Posts Tagged ‘Poker’

Esiste un posto dentro ogni giocatore

16 gennaio 2013

Mi fermo sempre a rileggere gli appunti dei miei viaggi e ogni volta mi sorprendo di quanti pensieri sono in grado di immagazzinare in testa.
Immagini impresse di un giocatore che non demorde mai. Che attende, elabora, spesso mente e poi affonda il colpo sempre sicuro delle sue azioni, anche quelle imperfette.
La testa si svuota quando l’uomo gioca sull’uomo ed è uno di quei momenti in cui nessuno si vergognerebbe di ammettere la propria lucidità, perché il vero scopo non è mai partecipare, ma vincere.
Anche quando la lettura è perfetta, la strada principale che porta al successo passa comunque attraverso un’isola pedonale fatta non di statistica, ma di emozioni.
Devo percorrerla a piedi e raggiungere l’assoluta inerzia della mente.
A volte mi trovo lì, a passeggiare simulando quella forza che so’ di non avere. Una sfrontata sicurezza che devo, ripeto, devo ostentare.
Mancano solo 10 minuti alla fine del day2, presto so che avrò una risposta.
Tutti mi fissano. Mi seguono con lo sguardo, ma non sanno che conosco molte delle loro storie, forse da sempre.
Non ho il volto angelico e sereno di un giocatore a cui si può raccontare tutto. Non potete sperare che io vi creda. Non potete credere davvero che io lo faccia ora.
Poi le prime tre carte cadono a terra, occhi negli occhi del mio avversario, ma è solo un istante.
Lui abbandona la presa, abbassa lo sguardo, ma punta lo stesso.
Sei debole amico mio. Esiste un posto dentro ogni giocatore che si riempie di paura e quando questo succede, sei morto.
Al mio turno accendo uno dei miei più insignificanti e luminosi sorrisi. Qualche frase di convenienza precede il movimento che accompagna tutto quello che ho oltre la linea di gioco.
Si chiama “All in”. “Ora se puoi, vieni a camminare con me, ma lascia i tuoi sogni parcheggiati fuori.”
Quando rifletto, e l’adrenalina è in circolo, nella mia testa rimbombano azzardati pensieri in romanesco.
Forse anche la mente ha un suo colorito dialetto. Io l’ascolto, rido a fior di labbra, sorrido dentro e attendo.
Il cuore dell’orsetto batte irregolarmente, il corpo trasuda, la mente ribolle, percepisco un aroma naturale di vittoria, lo sento di pensiero in pensiero ed è un desiderio con le ali che sta diventando ormai certezza.
Vorrei vedere le sue carte volare in mezzo al mazzo, ma lui tentenna e non molla.
Si agita. Riflette. Crede che io non sia così forte e si dimentica di considerare la cosa più importante. Che non ha nulla in mano.
Non posso rallentare la mia camminata, sono rimasto indietro, isolato, i suoi dubbi mi hanno lasciato solo l’illusione di godere le bellezze nascoste di un magnifico piatto vinto.
Non posso parlare. Verrebbe interpretato come un chiaro segnale di debolezza, posso solo guardarlo negli occhi in deciso tono di sfida.
Non funziona.
Alla fine lo vedo trascinare la sua pila di chips più preziosa al centro.
Ho due over cards e un monster draw. Lui gira bottom pair e limitate speranze di vincere il piatto, ma parto dietro.
Le ultime due carte cadono spietate, in silenzio. Quel silenzio che alla fine potrei riempire solo con l’amarezza.
Quando si perde un colpo si spegne in ogni qualsivoglia tentazione.
Ogni goccia di pensiero positivo evapora e quello che hai intorno si spopola. Tutto ti fa letteralmente schifo.
Io penso. Inesorabilmente penso.
Giocare è rischiare, ma anche vivere è un rischio che si rinnova continuamente.
Vincere. Perdere. E comunque lottare sempre per esserci.
Accettare un verdetto per quanto spietato, anche quando perdere vuol dire solo il 39% di possibilità che questo accada, è come trovare il barattolo della nutella vuoto.
Può darsi che questa sia l’ultima, ma non l’ultima, di tante giornate che mi urteranno il sistema encefalico.
Cesso di pensare. Parlo in fretta. Pronuncio frasi vagamente sconnesse, ma dura poco. Saluto i ragazzi al tavolo, il dealer, abbraccio Costantino Russo. Ho solo voglia di andarmene a camminare in lungo e in largo in questo angolo di villaggio, dove gli abitanti si contano su due mani e vedi facce a intermittenza. Ho voglia di tornare a parlare di calcio, di politica e di ammiccanti ragazze e questo interesse precario per le cose che mi circondano mi fa stare male. Di colpo si ribella anche la testa.
Ritiro il mio premio.
Raggiungo velocemente la macchina e mi rimetto in viaggio. Un nuovo viaggio, ma stavolta verso casa.
In auto rifletto ancora su questa nuova occasione persa e finisco col perdere la cognizione del tempo, ma è anche probabile che l’abbia già persa nel momento esatto in cui ho spinto tutto quello che avevo oltre la fatidica linea che segna il punto di non ritorno.
Il tempo occulta le mie aspettative di ritrovare intatto il passato e mi introduce al futuro. Quello che è stato non lo posso cambiare, ma potrò comunque farne tesoro.
Aspetto che la ruota giri nel verso giusto, continuo a domandarmi come soffierà il vento domani senza mai sorprendermi di quale foglia farà cadere.
Vivo quel soffio di assurda bellezza che ogni volta mi riporta tra le braccia di mia figlia e le impalpabili soddisfazioni di ogni giorno, senza alcuna amarezza o rimpianto.
Esiste un posto dentro ogni uomo, fatto di piccole gioie, che nemmeno il giocatore più vincente riuscirebbe a riempire mai.

Il confine dell’eccellenza

20 ottobre 2012

Credo che il Texas Hold’em abbia permesso a molte persone di sfuggire al proprio anonimato e a situazioni di impotenza troppo complicate per essere sopportate nella quotidianità. Ci vogliono coraggio e disciplina nella vita, tanto nel riuscire a giocarsi tutto in una sola occasione, quanto per resistere all’acuto dei momenti magici o alla forza dirompente dei giorni più difficili.
In questo gioco è invece possibile. Questo gioco ti permette di sbagliare e ricominciare. E così anche le persone meno capaci riescono a trovare, prima o poi, il proprio momento di gloria.
Il poker anestetizza la paura, quella che un uomo debole avrebbe di affrontare la propria esistenza come andrebbe affrontata una singola mano di poker.
C’è una differenza abissale tra chi desidera diventare abbastanza forte da sostenere la vita e chi spera invece di renderla tanto piccola da riuscire a tenerla in mano senza faticare.
E’ questo che traccia un confine netto tra chi è da sempre alla ricerca dell’eccellenza e chi si accontenta solo della banalità di una vittoria, conseguita tenendo due carte in mano e spacciata al pubblico per un grande successo.

Via da Las Vegas

24 luglio 2011

E’ notte a Las Vegas, una di quelle notti apparentemente diversa eppure sempre troppo simile alla precedente. Centinaia di volte sono fuggito da notti come questa e centinaia di volte sono tornato indietro anche se solo con la testa, perchè dietro a queste notti si nascondono sempre una delusione che non ti aspetti ed un pacchetto di sigarette troppo vuoto, anche per chi aveva da tempo già deciso che non avrebbe fumato mai più. Io conosco solo un modo per fuggire e tornare così veloce. Scrivere.

