Imperfetti conosciuti

Qualche giorno fa mi è capitato di uscire da uno storico cinema di Roma per la seconda volta. Stessa sala. Stesso film. Compagnia diversa. Eppure stessi pensieri. Stesse domande. È un bene cercare di sapere sempre tutto? È giusto studiare a fondo chi ci sta vicino? E la libertà di sapere ci rende anche più liberi? Oppure la gestione della realtà che ancora non conosciamo, in qualche modo, contribuisce a distruggerci?  

Ci sono cose che credo di conoscere senza sentire bisogno di ritornarci sopra. A scuola mi hanno insegnato per esempio che “soqquadro” è l’unica parola del dizionario che si scrive con due “q”. Perfetto. Ma poi ho anche scoperto che non è davvero così. D’accordo, l’esempio è banale. Ma è sempre giusto dare per scontato qualcosa? Fidarsi? Credere? Oppure è meglio diffidare? Verificare? Appurare? E vale sempre la pena pagarlo? Il prezzo della verità, intendo. Anche se può costarci la serenità sul lavoro. Logorare rapporti umani. Affetti. Amicizie. O magari un sentimento ancora più forte. Quante realtà esistono? Quante ne viviamo? E soprattutto quante siamo disposti a condividerne?

Non so per quale motivo stanotte mi siano tornati in mente i ragazzi di via Benucci. Quel periodo della mia vita trascorso a prendere a calci un pallone dietro la chiesa. Le tante speranze. I tanti sorrisi. E tutti quei verbi coniugati soltanto al futuro. Discorsi squisitamente semplici e talmente edificanti, che quasi mi veniva voglia di crederci. Era comunque appagante restarsene appoggiati a quel muretto in cortina del baretto di Villa Bonelli. Anche se ogni tanto l’intonaco si sgretolava e qualche pezzo finiva sul marciapiede. Insieme all’orgoglio di chi l’aveva vissuto e frequentato. 

Ne ho ancora tante di immagini di quel periodo. E non esisteva un cellulare dove archiviarle tutte. Per mandare a quel paese una persona non c’era la tastiera di un cellulare. Dovevi scendere al bar col pretesto di andare a comprare il latte e sperare di trovare il destinatario dei tuoi pensieri lì. Seduto sul nostro muretto. E quanto latte ho comprato! Quanti discorsi. Quanti litigi. Quanta benedetta trasparenza. Troppa. Quello che si cercava di conquistare lo avevamo dentro la testa. I pensieri. I pareri. Gli occhi erano la nostra penisola della Kamčatka interiore. Un posto dal quale osservare il mondo e muovere guerra all’Alaska. 

Oggi invece eccoci qua. Incapaci di guardarci negli occhi. Senza essere in grado di stare da una parte, o dall’altra, di una barricata fatta di incomunicabilità. Forse condannati a essere noi stessi quella barricata. Schiavi delle nostre piccole scatole nere. Ingenue memorie elettroniche che raccolgono tutta la vita possibile. Quella pubblica. Quella privata. Ma anche e soprattutto quella segreta.
Gabriel Garcia Marquez concorderebbe con me che cambiando il modo di comunicare abbiamo cambiato noi stessi. Ma non siamo interessati a ciò che siamo diventati. No. Ci interessano più le vite degli altri. Di chi non conosciamo. Di chi ci sta vicino. Di tutti.  

Un tempo esisteva anche il verbo derivato da soqquadro. “Soqquadrare”. Ormai desueto e dimenticato. Ho scoperto però anche un’altra parola che presenta la doppia q. “Biqquadro”, una variante di bequadro, ovvero “segno del sistema moderno di notazione musicale, la cui funzione è di annullare l’effetto del bemolle e del diesis”. 

Si è proprio vero. Continuare a non saperlo non mi avrebbe cambiato la vita.

  

2 Risposte to “Imperfetti conosciuti”

  1. fede63 Says:

    di realtà ne esistono tante certamente, ma di verità ne esiste sempre una sola ed a proposito del sapere o non sapere, se convenga o meno, Eraclito diceva: “non troverai mai la Verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspettavi”. bravo

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