Archive for the ‘Poker’ Category

Non arrabbiarti

7 luglio 2018

Per fare certe cose bisogna essere concentrati. Per altre magari un po’ meno.

Nel gioco del poker non basta che tu abbia scavato e capito le debolezze del tuo avversario. Devi fare in modo che quelle debolezze si manifestino contro di te.

Alcuni giocatori devi tormentarli. Fargli credere che giochi a caso. Mentre invece stai giocando esattamente contro di loro.

Organizzare la giocata sbagliata. Una tattica dove, mentre sono convinti tu stia puntando a caso, stai invece organizzando la grande trappola. Sintetizzo il concetto amico.

Non me ne frega niente di te, di chi sei, del tuo stile, del tuo talento. Non mi importa cosa tu abbia vinto, o perso in carriera. Per me rimane solo un gioco dove devo buttarti fuori per vincere. E in questo gioco valiamo le chips che abbiamo davanti.

Facciamo così, io te le metto tutte nel piatto e tu decidi quello che vuoi fare, dall’alto del tuo curriculum. A prescindere da ciò che pensi, ma anche da ciò che penserai dopo che sarà successo quello che sarà successo.

È solo un gioco amico mio. Soltanto un gioco. Non arrabbiarti. Respira profondo. E fatti due risate.

Scelte

29 giugno 2013

Cosa fare o non fare, nel poker come nella vita.
Gli animali davanti a una scelta agiscono in modo semplice. Gli esseri umani no. La nostra decisione è più complicata, perché oltre allo scenario dettato dall’esperienza ci sono quelli disegnati dal desiderio, dalla speranza e dall’opportunità, che nulla hanno a che vedere con la ragione.
A volte si sbaglia, spesso si persevera. Succede quando ci si convince che le due opzioni in fondo siano entrambe buone. Una perché lo è veramente, l’altra perché si spera fortemente che lo sia.
Per gli animali non è mai così. Per loro ogni scelta è sempre “vivere o morire”.

Esiste un posto dentro ogni giocatore

16 gennaio 2013

Mi fermo sempre a rileggere gli appunti dei miei viaggi e ogni volta mi sorprendo di quanti pensieri sono in grado di immagazzinare in testa.
Immagini impresse di un giocatore che non demorde mai. Che attende, elabora, spesso mente e poi affonda il colpo sempre sicuro delle sue azioni, anche quelle imperfette.
La testa si svuota quando l’uomo gioca sull’uomo ed è uno di quei momenti in cui nessuno si vergognerebbe di ammettere la propria lucidità, perché il vero scopo non è mai partecipare, ma vincere.
Anche quando la lettura è perfetta, la strada principale che porta al successo passa comunque attraverso un’isola pedonale fatta non di statistica, ma di emozioni.
Devo percorrerla a piedi e raggiungere l’assoluta inerzia della mente.
A volte mi trovo lì, a passeggiare simulando quella forza che so’ di non avere. Una sfrontata sicurezza che devo, ripeto, devo ostentare.
Mancano solo 10 minuti alla fine del day2, presto so che avrò una risposta.
Tutti mi fissano. Mi seguono con lo sguardo, ma non sanno che conosco molte delle loro storie, forse da sempre.
Non ho il volto angelico e sereno di un giocatore a cui si può raccontare tutto. Non potete sperare che io vi creda. Non potete credere davvero che io lo faccia ora.
Poi le prime tre carte cadono a terra, occhi negli occhi del mio avversario, ma è solo un istante.
Lui abbandona la presa, abbassa lo sguardo, ma punta lo stesso.
Sei debole amico mio. Esiste un posto dentro ogni giocatore che si riempie di paura e quando questo succede, sei morto.
Al mio turno accendo uno dei miei più insignificanti e luminosi sorrisi. Qualche frase di convenienza precede il movimento che accompagna tutto quello che ho oltre la linea di gioco.
Si chiama “All in”. “Ora se puoi, vieni a camminare con me, ma lascia i tuoi sogni parcheggiati fuori.”
Quando rifletto, e l’adrenalina è in circolo, nella mia testa rimbombano azzardati pensieri in romanesco.
Forse anche la mente ha un suo colorito dialetto. Io l’ascolto, rido a fior di labbra, sorrido dentro e attendo.
Il cuore dell’orsetto batte irregolarmente, il corpo trasuda, la mente ribolle, percepisco un aroma naturale di vittoria, lo sento di pensiero in pensiero ed è un desiderio con le ali che sta diventando ormai certezza.
Vorrei vedere le sue carte volare in mezzo al mazzo, ma lui tentenna e non molla.
Si agita. Riflette. Crede che io non sia così forte e si dimentica di considerare la cosa più importante. Che non ha nulla in mano.
Non posso rallentare la mia camminata, sono rimasto indietro, isolato, i suoi dubbi mi hanno lasciato solo l’illusione di godere le bellezze nascoste di un magnifico piatto vinto.
Non posso parlare. Verrebbe interpretato come un chiaro segnale di debolezza, posso solo guardarlo negli occhi in deciso tono di sfida.
Non funziona.
Alla fine lo vedo trascinare la sua pila di chips più preziosa al centro.
Ho due over cards e un monster draw. Lui gira bottom pair e limitate speranze di vincere il piatto, ma parto dietro.
Le ultime due carte cadono spietate, in silenzio. Quel silenzio che alla fine potrei riempire solo con l’amarezza.
Quando si perde un colpo si spegne in ogni qualsivoglia tentazione.
Ogni goccia di pensiero positivo evapora e quello che hai intorno si spopola. Tutto ti fa letteralmente schifo.
Io penso. Inesorabilmente penso.
Giocare è rischiare, ma anche vivere è un rischio che si rinnova continuamente.
Vincere. Perdere. E comunque lottare sempre per esserci.
Accettare un verdetto per quanto spietato, anche quando perdere vuol dire solo il 39% di possibilità che questo accada, è come trovare il barattolo della nutella vuoto.
Può darsi che questa sia l’ultima, ma non l’ultima, di tante giornate che mi urteranno il sistema encefalico.
Cesso di pensare. Parlo in fretta. Pronuncio frasi vagamente sconnesse, ma dura poco. Saluto i ragazzi al tavolo, il dealer, abbraccio Costantino Russo. Ho solo voglia di andarmene a camminare in lungo e in largo in questo angolo di villaggio, dove gli abitanti si contano su due mani e vedi facce a intermittenza. Ho voglia di tornare a parlare di calcio, di politica e di ammiccanti ragazze e questo interesse precario per le cose che mi circondano mi fa stare male. Di colpo si ribella anche la testa.
Ritiro il mio premio.
Raggiungo velocemente la macchina e mi rimetto in viaggio. Un nuovo viaggio, ma stavolta verso casa.
In auto rifletto ancora su questa nuova occasione persa e finisco col perdere la cognizione del tempo, ma è anche probabile che l’abbia già persa nel momento esatto in cui ho spinto tutto quello che avevo oltre la fatidica linea che segna il punto di non ritorno.
Il tempo occulta le mie aspettative di ritrovare intatto il passato e mi introduce al futuro. Quello che è stato non lo posso cambiare, ma potrò comunque farne tesoro.
Aspetto che la ruota giri nel verso giusto, continuo a domandarmi come soffierà il vento domani senza mai sorprendermi di quale foglia farà cadere.
Vivo quel soffio di assurda bellezza che ogni volta mi riporta tra le braccia di mia figlia e le impalpabili soddisfazioni di ogni giorno, senza alcuna amarezza o rimpianto.
Esiste un posto dentro ogni uomo, fatto di piccole gioie, che nemmeno il giocatore più vincente riuscirebbe a riempire mai.