Chiametelo esercizio da svitati, ma non sottovalutate il suo effetto sedativo in notti come questa, quando il tavolo verde si è ripreso in un secondo tutti i tuoi sogni lasciandoti con un pugno di percentuali e la solita domanda senza risposta. Perchè? Perchè la statistica si ostina a non coincidere con la realtà? Perchè le cose più importanti sono anche le più complicate da raccontare? Perchè realizzare un sogno che appare a portata di mano a volte appare più difficile che bersi l’oceano con un cucchiaino? In un attimo Las vegas si trasforma prima nel labirinto in cui perdermi, poi nella strada da seguire e di nuovo in uno spietato dedalo con poche vie d’uscita. In ogni mia storia c’è sempre una via d’uscita in meno rispetto a quelle che ti aspetti di trovare.

Mi affaccio alla finestra. Vedo un castello che non è certo uscito da un libro di fiabe, poco più in là una piramide scura, una sfinge in materiale plastico e luci bianche impegnate a tagliare la notte come il raggio di una astronave aliena in una complicata manovra d’atterraggio.

Poi c’è una strada prigioniera di profezie al neon e decine di schermi rotanti su cui scorrono onirici messaggi di improbabili felicità e convenevole fortuna. Guerrieri, cantanti, fate danzanti, attori e maghi si alternano nella luce scintillante di un tracotante, povero ed invitante nulla. Ogni due ore c’è una eruzione senza fuoco. Ogni due ore c’è un vascello pirata che affonda e riemerge tra acque sporche, incurante dello sguardo incredulo di ingenui passanti.

Ogni due metri c’è un santo, un profeta, un barbone, un sogno infranto ed un miracolo da inventare, ma mai una mano da stringere con palpitante disinteresse o un’emozione diversa, che abbia il sapore di un sentimento vero o di una vittoria. Anche stasera tutto ha un prezzo e il prezzo non è mai quello giusto.

C’è un deserto disincantato intorno e dentro questa città senza cuore. Figlia di un miraggio che non incanta e di milioni di dollari che si muovono per passare di mano in mano come una droga spacciata a saldo, che insudicia ed intossica un’aria troppo calda ed apparentemente irrespirabile.

Qui non si gioca per vincere, si gioca per perdere. Ed è un segreto che questa città custodisce da sempre e protegge come fosse il più prezioso dei suoi tesori. Un segreto nascosto così nel profondo che quasi sembrerebbe non esistere.

Eppure sono pochi gli uomini che possono raccontare di una notte magica in cui sbancarono a Las Vegas, perchè alla fine gli uomini giocano, ma è Las Vegas a vincere sempre.

Tutto appare così comico nella sua spietata tragicità. Ma ciò che è comico si basa su cose negative che capitano ad altri e per le quali si ride pensando: «Per fortuna non è capitato a me!». Quando invece sei tu il protagonista tutto cambia e per l’imponderabile evento negativo non si dimostra mai troppa simpatia. Non si ride, non si piange. Al limite si riesce ad emettere un suono gutturale che niente ha a che vedere con una risata, ma che non somiglia certo nemmeno ad una esclamazione di trionfo.

Credo che le luci ed i suoni di Las Vegas servano solo a coprire tanti improbabili mugugni, figli di speranze miseramente implose davanti a quei colpi che hai solo il 2,15% di possibilità di perdere. Una rarità nel Texas Hold’em.

Non c’è un dio che si preoccupi e che ti protegga nemmeno a Vegas. L’unico prototipo di dio possibile qui, ha acceso il giochino ed è andato a spassarsela incurante della notte, di un universo mosso dal caos e di un silenzioso ed assordante rumore di fondo, lasciando tutti in balia di questo allucinatorio, rumoroso e logorante miraggio notturno.

Eppure, malgrado tutto questo disciplinato caos, allungo ancora la mano nell’aria per afferrare un pensiero. Un pensiero normale, non uno di quelli capaci di risolvere una situazione o di aiutarti a realizzare un grande sogno, ma pur sempre un pensiero positivo. Quei pensieri positivi che trovo molto più simili ad una moneta con cui giocare in aria che ad un sasso da lanciare in uno stagno.

Provo a tirarlo in alto con un colpetto di pollice. Lo vedo prima disegnare un arco e poi rimanere sospeso a dispetto di ogni legge della fisica nota. Lo vedo fluttuare, rallentare e fermarsi quasi per non voler fare ritorno. Forse ha paura di questa città, o il fondato timore di essere condannato a rimanere qui per sempre.

Nella vana attesa del rumoroso impatto frugo ancora nella mia testa ed afferro un pensiero più grande. Lo accarezzo e mi accorgo che ha i lineamenti irreali di un sogno e nasconde impronte che non somigliano affatto alle mie.

Immerso in un oscuro stupore, tra nuove speranze e vecchi ricordi da cancellare, allungo l’ultima volta la mano sulle rovine di questa avventura per raccolgliere le mille traballanti certezze abbandonate oggi sul mio cammino come tanti piccoli petali. Era l’ultimo alchemico tentativo per un uomo di creare nel deserto il suo fiore più bello e rimarrà un sogno ancora per molto, moltissimo tempo.

Si torna a casa.

La prossima mossa

15 luglio 2011


“Sognate e mirate sempre più in alto di quello che ritenete alla vostra portata. Non cercate solo di superare i vostri contemporanei o i vostri predecessori. Cercate, piuttosto, di superare voi stessi.” (William Faulkner)

A chi pensa che il giocatore di texas hold’em sia solo un freddo calcolatore o uno scaltro esecutore capace di operare solo all’ombra di dati statistici e matematica, io rispondo che ci sono anche personaggi in grado di mostrare una parte squisitamente filosofica. Così per ogni giocatore che si concentra sull’analisi delle probabilità, parallelamente esiste un uomo in grado di interrogarsi sulle disordinate oscillazioni del destino e su tutte quelle conseguenze a volte paradossali a cui non si riesce a dare un senso. Queste situazioni possono consolidare i dubbi di un player o trasformarsi all’occasione in terapeutici luoghi comuni da utilizzare al momento giusto.

Io sono affezionato ai miei luoghi comuni. Ammetto però quanto sia facile entrarvi e difficile uscirvi. Soprattutto quando rimango intrappolato tra tutti quei pensieri raccolti nella pause di giornata o nei viaggi che intercorrono tra un torneo e l’altro. Tutti quei ragionamenti interessanti, a volte anche acuti, sui quali però alcune persone non sarebbero pronte a scommettere sulla loro attendibilità. Idee da tenere ben strette quindi, ma senza entusiasmarsi tanto. Un po’ come avere due assi in mano e trovare il terzo asso al flop con un board che apre anche irriguardosi progetti di scala o di colore. Una di quelle mani insomma, che non puoi mai affrontare con disinvoltura.

C’è una pubblicità di una famosa marca di cioccolatini che si affida ad una citazione di Oscar Wilde e che recita: “L’unico modo di liberarsi di una tentazione è cederle”, ma osservando alcuni grandi del poker ho imparato che l’unico modo per non perdere soldi è proprio non cedendo alle tentazioni. Questo non lo dicono le statistiche, ma l’esperienza, il cuore ed i luoghi comuni. Che sia il caso di smetterla con questi cioccolatini? Eppure il biglietto dell’ultimo bacio perugina citava testualmente “ora mangiane un altro, sciocco!”

Battute a parte eccomi qui, quasi in partenza per Vegas con il main event delle World Series of Poker che si avvicina e lascia sempre più spazio alle speranze e meno ai ricordi. Forse lo devo a questo il mio monologo dal retrogusto squisitamente filosofico. E’ il mio modo di esorcizzare il passato e pontificare sabbatiche speranze riordinando frammenti di tempo come fossero istantanee da infilare in un album: un biglietto di seconda classe per Los Angeles, poche cose nella tracolla blu con lo stemma dell’Italia campione del mondo, i miei libri preferiti con l’inseparabile “Poker Mindset” di Taylor e Hilger, i due volumi di Dan Harrington, “Le conseguenze dell’Amore” di Paolo Sorrentino e la mia incessante ed aliena voglia di misurarmi prima con la tastiera del mio fedelissimo Apple e poi con il mondo intero.

