Archive for gennaio 2016

Le parole più belle

28 gennaio 2016

Ogni tanto penso al tempo che passa e alle sue traiettorie. Allo spazio che ci divide. Al freddo indiscreto della notte. Alle storie che non abbiamo ancora vissuto. All’irrealizzabilità di certi sogni. Che poi, sono sempre gli stessi. Al passato. Alle responsabilità. Ai malintesi. A tutte le decisioni prese e alle mille ragioni di ogni decisione. A quel devastante bisogno di amare. E alla crescente necessità di sentirsi amati. I sentimenti in fondo non conoscono lo spazio e ignorano il tempo. Si limitano a rendere il buio gentile e a scegliere le parole più belle tra tutte quelle dimenticate.

Tempo

21 gennaio 2016

Un pensiero può essere quantitativamente rilevante, ma qualitativamente ininfluente. Ci pensavo poco fa, mentre la voce meccanica della stazione di Milano annunciava il mio treno. Giusto qualche istante prima che una testa distratta ricontasse tutti i minuti che si nascondono dentro i miei primi quarantacinque anni. Tempo. Alla fine è sempre una questione di tempo. Non lo vedi arrivare, ma lo senti andare via. Ti avvicina e poi allontana dalle persone che ami. E intanto lui cambia le cose intorno. Le modella. Le invecchia. Le modifica. Anche quelle che apparentemente sembrano sempre uguali. E non è soltanto una mera questione di fisica. C’è anche tanta filosofia. Quella consapevole certezza che tutto questo avvenga in modo fastidiosamente costante. Una pensiero disturbato e disturbante. Per il tempo tutto è quasi commestibile. Ti inghiotte. Non è niente, eppure è tutto. Il tempo è il passato. Il tempo è il presente. Il tempo è il futuro. Ammazzare il tempo è qualcosa alla quale mi dedico scrivendo. Uccido il tempo. Lo trafiggo con le figure retoriche. Lo maltratto con i pensieri. Ed è così che in un modo, o nell’altro, mi illudo di poterlo fermare. Magari traghettando la sua anima controcorrente. Abbandonandola oltre lo Stige. Per poi allontanarmi veloce. Remare a ritroso fino a farmi scoppiare il cuore. E ritrovarlo ancora lì, sul salto della cascata, che se la ride dei miei tentativi di combatterlo, di ingannarlo, di abbandonarlo all’inferno.

Il silenzio 

16 gennaio 2016

Non sapevo come dirgli che era importante. Così l’ho soltanto abbracciato e ho lasciato che fosse il silenzio a spiegare tutto.

  

Importanti

11 gennaio 2016

Non sempre. E nemmeno molto spesso. Ogni tanto però chiudo gli occhi per qualche istante. E non importa molto dove mi trovi. Cosi immagino che anche le voci, i suoni e il tempo abbiano una forma. Come me. Come noi. Come ogni cosa. È vero, non posso fermarlo il tempo. Non posso neanche rallentarlo. Però sono in grado di accarezzarlo. Di ascoltarlo. Di tenere il ritmo. Immaginare di violarne il confine. Ridefinirne i ruoli. Stanotte gioco con il presente a rivedere il passato. Le scelte sbagliate. Le responsabilità. I dubbi. I malintesi. I fraintendimenti. Le gioie. Le frustrazioni. Le piccole solitudini. Il disappunto. Le idee geniali. I ragionamenti stupidi. I sorrisi. Le smorfie. I profumi. I ricordi. E tutti gli sguardi di quelle persone che hanno reso alcuni momenti della mia vita… Importanti.