L’efficacia di certe scelte

4 novembre 2012

Una lunga chiacchierata con un amico.
Le acrobatiche peripezie di un giocatore.
L’efficacia di certe scelte.
La speranza sotto forma di fendinebbia posteriori.
L’ambizione e la voglia di riuscire sono solo una goccia di uno scenario sfavorevole che va scavato come la roccia. Dobbiamo sempre fare in modo che non finisca mai peggio delle nostre aspettative.
Si dice che sull’asfalto non crescano i cactus. Cazzate.
Si puó fare, basta crederci fino in fondo e giocarsi al meglio la sola possibilità che abbiamo a favore contro le 1000 contro.
Quando non si è disposti a mollare, quando non si vuole perdere, anche una lotta spietatamente impari può trasformarsi in un’idea orrendamente seducente da cullare il più a lungo possibile.

Il confine dell’eccellenza

20 ottobre 2012

Credo che il Texas Hold’em abbia permesso a molte persone di sfuggire al proprio anonimato e a situazioni di impotenza troppo complicate per essere sopportate nella quotidianità. Ci vogliono coraggio e disciplina nella vita, tanto nel riuscire a giocarsi tutto in una sola occasione, quanto per resistere all’acuto dei momenti magici o alla forza dirompente dei giorni più difficili.
In questo gioco è invece possibile. Questo gioco ti permette di sbagliare e ricominciare. E così anche le persone meno capaci riescono a trovare, prima o poi, il proprio momento di gloria.
Il poker anestetizza la paura, quella che un uomo debole avrebbe di affrontare la propria esistenza come andrebbe affrontata una singola mano di poker.
C’è una differenza abissale tra chi desidera diventare abbastanza forte da sostenere la vita e chi spera invece di renderla tanto piccola da riuscire a tenerla in mano senza faticare.
E’ questo che traccia un confine netto tra chi è da sempre alla ricerca dell’eccellenza e chi si accontenta solo della banalità di una vittoria, conseguita tenendo due carte in mano e spacciata al pubblico per un grande successo.

Caro Stefano

2 aprile 2012


Caro Stefano,
la scala che hai portato sulle spalle è ben posizionata ed oggi tu sei pronto ad orientare il tuo sforzo verso quella picca che hai sempre sognato.
Ora sta a te incamminarti verso l’alto alla ricerca del traguardo dovuto di un orizzonte senza fine, che si materializzerà solo quando percorrerai quell’ultimo piolo.
Con la perseveranza ed un pizzico di fortuna oggi potrai raggiungere mete che per l’altrui giudizio erano frutto di allucinante pazzia.
Non fermarti, il tuo momento non è finito, certo è stato bello, ma perdio non è finito.
Questo tavolo finale non è più un traguardo, ma un fottuto punto di partenza, il tuo inizio di una storia senza fine.
Un punto fermo dal quale cominciare senza dire mai basta. La tua massima definizione di “coraggio”.
Perché?
Perché è così che deve andare.
Perché crederci è sinonimo di formidabile audacia.
Perché non devi accontentarti, mai.
La porta del futuro l’hai aperta proprio per trovare sempre quel qualcosa in più, ma ficcati bene nella testa che un obiettivo raggiunto é superabile, solo se ci credi veramente amico mio.
Quello che potevo fare l’ho fatto.
Ti scritto le mie emozioni.
Ora tocca a te.
Lascia da parte tutti gli “speriamo”, i “ce la metteró tutta”, i “faró del mio meglio”, perché sono solo convenevoli bugie.
Prendi quel tuo cazzo di cuore da leone e mettili tutti in fila.
E’ questa l’incessante richiesta delle persone che ti vogliono bene.
Vinci incantando amico mio.

Caro Avversario

28 febbraio 2012


Caro avversario,
ti sto scrivendo dalla mia stanza d’hotel. Sto aspettando di giocare il day1A di questo ennesimo evento e mi si è rotta l’emotività, non parte più. Così ho pensato di scriverti per esorcizzare questo momento. Senza emozioni non sono mai riuscito a fare nulla, se non riflettere aspettando che tornassero e qualche volta ha anche funzionato.
Sai, ieri notte guardavo un cielo particolarmente stellato e mi è tornata in mente Las Vegas, le sale sconfinate del Rio e tutte le emozioni che quei tavoli sono stati in grado di trasmettermi. Emozioni che mi sono lasciato da qualche mese alle spalle, ma sempre indelebili.
Forse è semplicemente colpa della magia di questo gioco e di quella meccanica sensazione di benessere che ci porta ad amare senza condizioni ogni posto che ci ha consentito di sognare.
Il fatto è che c’è qualcosa che rende l’emotività generata dal poker un sentimento diviso in compartimenti stagni dai quali è difficile staccarsi e con il quale devi necessariamente fonderti. Vallo a spiegare tu, ad un giocatore, che vivere la magia del poker nel tempio stesso del poker non è la stessa cosa che viverla altrove. Puoi tentare, ma lui non ti capirà, perché ha i suoi sogni e le sue emozioni già attaccate addosso.
Il punto, quello che mi premeva dirti, è che noi giocatori di poker sognamo ed i sogni che facciamo rimangono incollati ai vestiti che indossiamo, a tutto quello che facciamo ed a tutte le città che visitiamo.
Sono sogni che sedimentano, solidificano, calcificano e poi fossilizzano, come il cemento. Se ne rimangono lì, solidi e imperituri. Secondo me, una volta edificato, ogni nostro sogno dovrebbe entrare a far parte dell’urbanistica delle città dove giochiamo ed essere indicato anche sulle cartine stradali. Immagino già di sentire il navigatore della mia auto: “girare dopo l’ultimo dei tuoi sogni a destra”.
Adesso sto divagando.
La faccenda è che stamattina la fredda dinamica dei sogni del passato mi ha completamente catturato e non mi lascia emozionare quel tanto che servirebbe per guardare con ottimismo al futuro.
Guardo, al lato di ogni strada che mi porta ovunque, i cartelloni dei film per la strada e sono un sogno, ogni persona che incontro è un sogno, le case, i negozi ed anche questo dannato cielo stellato stasera sono un sogno.
C’è chi gioca e dice di non aver mai sognato. Sciocchezze.
Le concezioni di chi gioca senza sognare nascono da un retaggio culturale sognante. Si dice di non avere sogni proprio perché ci si rende conto di poterne avere, ma di non essere in grado di afferrarne alcuno.
Caro avversario, anche per chi non ha voglia di sognare, a volte i sogni si avverano. Prendi l’esempio di Filippo Candio che ha raggiunto quel fantastico tavolo finale, ne avrai sentito parlare no?
Comunque, sto divagando ancora una volta.
Ora devo andare. Devo ancora registrarmi ed immagino di trovare un gran numero di sognatori alla cassa. Giocherò a Malta e per qualcuno, che riuscirà a buttarmi fuori, ci sarà anche la soddisfazione di raddoppiare il suo “buy in” sul conto Giocopiù. Poi volerò a Nova Gorica per la tappa l’IPT e tenterò di emozionarmi ancora.
Non mi ricordo più cosa ti volevo dire! Ah si, spero tu stia bene.
L’emotività si è riaccesa da sola e magari riesco a tenerla accesa fino a tardi. Tu incrocia le dita, per me, ma soprattutto per te.

