Archive for dicembre 2016

Quelle che hanno sempre ragione 

24 dicembre 2016

Poi succede che te ne resti qualche secondo ad ascoltare il rumore che fa la ghiaia sotto le scarpe. Castel Sant’Angelo è illuminato. Lungotevere è una strada deserta. È bello affacciarsi e restare a guardare l’acqua del fiume saltare da una sponda all’altra. 

A me non piace più il natale. Non mi piace soprattutto perché mi ricorda che occorre riempire il tempo in qualche maniera, più o meno opportuna. Più o meno assurda. Scrivendo, ad esempio.
Con gli anni lo sguardo sulle cose che mi circondano si è fatto più attento. Il pensiero è diventato più personale, più penetrante. 

Credevo di sapere osservare. Oggi posso affermare di esserne quasi sicuro. Dico quasi perché in questo universo non si può essere certi di niente. Di cose ne sono accadute in questi tre anni. Alcune addirittura in queste ultime ore. 
Dovrei partorire un’opinione, ma è un processo alquanto elaborato e non so quanto al mondo interessi davvero il mio punto di vista. 

Allora facciamo così. Facciamo che ci sediamo sul muretto che costeggia l’isola Tiberina. Beviamo una birra. E aspettiamo l’alba raccontandoci vecchi aneddoti. Come fanno le persone di una certa età. Quelle più sagge. Quelle che hanno sempre ragione. Quelle sedute in piazza la sera, in quei villaggi sperduti che muoiono dietro le colline.

Forse è giusto così 

21 dicembre 2016

Quanto si può sapere di una persona a cui si vuole bene? Quanto ci si può sentire traditi scoprendo cose che non ci ha mai detto. Che ci ha addirittura negato con le parole. Con l’architettura delle espressioni più convincenti. 

E viceversa quanto ci sentiamo attaccati e invasi, quando una persona ci chiede cose che abbiamo difficoltà a rivelare? 

Dov’è il confine?  

La vita non risponde a tutte le domande. La vita pone in essere solo i devastanti quesiti. 

Perché siamo così morbosamente curiosi di sapere le cose? Cosa si nasconde dietro alle bugie?

Non lo so. Ma a sensazione mi verrebbe da scrivere che la preoccupazione è un’altra. Quando si chiede così insistentemente, così ambiguamente, così morbosamente qualcosa, non è delle altre persone che vogliamo sapere. Vogliamo sapere di noi. 

E dentro di noi che si apre il sipario del confronto. 

Chi mi vuole bene davvero? Chi mi sta usando e perché ? Chi stabilisce il limite oltre il quale non ci si deve andare? Cosa vuol dire coerenza? E a che serve saperlo? 

Nei ricordi di tutta una vita si celano le nostre battaglie più intime. Quelle combattute. Alcune perse disperatamente. Ma questo nessuno lo sa e forse è giusto così.

Non m’è dolce in questo mare

17 dicembre 2016

Il solito regalino, la solita cortesia di un personaggio. L’opportunismo. Quella prassi non solo romana che ormai fa parte della cronaca e del parlato. Personaggi votati o scelti da chi è stato votato, che si vendono per un niente. Dai pranzi a scrocco di Ignazio Marino. Alla parentopoli compulsiva di Gianni Alemanno. 

Ora Marra, Muraro e chissà quanti altri nel loro piccolo. In fondo ci vuole poco. Basta un permesso finto per parcheggiare nei posti riservati agli invalidi per essere parte del porcaio. Ma non sarebbe questo il punto. Qui non funziona nulla. Continua a non funzionare nulla. Le buche di Roma sono tutte al loro posto al punto che stanno studiando una app che le segnali al navigatore. 

E poi c’è tutto il resto. E il resto è l’immobilismo ciclopico di una giunta incapace anche di adempiere alla routine di tutti i giorni. È così che anche “fare un albero di Natale che rappresenti la voglia di rinascere di una città” diventa un’immenso specchio su cui arrampicarsi. Con o senza Marra. 

Si, ma io sono onesta! Qualcuno griderebbe. Ok! Tanto di cappello, ma sai guidarla la macchina? Sai dove sono le marce? O per essere più chiari. Lo sai leggere un bilancio? Perché se è vero che l’onestà dovrebbe essere una peculiarità immancabile in ogni cittadino, ancor di più se impegnato in politica, è anche vero che servono poi le capacità per farla la politica. 

Altrimenti potremmo dare il posto di primo cittadino a un bimbo qualsiasi dell’asilo, che in quanto a onestà e trasparenza merita di essere un titolare di cattedra.

“Io sono romano e a tempo perso sono italiano”, direbbe un dilettante Ciceruacchio. E come me altri romani si chiedono quanto il sindaco di Roma sia una persona capace. O quanto somigli a un burattino. Uno di quelli del teatrino, su al Gianicolo, dove mi portava mio padre da piccolo. 