Non ricordo esattamente quale sia stato il primo giorno in cui ho iniziato a scrivere, ma deve essere stato senza dubbio un giorno in cui avevo davvero qualcosa da dire. Ricordo però il momento in cui ho preso per la prima volta in mano le carte. Ero a Las Vegas, il 4 luglio dell’anno 2008. Da allora quanti momenti passati a scrivere, ragionare, riflettere ed agire anche solo per sbagliare e sentirmi profondamente e meravigliosamente imperfetto. Paradossalmente si pensa meglio quando non si hanno pensieri per la testa e questo è uno spietato “luogo comune” che calza alla perfezione nel Texas Hold’em.

Una volta scrissi che se non hai la testa libera è meglio lasciar perdere. Meglio salutare tutti e rimandare l’appuntanento a giorni migliori e che “saper rinunciare” è una scelta da grandi. Ma il sogno americano rimette tutto in gioco ed è così che anche “affrontare il proprio destino” si trasforma in una scelta da grandi. Ma si può essere grandi anche con mille alzatacche da smaltire? Si può scendere in campo anche con problemi irrisolti da affrontare e tanti indescrivibili inestetismi dell’anima da sistemare ogni mattina? E’ la magia stessa delle World Series of Poker a rispondere ed ecco che tutto d’un tratto spaririscono stanchezza fisica e stagnazione mentale. Finalmente si parte.

Lo ammetto, non mi sento del tutto in forma in questo periodo, ma allo stesso modo sento di poter essere all’altezza. Non sarò il più forte, ma posso essere comunque migliore del mio avversario di turno. Ho forti motivazioni, coscienza pulita, disciplina da vendere e una assoluta volontà di creare quelle condizioni dove si può e si deve rendere al meglio. In fondo non esistono professionisti dell’intelligenza nel poker. Conta solo la conoscenza di se stessi, quella dei propri avversari e l’opportunità di agire al momento giusto con ordine anche quando al tavolo regna il caos. Una volta scrissi che bisogna evitarlo il caos se non sei in grado di gestirlo e sono ancora di questa opinione.

È curioso. Mi trovo qui a dispensare consigli e per quanto mi sforzi non ricordo esattamente quale sia stato il personaggio che mi abbia dato il primo suggerimento, come non riesco a ricordare i nessi che uniscono la mia attrazione per il poker alla mia passione per la scrittura. Quello che hanno in comune è la caratteristica di essere stancanti e senza dubbio è la stanchezza il mio avversario peggiore ogni volta che gioco. Alle volte vorrei avere un interruttore in grado di spegnere tutto per qualche ora, ma so che non è possibile regolare la realtà a colpi di fantasia. E poi addormentarsi non rende niente più facile, anzi a volte peggiora anche le cose.

Mi viene in mente una vecchia barzelletta. Un paziente: “Dottore, Dottore, mi fa malissimo se faccio così. Ahia!” e il dottore: “Ho la soluzione! Non lo faccia più!”

Accenno un sorriso, ma alla fine scopro di essermi stancato e rimando l’impresa. La luce del sole sta ormai tramontando su queste considerazioni ed anche l’effetto dell’ombra delle mie mani sulla tastiera è svanito. Chiudo le imposte della mia mente e già è ora di partire per quel viaggio che ha per meta il suo punto di partenza. Sistemo disordinatamente i miei libri in valigia, poi rileggo quello che ho appena scritto. Sembra incompleto. Manca un successo da raccontare.

Approposito! La barzelletta nasconde la sua morale. Anche se sei pronto a riceverle non è detto che avrai sempre tutte le risposte di cui hai bisogno. Un altro “luogo comune” da non utilizzare, soprattutto se hai già ben chiaro quale sarà la tua prossima mossa.

Il bluff tra coraggio e finzione

7 giugno 2011


Una delle battute che mi è rimasta più impressa leggendo i racconti di sir Arthur Conan Doyle, è questa citazione di Sherlock Holmes tratta dal romanzo Il Segno dei Quattro: “Dopo aver eliminato l’impossibile, ciò che resta, per improbabile che sia, deve essere la verità”. Nei tornei di Texas Hold’em la verità è un privilegio riservato solo a pochi fortunati giocatori, coloro che arrivano al tavolo finale a contendersi i premi più grandi e che sono riusciti ad imporre le loro personali verità anche ricorrendo al “bluff”.

Sappiamo come nel poker, ma più in generale anche nella vita, spesso si viva di continue letture ed interpretazioni. Un buon giocatore deve essere in grado di leggere e interpretare alla maniera del miglior caratterista ogni situazione possibile, anche ricorrendo all’uso della finzione bluffando, e bluffare vuol dire compiere un’azione dove l’interprete assume più importanza della bugia che si vuole rappresentare.

Servono un innato opportunismo, una maturata esperienza e in molti casi anche il sangue freddo di un chirurgo. Occorre sapersi mimetizzare tra gli acuti del gioco e al momento giusto uscire allo scoperto per sembrare quello che nella realtà non si è.

Personalmente adoro questa peculiarità del poker live e, nella mia lettura del Texas Hold’em come aforisma della vita, è davvero un piacere ritrovarmi a parlarne oggi.

Tutti recitiamo quotidianamente copioni che adattiamo a situazioni di vita reale. C’è chi mente per necessità, chi per non ferire le persone a cui vuole bene e chi per rimandare semplicemente la verità. Chi lo fa per apparire migliore di quello che è, chi per paura, per narcisismo o semplice egoismo, e chi magari per il banale gusto di farlo e basta. C’è inoltre una categoria di persone che non mente, ma ommette di dire la verità e chi, come abbiamo visto, lo fa con il fine di ottenere il massimo da una mano di poker.

Mi riservo di parlare più a fondo della bugia, magari in un mio prossimo articolo. Per ora mi limiterò a dire che, tra le bugie, la più pericolosa è quando si mente a se stessi, perché si può anche finire col credere alle proprie bugie. Ma torniamo a noi.

Bugia, finzione, inganno. In fondo la parola “poker” non deriva altro che dal francese “pocher” che significa “bollire a fuoco lento”, “ingannare”, o come si potrebbe scherzosamente dire usando il gergo pokeristico di oggi, “fare al sugo”. Ecco che tutto si riduce quindi a una mera attuazione di strategie con la finalità di confondere i propri avversari.

La didattica non basta e se non sappiamo giocare una mano in bluff o recitare la parte del più forte per costringere il nostro avversario a mollare la presa, siamo senza ombra dei dubbio dei giocatori incompleti. Inoltre occorre essere bravi anche a ostentare una innaturale debolezza quando, al contrario, sappiamo di avere la mano migliore, quello che nel poker viene chiamato “bluff passivo” o “slow play”.

Uno degli errori che molti dilettanti fanno al tavolo è quello di considerare il bluff solo il “puntare forte” quando non si hanno in mano due carte che abbiano, in qualche modo, legato con il board. In questo caso tutto diventa frutto di improvvisazione e non si può parlare di bluff, ma di una finzione attuata proprio contro se stessi, un’azione che di solito è in grado di convincere solo noi. Occorre invece fare leva sulle debolezze dei propri avversari ed è per questo che “osservare” assume, soprattutto in questo caso, una rilevanza importantissima. Il tavolo verde si trasforma nel nostro palcoscenico e sta a noi scegliere “quando”, “come” e “con chi”.

Lo stesso bluff, la stessa bugia, non porteranno mai a un risultato costante e le conseguenze varieranno sempre da giocatore a giocatore. Ecco perché bisogna sapere bene contro chi si sta forzando la mano. E anche se spesso è proprio contro i più bravi che il bluff riesce meglio, io suggerisco di focalizzare l’attenzione verso quei personaggi che al tavolo assumono un assetto conservativo o coloro i quali, invece, si dimostrano particolarmente timorosi nell’azione.

