Archive for febbraio 2016

Come da tutta una vita

28 febbraio 2016

Avete presente il rumore che fa la luce quando passa attraverso uno spiraglio di porta aperta? Nemmeno io. Eppure il fatto di non riuscire a percepirlo non vuol dire che non ci sia. Un rumore immaginario è come un amico immaginario. Non ti lascia nulla. Non è reale. E io sono moderatamente banale. Parsimoniosamente strano. Forse nella realtà che vivo preferisco far parte del paesaggio. Un paesaggio che se lo guardi da lontano ti sembra bellissimo e non fa rumore. Ma che non sei mai abbastanza vicino da sentirne i suoni. Da notarne i dettagli. Ecco. I difetti delle persone non li noti con il grandangolo, ma con lo zoom. Di solito basta un tempo tecnico. Quello che si impiega a inquadrarlo. Nessuna estrusione. Nessuna intrusione. Stanotte ho la testa che gira sedotta dall’alcol della notte scorsa. A questo livello non può nulla nemmeno l’aspirina più in gamba. Bisogna chiudere gli occhi e aspettare. E quando chiudo gli occhi i minuti diventano fogli di carta ripiegati più volte. Tutto intorno a me è così piatto e sottile. Non vuoto. Magari invisibile. Non ricordo quando ho scoperto che io invece non potevo riuscirci. A diventare invisibile intendo. Non ho le peculiarità di un demone sotto al letto. E nemmeno la pazienza di un supereroe del futuro. Il futuro poi è un tempo che non mi interessa. Tutto accartocciato intorno alle speranze, ai sogni, ai desideri e alle promesse degli altri. Un tempo che delude quando decide che è il momento di diventare presente. È tardissimo quando arrivo a casa. Mio padre sta accarezzando Maggie. Mi sorride. Ha le mani di un uomo che non mostra l’età che ha. Senza venature. Le sue dita giocano con il musetto. Stringono le zampette. Sfiorano delicatamente il pelo. Lei socchiude gli occhi. Si lascia fare di tutto. Sembra felice. Magari è solo stanca. Poi lui mi chiede subito di cose che mi riguardano. Mi domanda come sto. È incalzante. “Va tutto va bene?”. Mi rimprovera che non lo chiamo troppo spesso. La mia risposta è un cenno la testa accompagnato da un sorriso. Mi chiedo invece cosa occorra per essere davvero felice. Magari solo essere dannatamente stanco. E avere un letto comodo e spazioso dove abbandonarsi. Lui mi ha già letto la domanda negli occhi. Ma non parla. Forse ha letto anche la risposta. Guarda fuori della finestra un altro paesaggio buio. Dalla cucina intanto arriva un odore di carciofi che colora i pensieri. La cose scorrono, come scorre il traffico lungo il raccordo anulare alle tre di notte. Coi fari accesi. Come tutte le notti. Come da tutta una vita.

  