Ti scrivo presto,

Con affetto.

Gianluca Marcucci

Riflessioni all’alba di un nuovo anno

17 dicembre 2011

Anche il poker è la mia vita. Una vita in cui ho iniziato a fare tante cose, forse troppe, molte portandole addirittura a termine. O forse così mi illudo di aver fatto. Ma il punto oggi è: “potevo farle meglio?” Ogni giorno è stata una corsa forsennata. Ogni giorno ho inseguito idee, desideri, obiettivi e fatto di tutto puntando al meglio, ma senza eccellere mai in nulla. Questo è il rischio che si corre in questa nostra società. Viviamo il tempo delle globalizzazioni, dei grandi sogni, della libertà, dell’istintività e ci sentiamo motivati a percorrere innumerevoli strade ed a provare una molteplicità di esperienze. Questo, se da un lato ci arricchisce, dall’altro ci espone al rischio di raddoppiare gli sforzi perdendo di vista il singolo obiettivo, senza mai riuscire ad arrivare fino in fondo a nulla. Sono, o permettetemi di dire siamo, persone spietatamente imperfette, fatte a metà.

La sensazione che ho è quella di una carenza di disciplina di intenti che ci imponga di marciare in modo convinto verso una metà ben precisa. Soprattutto ci manca, o almeno credo mi siano spesso mancate, la pazienza e la costanza per portare a compimento fino in fondo, fino alla vera eccellenza, le cose che ho provato a fare.

Si sono arrivato, ma potevo sfondare, potevo fare e dare davvero di più.

Questi, stamattina, sono i pensieri di un uomo giovane di anni e vecchio di minuti che inonda il suo blog di frasi fatte e concetti poco tecnici.

Un uomo che pensa ogni giorno alla sua bambina, agli obiettivi mancati ed a quelli raggiunti, ed al sapore che avrebbe raggiungerne di nuovi. Un uomo che vorrebbe sfondare per poi fermarsi e condividerne l’esperienza con chi gli vuole davvero bene.

Ma per vivere in un mondo così frenetico e dispersivo, che espone a infiniti stimoli e sollecitazioni, ogni tanto bisogna anche fermarsi, riflettere, scegliere e discernere tra quali siano i reali obiettivi e snodi importanti della nostra vita.

Magari attardandosi ad ascoltare il proprio cuore quel minuto in più e scartando tutto quel rumore di fondo che confonde la mente. Investiamo su noi stessi e facciamolo scavando in profondità, riscoprendo tutte quelle cose che realmente definiscono le nostre capacità nel significato più intimo della parola.

Bei pensieri vero? Da persona abituata a vivere in montagna potrei sentirmi dire di aver riscoperto l’acqua calda. Ma, in questi anni, anche attraverso un social network, ho incontrato, conosciuto, ascoltato tanta gente e queste considerazioni le sto facendo oggi non tanto come una riflessione religiosa o culturale, ma come un pensiero parassita da sputare fuori che avevo parcheggiato nello stomaco da mesi.

Conosco bene le mie peculiarità, potevo e posso ancora usarle al meglio. Questo mi sento di affermarlo con certezza.

Ma cosa potrei fare nel tempo che ho ancora a mia disposizione per essere in un qualche modo di aiuto a quelle persone che mi leggono, che non hanno ancora vissuto esperienze come le mie, ma che si accingono a percorrere la stessa strada?

Forse scrivere queste cose e condividerle è già un passo utile. Il primo. Quantomeno, mi piace poter credere nell’illusione che sia veramente così.

Chiudo augurando l’inizio di un nuovo anno pieno di emozioni a tutti voi.

Consigli imperfetti

11 dicembre 2011


Nel texas hold’em si tralascia sempre di cercare quel significato che vada al di là della semplice scelta squisitamente tecnica. Soprattutto in un torneo mtt live esistono giocate in grado di esprimere anche la personalità del giocatore, reazioni tali e ricorrenti da evidenziare anche i tratti più latenti tanto di un dilettante, quanto di un professionista. A volte sono proprio questi tratti a rappresentare quel punto debole del quale bisogna approfittare.

Nonostante non ci sia contatto diretto con l’avversario, il modo di prendere le proprie chips e di metterle al centro del tavolo, il modo di guardare e riguardare le prorpie carte, il tono della voce o la qualità di ciò che si pronuncia sono un mezzo per sublimare o accentuare l’aggressività e la conflittualità che ognuno di noi mette nelle proprie azioni. Tutto questo può essere interpretato.

Ci sono alcuni giocatori in grado di fare della loro qualità interpretativa un arma in più. Giocatori disciplinati, diligenti. Capaci di sedersi al tavolo e rimanerci per ore senza perdere un dettaglio di ciò che gli sta succedendo intorno.

Quando si siedono ad un tavolo da poker lo fanno sempre con discrezione, senza manifestare nulla che possa in qualche modo svelare le proprie intenzioni. Questa tipologia di giocatori è sempre in grado di capire la qualità delle giocate di chi ha di fronte e se chi è di fronte non prende qualche piccolo accorgimento può offrire informazioni ben più importanti delle carte stesse.

Non tutti sono però in grado di comportarsi come un predatore di emozioni, una sorta di condor perennemente pronto a violare la psicologia dei propri avversari e ad afferarne le debolezze. Non tutti possono attaccare, ma tutti possiamo in qualche modo, difenderci.

E’ sempre importante essere equilibrati e non dare a nessun avversario le chiavi per aprire un varco nella nostra personalità. E’ bene evitare reazioni improvvise davanti alla lettura delle proprie carte o dopo aver visto cadere un flop troppo fortunato o eccessivamente sfavorevole. E’ opportuno fare sempre tutto con calma, sistemare le chips alla stessa maniera, seguire uno schema e non variarlo mai. Durante una mano importante è bene tenere la sedia sempre alla giusta distanza dal tavolo, fare attenzione a non variare mai la posizione del corpo. Avvicinarsi al tavolo o abbandonarsi con il busto sulla spalliera della sedia sono segnali chiari di debolezza e forza.

Avete visto Cheong con quale lentezza agisce al tavolo? Eppure è in grado di capire tutto in fretta. Lui è in grado di percepire movimenti apparentemente insignificanti, che sottovalutati si trasformano in tells fatali per l’esito della mano.