E quando invece sono gli altri a bluffare? Sebbene anche in questo caso contino molto l’osservazione del comportamento dei giocatori, gli umori al tavolo e la nostra capacità di una riflessione immediata su tutte le combinazioni e le probabilità possibili, tornerei a una attenta rilettura di quanto contenuto nell’aforisma di Arthur Conan Doyle. A volte escludendo tutte le possibilità, l’improbabile potrebbe essere l’unica cosa attendibile.

Posso dire di aver imparato a giocare a Texas Hold’em proprio imparando anche a subire alcuni bluff ben architettati dei miei avversari. In certi casi sento spesso dire “ho chiamato seguendo l’istinto, le mie sensazioni”, ma in determinate fasi del torneo è davvero meglio non tenere conto di quelle sensazioni e affidarsi piuttosto all’esperienza e al buonsenso, foldando. Le sensazioni uccidono i pensieri, compromettono il ragionamento, minano la logica delle nostre scelte ed espongono a figure da stupidi.

Non esiste niente di peggio che fare al tavolo la figura del perfetto idiota, sebbene a volte anche passare da perfetti idioti nelle fasi iniziali può aiutare nel proseguimento di un torneo, magari all’estero.

Nel 2009 chiusi il Day1 del Main event alle WSOP ai primissimi posti del chipcount. Lo feci giocando da perfetto idiota per un livello intero e ottenendo il massimo dai miei avversari nei restanti 3 livelli della giornata. Un mix di tattica e finzione, perché si può bluffare anche convincendo il tavolo di essere quel giocatore che in realtà non si è, senza limitarsi a farlo nella singola mano o contro un giocatore.

Chiudo citando ancora Conan Doyle. “Rifiutarsi di riconoscere un pericolo quando ci pende sulla testa è da stupidi, non da coraggiosi.” (da L’ultima avventura, ne “Le memorie di Sherlock Holmes”)

Alla maniera di Napoleone

18 maggio 2011

Al primo livello della pro league, un affascinante torneo live che ho giocato proprio domenica durante l’EPT di Sanremo, eseguo un quarto rilancio dopo una tribet (terzo rilancio) di Pier Paolo Fabretti, e su un board che recitava J 8 4 rainbow (senza alcuna possibilità di progetto a colore) decido di triplicare la sua puntata. Conosco bene l’aggressività del giocatore di Pokerstars ed avendo pescato un J sul board decido di testarne l’effettiva forza.

L’azione induce al fold sia l’ottimo Luca Pagano che un avversario in mezzo alla pista, ma Pierpaolo invece chiama. Scende un K al turn e probabilmente spaventa il mio avversario che a quel punto fa solo check. Io lo seguo per limitare il pot. Al river scende un altro K e l’azione del turn si ripete con un nuovo “check” di entrambi. Allo show-down io mostro un J debole per una doppia coppia JJ KK, mentre il povero Pier Paolo gira un 8 e un 4 per una doppia coppia inferiore, un punto che comunque al flop lo vedeva nettamente avanti al sottoscritto.

Questa mano è viziata da un errore che alcuni giocatori, incluso me, alle volte commettono. Quello di valutare un avversario per come ha giocato in un’altra occasione, dimenticando che l’approccio al tavolo di un giocatore cambia di torneo in torneo. Io non avevo, in quella fase iniziale, abbastanza dati per considerare Fabretti in bluff o attribuirgli una mano marginale ed ho valutato frettolosamente ed in modo superficiale l’azione opportuna da fare al flop che doveva essere chiaramente un “FOLD”.

Quello su cui ogni tanto si deve riflettere è se sia meno dannoso ponderare una scelta giusta al momento sbagliato o azzardare una decisione figlia dell’umore di un momento che è destinato magari ad essere quello giusto. Azzardare vuol dire solo rischiare. Vuol dire privilegiare il caso a dispetto di ogni possibile abilità e competenza ed almeno, per quanto riguarda il Texas Hold’em, vuol dire sbagliare. Quello che in poche parole ho fatto io.

Ma cosa significa “sbagliare”? La logica delle parole ci porterebbe ad abbinare questo verbo al verbo “perdere”, ma non è così. A volte, come nell’esempio riportato, si può comunque vincere sbagliando ed è questo che rende il Texas Hold’em, allo stesso tempo, croce e delizia dei suoi moltissimi sostenitori. Ma approfondiamo il concetto.

Lo Zingarelli alla voce “sbaglio” recita testualmente: “Un errore di valutazione, un’azione contraria all’opportunità, alla convenienza” ed il modo di dire “fare qualcosa per sbaglio“, viene invece indicato come “un atto determinato dalla casualità, dall’accidentalità“. Il vocabolario però non va oltre questa definizione. Non chiarisce per esempio se sbagliare può essere considerato la fine del gioco, oppure se in qualche modo anche dopo un grosso errore si possa raggiungere comunque un obiettivo.

In molti ritengono che non esista un giocatore in grado di giocare meglio di colui che non conosce le regole del poker. Quindi quella che più comunemente viene definita la “fortuna” del dilettante, può anche essere catalogata come una banale conseguenza di sbagli. Ma lo sbaglio, proprio poiché spietatamente legato al caso e all’accidentalità, spesso è la causa di un qualcosa che non si cercava, ma che pur trovata, fatalmente può trasformarsi comunque in un grande traguardo.

Dietro ad ogni pensiero creativo c’è sempre un dubbio inconscio a governarne le dinamiche del gioco. Così mentre si pensa consapevolmente che si stia agendo in modo giusto, la mente elabora un processo cognitivo parallelo, diverso, squisitamente cerebrale ed intrinseco, non evidente, non palese, né tantomeno definito.

Il dubbio prende forma attraverso modalità diverse, fatte di intuizioni repentine e sbalzi d’umore improvvisi, magari dovuti anche alla stanchezza. Ed a quel punto non si è più in grado di capire quale sia il concetto pensato e quale quello indotto. Dove sia la logica e dove invece si celi l’azzardo. Perché adoro il Texas Hold’em? Perché in questa variante di poker lo sbaglio può trasformarsi davvero nell’anticamera dell’eccellenza. Un capolavoro, e i capolavori, si sa, a volte nascono proprio per errore.

Molti professionisti del poker sono pronti a spiegare come alcuni ottimi risultati in carriera siano arrivati proprio rifiutando in pieno quelle regole che si dovrebbero seguire, ma che a volte non si riescono a rispettare. E cosa succede quando questo accade? Nulla. Si cerca di sostituirle con altre regole. Più semplici, più chiare. Si abbandonano i ragionamenti multilivello e si torna ad agire in modo essenziale, magari accettando di seguire schemi semplici e spietatamente elementari come le tabelle di Slansky.

Curiosando sul web ho scoperto che tra i dilettanti allo sbaraglio si narra anche di un certo Napoleone Bonaparte. Giocatore di poker di basso livello. Si racconta che fosse addirittura ossessionato dagli errori, dallo spazio e dal tempo. “Lo spazio posso perderlo e riguadagnarlo – diceva -, ma il tempo perduto sbagliando è perduto per sempre. In guerra come in una partita a poker, la sorte viene e va, l’abilità e la tattica sono le doti imprescindibili, ma alla fine è un semplice sbaglio che può farti vincere o perdere”.

La storia racconta però che non accettasse mai la sconfitta di buon grado e che il suo obiettivo fosse vincere comunque e ad ogni costo, anche sbagliando. Quello che forse oggi potremmo definire davvero un “donk-aggressive“.

Vincente o Perdente?