Vatti a fidare dei gabbiani 

26 febbraio 2016

Oggi evito di farmi la barba. Forse per pigrizia. Forse perché è il modo più veloce che conosco per dimagrire un po’. Stamattina la caffeina nelle cialde sembra avere la consistenza di un allegro fantasma. Di notte ho camminato. Ho arrancato pagine del mio prossimo libro. Ho giocato con l’altalena dei respiri. Ho legato pensieri e concetti uno all’altro. Senza torturarli troppo. Poi è cominciato a piovere.
Non scappo dalle cose che ho paura succedano, questo no. Ma nemmeno gli corro incontro gridando come si fa con l’orso. Piuttosto attendo. Rifletto. Spero. Cerco di capire se esiste ancora la possibilità di coniugare altri verbi. Cose come ascoltare, osservare, cogliere, notare, capire, sorridere. Non che ci sia tutto questo spazio nella mia testa. Solo qualche attimo stipato qua e là. Un desiderio a cui dare un nome. Un nome che poi si appoggia alla lingua. Mentre le labbra gli si articolano intorno e il respiro si concentra sulle tre sillabe da scandire. Quelle che lo compongono. Esiste una fessura nella mia mente dalla quale entra sempre un po’ di luce. E quando questo succede le parole tentennano un attimo. Sperano forse di avere ancora una possibilità di rientrare. Questo è il momento in cui un uomo dovrebbe avere paura. Paura di dire. Paura di fare. Anche di pensare. Ma alla fine la paura passa. E allora? Allora io scrivo. Scrivo e i pensieri prendono forma. Il tempo li prende per mano. È così che le frasi se ne vanno in giro. E io posso soltanto guardarle inebetito. Come adesso. Non mi schiero mai contro il tempo. È una battaglia persa.
Tu eri il posto migliore da dove godersi la vita. Il mio significato. Quel qualcosa che dava un senso anche alle parole più banali. Eri la mia platea. È un ossimoro. Avere così tanto tempo. E così pochi attimi. Quindi? Quindi niente. Distrattamente vado. Inconsciamente torno. Poi riparto. Scappo. Alla fine resto. Come un dilettante Melville alla ricerca di un cuore che somiglia sempre di più alla sua balena bianca. Sento che dovrei bere dell’acqua. Mi concederò invece una coca zero. Che fa male, ma con trasparente sincerità. Le luci del vicolo sono ancora tutte accese. E i gabbiani dicono che oggi non pioverà. Nemmeno un po’. Vatti a fidare dei gabbiani.

  

Per sempre mai

25 febbraio 2016

Una volta siamo entrati al supermercato insieme io e Niki. Qualche minuto e poi come nelle migliori tradizioni ci siamo persi di vista. Mentre stavo scegliendo delle albicocche mi ha chiamato al cellulare. “Sto alla frutta” le ho risposto. Ho storto un po’ la bocca. Ho lasciato le albicocche e mi è volato davanti il film della mia vita. Non che ci sia una morale in tutto questo. Bisognerebbe solo recuperare un po’ di serenità. Che non vuol dire per forza ascoltarsi o frequentarsi, ma semplicemente accettare le cose. Perdersi, senza perdersi veramente. Non credo tu mi veda davvero come il mostro che ogni tanto hai descritto. Come non credo di poter essere una variabile soltanto positiva, anche nella mia versione migliore. Quella che comunque ha sempre mostrato una continua necessità di conferme. Però era così bello farti sorridere. Mi sono sbattuto e battuto spesso nella mia vita per quello che ritenevo importante. Tu lo sei stata più di ogni altra cosa. Ma le mie modalità, il più delle volte sbagliate, hanno generato conseguenze antipatiche. Non so quanto considerarla un pregio tutta questa illogica ostinazione. Direi che non lo è. Almeno negli affetti. Ed è stata probabilmente questa la mia responsabilità più grande. Il non rendermi mai conto della realtà. Sottostimare. Non accettare che potessi perdere quel valore che a un certo punto avevo considerato unico e raro. Avere paura del tempo che passava. Delle cose che non cambiavano. Ecco perché alla fine rimangono solo i mille errori commessi. Il mio sbattere ripetutamente il naso contro una vetrina, ignorando che a pochi metri ci fosse l’ingresso del negozio. Tutte quelle impronte sul vetro purtroppo non posso cancellarle con una passata di straccio. Magari il tempo le renderà meno evidenti lasciando spazio a qualche ricordo più sereno.
Le emozioni che mi hai fatto provare sono state tante e davvero forti. Scosse di terremoto seguite da infinite scosse di assestamento. Non mi era mai accaduto prima. Sinceramente non mi aspettavo nemmeno che potesse succedere. Ma è stato comunque un privilegio far parte della tua vita, anche se per un tratto così breve e in certi punti un po’ dissestato.
Oggi il cuore è finalmente libero di finire in pezzi. Forse in più pezzi di quanti servano a comporre un cuore. Ma posso accettarlo. Non mi sono mai sentito un uomo di poche parole, altrimenti sarebbe anche più facile. Frank Sinatra e Bertrand Russell concorderebbero con me che essere taciturni a volte paga. Ma la tecnologia e i social network non aiutano le persone sensibili. È un evo difficile per noi romantici. L’ignoranza forse sarebbe l’unica benedizione, perché a pensare si fatica tanto e si sbaglia troppo.
E io penso, penso, penso. A volte in condizioni in cui pensare non è nemmeno possibile. È pensando che mi sono sempre allontanato da te e da ogni possibile felicità almeno un miliardo di volte. Per riavvicinarmi poi in punta di dita. Ora non credo accadrà più. Anche se pensarti è stato ogni volta più bello e più dirompente. Magari eccessivo, ma comunque mai ovvio. Forse è una questione di alchimie. Forse è quella frazione di secondo che segue una parola giusta. Una corsa in un posto azzeccato. In luogo che non sai e che ti viene in mente solo correndo, mentre vai più veloce. Lo sai? Non ho mai trovato un partner giusto per il calzino. Credo ascolterò un po’ di musica ora. Anche se ho delle cuffiette vecchie che non garantiscono il volume giusto. Difficile coprire l’eco nella testa. Ho adorato i tuoi sorrisi. Il resto è stato come prendere una fetta biscottata con due dita per non sporcarsi. Ma vederla scivolare dalla mano per cadere dalla parte del dorso e non della Nutella. Restare un istante soddisfatto nel trovarla intatta, e poi accorgersi di averla comunque persa. Per sempre mai.