La nostra personalità e le nostre abitudini influenzeranno sempre il nostro stile di gioco ed il modo di approcciare il gioco stesso.

“Io credevo che…” “Io pensavo che…” “Ero sicuro del fatto che…” erano, come diceva il principe Antonio De Curtis, tre pazzi che giravano per il mondo, tre affermazioni che possono fare parte solo del bagaglio di un giocatore perdente che non ha fatto attenzione al dettaglio.

Chiudo con un consiglio imperfetto per coloro che amano giocare i tornei live. Tenete d’occhio quei giocatori al vostro tavolo a cui piace collezionare pile di basso valore. Un giocatore a cui piace collezionare chips da 1000, trovandosi a giocare una mano marginale o quando non è completamente sicuro di vincere il piatto, punterà probabilmente con facilità due chips da 10.000, rispetto che spingere una pila da 20.000. Fateci “caso” e non lasciate mai niente al “caso”.

Ingenuità e dolo

30 settembre 2011


In questi giorni un caso sta interessando gli appassionati di Texas hold’em. La procura di New York ha accusato i fondatori del popolare sito di online gaming Full Tilt Poker di avere truffato i giocatori, dirottando sui propri conti le cauzioni versate dagli utenti, e di aver usato i fondi dei nuovi clienti per alimentare il sistema e ieri l’AGCC (commissione di controllo per il gioco d’azzardo), dopo mesi di rinvii, ha deciso di ritirare definitivamente le licenze alla famosa poker room.

Ho seguito un po’ lo sviluppo della vicenda e mi sono posto qualche domanda. Ma andiamo ad analizzare la cosa partendo dall’unica equazione al momento disponibile. Full Tilt = Truffa.
Cercando su internet il significato della parola “truffa” otteniamo la seguente definizione “reato commesso da chi, per mezzo dell’inganno, induce uno o più soggetti all’errore allo scopo di procurare, per sé o ad altri, un illecito profitto”. Mi viene da pensare.

Evidentemente Howard Lederer, volto noto al pubblico del poker mondiale con il soprannome “The professor”, e Cristopher Ferguson, conosciuto invece come “Jesus”, non dovrebbero aver ritenuto abbastanza appagante limitarsi ad ingannare gli avversari solo al tavolo da gioco e si sarebbero quindi spinti oltre. Ma che senso ci sarebbe nel truffare gli utenti di una poker room capace di generare da sola utili superiori ai 300 milioni di dollari all’anno?
Che senso avrebbe mettere in piedi uno “schema di Ponzi” e cadere nell’illecità quando si aveva a disposizione un prodotto che, numeri alla mano, poteva funzionare come un orologio?
Per capire serve un esempio.

Poniamo il caso che io abbia un hotel, che riesca a vendere tutte le camere ed a incassare le fatture dai tour operator con un anno di anticipo sulla data della reale prestazione del servizio. Avrei a disposizione un flusso di cassa importante da utilizzare ben prima di contabilizzare quei costi che so addirittura di poter ritardare. Poniamo ora il caso che questo accada ogni anno con chirurgica puntualità. Mi renderei conto di poter contare su un flusso di cassa ricorrente sul quale considerare alcune eventuali operazioni.
Potrei programmare un investimento, accumulare fondi ed accrescere le riserve della mia società, ma invece commetto una spietata ingenuità. Decido di liquidarmi degli utili perchè in fondo, sono certo che il flusso di cassa generato nei prossimi anni coprirà l’operazione compensando l’anticipo.
Quello di cui però non terrei conto è l’imponderabilità di un fatto eccezionale, quell’evento inauspicabile che ogni imprenditore in gamba dovrebbe sempre temere. Ed eccolo infatti che arriva. La ASL ad inizio stagione fa un sopralluogo e blocca la licenza dell’hotel per un “motivo X” a cui decido di fare ricorso, ma non ottengo comunque indietro le mie autorizzazioni nemmeno temporaneamente. Quindi tutto si risolve con la impossibilità di dare il servizio, la fine di quel flusso di cassa e la richiesta di rimborso da parte dei clienti per quelle prestazioni già pagate, oltre a danni vari ed il conseguente rischio di fallire. Mi ritrovo così con debiti verso i fornitori, lavori da fare per mettere a norma la struttura, ma la società non ha più liquidità sui conti in quanto si era già provveduto a liquidare anticipatamente i dividendi ai soci e la “frittata” è fatta. Sono inadempiente, ed a meno che non intervenga personalmente con fondi propri, sono destinato al fallimento.

Sicuramente questo sarebbe un classico esempio di “mala gestione” ed evidente “ingenuità imprenditoriale”, ma si può dire che io abbia truffato i miei fornitori? Si può dire che io sia partito con l’intenzione di imbastire una grande truffa? Assolutamente no, ed così che è andata anche con Full Tilt.

Il sistema di Ponzi, tanto reclamizzato dai media, non ha avuto nulla a che vedere con questa storia. Questo genere di truffa, resa famosa da un assicuratore ai primi del 900, è una mera catena di S. Antonio e consiste nel proporre un investimento molto remunerativo per poi pagare gli interessi con gli stessi soldi che si raccolgono successivamente. Ovviamente chi vede che l’investimento ha funzionato attira a sua volta gli amici e così i nuovi arrivati pagheranno con le loro sottoscrizioni gli interessi ai vecchi sottoscrittori. Lo schema va avanti fino a quando non si riesce più ad attirare “carne fresca” nella truffa e collassa nel momento in cui si blocca la raccolta, lasciando gli ultimi investitori senza capitali e senza cedole. Ma è un sistema che non genera utili veri in quanto privo di alcuna operatività imprenditoriale, niente a che vedere quindi con il fatturato generato dal noto marchio di proprietà della Tiltware Lcc.

Queste poche righe spiegano il mio punto di vista nella vicenda Full Tilt Poker. Sia ben chiaro. Non sono qui per sollevare i soci di una della poker room più famose del mondo da tutte le loro pesanti responsabilità, ma per esorcizzare la lunga serie di attacchi che il movimento stesso del poker sta subendo dal giorno in cui sono state revocate le licenze a Full Tilt.
Ci sono più di quattro persone che probabilmente saranno responsabili del fallimento di una macchina quasi perfetta. Avidi, sprovveduti ed ingenui imprenditori, piuttosto che veri e propri truffatori.

Bisogna che ogni appassionato di questo gioco si renda conto che il poker non è stato l’espediente per ingannare il prossimo e che è stato un ramo dell’industria del poker ad aver fallito.
Molto presto uscirà fuori la verità. Nessuna truffa, nessuna catena di sant’Antonio, ma tanta tracotante incompetenza, presunzione, opportunismo ed incapacità da parte dei gestori nel far funzionare quel giocattolo che fino al 2009 aveva prodotto solo centinaia di milioni di dollari di utile.