2 maggio 2011


A volte mi domando se sia opportuno o meno provare a suddividere i giocatori di Texas Hold’em in grandi categorie che ne identifichino un po’ i lineamenti fondamentali. Ebbene la risposta che ogni volta do a me stesso è che per quante sottocategorie esistano e per quante altre se ne possano trovare, forse nel poker come nella vita, tutto si riduce ad una mera divisione tra “vincenti” e “perdenti”.

Ed un perdente si riconosce. Magari è quel personaggio che ha sempre una scusa per ogni mano giocata male e che tuttavia persevera ripetendo meccanicamente gli stessi errori o che si proclama solo vittima di una deità negativa.

Sempre in tensione fin dai primi livelli, lo vedi giocare portando sulle spalle un macigno fatto di pensieri sfocati ed insicurezze lubrificate del quale sogna solo di liberarsi presto. Per questo si infila sovente in strade senza uscita e accoglie ogni eliminazione come una vera e propria liberazione.

Ci sono perdenti poi, che nel tentativo di generare simpatie diventano grandi parlatori al tavolo. Altri lo fanno lontano dal tavolo e non li senti comunque mai raccontare di sontuose vittorie, ma unicamente di strane ed improbabili mani perse.

Solo apparentemente solidi, sono tutti comunque affetti da una strana sindrome, la sindrome dell’angoscia da poker nota in ambiente clinico come “Nikefobia”. Quella particolare patologia dove il giocatore si convince che vincere sia una pratica faticosa e temibile. Dove in pratica non si riesce a star lontani dagli acuti del gioco, ma è solo per un compulsivo desiderio di uscirne al più presto, scrollandosi così via di dosso tutte le insopportabili tensioni.

Raccontata così, il perdente potrebbe assumere i lineamenti contorti di un simpatico personaggio partorito dalla penna di Ken Follet. Incerto, imperfetto, logorroico, sfortunato ed ora anche affetto da improbabili malattie che lo condannano ad occupare solo l’altro lato della medaglia.

E i vincenti? Si dice che i vincenti siano quei giocatori che hanno sempre una tattica testata, una risposta giusta e una soluzione congrua. Ma chi tra noi può definirsi veramente un vincente? Chi può vantarsi di appartenere a questa categoria? La risposta non può che rimanere un punto a metà strada, una soluzione confusa tra le nostre innumerevoli alternanze di stati d’animo. Quel punto dove il “vincente” e il “perdente” si trasformano nelle due facce di una stessa medaglia. Infatti non basta certo vincere, perchè spesso sono le sconfitte a creare dei vincenti.

Come esiste un universo e quindi anche il suo riflesso, esiste un mazzo di carte dove due assi rossi non si troveranno opposti sempre a due assi neri. Il vincente? Non può essere altro che quel giocatore disposto a giocarsi sempre e fino in fondo le sue carte, anche dopo aver visto battere tutte le mani migliori. Quello che non si arrende e sa che non si può vincere senza perdere mai, perché la vittoria e la sconfitta non esistono se non legate da un filo invisibile.

Jim Morrison scriveva “Vivi come se ogni giorno fosse l’ultimo e pensa come se non dovessi morire mai”, ma in fondo sarebbe più opportuno dire “Vivi ogni notte come se fosse l’ultima, ma la mattina non sottovalutare la forza dirompente dell’ironia e preparati a rinascere per vincere o perdere ancora”.

Lancio una moneta e scelgo testa. Lei gira e si rigira nell’aria, volteggia qualche secondo su se stessa, poi si lascia cadere sul palmo della mia mano per mostrare la sua verità: croce. Sorrido. Sono comunque pronto a lanciarla ancora.

Diamo tempo al tempo

16 aprile 2011


Nel Texas Hold’em, come nella vita, spesso si finisce con il confondere l’opportunità di giocare un torneo con la compulsiva necessità di farlo. A volte anche commettendo il banale errore di tirare in ballo la propria dignità a titolo di giustificazione. Esiste una categoria di giocatori che non riuscirebbe a rinunciare nemmeno per un istante alle luci della ribalta. Sia chiaro, ad ognuno di noi piace vincere e la speranza di tutti è che un giorno arrivi un singolo raggio di quella luce ad illuminare il nostro torneo.

Da qui a fare però della speranza una maniacale necessità, il passo rischia di diventare breve. Magari solo per via di un “appeal” squisitamente televisivo, dove è un semplice tavolo finale ad un campionato di poker live a trasformarsi nell’unica via di fuga da un anonimato a volte pesante. Anonimato che per certi players è addirittura difficile da sopportare.

Pochi d’altronde nel proprio lavoro o in ambito di una vita vissuta normalmente avrebbero il coraggio di mettere tutto in gioco, mentre in un torneo è relativamente facile andare “all-in” e magari vincere. Il Texas Hold’em dà la possibilità anche alle persone più semplici di trovare il proprio momento di gloria, combattendo e vincendo intorno a un tavolo verde. Ma se poi si viene eliminati? Cosa succede? L’indisciplinata voglia di rivincita può causare un brutto scherzo e spingere all’immediata ricerca di una nuova ribalta.

Così come in una sorta di sordido compromesso e in costante equilibrio tra il bisogno di “arrivare” e l’effettiva capacità di “arrivare”, si raddoppiano inutilmente gli sforzi, perdendo di vista una delle regole fondamentali che ogni giocatore non dovrebbe mai dimenticare. Il controllo del proprio bankroll.

Viviamo in un mondo dove l’uomo non è altro che un ingegnoso compromesso tra cuore e mente, e visto che sono soprattutto i compromessi a rappresentare il propellente dell’esistenza, perché non accettarne uno che metta d’accordo “uomo” e “giocatore” optando in certi casi per non giocare? Perché non rinunciare alla spasmodica ricerca di una ribalta da trovare ad ogni costo? “Diamo tempo al tempo” dicevano i saggi.

In realtà bisognerebbe accontentarsi di usarlo il tempo ed invece c’è chi addirittura si perde nel tentativo di possederlo. Ci si deve regalare una pausa quando non si ha a disposizione il bankroll necessario da destinare ad un torneo live. Non esistono solo decisioni da prendere al tavolo, ma anche scelte lontane dalla realtà del torneo stesso e sono quelle che fanno la differenza tra un uomo accorto ed un giocatore irresponsabile.

Purtroppo però, il “gambler” che si nasconde in noi non è sempre disposto ad accettare questo compromesso e la prima partita che ci troveremo ogni volta ad affrontare sarà proprio quella tra il “noi” che siamo ed il “noi” in cui vorremmo trasformarci. C’è una grande differenza tra il voler essere un “grande” e diventarlo veramente. Lo stessa distanza che passa tra il giocatore che vuole vincere e colui a cui invece importa solo che, alla fine, se ne parli.

La ricerca del limite

16 aprile 2011


Se dico che il Texas Hold’em da torneo si può giocare rasentando il limite non affermo niente di nuovo, ma se aggiungo che la ricerca del limite sta diventando con il passare del tempo un concetto artistico, forse rischio di far saltare ancora qualcuno dalla sedia. Parto dal presupposto che un giocatore di poker non sia un computer, ma agisca e reagisca ad una serie di stimoli, sentimenti ed emozioni che in modo condizionato od involontario, lo portano ogni volta a scegliere cosa fare.
Non credo alla “fortuna” o “sfortuna” nel senso suddetto, non esiste una deità più o meno maligna in grado di perseguitare un giocatore. Al tavolo, durante lo svolgimento di un torneo, esiste solo l’uomo con la sua capacità di compiere azioni.Inutile nasconderci dietro un dito. È ormai chiaro che senza un pizzico di estrosità non è assolutamente possibile perseguire grossi risultati. Come è altrettanto chiaro quanto sia difficile, andando alla compulsiva ricerca di quei risultati, ottenere una apprezzabile continuità di rendimento.