Ieri ne parlavo col tassista che mi riportava a casa. Il sindaco di questa città continua a non rispondere con i fatti. Lo fa ogni tanto a parole e in modo discutibile. Sempre imbeccata dal suo partito. Probabilmente nemmeno la comunicazione è una delle sue caratteristiche migliori.

Ma che ci vuole a capire che il comune è un’azienda da risanare. E che serve qualcuno che a questo punto, in mancanza di qualità, tiri fuori almeno le palle. Oppure servono collaboratori e dirigenti capaci, che ne abbiano. 

Non si cambia tutto così. Non basta un voto e poi “andiamo a comandare”. C’è anche una classe dirigente da verificare. Vabbè, ma poi in fondo io che scrivo a fare. Non sono qualificato nemmeno a parlare d’amore. Figuriamoci farlo di politica. “E il naufragar – di certo non – m’è dolce in questo mare.”

Duemilasettantaquattro

14 dicembre 2016

Viviamo in media circa 76 anni. 

Sono 3950 settimane, e di queste 1415 le trascorriamo dormendo. Per 457 settimane in media lavoriamo, 35 le passiamo facendo lunghe file o guidando nel traffico, 20 a letto con influenza o indisposizioni varie, 14 discutendo per ragioni il più delle volte banali.

A conti fatti ne rimangono 2074 di cui circa 695 in condizione di età avanzata. 

Questo mi sembra un buon motivo per prendere decisioni veloci e vivere facendo, nei limiti del possibile, quello che più ci rende felici. 

Magari dedicando più tempo alle persone che ci fanno sentire meglio.

Le faccine dei social network 

13 dicembre 2016

Stanco. Lesionato nella capacità percettiva. Frustrato dalle interminabili attese. Da quel qualcosa che “forse arriva” e che poi “non arriva mai”. Insoddisfatto dell’incoerenza delle persone. Provato dall’eccessiva velocità di certi pensieri. Come si fa a calcolare la misura del buonsenso? 

È vero. Crescendo cambia la percezione del tempo. La vita ha cadenze più lente. C’è meno ritmo. E proprio quando ti aspetti il meglio, succede come nei palinsesti televisivi. Arriva la pubblicità. Allora cambi canale. Oppure ti alzi e decidi di fare altro.

Posso dire ? Che noia!

Forse ho bisogno di evidenze diverse. Di qualcosa di più clamoroso. Di meno problematico. Forse ho bisogno di più normalità. Di scintille. Di piccole delizie. Di persone che rispetto alle imponenti impalcature dei sogni trovino più interessante la normalità di una cena a lume di candela.

Non so dove possa portare questo discorso. Sono figlio unico di una logica che oggi può sembrare anche contorta. Di ragionamenti che hanno piantato radici profonde nella filosofia dell’uomo e nella fisica dei sentimenti. Rimangono alcune cose, però. 

Non mi serve rimanere in un hotel di montagna completamente solo per tutto l’inverno per guardarmi dentro. Per provare un’emozione diversa. Mi basta rivedere Shining. O fare due passi per i vicoli del centro.

Ho un crescente bisogno di riavvicinarmi a me stesso. Di tornare a ragionare in modo semplice e chiaro. Di riappropriarmi di tutti quei silenzi e tutti quegli sguardi necessari a capire le persone. Quelli che stanno cedendo il passo alle faccine dei social network.

Le azioni di ogni giorno 

8 dicembre 2016

Ogni tanto i personaggi delle mie favole me lo chiedono. “Ci racconti una realtà?”E io non so che dire. Ma loro insistono. E a quel punto comincio a scrivere. Cercando di fare la differenza.

In fondo amo tutto quello che fa la differenza. La cerco. La racconto. La uso come se si trattasse di uno specchio. E non uno di quelli a cui domandare le cose, ma un qualcosa di profondamente diverso. Un elemento nel quale guardarmi senza giudicarmi troppo. 

Serve una certa sensibilità per capire dove sta la differenza. Perché solo le differenze qualificano. Solo le differenze specificano l’identità. Ieri come oggi. Ora per allora.

Stanotte la pace è un’emozione orizzontale. E io vorrei trovare finalmente il coraggio di scoprirmi, di qualificarmi, di tollerarmi. Sento che a queste latitudini emotive potrei anche innamorarmi di me e perdonare i miei desideri.

Ogni desiderio in fondo è una forma sofisticata di dolore, causato da ciò che vorremmo e che invece non è. Perciò si può dire che ogni azione discenda dal dolore. Nessuna esclusa. Nemmeno sorridere.

Non è pessimismo leopardiano. È filosofia liberatoria. E c’è una differenza fondamentale. Quella che mi solleva dall’illusoria idea di compiere azioni solo perché le ritengo buone, o cattive. O perché ne condivido, o meno, gli ideali. 