  

Il settimo giorno

23 febbraio 2016

Forse il settimo giorno Dio creò il carciofo alla Romana, il Brunello di Montalcino e un divano. Per questo poi ha dimenticato di creare tutto il resto. Apro gli occhi. Adesso posso esistere. Ho trascorso una notte a confondere l’utile col necessario. La serenità con la rassegnazione. La speranza con l’illusione. In fondo il sonno non è altro che una dimensione diversa. Necessaria. Nessuna parola. Niente numeri. Solo un universo fatto di immagini sbiadite che scorrono. Mentre fuori la realtà muore. Stamattina gioco con le dita a rincorrere pensieri, eppure quello che vorrei dire non riesco ancora a scriverlo. Raccontarmi esorcizza la solitudine. Si va bene, però ci vorrebbe un altro caffè. La mattina ho poco da dire e parecchio da descrivere. Non mi piace abitare nei ricordi degli altri. Preferisco rimanere in silenzio. Aspettare qualcosa. E non so neanche cosa, ma non fa niente. Aspetto lo stesso. In fondo non c’è molta differenza tra convincersi che qualcosa stia per accadere, e assistere a qualcosa che sta finalmente accadendo.

  

Potrebbe piovere

22 febbraio 2016

Ultimamente vivo un po’ alla sinfasò. Come tutti quei romantici che credono che la vita sia molto simile alla letteratura. Stamattina ho ordinato un caffè. Il bar é piccolo. Rumoroso. Non c’è un solo dettaglio memorabile. La gente mi guarda. Si parla. Sono tutti oggetti celesti lontani in un cielo troppo grande da raccontare. E io? Io sono la cometa di Ison. Un intruso che non è sopravvissuto al suo incontro col sole. C’é un vaso sul bancone. Qualche metro più in là, vicino alla cassa. I fiori finti che sono all’interno somigliano molto alla solitudine. Ultimamente le cose che mi piacciono invece profumano, sorridono, o hanno le ali. Non è mai una questione se essere, o non essere felici. Ma se essere, o non essere visibili. Per questo faccio a meno dello zucchero. Per questo impiego meno di due secondi per bere. Per risparmiare il tempo di mezzo. Quello in cui un uomo al bar scrive una cosa veloce. Quello in cui da qualche parte nel mondo una donna si sta asciugando i capelli. Quello in cui le cose che vorresti, comunque, non succedono mai. Ho scritto una lettera senza destinatario su un foglio elettronico come fosse una tovaglia di carta. Chissà se riesco anche a piegarlo e farci una barchetta. In fondo nutro una profonda passione per le parole. Perché le parole ti disintegrano il cuore, se vogliono. E poi lo ricreano dal nulla.
La giornata è iniziata da poco è il cielo ha già cambiato due volte colore. “Potrebbe essere peggio. Potrebbe piovere!“, direbbe un dilettante Marty Feldman. E poi magari succede davvero.