Il problema diventa quindi una mera questione di scelta. Non si tratta di tecnica, ma di tattica. Le zone oscure di questo splendido gioco sono state già tutte esplorate e mappate dalla didattica, rimane solo la tattica l’unica variabile ancora umana e squisitamente soggettiva. Per ogni situazione esiste un nostro personale modello operativo da seguire. Per ogni azione ci sono reazioni diverse che dipendono dalla scelta dell’obiettivo da perseguire: “il contenimento del rischio” o “il raggiungimento del massimo ottenibile” anche a dispetto del rischio stesso.

Una volta ho sentito dire che prendersi qualche piccolo azzardo di tanto in tanto può portare a grosse soddisfazioni. Non è vero. Solo grandi rischi portano a grosse soddisfazioni, ma espongono anche a possibili grosse delusioni e qualche volta anche a qualche brutta figura. Tuttavia se è vero che la didattica è in grado di illuminare i lati oscuri del gioco giocato, nulla può fare per alcune zone che rimangono ancora irrimediabilmente oscure, come ad esempio tutte quelle mutevoli variabili comportamentali che albergano ben nascoste dentro di noi e che alle volte ci rendono indisciplinati.

È per l’esistenza di queste zone inesplorate del nostro carattere che vale la pena inoltrarsi in argomenti come quello di oggi. Anche questo è poker.
Partiamo dal concetto che l’uomo è comunque un essere imperfetto.
Senza accettare questo dato di fatto non sarebbe nemmeno possibile continuare il discorso, perché uno dei rischi maggiori in un torneo di lunga durata è proprio quello di abbassare i freni inibitori perdendo la capacità di percepire il pericolo.

Le disattenzioni letali sono spesso figlie di indisciplinati e colpevoli eccessi alimentari nella pausa cena o di una eccessiva superficialità nel valutare dettagli fondamentali come il ‘riposo’ durante le pause, indispensabile a garantire la lucidità nei momenti che contano.

Insomma, è fondamentale la disciplina nel gioco, ma anche nell’approccio fisico per evitare una totale esposizione al rischio e la perdita di vista di quei riferimenti elementari che rappresentano l’abc del poker da torneo. Io non sono un caso a parte e non posso negare di aver peccato a volte di questa superficialità. Difficile in fondo rinunciare ad un invito a cena tra colleghi soprattutto quando si viaggia all’estero. Ricordo in un torneo a Valencia di qualche mese fa, di aver perso quasi un livello oltre alla pausa cena, proprio attardandomi nel degustare in un ottimo ristorante spagnolo, primo, secondo, contorno e dolce con Cristiano Blanco.

Tre ore di sonno e una cena luculliana non sono il modo migliore per affrontare un day2, ma era stato un day 1 talmente effervescente da far passare tutto il resto in secondo piano, anche le mie indispensabili paure.
Per tenere alto il livello di guardia occorrono timori intensi come deserti vuoti e paure profonde come baratri che si pongono tra te e una meta ancora irraggiungibile. Un posto dove fare i conti con i tuoi errori e le tue disperazioni. Un posto chiamato “limite”. Una sorta di muro virtuale in grado di separare la scelta giusta da quella sbagliata. E giocare al limite non vuol dire spostare più in là i confini per raggiungerne di nuovi, ma solo ridursi a buttare le carte davanti a possibilità palesemente inaccessibili, come quella di rubare, andando “all in”, un piatto ad un giocatore committato, solo perchè hai la fondata certezza che si tratti di una mossa in bluff del tuo avversario.

Questo può far di te un giocatore vincente oppure il principe delle mosse inutili. Il giocatore vincente raddoppia tra lo stupore dei presenti in sala, mentre il principe delle mosse inutili raccoglie tutte le sue cose e si alza salutando educatamente gli avversari ancora al tavolo. Stringe la mano al floorman e si guarda dentro un ultimo istante per controllare il limite, rendendosi conto che di quella linea non esiste più traccia. Non importa il tipo di mossa che si sta per fare, se vincente o perdente, ma è fondamentale che alla base di tale mossa ci sia sempre un ragionamento e non una distrazione.

Questa non vuole essere una lezione, ma una nota quasi etica. Il filosofo tedesco Friecrich Nietzsche, una volta scrisse: “A posteriori non vale la pena perdere il tempo discutendone ancora, in fondo fa parte del genere umano sbagliare di tanto in tanto”. Vorrei rispondere a Nietzsche, ma sono imperfetto e darei risposte imperfette. Però sono capace di riconoscere errori e di cercare significati, trasferendone il senso a ogni mia scelta futura. E più si è in grado di cercare significati, più avanti si può arrivare. Sempre.

Intervista Assopoker di Domenico Gioffrè

4 dicembre 2010

Eccoci qui a colloquio con “the bear”. Dalle pagine del tuo “vita da orso” emergono diverse cose di te, ma una mi suscita una enorme curiosità e quindi partiamo a bomba. Da quello che scrivi, mostri di essere una persona in perenne evoluzione, in perenne ricerca di sé e di “nuovi sè”. Come fa tutto questo a convivere con lo spirito competitivo di un player che deve mostrarsi più sicuro e granitico dell’avversario di turno?
Mi è sempre rimasta impressa una frase del mio vecchio professore del liceo. “Prima confrontarti con gli altri devi imparare a confrontarti con te stesso.” Ed io non faccio altro. Scrivo e mi rileggo ogni volta che ne sento il bisogno. Credo di avere il dono dell’esposizione e la sensibilità necessaria per guardarmi dentro. Raccontare diventa quindi una elementare conseguenza. Nascono così le mie riflessioni e tutte quelle note che possono essere belle o brutte, scritte bene o male e riguardare la “mia” come altre migliaia di vite reali come la mia.
Quello che mi piace sottolineare nei miei scritti è che esiste una linea ben visibile che separa la realtà, l’esperienza e la fantasia. Le tre cose non si escludono, ma non si possono neanche confondere o sovrapporre.
Soprattutto però, non possono fare a meno l’una dell’altra: la fantasia non può fare a meno della realtà e la realtà dell’esperienza.
Il mio mettermi in dubbio è tutt’altro che sintomo di insicurezza o paura. E’ pura coscienza.
Non c’è nulla di esoterico, filosofico o psicologico in questo. Tutto diventa oggetto di riflessione, tutto può essere messo in discussione e tutto diventa quindi raccontabile.
Il rapporto tra l’uomo e il giocatore?
Non sei la prima persona a notare questo mutevole contrasto di personalità.
Qualcuno mi chiede se i pensieri coincidono oppure no. Se le loro idee sono simili oppure differiscono completamente.
In realtà vado d’accordo con entrambi.
Interpreto alla perfezione il giocatore sedendomi al tavolo e guardandomi intorno con l’unico scopo di saccheggiare le emozioni di tutti gli avversari. Analizzo le parole, i comportamenti. Cerco di entrare nella pelle di ognuno e quando riesco a farlo quel giocatore diventa un libro aperto.
Nel poker come nella vita sono diventato molto bravo ad osservare gli altri, ad ascoltarli, a non farmi sfuggire un gesto o una parola. E’ questa la competizione, le carte sono secondarie.
Alla fine il giocatore legge i testi dello scrittore, mentre lo scrittore vive e si limita a tifare spietatamente.

