Le azioni di ogni giorno 

Ogni tanto i personaggi delle mie favole me lo chiedono. “Ci racconti una realtà?”E io non so che dire. Ma loro insistono. E a quel punto comincio a scrivere. Cercando di fare la differenza.

In fondo amo tutto quello che fa la differenza. La cerco. La racconto. La uso come se si trattasse di uno specchio. E non uno di quelli a cui domandare le cose, ma un qualcosa di profondamente diverso. Un elemento nel quale guardarmi senza giudicarmi troppo. 

Serve una certa sensibilità per capire dove sta la differenza. Perché solo le differenze qualificano. Solo le differenze specificano l’identità. Ieri come oggi. Ora per allora.

Stanotte la pace è un’emozione orizzontale. E io vorrei trovare finalmente il coraggio di scoprirmi, di qualificarmi, di tollerarmi. Sento che a queste latitudini emotive potrei anche innamorarmi di me e perdonare i miei desideri.

Ogni desiderio in fondo è una forma sofisticata di dolore, causato da ciò che vorremmo e che invece non è. Perciò si può dire che ogni azione discenda dal dolore. Nessuna esclusa. Nemmeno sorridere.

Non è pessimismo leopardiano. È filosofia liberatoria. E c’è una differenza fondamentale. Quella che mi solleva dall’illusoria idea di compiere azioni solo perché le ritengo buone, o cattive. O perché ne condivido, o meno, gli ideali. 

È liberatorio compiere azioni per la necessità di compierle. E la necessità non è giusta, o sbagliata. È necessaria e basta.

Apro una lattina di pistacchi. Ne portò un paio alla bocca. Salatissimi. Poi cerco di ricollegarmi al nesso che lega le azioni. A ciò che le tiene insieme.

Ecco. Sto mettendo di raccontare l’universo intorno e sto iniziando a parlare di me. È il rischio che corre continuamente uno scrittore, o uno presunto tale.

Ho un’egocentrica disfunzione della vena comunicativa. Davvero. Forse sarà anche colpa dei social network se non riusciamo più a “non parlare” di noi. E io di me. 

Sento sempre più il bisogno di dire ciò che penso delle cose. Delle persone. Dei fatti che accadono nel mondo. 

Lo dico e spesso non me ne rendo nemmeno conto. Invece di osservare con stupore quel nesso che lega il dolore di una “mancanza”, a una conseguente azione. Siamo troppo impegnati a lavorare sulle conseguenze e mai sul perché.

Se solo riuscissimo a fare a meno delle nostre opinioni. A osservare con semplicità la frustrazione sottostante le azioni di ogni giorno. Quello potrebbe voler dire davvero aver finalmente trovato la famosa “differenza”.

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