  

Continuum

21 febbraio 2016

Si apre la porta. Mi aspetta un frate certosino. Mi invita a rispettare la regola del silenzio. Mi guarda in faccia. Mi studia. Entra in contatto diretto con me. E da questa mia assurda realtà io osservo le identità nascoste di un altro universo dipinto a olio. Un teschio. Una croce. Una clessidra. Un rosario. Una candela appena spenta e delle piume d’oca. Un cilicio. Degli occhiali e dei libri. Pane e verdure per un pasto. Una cesta con la legna. Intanto un gatto dipinto occupa il mio stesso spazio. Guarda dall’interno ciò che io sto guardando dall’esterno. La vita non è altro che un continuum temporale tra illusione e realtà. E il tempo scorre lento mentre un biglietto recita: “Erudi filium tuum et refrigerabit te et dabit delicias animae tuae”
Proverb. XXIX. 17.
“Correggi il figlio e ti farà contento e ti procurerà consolazioni.”
Proverbi 29:17

  

Smettere

21 febbraio 2016

Amare e farsi amare è complicato. Ma diventa addirittura impossibile quando hai un brutto carattere. Quando gli anni ti pesano sulle spalle. Quando la paura di perdere ciò che ami supera di gran lunga la gioia stessa che si prova amando. Stanotte non ci sono fontane da osservare. Nessun vicolo nascosto da passeggiare. E nemmeno un riflesso di luna da guardare incantato. Niente gatti assonnati dietro le nicchie dei portoni. Solo un freddo leggero che accompagna il rumore dei passi. E tanta, troppa malinconia. Se mi guardo indietro mi sento come un personaggio senza storia. Eppure la gente passa e non si accorge di nulla. È una sensazione strana. Smettere di essere felice prima ancora di avere incominciato.

 

Il nulla più profondo 

17 febbraio 2016

Credo di non essere mai riuscito a costruire una barchetta di carta. Ma ne ho viste di bellissime. Solcare pozzanghere. E inevitabilmente poi affondare. Forse è perché me la cavo meglio con i castelli in aria. Con quelli si che mi diverto. Ci infilo dentro una principessa. Gioco a difenderla dal drago di turno. Ed è sempre una favola. La mia favola. Magari non all’altezza di Biancaneve. Non emozionante come Cappuccetto Rosso. Ma sicuramente più credibile di Cenerentola. C’era una volta un principe ipovedente che ci ballò tutta la notte e non la riconobbe guardandola negli occhi. Ma solo infilandole una scarpa. Quanto inutile spreco di fantasia. In realtà l’unica cosa che ti insegnano le favole è che nessuno la desidera una storia semplice. A nessuno interessa davvero una vita tranquilla e rilassata. Forse perché somiglia troppo alla morte. Sorrido.
Stamattina me ne resterei così. Abbandonato tra le lenzuola. Ad osservare la regolarità delle travi in legno. Distratto. Confuso. Smarrito alle pendici del mio ultimo sogno. Con il tuo pensiero che continua a illuminarmi la mente e l’ombra di tutti i miei ricordi più belli che si allunga all’infinito. Meravigliosamente persa tra l’odore del caffè sul fuoco e le pieghe del mio nulla più profondo.

  

Irrinunciabili fantasie 

11 febbraio 2016

È vero. Rido e scherzo facendo l’amore. E il piacere lo misuro con la qualità dei sorrisi. Con la direzione degli sguardi. Con la profondità di certi pensieri notturni. Parole che alla luce del giorno non si possono nemmeno immaginare. Irrinunciabili fantasie che si svegliano sempre un po’ prima di me.

  

Il momento esatto

3 febbraio 2016

Esistono cose per le quali provo qualcosa che oltrepassa il mero interesse. Esistono cose per le quali provo vera passione. Scrivere è una di quelle. E non scrivere a caso. Ma scrivere a qualcuno. Scrivere di quello che vedo. Scrivere di ciò che spero, o di quello che sogno. Perché ogni immagine quando mi attraversa gli occhi rende le parole più preziose. E alla fine riesco a scrivere quello che sento, nel momento esatto in cui lo sento.


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