Scherzi a parte, si nota da subito che non sei un poker player nell’accezione “comunemente intesa”, a partire dal tipo di comunicazione. Molti scrivono “ho shippato qui”, “mi hanno sculato di là” etc etc…Tu invece fermi i tuoi pensieri liberi, su di te e su ciò che ti circonda, e li condividi con tutti. Come vivi questo mondo (del poker obv)? Ti sta stretto?
Ti confesso che il mondo del poker mi va effettivamente un po’ stretto, ma ho intenzione di mettermi seriamente a dieta.
Ironia a parte.
Esiste un momento per vivere, uno per raccontarmi, uno per rileggermi ed uno per sognare.
Ad ogni momento corrispondono emozioni forti e mutevoli stati d’animo. Non sto certo a misurare quanto mondo ci sia intorno a me per godere di tutto questo.
La cosa singolare è che in questi miei singolari stati d’animo si rileggono anche centinaia di affezionati lettori.
Forse questo spazio non è poi così stretto ! Ci si entra tutti comodamente.

Si inizia a parlare di te più o meno due anni fa, con due tavoli finali importanti. Ma cosa c’è nel tuo background e quando hai scoperto l’hold’em?
Seguivo il poker da diversi anni, ma non avevo mai giocato un torneo vero. Poi decisi di cominciare ed eccomi qui. Nella vita di chi non gioca sono presenti soltanto immagini e ricordi di partite viste. Io posso ritenermi fortunato di averle anche vissute e qualche volta, vinte.
Il motto del mio primo Main Event alle World Series era “Oggi sei qui, meritatelo!”

Attualmente hai un Hotel & SPA a Claviere. A parte il fatto di essere molto frequentato anche da colleghi poker players, lo consideri un pò l’habitat naturale per “l’orso”?
L’Hotel Bes è diventato col tempo la tana dell’orso. Era naturale che si trasformasse anche in un punto di riferimento per le vacanze invernali di quegli amici o colleghi con cui ho avuto modo di condividere le emozioni del poker in giro per il mondo.

Sei molto prolifico come scrittore/blogger. Ma che esperienza è per te scrivere?
Creatività e fantasia. Credo che soprattutto il mio carattere sia la variabile di valore alla base di quello che tu definisci “prolifico”.
Scrivendo cerco di trasferire ad altri la terapeutica immagine di un me stesso migliore.
Non è facile perchè una cosa è raccontare, un’altra cosa è raccontarsi.
Servono coraggio, grinta ed energia per scrivere e descrivere e riscrivere sempre.
Ma bisogna essere anche quel tipo di persona in costante ricerca di un proprio equilibrio. Come dire, sempre ad un passo da un baratro fatto di dubbi, eppure mai in bilico.
Scrivo e so che alla fine altri leggeranno quello che ho scritto.
C’è chi tiene le sue pagine chiuse a chiave in un cassetto e lì le lascia per sempre. Scelta legittima ma credo che sia molto più utile aprirlo quel cassetto.

Non so…ricerca, abitudine, necessità magari!Riusciresti a grindare con una simile regolarità?
Al tempo sono stato un trader privato e per oltre 5 anni l’attività svolta per il fondo hedge iniziava dalle 8 di mattina (con sveglia alle 6:30 circa) fino alle 22 (al netto delle dovute e necessarie pause).
Ero quotidianamente sui mercati di mezzo mondo in modo spietatamente attivo ed assorbente, tanto che la sera spesso finivo con il portatile a letto. Grindare non mi spaventa di certo, ma al momento non la considero una necessità, nè tanto meno una priorità. Il tutto si ridurrebbe ad una mera questione economica. Non si grinda per passione, lo si fa solo per denaro.

Scherzi a parte…giochi online? O per te il poker è un’esperienza squisitamente “vis a vis”?Come analizzi il tuo gioco? Utilizzi software o anche qui meglio le dita, una tastiera e un foglio bianco?
Il poker live è ragione e sensibilità. Il poker online automatismo e disciplina. Si tratta di giochi diversi giocati da giocatori con differenti peculiarità.
Nel poker online è come nella vita, quando la fretta ti costringe ad agire e non c’è tempo di ragionare. Servono software e schemi soprattutto se si gioca su più tavoli. Non credo di essere un forte giocatore online, però mi diverte giocare soprattutto affiancando giocatori meno esperti. Ne faccio una mera questione didattica.
Nel poker live ho invece tutto il tempo per ragionare su ciò che è possibile, impossibile o necessario fare. Si studiano gli avversari. Servono memoria e spirito di osservazione. Un pizzico di esperienza, un po’ di fortuna, tanta pazienza ed il gioco è fatto. Questo è quello che si avvicina di più ad una passione.

C’è un collega player che stimi più di altri? E così per gioco, se si potesse, c’è una qualità che ruberesti a qualcuno per farla tua? Se sì, cosa e a chi?
Parto sempre dal presupposto ci sia sempre un “qualcosa” da imparare da tutti. Io, in attesa di migliorare, mi tengo ben strette le mie imperfezioni.
Citare un giocatore in particolare sarebbe da parte mia poco elegante e forse inutile. Sappiamo tutti che il giocatore perfetto è quello fortunato.
Farei mia questa qualità.

Ti abbiamo visto uscire da tornei con monoout contro, eppure nelle foto hai sempre un’espressione serena e sorridente. Fingi bene o davvero non tilti mai?
E’ un gioco di carte e lo considero tale anche quando le cose non vanno per il verso giusto. Non può essere una vittoria a farmi sentire migliore di quello che sono. Tantomeno una sconfitta, seppur beffarda, potrà mai togliermi un briciolo della mia autostima.
L’espressione serena ed il sorriso sono solo una mera questione di signorilità.

Hai avuto un’esperienza da pro sponsorizzato con Goalwin. Ora cosa bolle nel pentolone dell’orso? (rispondi obv solo se vuoi e puoi ;))
Devo ringraziare la famiglia Merighi e il manager Francesco Pivetta per avermi dato quella possibilità. Purtroppo non si è riusciti a dare un seguito all’avventura, ma rimangono comunque buonissimi ricordi e qualche ottimo risultato ancora ben visibile in bacheca.
Cosa bolle in pentola? Visto che è l’ultima domanda ti risponderò alla maniera dell’orso. Con filosofia.
“Non c’è una via di mezzo. Esistono solo strade, alcune le percorriamo, altre no.
C’è sempre un qualcosa per cui valga la pena lottare e visto che lo abbiamo fatto fino ad ora, non vedo perchè non farlo anche domani.”
Ho detto tutto.
Un abbraccio ed un saluto affettuoso.

di Domenico Gioffrè – Assopoker.it

Ciò che le carte non dicono.. Chi sono io?

11 febbraio 2010

Chi sono io?
Dimmi…
Chi sono io?
Con questa mia assurda maschera.
Un manichino da spogliare e rivestire come vuoi.
Il deserto immenso dentro al cuore mi ha insegnato solo a fingere.
Non c’è via d’uscita. È un grande gioco che non cambia mai.
Cos’è il domani senza la tua identità?Perché fuggire se non ho sbagliato mai?
Vincere o cadere. Non c’è altro. Tutto il resto sembra inutile.
La mia differenza è una condanna in questa vita che chiamiamo realtà.
Guardo il mio scorrere lento tra le rughe del tempo privo di felicità

Senti, senti, senti la notte. È anche dentro le vene e in fondo all’anima.

Chi sono io?
Chi sono io?
e soprattutto cosa vuoi che sia?
Sono un pagliaccio, un santo, o un simpatico Pierrot?
Con indifferenza rido, piango, mi trasformo. Mi basta un attimo.
Basta un’altra maschera e una cravatta per nascondere la mia verità

Sogno una gita sul mare
e mia madre cantava soltanto per me
Sento quel azzurro infinito
quello stare tra braccia che capivo solo io.
Grido a quell’uomo allo specchio: ”
sei un riflesso distorto, tu sei l’assurdità”
Vinco e perdo. Io mi ritrovo indifeso
stretto tra la mia faccia e la sua immagine

Senti, senti, senti la notte è anche dentro le vene e non c’è luce in fondo.

