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Il bluff tra coraggio e finzione

7 giugno 2011


Una delle battute che mi è rimasta più impressa leggendo i racconti di sir Arthur Conan Doyle, è questa citazione di Sherlock Holmes tratta dal romanzo Il Segno dei Quattro: “Dopo aver eliminato l’impossibile, ciò che resta, per improbabile che sia, deve essere la verità”. Nei tornei di Texas Hold’em la verità è un privilegio riservato solo a pochi fortunati giocatori, coloro che arrivano al tavolo finale a contendersi i premi più grandi e che sono riusciti ad imporre le loro personali verità anche ricorrendo al “bluff”.

Sappiamo come nel poker, ma più in generale anche nella vita, spesso si viva di continue letture ed interpretazioni. Un buon giocatore deve essere in grado di leggere e interpretare alla maniera del miglior caratterista ogni situazione possibile, anche ricorrendo all’uso della finzione bluffando, e bluffare vuol dire compiere un’azione dove l’interprete assume più importanza della bugia che si vuole rappresentare.

Servono un innato opportunismo, una maturata esperienza e in molti casi anche il sangue freddo di un chirurgo. Occorre sapersi mimetizzare tra gli acuti del gioco e al momento giusto uscire allo scoperto per sembrare quello che nella realtà non si è.

Personalmente adoro questa peculiarità del poker live e, nella mia lettura del Texas Hold’em come aforisma della vita, è davvero un piacere ritrovarmi a parlarne oggi.

Tutti recitiamo quotidianamente copioni che adattiamo a situazioni di vita reale. C’è chi mente per necessità, chi per non ferire le persone a cui vuole bene e chi per rimandare semplicemente la verità. Chi lo fa per apparire migliore di quello che è, chi per paura, per narcisismo o semplice egoismo, e chi magari per il banale gusto di farlo e basta. C’è inoltre una categoria di persone che non mente, ma ommette di dire la verità e chi, come abbiamo visto, lo fa con il fine di ottenere il massimo da una mano di poker.

Mi riservo di parlare più a fondo della bugia, magari in un mio prossimo articolo. Per ora mi limiterò a dire che, tra le bugie, la più pericolosa è quando si mente a se stessi, perché si può anche finire col credere alle proprie bugie. Ma torniamo a noi.

Bugia, finzione, inganno. In fondo la parola “poker” non deriva altro che dal francese “pocher” che significa “bollire a fuoco lento”, “ingannare”, o come si potrebbe scherzosamente dire usando il gergo pokeristico di oggi, “fare al sugo”. Ecco che tutto si riduce quindi a una mera attuazione di strategie con la finalità di confondere i propri avversari.

La didattica non basta e se non sappiamo giocare una mano in bluff o recitare la parte del più forte per costringere il nostro avversario a mollare la presa, siamo senza ombra dei dubbio dei giocatori incompleti. Inoltre occorre essere bravi anche a ostentare una innaturale debolezza quando, al contrario, sappiamo di avere la mano migliore, quello che nel poker viene chiamato “bluff passivo” o “slow play”.

Uno degli errori che molti dilettanti fanno al tavolo è quello di considerare il bluff solo il “puntare forte” quando non si hanno in mano due carte che abbiano, in qualche modo, legato con il board. In questo caso tutto diventa frutto di improvvisazione e non si può parlare di bluff, ma di una finzione attuata proprio contro se stessi, un’azione che di solito è in grado di convincere solo noi. Occorre invece fare leva sulle debolezze dei propri avversari ed è per questo che “osservare” assume, soprattutto in questo caso, una rilevanza importantissima. Il tavolo verde si trasforma nel nostro palcoscenico e sta a noi scegliere “quando”, “come” e “con chi”.

Lo stesso bluff, la stessa bugia, non porteranno mai a un risultato costante e le conseguenze varieranno sempre da giocatore a giocatore. Ecco perché bisogna sapere bene contro chi si sta forzando la mano. E anche se spesso è proprio contro i più bravi che il bluff riesce meglio, io suggerisco di focalizzare l’attenzione verso quei personaggi che al tavolo assumono un assetto conservativo o coloro i quali, invece, si dimostrano particolarmente timorosi nell’azione.

E quando invece sono gli altri a bluffare? Sebbene anche in questo caso contino molto l’osservazione del comportamento dei giocatori, gli umori al tavolo e la nostra capacità di una riflessione immediata su tutte le combinazioni e le probabilità possibili, tornerei a una attenta rilettura di quanto contenuto nell’aforisma di Arthur Conan Doyle. A volte escludendo tutte le possibilità, l’improbabile potrebbe essere l’unica cosa attendibile.

Posso dire di aver imparato a giocare a Texas Hold’em proprio imparando anche a subire alcuni bluff ben architettati dei miei avversari. In certi casi sento spesso dire “ho chiamato seguendo l’istinto, le mie sensazioni”, ma in determinate fasi del torneo è davvero meglio non tenere conto di quelle sensazioni e affidarsi piuttosto all’esperienza e al buonsenso, foldando. Le sensazioni uccidono i pensieri, compromettono il ragionamento, minano la logica delle nostre scelte ed espongono a figure da stupidi.

Non esiste niente di peggio che fare al tavolo la figura del perfetto idiota, sebbene a volte anche passare da perfetti idioti nelle fasi iniziali può aiutare nel proseguimento di un torneo, magari all’estero.

Nel 2009 chiusi il Day1 del Main event alle WSOP ai primissimi posti del chipcount. Lo feci giocando da perfetto idiota per un livello intero e ottenendo il massimo dai miei avversari nei restanti 3 livelli della giornata. Un mix di tattica e finzione, perché si può bluffare anche convincendo il tavolo di essere quel giocatore che in realtà non si è, senza limitarsi a farlo nella singola mano o contro un giocatore.

Chiudo citando ancora Conan Doyle. “Rifiutarsi di riconoscere un pericolo quando ci pende sulla testa è da stupidi, non da coraggiosi.” (da L’ultima avventura, ne “Le memorie di Sherlock Holmes”)

Ciò che le carte non dicono.. Chi sono io?

11 febbraio 2010

Chi sono io?
Dimmi…
Chi sono io?
Con questa mia assurda maschera.
Un manichino da spogliare e rivestire come vuoi.
Il deserto immenso dentro al cuore mi ha insegnato solo a fingere.
Non c’è via d’uscita. È un grande gioco che non cambia mai.
Cos’è il domani senza la tua identità?Perché fuggire se non ho sbagliato mai?
Vincere o cadere. Non c’è altro. Tutto il resto sembra inutile.
La mia differenza è una condanna in questa vita che chiamiamo realtà.
Guardo il mio scorrere lento tra le rughe del tempo privo di felicità

Senti, senti, senti la notte. È anche dentro le vene e in fondo all’anima.

Chi sono io?
Chi sono io?
e soprattutto cosa vuoi che sia?
Sono un pagliaccio, un santo, o un simpatico Pierrot?
Con indifferenza rido, piango, mi trasformo. Mi basta un attimo.
Basta un’altra maschera e una cravatta per nascondere la mia verità

Sogno una gita sul mare
e mia madre cantava soltanto per me
Sento quel azzurro infinito
quello stare tra braccia che capivo solo io.
Grido a quell’uomo allo specchio: ”
sei un riflesso distorto, tu sei l’assurdità”
Vinco e perdo. Io mi ritrovo indifeso
stretto tra la mia faccia e la sua immagine

Senti, senti, senti la notte è anche dentro le vene e non c’è luce in fondo.


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