Cioccolatini 

6 gennaio 2016

A volte mi ritrovo a scrivere storie. A illudermi di spiegare la vita. Ma spesso il mio unico scopo è quello di riempire un vuoto. E riempire un vuoto non sempre equivale a ottenere il pieno che c’era prima. Esiste uno spazio gonfio di niente che alberga in ognuno di noi e che nasce dal bisogno che tutti abbiamo di essere capiti. Apprezzati. Amati. Anche messi in discussione, o criticati. Se questo avviene comunque con amore.
Apro gli occhi. Nuvole rapide scorrono dal finestrino, mentre la velocità muta la curva dell’orizzonte. Una mano intanto stringe l’altra. C’è sempre un foglio elettronico da sporcare. Una favola da raccontare. C’era una volta un ordigno nucleare da far esplodere sui fondali oceanici per farsi più forti di fronte al mondo. Ho sonno. Non riesco a dormire. Oggi indosso una realtà che mi va troppo stretta di collo. Scrivo a passo d’uomo. Ma respiro. I polmoni funzionano. Il cuore batte. E non è solo una questione di involontarietà cardiache. Il cuore va per conto suo e non mi sta a sentire. Ma con il cervello posso ragionare, mediare, trovare un punto d’incontro. La notte gli parlo e il cervello ascolta. “Ma tu lo capisci il cuore? Ci parli, no?”
Lui non risponde e fa spallucce. Lui e quel suo compagno di merende, il fegato. Stanno sempre insieme e governano il ritmo delle sensazioni. Ti stringono in una morsa violenta. Ti parlano sottovoce di quello che accade intorno con la stessa vocina strozzata di una portiera pettegola. È geniale questa cosa che alla fine le cose finiscono.
Forse ha ragione Forrest.
Forse la vita non è altro che una enorme scatola di cioccolatini.

Tutto sommato

3 gennaio 2016

Certi pensieri sono come le istruzioni precise per montare qualcosa. Quando invece non esiste nulla da montare. Niente. Nemmeno una frase. Un concetto. Uno stupido pregiudizio. Qualche cattiva intenzione da agitare bene prima dell’uso. Stanotte stavo correndo e sono caduto. Magari era un sogno. Però mi è sembrato di precipitare davvero. Da un’altalena forse, oppure dal bordo del letto. Una caduta lunga. Senza fine. Fino al momento in cui ho aperto finalmente gli occhi.
È stato come osservare un Dio mentre si faceva i cavoli suoi. Come guardare il riflesso di una donna allo specchio mentre si riveste. Come bere un caffè che si è già freddato. Qualcosa che unisce il sapore delle mandorle salate alla morbidezza di un paio di cosce. Qualcosa in grado di tenere una mano al sicuro dal mondo. Io l’ho visto, il futuro. Il tempo se lo è bevuto come se non aspettasse di fare altro. Come un cocktail il sabato sera. Un Vodka Redbull. Un Martini shakerato. Un Cosmopolitan. Sono belli i ricordi visti dal basso. Le cose bisogna sempre osservarle dal basso. Sdraiati. Con le gambe incrociate. Credo di aver spesso confuso la speranza con l’immaginazione. La passione con l’amore. Una caduta con l’andare via. Stanotte correvo e non avevo nemmeno idea di dove andare. Poi ho scoperto che la cosa più bella che mi potesse succedere era cadere.
Precipitare così. Allontanandomi in modo creativo dalla vita quotidiana. A un palmo di naso dal futuro. Correre via carico di desideri. Di sogni. Di curiosità. Di belle sensazioni da vivere e poi rivivere ancora.
Cadere così. Un po’ a caso. Con gli occhi chiusi. E assistere a qualche spettacolo che affascina la mente. Impossibile immaginare qualche dipinto che mi incanti più dei suoi occhi. Ascoltare qualche concerto che mi sconvolga più della sua voce. O rivivere qualche trasgressione che mi danni l’anima più di un suo sorriso.
Stanotte vorrei perdermi in qualche vicolo nascosto di Roma. Entrare in una di quelle botteghe stregate da tempo. Una di quelle aperte fino a tardi. Oppure sprofondare nello sguardo di una donna incontrata per caso all’interno di un bar. L’anno è nuovo, ma i desideri sono gli stessi di sempre.
E tutto sommato credo di stare bene così.


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