È liberatorio compiere azioni per la necessità di compierle. E la necessità non è giusta, o sbagliata. È necessaria e basta.

Apro una lattina di pistacchi. Ne portò un paio alla bocca. Salatissimi. Poi cerco di ricollegarmi al nesso che lega le azioni. A ciò che le tiene insieme.

Ecco. Sto mettendo di raccontare l’universo intorno e sto iniziando a parlare di me. È il rischio che corre continuamente uno scrittore, o uno presunto tale.

Ho un’egocentrica disfunzione della vena comunicativa. Davvero. Forse sarà anche colpa dei social network se non riusciamo più a “non parlare” di noi. E io di me. 

Sento sempre più il bisogno di dire ciò che penso delle cose. Delle persone. Dei fatti che accadono nel mondo. 

Lo dico e spesso non me ne rendo nemmeno conto. Invece di osservare con stupore quel nesso che lega il dolore di una “mancanza”, a una conseguente azione. Siamo troppo impegnati a lavorare sulle conseguenze e mai sul perché.

Se solo riuscissimo a fare a meno delle nostre opinioni. A osservare con semplicità la frustrazione sottostante le azioni di ogni giorno. Quello potrebbe voler dire davvero aver finalmente trovato la famosa “differenza”.

“Mamma” è scritto in italiano.

6 dicembre 2016

Facciamo colazione presto. Sono le sette e mezza del mattino e a Manhattan il traffico è già un disastro. Dobbiamo risalire l’isola per qualche chilometro a piedi dal low east side e ci vuole almeno un’ora. 

Ho sottovaluto la mia voglia di camminare. Di solito stento sempre a farlo quando non si tratta di Roma. A ogni modo si arriva. È ground zero, il nuovo World Trade Center.

Il respiro di Nicoletta si perde in una nube umida e ghiacciata. Si guarda intorno. I suoi occhi accarezzano ogni singolo grattacielo. Ogni panchina. 

Quando le racconto il terrore il suo sguardo è un inverno infinito. Uno di quelli che non passa più. C’è una fontana che inghiotte acqua. Vi sono incisi i nomi di tutte le vittime dell’undici settembre. Su un albero spiccano dei fiori tenuti stretti da un nastro adesivo. Sono girasoli. C’è anche una foto. Una rosa bianca. Tante parole non scritte. 

All’ingresso del  museo è anche peggio. Si vede quel che rimane dei pilastri della torre due. Sono ancora in piedi. Lucidati e protetti da una teca. Ora il freddo nel cuore è più intenso. Il buio è sceso sui pensieri e ha preso per mano la stanchezza di ieri. La mia testa è infestata dalle incertezze di tutto quello he ho sentito e che è stato detto su quella tragedia. 

Ci fermiamo davanti alla fotografia di un uomo che si getta nel vuoto. È come se fosse davanti a me. Mi tende in qualche modo la mano. Non sarebbe né il primo, né l’ultimo a farlo. Poi indugio sulle pagine di un foglio scritto a mano. “I’ll never stop to think about you mamma” . “Mamma” è in italiano. Poi, sotto, un’altra pagina di quaderno riempita con una grafia chiaramente femminile. Delicata. 

Non leggo niente però. Guardo questo panorama davanti a me. Residui di un dolore scolpito su ferro e dimenticato nella nebbia. Un monumento al lutto di una città in mezzo alla vita che scorre frenetica. Che non ha mai smesso di scorrere. Tra gente che lavora. E decine di persone che invece lo cercano un lavoro. Una camera e un monolocale da abitare. Una esistenza da arredare. E che si offrono anche per servire ai tavoli. 

Persone che camminano veloci. Che mentre camminano guardano cellulari. Che si sfiorano distrattamente con altre persone, stringendo in mano quell’oggetto con cui ascoltano anche la musica. Con cui scattano le foto. Con cui comunicano con la persona che amano. Scrivono, prendono appunti e appuntamenti. Una scatola nera, nella scatola nera. E anche io eccomi qua, presente. Con la mia, per raccontare.

Come tutto il resto dello spazio e del tempo attorno a noi. Come quella profonda palude nella quale affondano i brutti ricordi. Come il cristallo di questi grattacieli che si contende il riflesso della luce con lo stesso metallo lucido dove è stato fissato.

Non ci sono luoghi giusti e tempi giusti per fare qualcosa che hai sempre desiderato fare. Tornare. Un viaggio è anche il suo contrario. 

Viviamo in un’epoca che con la scusa di recepire tutto in realtà non percepisce nulla. Le scelte. I desideri che portano a certe scelte. Le azioni che in qualche modo le hanno determinate. Tutto un mondo che non c’è piu. Stavolta scelgo di prendere la metropolitana. 

Nicoletta vuole vedere Van Gogh ed Eduard Munch. Sono esposti al Moma. Linea rossa. Almeno di questo stamattina posso affermare di essere certo.


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