Cala il sipario su Venezia

20 gennaio 2010

Sono serate come quella appena trascorsa che riescono ad imprimermi le più dissordanti emozioni..
Un caro amico che subisce una grave perdita in famiglia.. e poi due colpi devastanti di Bonavena al tavolo finale che trasformano il mio ruolo da protagonista in una istantanea griffata “settimo posto”..
Voglio bene a Salvatore.. E’ un solido giocatore, capace di foldare preflop anche i KK se la situazione lo richiede.. Conosco davvero poche persone in grado di farlo..!
Stamattina ho già in mente la favola giusta da raccontare a mia figlia.. E’ la storia di un orsetto reso disilluso dalla sua stessa fortuna, che torna a casa dopo aver lottato fino alla fine e lo fa comunque da vincente.. pur non avendo vinto nulla..
Ogni persona in grado di mantenere il proprio sorriso in ogni occasione deve potersi considerare vincente..
E’ questo che mi ha insegnato la vita ed è questo che cerco di trasmettere a Nicoletta.. la mia unica.. grande ed impareggiabile vittoria..
Un saluto a tutti dall’orsetto !!!

commenta sul forum
Commenta questo post sul Forum

La spia rossa

18 dicembre 2009

Stamattina, nella fretta di dar vita al solito gioco di parole, dimentico distrattamente di versare lo zucchero nel caffellatte e mi accorgo che il cappuccino amaro non è per niente male. Eppure erano almeno 30 anni che lo bevevo ben zuccherato.
Oggi percepisco un prepotente bisogno di cambiare.. Ridefinire le mie abitudini senza necessariamente regredire, esprimere in qualche modo un atteggiamento squisitamente positivo all’interno di questa stagnante quotidianità.
Detta in parole povere: “E’ ora di pensare al bicchiere mezzo pieno!”
Come in balìa di un capriccioso “effetto serra” mentale, lascio passare i pensieri migliori ed analizzo dettagliatamente le conseguenze di ogni mia scelta sbagliata.
Colpa di una bustina di zucchero rimasta integra e di un sms delle 7.59am, se oggi mi trovo a ridefinire attraverso le righe di questo blog il mio concerto di sfortuna.
La sfortuna non esiste, esiste la possibilità di non essere in armonia con l’universo e non è comunque una condizione perenne, ma del tutto indicativa di un qualcosa che dentro di noi non va. E’ l’indicatore di tutto quello che può e deve essere cambiato, anche semplicemente riequilibrando il nostro stato vitale attraverso facili aggiustamenti delle nostre piccole abitudini!
Insomma si tratta solo di una spia rossa, solo un pochino più complessa del solito.

Buona giornata a tutti !

Squilibri mattutini

10 dicembre 2009

Apro gli occhi ed una prepotente inquietudine focalizza il mio pensiero sul prossimo evento sanremese..
Il mio è un quadro visivo bidimensionale.. l’immagine è sfumata e corrotta dal dubbio che nessun colore sia mai abbastanza chiaro se si continua a guardare il mondo attraverso uno specchio appannato..
Con il pensiero tormentato da un retrogusto di pokeristica memoria.. un uomo corre all’interno del suo treno ed ingenuamente raddoppia i suoi sforzi.. credendo in quel vano tentativo di poter tornare ad un punto di partenza semplicemente raggiungendo l’ultima carrozza.. quando il treno è già partito..

Uno dei passatempi preferiti di Niki è ritagliare le cose che le piacciono all’interno delle riviste che trova in hotel.. adora poi incollarle a caso su un foglio bianco..
Forse anche a me occorrerebbero una forbice e la pazienza di mia figlia per sagomare quanto di buono impresso dal tempo nel libro delle mie esperienze..

Vane e grossolane speranze di vittoria occupano i miei pensieri come minuscole briciole di un’ultima cena consumata..
Stamattina provo a destrutturare questo incalzante pessimismo intonando qualche passaggio di una vecchia canzone di Edoardo Bennato..

“Un giorno credi di esser giusto e di essere un grande uomo.. in un altro ti svegli e devi.. cominciare da zero..”

Un ultimo occhio al blog tra gomitoli di idee aggrovigliate e copie illegalmente masterizzate di sensazioni difformi.. poi si parte..
Davvero niente male come squilibrato inizio di giornata..

Professional Poker Face

16 novembre 2009

Andrea I. mi ha lasciato un messaggio sulla posta di facebook..
“Mi piacerebbe sapere come la vedi la vita di un pokerista di professione e cosa ne pensi…”

Caro Andrea,
il mio primo approccio col poker è stato del tutto casuale.
Al tempo lavoravo presso una filiale di una noto istituto di credito romano.
Il cliente di turno era un uomo molto alto, non molto distinto, la barba distrattamente lunga, sempre di poche parole, fatta eccezione per quella volta in cui mi raccontò di essere stato un giocatore di carte professionista.
Utilizzò addirittura l’aggettivo “grande” e si autodefinì “un grande giocatore di poker del passato”.
Ero davvero al cospetto di un fenomeno? Oddio, per essere grosso, era grosso.
Quel giorno, in modo del tutto incoerente rispetto al suo abituale comportamento, cominciò a parlarmi dei suoi viaggi in lungo e in largo, partendo dalle bische romane e arrivando a quelle di mezza europa.
Disse di aver accumulato velocemente cifre enormi e di averle anche perse poi con altrettanta professionale velocità.
All’epoca non diedi a quel racconto nemmeno il beneficio del dubbio, tale era il mio disinteresse per la cosa.
Avevo spesso a che fare con personaggi il cui unico scopo era quello di investire soldi con il massimo del profitto possibile e lui era uno di questi. Il mio lavoro consisteva nell’assecondarli e ascoltarli era una variante normale.
Non stavo certo a domandarmi in che modo fossero stati fatti o in quale maniera sarebbero stati spesi.

Malgrado il volto non somigliasse affatto a quello di un principe ereditario, non credo comunque che la sua potesse definirsi la vita di un pokerista di professione.

Tutti i giocatori di poker sviluppano col tempo la faccia da poker, un espressione fredda ed impassibile. Un volto povero di emozioni dal quale dipende una buona parte del successo di una partita.
Il suo era un volto trascurato, entrava in ufficio e lo faceva con l’imbarazzo di uno che ha appena pestato una cacca di cane.
Sembrava quasi intimorito di sporcare il pavimento. No, la sua non era sicuramente una faccia da poker.

Il nocciolo poi non è solo la “faccia da poker”, ma la sindrome che ne deriva e che colpisce il giocatore quando diventa professionista.
Si parte dall’abitudine a nascondere l’emozione, ci si abitua a cancellare ogni accenno di eccitazione, ogni sintomo di nervosismo e si finisce poi col calzarla sempre come un mocassino, in ogni occasione.

Un giocatore professionista assiste alla finale di Champions della propria squadra del cuore con la stessa espressione calma e compassata di chi nasconde una scala colore.

All’inizio la indossi di fronte al tuo avversario, poi per andare a fare la spesa, la porti al cinema, allo stadio, a cena fuori con la tua ragazza ed infine, senza farci nemmeno caso, non te la togli più di dosso.
Fin quando arriva quel giorno in cui ti guardi allo specchio e non sai più a chi stai facendo la barba.

La figura del giocatore di poker professionista è mitologica. Un format di altri tempi. Altre storie, altro poker.
I grandi campioni di oggi sono comunque tutti legati ad un business che si interfaccia al mondo del poker. Chi scrive libri, chi apre poker room, chi investe i soldi vinti in attività connesse, chi vende la propria professionalità o semplicemente la propria immagine. Quasi nessuno vive di poker giocato.

Caro Andrea. Facce da poker a parte, la vita di un giocatore professionista non è né migliore, né peggiore. E’ semplicemente diversa dalla mia.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: