere un po’ prima di prendere sonno.

Non finiscono mai

1 ottobre 2017

A volte mi sento come una di quelle macchinette dove qualcuno tenta di infilare 2 euro per provare a ricevere in cambio un inutile pupazzo. Quelle che si trovano all’ingresso dei supermarket. Quadrate. Metalliche. Quelle con il braccio meccanico e soltanto una possibilità di portarlo sulla perpendicolare giusta.

“Lo sai? Leggo ciò che scrivi. Sembri un condannato in attesa della sua punizione.”

“Smettila Alice! Aspetto soltanto!”

“Che cosa? Il momento giusto? La mamma dal cielo?”

“Casomai la manna. E comunque no. Attendo che finiscano le parole.”

Alice sorrise. “Allora ti rivelo un segreto Gianlu. Le parole sono come i pensieri. Non finiscono mai.”

Eravamo solo apparentemente simili io e lei. Ci distinguevano gli universi dove siamo cresciuti. Il tempo impiegato a prendere una qualsiasi decisione. E i centimetri che mancavano a toccare il soffitto con un dito. 

Io salivo sul letto e cominciavo a saltellare. A lei bastava chiudere gli occhi e immaginare di farlo. Ma c’è una differenza profonda tra immaginare di fare qualcosa e le sensazioni generate dall’aver fatto. Se non fai, poi non puoi descriverlo.

Credo che la potenza delle parole sia il risultato dell’equazione: numero di persone che davvero ci crede, fratto il numero di persone che poi decide di citarle in un social network.

Se la vita fosse un tentativo di rapina a mano armata, io sarei la telecamera puntata sul reparto frutteria. Quella che ti avvisa soltanto se ti stanno rubando il mango.

C’è solo una cosa che non capisco

25 settembre 2017

Un capitano Akab, ogni mattina, sogna traguardi impossibili e interminabili viaggi. Una balena bianca invece si sveglia e basta. La balena non si sente mai affondare. Anzi, scendere in profondità a volte vuol dire salvezza.

In ogni uomo esiste una parte sommersa e una parte che si vede. Anche da lontano. E in ogni cosa, o persona, è la parte che non si vede quella in grado di fare danni. Di squarciare senza saperlo.

Il tipo è seduto di fronte a me. Avrà circa 50 anni. Un bell’uomo, ben vestito. Una valigetta per il Pc sulle gambe. Un iphone7 acceso. Parla a voce alta, anche se non altissima. Dice che c’è solo una cosa che non capisce, ma non riesce a comunicarlo. Forse perché dall’altro lato hanno troppo da parlare. 

Lui pensa che sarebbe meglio inserire la parola “serie”, sopra la scritta IMMATURI, ma va messo tutto in minuscolo. L’allegato però non riesce a vederlo, perché il programma non si apre sull’iphone7. 

Sento il devastante bisogno del parere di un altro passeggero. Magari basterebbe chiedere alla Monica. Milanese conclamata che chiacchiera da 5 minuti sulla poltrona della fila opposta. Parla e tiene le gambe allungate verso il centro del vagone. Belle gambe davvero. 

La gente però deve scansarsi e fare il passo lungo, perché quelle gambe rimangono distese. No che non è maleducazione. È solo che ogni tanto uno si sente il mondo come fosse casa sua. E probabilmente lei crede di trovarsi sul suo divano in salotto. Embè? Meglio lì che altrove, mi dico. 

Ironia.

I passeggeri intanto saltellano nel tentativo di raggiungere il proprio posto. E finalmente parte il suo commento ad alta voce: “Non capisco per quale motivo uno che ha un biglietto di un vagone diverso salga dal davanti? Ma che hanno in testa? Cenere?” 

Sarcasmo. 

Il treno parte con due minuti di ritardo. Durante il viaggio le sue gambe non possono estendersi oltre. Quindi la si vede e la si sente ravanare parole sconnesse dal cervello. Tutte un po’ a caso. Sbadiglia, sbuffa, sospira. Tutto in stereofonia. 

Intanto ho scoperto che il signore di prima fa il regista. È Paolo Genovese. Già, proprio quello di “Perfetti Sconosciuti”. 

Adesso l’allegato si apre. Lui voleva intendere con quel “c’è solo una cosa che non capisco”, di non aver ben chiaro chi avrebbe curato il casting della sua nuova serie televisiva. E che avrebbe preferito dirigere volti nuovi, magari gente presa in strada. Ecco, ora che ho scoperto l’arcano mi sento più sereno. Posso lasciarlo alla sua storia e magari proseguire la mia.

Materia. Antimateria. Origine della vita. Universo. Cancro. Neutrini. Quello che mi comunica Magritte con “Gli Amanti”, o il perchè Van Gogh abbia venduto un solo e unico quadro in vita. E che dire della testa di Trump?

No.”Non c’è solo una cosa che non capisco.” Sono tante. Troppe cose. 

Provo a sussurrarlo a mezza bocca. Che senso di sicurezza che dà quel “solo” detto così. Strisciato tra i denti, con una esse più lunga della S dei supermercati brianzoli.

Superato lo scoglio affiorante di quella esse, tutto è saputo. “Non c’è sssssssolo una cosa che non so.”

Le altre? Le so tutte? I neutrini, i vegani, i capitani Akab che inseguono balene. O altri che cozzano contro iceberg e scogli. E i tornado? Gli uragani? Dove finiscono i palloncini e i calzini spaiati? E i fondi raccolti con gli sms solidali? 

Ironia e sarcasmo.

Che poi, alla fine, non ho nemmeno capito se è la scritta “IMMATURI”, o la parola “serie”, quella che va riportata in minuscolo.


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