Esiste un posto dentro ogni giocatore

Mi fermo sempre a rileggere gli appunti dei miei viaggi e ogni volta mi sorprendo di quanti pensieri sono in grado di immagazzinare in testa.
Immagini impresse di un giocatore che non demorde mai. Che attende, elabora, spesso mente e poi affonda il colpo sempre sicuro delle sue azioni, anche quelle imperfette.
La testa si svuota quando l’uomo gioca sull’uomo ed è uno di quei momenti in cui nessuno si vergognerebbe di ammettere la propria lucidità, perché il vero scopo non è mai partecipare, ma vincere.
Anche quando la lettura è perfetta, la strada principale che porta al successo passa comunque attraverso un’isola pedonale fatta non di statistica, ma di emozioni.
Devo percorrerla a piedi e raggiungere l’assoluta inerzia della mente.
A volte mi trovo lì, a passeggiare simulando quella forza che so’ di non avere. Una sfrontata sicurezza che devo, ripeto, devo ostentare.
Mancano solo 10 minuti alla fine del day2, presto so che avrò una risposta.
Tutti mi fissano. Mi seguono con lo sguardo, ma non sanno che conosco molte delle loro storie, forse da sempre.
Non ho il volto angelico e sereno di un giocatore a cui si può raccontare tutto. Non potete sperare che io vi creda. Non potete credere davvero che io lo faccia ora.
Poi le prime tre carte cadono a terra, occhi negli occhi del mio avversario, ma è solo un istante.
Lui abbandona la presa, abbassa lo sguardo, ma punta lo stesso.
Sei debole amico mio. Esiste un posto dentro ogni giocatore che si riempie di paura e quando questo succede, sei morto.
Al mio turno accendo uno dei miei più insignificanti e luminosi sorrisi. Qualche frase di convenienza precede il movimento che accompagna tutto quello che ho oltre la linea di gioco.
Si chiama “All in”. “Ora se puoi, vieni a camminare con me, ma lascia i tuoi sogni parcheggiati fuori.”
Quando rifletto, e l’adrenalina è in circolo, nella mia testa rimbombano azzardati pensieri in romanesco.
Forse anche la mente ha un suo colorito dialetto. Io l’ascolto, rido a fior di labbra, sorrido dentro e attendo.
Il cuore dell’orsetto batte irregolarmente, il corpo trasuda, la mente ribolle, percepisco un aroma naturale di vittoria, lo sento di pensiero in pensiero ed è un desiderio con le ali che sta diventando ormai certezza.
Vorrei vedere le sue carte volare in mezzo al mazzo, ma lui tentenna e non molla.
Si agita. Riflette. Crede che io non sia così forte e si dimentica di considerare la cosa più importante. Che non ha nulla in mano.
Non posso rallentare la mia camminata, sono rimasto indietro, isolato, i suoi dubbi mi hanno lasciato solo l’illusione di godere le bellezze nascoste di un magnifico piatto vinto.
Non posso parlare. Verrebbe interpretato come un chiaro segnale di debolezza, posso solo guardarlo negli occhi in deciso tono di sfida.
Non funziona.
Alla fine lo vedo trascinare la sua pila di chips più preziosa al centro.
Ho due over cards e un monster draw. Lui gira bottom pair e limitate speranze di vincere il piatto, ma parto dietro.
Le ultime due carte cadono spietate, in silenzio. Quel silenzio che alla fine potrei riempire solo con l’amarezza.
Quando si perde un colpo si spegne in ogni qualsivoglia tentazione.
Ogni goccia di pensiero positivo evapora e quello che hai intorno si spopola. Tutto ti fa letteralmente schifo.
Io penso. Inesorabilmente penso.
Giocare è rischiare, ma anche vivere è un rischio che si rinnova continuamente.
Vincere. Perdere. E comunque lottare sempre per esserci.
Accettare un verdetto per quanto spietato, anche quando perdere vuol dire solo il 39% di possibilità che questo accada, è come trovare il barattolo della nutella vuoto.
Può darsi che questa sia l’ultima, ma non l’ultima, di tante giornate che mi urteranno il sistema encefalico.
Cesso di pensare. Parlo in fretta. Pronuncio frasi vagamente sconnesse, ma dura poco. Saluto i ragazzi al tavolo, il dealer, abbraccio Costantino Russo. Ho solo voglia di andarmene a camminare in lungo e in largo in questo angolo di villaggio, dove gli abitanti si contano su due mani e vedi facce a intermittenza. Ho voglia di tornare a parlare di calcio, di politica e di ammiccanti ragazze e questo interesse precario per le cose che mi circondano mi fa stare male. Di colpo si ribella anche la testa.
Ritiro il mio premio.
Raggiungo velocemente la macchina e mi rimetto in viaggio. Un nuovo viaggio, ma stavolta verso casa.
In auto rifletto ancora su questa nuova occasione persa e finisco col perdere la cognizione del tempo, ma è anche probabile che l’abbia già persa nel momento esatto in cui ho spinto tutto quello che avevo oltre la fatidica linea che segna il punto di non ritorno.
Il tempo occulta le mie aspettative di ritrovare intatto il passato e mi introduce al futuro. Quello che è stato non lo posso cambiare, ma potrò comunque farne tesoro.
Aspetto che la ruota giri nel verso giusto, continuo a domandarmi come soffierà il vento domani senza mai sorprendermi di quale foglia farà cadere.
Vivo quel soffio di assurda bellezza che ogni volta mi riporta tra le braccia di mia figlia e le impalpabili soddisfazioni di ogni giorno, senza alcuna amarezza o rimpianto.
Esiste un posto dentro ogni uomo, fatto di piccole gioie, che nemmeno il giocatore più vincente riuscirebbe a riempire mai.

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