Quello che alla fine comunque mi domando è quanto denaro, questi personaggi, siano riusciti ad accumulare legalmente negli anni precedenti al “black friday” e come mai, malgrado i tesori accantonati, non abbiano deciso di intervenire personalmente per sanare una situazione che, seppur pesante, poteva a mio avviso essere ripristinata, senza intaccare in maniera definitiva l’immagine degli amministratori e tutti i fondi dei soci accantonati nel tempo a titolo personale. Possibile che abbiano speso proprio tutto?
La mancanza di una risposta a questo quesito ci da il senso della gravità che, almeno dal punto di vista squisitamente umano, ha assunto questa storia.
Come dico sempre io, non bastano i soldi a fare delle persone, degli uomini veri. Sono le decisioni importanti, il rispetto, il buonsenso ed il coraggio di sanare il sanabile, ammettendo di aver sbagliato.

Via da Las Vegas

24 luglio 2011

E’ notte a Las Vegas, una di quelle notti apparentemente diversa eppure sempre troppo simile alla precedente. Centinaia di volte sono fuggito da notti come questa e centinaia di volte sono tornato indietro anche se solo con la testa, perchè dietro a queste notti si nascondono sempre una delusione che non ti aspetti ed un pacchetto di sigarette troppo vuoto, anche per chi aveva da tempo già deciso che non avrebbe fumato mai più. Io conosco solo un modo per fuggire e tornare così veloce. Scrivere.

Chiametelo esercizio da svitati, ma non sottovalutate il suo effetto sedativo in notti come questa, quando il tavolo verde si è ripreso in un secondo tutti i tuoi sogni lasciandoti con un pugno di percentuali e la solita domanda senza risposta. Perchè? Perchè la statistica si ostina a non coincidere con la realtà? Perchè le cose più importanti sono anche le più complicate da raccontare? Perchè realizzare un sogno che appare a portata di mano a volte appare più difficile che bersi l’oceano con un cucchiaino? In un attimo Las vegas si trasforma prima nel labirinto in cui perdermi, poi nella strada da seguire e di nuovo in uno spietato dedalo con poche vie d’uscita. In ogni mia storia c’è sempre una via d’uscita in meno rispetto a quelle che ti aspetti di trovare.

Mi affaccio alla finestra. Vedo un castello che non è certo uscito da un libro di fiabe, poco più in là una piramide scura, una sfinge in materiale plastico e luci bianche impegnate a tagliare la notte come il raggio di una astronave aliena in una complicata manovra d’atterraggio.

Poi c’è una strada prigioniera di profezie al neon e decine di schermi rotanti su cui scorrono onirici messaggi di improbabili felicità e convenevole fortuna. Guerrieri, cantanti, fate danzanti, attori e maghi si alternano nella luce scintillante di un tracotante, povero ed invitante nulla. Ogni due ore c’è una eruzione senza fuoco. Ogni due ore c’è un vascello pirata che affonda e riemerge tra acque sporche, incurante dello sguardo incredulo di ingenui passanti.

Ogni due metri c’è un santo, un profeta, un barbone, un sogno infranto ed un miracolo da inventare, ma mai una mano da stringere con palpitante disinteresse o un’emozione diversa, che abbia il sapore di un sentimento vero o di una vittoria. Anche stasera tutto ha un prezzo e il prezzo non è mai quello giusto.

C’è un deserto disincantato intorno e dentro questa città senza cuore. Figlia di un miraggio che non incanta e di milioni di dollari che si muovono per passare di mano in mano come una droga spacciata a saldo, che insudicia ed intossica un’aria troppo calda ed apparentemente irrespirabile.

Qui non si gioca per vincere, si gioca per perdere. Ed è un segreto che questa città custodisce da sempre e protegge come fosse il più prezioso dei suoi tesori. Un segreto nascosto così nel profondo che quasi sembrerebbe non esistere.

Eppure sono pochi gli uomini che possono raccontare di una notte magica in cui sbancarono a Las Vegas, perchè alla fine gli uomini giocano, ma è Las Vegas a vincere sempre.

Tutto appare così comico nella sua spietata tragicità. Ma ciò che è comico si basa su cose negative che capitano ad altri e per le quali si ride pensando: «Per fortuna non è capitato a me!». Quando invece sei tu il protagonista tutto cambia e per l’imponderabile evento negativo non si dimostra mai troppa simpatia. Non si ride, non si piange. Al limite si riesce ad emettere un suono gutturale che niente ha a che vedere con una risata, ma che non somiglia certo nemmeno ad una esclamazione di trionfo.

Credo che le luci ed i suoni di Las Vegas servano solo a coprire tanti improbabili mugugni, figli di speranze miseramente implose davanti a quei colpi che hai solo il 2,15% di possibilità di perdere. Una rarità nel Texas Hold’em.

Non c’è un dio che si preoccupi e che ti protegga nemmeno a Vegas. L’unico prototipo di dio possibile qui, ha acceso il giochino ed è andato a spassarsela incurante della notte, di un universo mosso dal caos e di un silenzioso ed assordante rumore di fondo, lasciando tutti in balia di questo allucinatorio, rumoroso e logorante miraggio notturno.

Eppure, malgrado tutto questo disciplinato caos, allungo ancora la mano nell’aria per afferrare un pensiero. Un pensiero normale, non uno di quelli capaci di risolvere una situazione o di aiutarti a realizzare un grande sogno, ma pur sempre un pensiero positivo. Quei pensieri positivi che trovo molto più simili ad una moneta con cui giocare in aria che ad un sasso da lanciare in uno stagno.

Provo a tirarlo in alto con un colpetto di pollice. Lo vedo prima disegnare un arco e poi rimanere sospeso a dispetto di ogni legge della fisica nota. Lo vedo fluttuare, rallentare e fermarsi quasi per non voler fare ritorno. Forse ha paura di questa città, o il fondato timore di essere condannato a rimanere qui per sempre.

Nella vana attesa del rumoroso impatto frugo ancora nella mia testa ed afferro un pensiero più grande. Lo accarezzo e mi accorgo che ha i lineamenti irreali di un sogno e nasconde impronte che non somigliano affatto alle mie.

Immerso in un oscuro stupore, tra nuove speranze e vecchi ricordi da cancellare, allungo l’ultima volta la mano sulle rovine di questa avventura per raccolgliere le mille traballanti certezze abbandonate oggi sul mio cammino come tanti piccoli petali. Era l’ultimo alchemico tentativo per un uomo di creare nel deserto il suo fiore più bello e rimarrà un sogno ancora per molto, moltissimo tempo.

Si torna a casa.

La prossima mossa

15 luglio 2011


“Sognate e mirate sempre più in alto di quello che ritenete alla vostra portata. Non cercate solo di superare i vostri contemporanei o i vostri predecessori. Cercate, piuttosto, di superare voi stessi.” (William Faulkner)

A chi pensa che il giocatore di texas hold’em sia solo un freddo calcolatore o uno scaltro esecutore capace di operare solo all’ombra di dati statistici e matematica, io rispondo che ci sono anche personaggi in grado di mostrare una parte squisitamente filosofica. Così per ogni giocatore che si concentra sull’analisi delle probabilità, parallelamente esiste un uomo in grado di interrogarsi sulle disordinate oscillazioni del destino e su tutte quelle conseguenze a volte paradossali a cui non si riesce a dare un senso. Queste situazioni possono consolidare i dubbi di un player o trasformarsi all’occasione in terapeutici luoghi comuni da utilizzare al momento giusto.

