Come da tutta una vita

Avete presente il rumore che fa la luce quando passa attraverso uno spiraglio di porta aperta? Nemmeno io. Eppure il fatto di non riuscire a percepirlo non vuol dire che non ci sia. Un rumore immaginario è come un amico immaginario. Non ti lascia nulla. Non è reale. E io sono moderatamente banale. Parsimoniosamente strano. Forse nella realtà che vivo preferisco far parte del paesaggio. Un paesaggio che se lo guardi da lontano ti sembra bellissimo e non fa rumore. Ma che non sei mai abbastanza vicino da sentirne i suoni. Da notarne i dettagli. Ecco. I difetti delle persone non li noti con il grandangolo, ma con lo zoom. Di solito basta un tempo tecnico. Quello che si impiega a inquadrarlo. Nessuna estrusione. Nessuna intrusione. Stanotte ho la testa che gira sedotta dall’alcol della notte scorsa. A questo livello non può nulla nemmeno l’aspirina più in gamba. Bisogna chiudere gli occhi e aspettare. E quando chiudo gli occhi i minuti diventano fogli di carta ripiegati più volte. Tutto intorno a me è così piatto e sottile. Non vuoto. Magari invisibile. Non ricordo quando ho scoperto che io invece non potevo riuscirci. A diventare invisibile intendo. Non ho le peculiarità di un demone sotto al letto. E nemmeno la pazienza di un supereroe del futuro. Il futuro poi è un tempo che non mi interessa. Tutto accartocciato intorno alle speranze, ai sogni, ai desideri e alle promesse degli altri. Un tempo che delude quando decide che è il momento di diventare presente. È tardissimo quando arrivo a casa. Mio padre sta accarezzando Maggie. Mi sorride. Ha le mani di un uomo che non mostra l’età che ha. Senza venature. Le sue dita giocano con il musetto. Stringono le zampette. Sfiorano delicatamente il pelo. Lei socchiude gli occhi. Si lascia fare di tutto. Sembra felice. Magari è solo stanca. Poi lui mi chiede subito di cose che mi riguardano. Mi domanda come sto. È incalzante. “Va tutto va bene?”. Mi rimprovera che non lo chiamo troppo spesso. La mia risposta è un cenno la testa accompagnato da un sorriso. Mi chiedo invece cosa occorra per essere davvero felice. Magari solo essere dannatamente stanco. E avere un letto comodo e spazioso dove abbandonarsi. Lui mi ha già letto la domanda negli occhi. Ma non parla. Forse ha letto anche la risposta. Guarda fuori della finestra un altro paesaggio buio. Dalla cucina intanto arriva un odore di carciofi che colora i pensieri. La cose scorrono, come scorre il traffico lungo il raccordo anulare alle tre di notte. Coi fari accesi. Come tutte le notti. Come da tutta una vita.

  

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