“Mamma” è scritto in italiano.

Facciamo colazione presto. Sono le sette e mezza del mattino e a Manhattan il traffico è già un disastro. Dobbiamo risalire l’isola per qualche chilometro a piedi dal low east side e ci vuole almeno un’ora. 

Ho sottovaluto la mia voglia di camminare. Di solito stento sempre a farlo quando non si tratta di Roma. A ogni modo si arriva. È ground zero, il nuovo World Trade Center.

Il respiro di Nicoletta si perde in una nube umida e ghiacciata. Si guarda intorno. I suoi occhi accarezzano ogni singolo grattacielo. Ogni panchina. 

Quando le racconto il terrore il suo sguardo è un inverno infinito. Uno di quelli che non passa più. C’è una fontana che inghiotte acqua. Vi sono incisi i nomi di tutte le vittime dell’undici settembre. Su un albero spiccano dei fiori tenuti stretti da un nastro adesivo. Sono girasoli. C’è anche una foto. Una rosa bianca. Tante parole non scritte. 

All’ingresso del  museo è anche peggio. Si vede quel che rimane dei pilastri della torre due. Sono ancora in piedi. Lucidati e protetti da una teca. Ora il freddo nel cuore è più intenso. Il buio è sceso sui pensieri e ha preso per mano la stanchezza di ieri. La mia testa è infestata dalle incertezze di tutto quello he ho sentito e che è stato detto su quella tragedia. 

Ci fermiamo davanti alla fotografia di un uomo che si getta nel vuoto. È come se fosse davanti a me. Mi tende in qualche modo la mano. Non sarebbe né il primo, né l’ultimo a farlo. Poi indugio sulle pagine di un foglio scritto a mano. “I’ll never stop to think about you mamma” . “Mamma” è in italiano. Poi, sotto, un’altra pagina di quaderno riempita con una grafia chiaramente femminile. Delicata. 

Non leggo niente però. Guardo questo panorama davanti a me. Residui di un dolore scolpito su ferro e dimenticato nella nebbia. Un monumento al lutto di una città in mezzo alla vita che scorre frenetica. Che non ha mai smesso di scorrere. Tra gente che lavora. E decine di persone che invece lo cercano un lavoro. Una camera e un monolocale da abitare. Una esistenza da arredare. E che si offrono anche per servire ai tavoli. 

Persone che camminano veloci. Che mentre camminano guardano cellulari. Che si sfiorano distrattamente con altre persone, stringendo in mano quell’oggetto con cui ascoltano anche la musica. Con cui scattano le foto. Con cui comunicano con la persona che amano. Scrivono, prendono appunti e appuntamenti. Una scatola nera, nella scatola nera. E anche io eccomi qua, presente. Con la mia, per raccontare.

Come tutto il resto dello spazio e del tempo attorno a noi. Come quella profonda palude nella quale affondano i brutti ricordi. Come il cristallo di questi grattacieli che si contende il riflesso della luce con lo stesso metallo lucido dove è stato fissato.

Non ci sono luoghi giusti e tempi giusti per fare qualcosa che hai sempre desiderato fare. Tornare. Un viaggio è anche il suo contrario. 

Viviamo in un’epoca che con la scusa di recepire tutto in realtà non percepisce nulla. Le scelte. I desideri che portano a certe scelte. Le azioni che in qualche modo le hanno determinate. Tutto un mondo che non c’è piu. Stavolta scelgo di prendere la metropolitana. 

Nicoletta vuole vedere Van Gogh ed Eduard Munch. Sono esposti al Moma. Linea rossa. Almeno di questo stamattina posso affermare di essere certo.

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