Io sono affezionato ai miei luoghi comuni. Ammetto però quanto sia facile entrarvi e difficile uscirvi. Soprattutto quando rimango intrappolato tra tutti quei pensieri raccolti nella pause di giornata o nei viaggi che intercorrono tra un torneo e l’altro. Tutti quei ragionamenti interessanti, a volte anche acuti, sui quali però alcune persone non sarebbero pronte a scommettere sulla loro attendibilità. Idee da tenere ben strette quindi, ma senza entusiasmarsi tanto. Un po’ come avere due assi in mano e trovare il terzo asso al flop con un board che apre anche irriguardosi progetti di scala o di colore. Una di quelle mani insomma, che non puoi mai affrontare con disinvoltura.

C’è una pubblicità di una famosa marca di cioccolatini che si affida ad una citazione di Oscar Wilde e che recita: “L’unico modo di liberarsi di una tentazione è cederle”, ma osservando alcuni grandi del poker ho imparato che l’unico modo per non perdere soldi è proprio non cedendo alle tentazioni. Questo non lo dicono le statistiche, ma l’esperienza, il cuore ed i luoghi comuni. Che sia il caso di smetterla con questi cioccolatini? Eppure il biglietto dell’ultimo bacio perugina citava testualmente “ora mangiane un altro, sciocco!”

Battute a parte eccomi qui, quasi in partenza per Vegas con il main event delle World Series of Poker che si avvicina e lascia sempre più spazio alle speranze e meno ai ricordi. Forse lo devo a questo il mio monologo dal retrogusto squisitamente filosofico. E’ il mio modo di esorcizzare il passato e pontificare sabbatiche speranze riordinando frammenti di tempo come fossero istantanee da infilare in un album: un biglietto di seconda classe per Los Angeles, poche cose nella tracolla blu con lo stemma dell’Italia campione del mondo, i miei libri preferiti con l’inseparabile “Poker Mindset” di Taylor e Hilger, i due volumi di Dan Harrington, “Le conseguenze dell’Amore” di Paolo Sorrentino e la mia incessante ed aliena voglia di misurarmi prima con la tastiera del mio fedelissimo Apple e poi con il mondo intero.

Non ricordo esattamente quale sia stato il primo giorno in cui ho iniziato a scrivere, ma deve essere stato senza dubbio un giorno in cui avevo davvero qualcosa da dire. Ricordo però il momento in cui ho preso per la prima volta in mano le carte. Ero a Las Vegas, il 4 luglio dell’anno 2008. Da allora quanti momenti passati a scrivere, ragionare, riflettere ed agire anche solo per sbagliare e sentirmi profondamente e meravigliosamente imperfetto. Paradossalmente si pensa meglio quando non si hanno pensieri per la testa e questo è uno spietato “luogo comune” che calza alla perfezione nel Texas Hold’em.

Una volta scrissi che se non hai la testa libera è meglio lasciar perdere. Meglio salutare tutti e rimandare l’appuntanento a giorni migliori e che “saper rinunciare” è una scelta da grandi. Ma il sogno americano rimette tutto in gioco ed è così che anche “affrontare il proprio destino” si trasforma in una scelta da grandi. Ma si può essere grandi anche con mille alzatacche da smaltire? Si può scendere in campo anche con problemi irrisolti da affrontare e tanti indescrivibili inestetismi dell’anima da sistemare ogni mattina? E’ la magia stessa delle World Series of Poker a rispondere ed ecco che tutto d’un tratto spaririscono stanchezza fisica e stagnazione mentale. Finalmente si parte.

Lo ammetto, non mi sento del tutto in forma in questo periodo, ma allo stesso modo sento di poter essere all’altezza. Non sarò il più forte, ma posso essere comunque migliore del mio avversario di turno. Ho forti motivazioni, coscienza pulita, disciplina da vendere e una assoluta volontà di creare quelle condizioni dove si può e si deve rendere al meglio. In fondo non esistono professionisti dell’intelligenza nel poker. Conta solo la conoscenza di se stessi, quella dei propri avversari e l’opportunità di agire al momento giusto con ordine anche quando al tavolo regna il caos. Una volta scrissi che bisogna evitarlo il caos se non sei in grado di gestirlo e sono ancora di questa opinione.

È curioso. Mi trovo qui a dispensare consigli e per quanto mi sforzi non ricordo esattamente quale sia stato il personaggio che mi abbia dato il primo suggerimento, come non riesco a ricordare i nessi che uniscono la mia attrazione per il poker alla mia passione per la scrittura. Quello che hanno in comune è la caratteristica di essere stancanti e senza dubbio è la stanchezza il mio avversario peggiore ogni volta che gioco. Alle volte vorrei avere un interruttore in grado di spegnere tutto per qualche ora, ma so che non è possibile regolare la realtà a colpi di fantasia. E poi addormentarsi non rende niente più facile, anzi a volte peggiora anche le cose.

Mi viene in mente una vecchia barzelletta. Un paziente: “Dottore, Dottore, mi fa malissimo se faccio così. Ahia!” e il dottore: “Ho la soluzione! Non lo faccia più!”

Accenno un sorriso, ma alla fine scopro di essermi stancato e rimando l’impresa. La luce del sole sta ormai tramontando su queste considerazioni ed anche l’effetto dell’ombra delle mie mani sulla tastiera è svanito. Chiudo le imposte della mia mente e già è ora di partire per quel viaggio che ha per meta il suo punto di partenza. Sistemo disordinatamente i miei libri in valigia, poi rileggo quello che ho appena scritto. Sembra incompleto. Manca un successo da raccontare.

Approposito! La barzelletta nasconde la sua morale. Anche se sei pronto a riceverle non è detto che avrai sempre tutte le risposte di cui hai bisogno. Un altro “luogo comune” da non utilizzare, soprattutto se hai già ben chiaro quale sarà la tua prossima mossa.

Il bluff tra coraggio e finzione

7 giugno 2011


Una delle battute che mi è rimasta più impressa leggendo i racconti di sir Arthur Conan Doyle, è questa citazione di Sherlock Holmes tratta dal romanzo Il Segno dei Quattro: “Dopo aver eliminato l’impossibile, ciò che resta, per improbabile che sia, deve essere la verità”. Nei tornei di Texas Hold’em la verità è un privilegio riservato solo a pochi fortunati giocatori, coloro che arrivano al tavolo finale a contendersi i premi più grandi e che sono riusciti ad imporre le loro personali verità anche ricorrendo al “bluff”.

Sappiamo come nel poker, ma più in generale anche nella vita, spesso si viva di continue letture ed interpretazioni. Un buon giocatore deve essere in grado di leggere e interpretare alla maniera del miglior caratterista ogni situazione possibile, anche ricorrendo all’uso della finzione bluffando, e bluffare vuol dire compiere un’azione dove l’interprete assume più importanza della bugia che si vuole rappresentare.

Servono un innato opportunismo, una maturata esperienza e in molti casi anche il sangue freddo di un chirurgo. Occorre sapersi mimetizzare tra gli acuti del gioco e al momento giusto uscire allo scoperto per sembrare quello che nella realtà non si è.

Personalmente adoro questa peculiarità del poker live e, nella mia lettura del Texas Hold’em come aforisma della vita, è davvero un piacere ritrovarmi a parlarne oggi.

Tutti recitiamo quotidianamente copioni che adattiamo a situazioni di vita reale. C’è chi mente per necessità, chi per non ferire le persone a cui vuole bene e chi per rimandare semplicemente la verità. Chi lo fa per apparire migliore di quello che è, chi per paura, per narcisismo o semplice egoismo, e chi magari per il banale gusto di farlo e basta. C’è inoltre una categoria di persone che non mente, ma ommette di dire la verità e chi, come abbiamo visto, lo fa con il fine di ottenere il massimo da una mano di poker.

Mi riservo di parlare più a fondo della bugia, magari in un mio prossimo articolo. Per ora mi limiterò a dire che, tra le bugie, la più pericolosa è quando si mente a se stessi, perché si può anche finire col credere alle proprie bugie. Ma torniamo a noi.

Bugia, finzione, inganno. In fondo la parola “poker” non deriva altro che dal francese “pocher” che significa “bollire a fuoco lento”, “ingannare”, o come si potrebbe scherzosamente dire usando il gergo pokeristico di oggi, “fare al sugo”. Ecco che tutto si riduce quindi a una mera attuazione di strategie con la finalità di confondere i propri avversari.

La didattica non basta e se non sappiamo giocare una mano in bluff o recitare la parte del più forte per costringere il nostro avversario a mollare la presa, siamo senza ombra dei dubbio dei giocatori incompleti. Inoltre occorre essere bravi anche a ostentare una innaturale debolezza quando, al contrario, sappiamo di avere la mano migliore, quello che nel poker viene chiamato “bluff passivo” o “slow play”.

Uno degli errori che molti dilettanti fanno al tavolo è quello di considerare il bluff solo il “puntare forte” quando non si hanno in mano due carte che abbiano, in qualche modo, legato con il board. In questo caso tutto diventa frutto di improvvisazione e non si può parlare di bluff, ma di una finzione attuata proprio contro se stessi, un’azione che di solito è in grado di convincere solo noi. Occorre invece fare leva sulle debolezze dei propri avversari ed è per questo che “osservare” assume, soprattutto in questo caso, una rilevanza importantissima. Il tavolo verde si trasforma nel nostro palcoscenico e sta a noi scegliere “quando”, “come” e “con chi”.

Lo stesso bluff, la stessa bugia, non porteranno mai a un risultato costante e le conseguenze varieranno sempre da giocatore a giocatore. Ecco perché bisogna sapere bene contro chi si sta forzando la mano. E anche se spesso è proprio contro i più bravi che il bluff riesce meglio, io suggerisco di focalizzare l’attenzione verso quei personaggi che al tavolo assumono un assetto conservativo o coloro i quali, invece, si dimostrano particolarmente timorosi nell’azione.

E quando invece sono gli altri a bluffare? Sebbene anche in questo caso contino molto l’osservazione del comportamento dei giocatori, gli umori al tavolo e la nostra capacità di una riflessione immediata su tutte le combinazioni e le probabilità possibili, tornerei a una attenta rilettura di quanto contenuto nell’aforisma di Arthur Conan Doyle. A volte escludendo tutte le possibilità, l’improbabile potrebbe essere l’unica cosa attendibile.

Posso dire di aver imparato a giocare a Texas Hold’em proprio imparando anche a subire alcuni bluff ben architettati dei miei avversari. In certi casi sento spesso dire “ho chiamato seguendo l’istinto, le mie sensazioni”, ma in determinate fasi del torneo è davvero meglio non tenere conto di quelle sensazioni e affidarsi piuttosto all’esperienza e al buonsenso, foldando. Le sensazioni uccidono i pensieri, compromettono il ragionamento, minano la logica delle nostre scelte ed espongono a figure da stupidi.

Non esiste niente di peggio che fare al tavolo la figura del perfetto idiota, sebbene a volte anche passare da perfetti idioti nelle fasi iniziali può aiutare nel proseguimento di un torneo, magari all’estero.

Nel 2009 chiusi il Day1 del Main event alle WSOP ai primissimi posti del chipcount. Lo feci giocando da perfetto idiota per un livello intero e ottenendo il massimo dai miei avversari nei restanti 3 livelli della giornata. Un mix di tattica e finzione, perché si può bluffare anche convincendo il tavolo di essere quel giocatore che in realtà non si è, senza limitarsi a farlo nella singola mano o contro un giocatore.

Chiudo citando ancora Conan Doyle. “Rifiutarsi di riconoscere un pericolo quando ci pende sulla testa è da stupidi, non da coraggiosi.” (da L’ultima avventura, ne “Le memorie di Sherlock Holmes”)

Alla maniera di Napoleone

18 maggio 2011

Al primo livello della pro league, un affascinante torneo live che ho giocato proprio domenica durante l’EPT di Sanremo, eseguo un quarto rilancio dopo una tribet (terzo rilancio) di Pier Paolo Fabretti, e su un board che recitava J 8 4 rainbow (senza alcuna possibilità di progetto a colore) decido di triplicare la sua puntata. Conosco bene l’aggressività del giocatore di Pokerstars ed avendo pescato un J sul board decido di testarne l’effettiva forza.

L’azione induce al fold sia l’ottimo Luca Pagano che un avversario in mezzo alla pista, ma Pierpaolo invece chiama. Scende un K al turn e probabilmente spaventa il mio avversario che a quel punto fa solo check. Io lo seguo per limitare il pot. Al river scende un altro K e l’azione del turn si ripete con un nuovo “check” di entrambi. Allo show-down io mostro un J debole per una doppia coppia JJ KK, mentre il povero Pier Paolo gira un 8 e un 4 per una doppia coppia inferiore, un punto che comunque al flop lo vedeva nettamente avanti al sottoscritto.

Questa mano è viziata da un errore che alcuni giocatori, incluso me, alle volte commettono. Quello di valutare un avversario per come ha giocato in un’altra occasione, dimenticando che l’approccio al tavolo di un giocatore cambia di torneo in torneo. Io non avevo, in quella fase iniziale, abbastanza dati per considerare Fabretti in bluff o attribuirgli una mano marginale ed ho valutato frettolosamente ed in modo superficiale l’azione opportuna da fare al flop che doveva essere chiaramente un “FOLD”.

Quello su cui ogni tanto si deve riflettere è se sia meno dannoso ponderare una scelta giusta al momento sbagliato o azzardare una decisione figlia dell’umore di un momento che è destinato magari ad essere quello giusto. Azzardare vuol dire solo rischiare. Vuol dire privilegiare il caso a dispetto di ogni possibile abilità e competenza ed almeno, per quanto riguarda il Texas Hold’em, vuol dire sbagliare. Quello che in poche parole ho fatto io.

Ma cosa significa “sbagliare”? La logica delle parole ci porterebbe ad abbinare questo verbo al verbo “perdere”, ma non è così. A volte, come nell’esempio riportato, si può comunque vincere sbagliando ed è questo che rende il Texas Hold’em, allo stesso tempo, croce e delizia dei suoi moltissimi sostenitori. Ma approfondiamo il concetto.

Lo Zingarelli alla voce “sbaglio” recita testualmente: “Un errore di valutazione, un’azione contraria all’opportunità, alla convenienza” ed il modo di dire “fare qualcosa per sbaglio“, viene invece indicato come “un atto determinato dalla casualità, dall’accidentalità“. Il vocabolario però non va oltre questa definizione. Non chiarisce per esempio se sbagliare può essere considerato la fine del gioco, oppure se in qualche modo anche dopo un grosso errore si possa raggiungere comunque un obiettivo.

In molti ritengono che non esista un giocatore in grado di giocare meglio di colui che non conosce le regole del poker. Quindi quella che più comunemente viene definita la “fortuna” del dilettante, può anche essere catalogata come una banale conseguenza di sbagli. Ma lo sbaglio, proprio poiché spietatamente legato al caso e all’accidentalità, spesso è la causa di un qualcosa che non si cercava, ma che pur trovata, fatalmente può trasformarsi comunque in un grande traguardo.

Dietro ad ogni pensiero creativo c’è sempre un dubbio inconscio a governarne le dinamiche del gioco. Così mentre si pensa consapevolmente che si stia agendo in modo giusto, la mente elabora un processo cognitivo parallelo, diverso, squisitamente cerebrale ed intrinseco, non evidente, non palese, né tantomeno definito.

Il dubbio prende forma attraverso modalità diverse, fatte di intuizioni repentine e sbalzi d’umore improvvisi, magari dovuti anche alla stanchezza. Ed a quel punto non si è più in grado di capire quale sia il concetto pensato e quale quello indotto. Dove sia la logica e dove invece si celi l’azzardo. Perché adoro il Texas Hold’em? Perché in questa variante di poker lo sbaglio può trasformarsi davvero nell’anticamera dell’eccellenza. Un capolavoro, e i capolavori, si sa, a volte nascono proprio per errore.

Molti professionisti del poker sono pronti a spiegare come alcuni ottimi risultati in carriera siano arrivati proprio rifiutando in pieno quelle regole che si dovrebbero seguire, ma che a volte non si riescono a rispettare. E cosa succede quando questo accade? Nulla. Si cerca di sostituirle con altre regole. Più semplici, più chiare. Si abbandonano i ragionamenti multilivello e si torna ad agire in modo essenziale, magari accettando di seguire schemi semplici e spietatamente elementari come le tabelle di Slansky.

Curiosando sul web ho scoperto che tra i dilettanti allo sbaraglio si narra anche di un certo Napoleone Bonaparte. Giocatore di poker di basso livello. Si racconta che fosse addirittura ossessionato dagli errori, dallo spazio e dal tempo. “Lo spazio posso perderlo e riguadagnarlo – diceva -, ma il tempo perduto sbagliando è perduto per sempre. In guerra come in una partita a poker, la sorte viene e va, l’abilità e la tattica sono le doti imprescindibili, ma alla fine è un semplice sbaglio che può farti vincere o perdere”.

La storia racconta però che non accettasse mai la sconfitta di buon grado e che il suo obiettivo fosse vincere comunque e ad ogni costo, anche sbagliando. Quello che forse oggi potremmo definire davvero un “donk-aggressive“.

Vincente o Perdente?

2 maggio 2011


A volte mi domando se sia opportuno o meno provare a suddividere i giocatori di Texas Hold’em in grandi categorie che ne identifichino un po’ i lineamenti fondamentali. Ebbene la risposta che ogni volta do a me stesso è che per quante sottocategorie esistano e per quante altre se ne possano trovare, forse nel poker come nella vita, tutto si riduce ad una mera divisione tra “vincenti” e “perdenti”.

Ed un perdente si riconosce. Magari è quel personaggio che ha sempre una scusa per ogni mano giocata male e che tuttavia persevera ripetendo meccanicamente gli stessi errori o che si proclama solo vittima di una deità negativa.

Sempre in tensione fin dai primi livelli, lo vedi giocare portando sulle spalle un macigno fatto di pensieri sfocati ed insicurezze lubrificate del quale sogna solo di liberarsi presto. Per questo si infila sovente in strade senza uscita e accoglie ogni eliminazione come una vera e propria liberazione.

Ci sono perdenti poi, che nel tentativo di generare simpatie diventano grandi parlatori al tavolo. Altri lo fanno lontano dal tavolo e non li senti comunque mai raccontare di sontuose vittorie, ma unicamente di strane ed improbabili mani perse.

Solo apparentemente solidi, sono tutti comunque affetti da una strana sindrome, la sindrome dell’angoscia da poker nota in ambiente clinico come “Nikefobia”. Quella particolare patologia dove il giocatore si convince che vincere sia una pratica faticosa e temibile. Dove in pratica non si riesce a star lontani dagli acuti del gioco, ma è solo per un compulsivo desiderio di uscirne al più presto, scrollandosi così via di dosso tutte le insopportabili tensioni.

Raccontata così, il perdente potrebbe assumere i lineamenti contorti di un simpatico personaggio partorito dalla penna di Ken Follet. Incerto, imperfetto, logorroico, sfortunato ed ora anche affetto da improbabili malattie che lo condannano ad occupare solo l’altro lato della medaglia.

E i vincenti? Si dice che i vincenti siano quei giocatori che hanno sempre una tattica testata, una risposta giusta e una soluzione congrua. Ma chi tra noi può definirsi veramente un vincente? Chi può vantarsi di appartenere a questa categoria? La risposta non può che rimanere un punto a metà strada, una soluzione confusa tra le nostre innumerevoli alternanze di stati d’animo. Quel punto dove il “vincente” e il “perdente” si trasformano nelle due facce di una stessa medaglia. Infatti non basta certo vincere, perchè spesso sono le sconfitte a creare dei vincenti.

Come esiste un universo e quindi anche il suo riflesso, esiste un mazzo di carte dove due assi rossi non si troveranno opposti sempre a due assi neri. Il vincente? Non può essere altro che quel giocatore disposto a giocarsi sempre e fino in fondo le sue carte, anche dopo aver visto battere tutte le mani migliori. Quello che non si arrende e sa che non si può vincere senza perdere mai, perché la vittoria e la sconfitta non esistono se non legate da un filo invisibile.

Jim Morrison scriveva “Vivi come se ogni giorno fosse l’ultimo e pensa come se non dovessi morire mai”, ma in fondo sarebbe più opportuno dire “Vivi ogni notte come se fosse l’ultima, ma la mattina non sottovalutare la forza dirompente dell’ironia e preparati a rinascere per vincere o perdere ancora”.

Lancio una moneta e scelgo testa. Lei gira e si rigira nell’aria, volteggia qualche secondo su se stessa, poi si lascia cadere sul palmo della mia mano per mostrare la sua verità: croce. Sorrido. Sono comunque pronto a lanciarla ancora.


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