Archive for giugno 2018

Scrivere e soprattutto sognare

30 giugno 2018

Il freddo. Avete presente quella scossa leggera che ne precede la percezione? Qualcosa di molto simile alle conseguenze generate dalle dita di una bella donna che ti sfiorano, in un momento in cui non ti saresti mai aspettato quelle carezze. Un gesto spietatamente proibito che ridisegna i confini di ogni pensiero.

“Avvicinati!” Le avrebbe voluto chiedere Jep. Ma Alice non sembrava aver dimenticato. “Non ci penso affatto!” Gli avrebbe sicuramente risposto. E lo avrebbe detto guardandolo negli occhi. In piedi. A pochi metri da una di quelle incantevoli fontane del centro. Osservando i vicoli di Roma come se ne fosse stata da sempre l’unica padrona.

Ci sono sere in cui ricordo ancora quelle parole mai pronunciate. “Non ci penso affatto! Fattene una ragione.”

E così mi appoggio da qualche parte. Innocuo come un arco senza frecce. Tanto più che nemmeno lo saprei usare un arco. Freccia, o non freccia.

Ieri sera il tramonto era incantevole come le donne che non ho ancora desiderato. Magari un giorno riuscirò a convincere l’estate a diventare inverno.

Baratterò la luna con la luce leggera di un’alba. Poi la trasformerò in un nuovo giorno. Insomma, mi darò da fare nel fare quello che meglio so fare. Scrivere e soprattutto sognare.

Con la coscienza sporca di uno scrittore maledetto. Uno di quelli che sarebbero capaci anche a narrarlo un lieto fine. Ma che invece “non c’è mai una stazione dei carabinieri dietro la casetta di marzapane”.

Perdersi

27 giugno 2018

Solo chi ha vissuto la meraviglia di conoscersi può affrontare il “privilegio” di perdersi.

Perdersi per cogliere in pieno la maestosa nullità di ciò che saremmo stati senza mai incontrarci.

Perdersi per carpire che non possiamo più appartenere. Perdersi per renderci conto che forse nulla ci è mai appartenuto davvero.

Anche se qualche volta lo abbiamo pensato. Sperato forse. Mentre gli istanti migliori passavano e gli attimi via via si esaurivano.

Poi una mattina la realtà di un tempo piccolo ci ha separato e ci ha trasportato avanti nel tempo. In modo arbitrario e semplice, ma allo stesso modo incomprensibile.

Incredibile come un istante possa essere niente, oppure tutto per qualcuno di noi. E c’è chi a tratti non riesce nemmeno a immaginarne la fine.

La vita è un viaggio dove si indovina la rotta a fatica. Ecco perché tra viaggiatori ci si incontra. Ecco perché ogni tanto ci si aiuta. Ecco perché molto spesso ci si perde.

Fino a consumare tutto

17 giugno 2018

È impossibile guardare il sole, se non attraverso un vetro opaco. Questo a meno che non si tratti di un’alba, oppure di un tramonto. Quando l’intensità della luce percepita è appena all’inizio, oppure quando non ne rimane quasi più.

La nascita e la fine di ogni cosa sono da sempre alla base del romanticismo più puro. Che si tratti di un progetto, del primo e dell’ultimo sorso di birra gelata, oppure di una relazione.

Per scovare il romanticismo di tutto quello che sta nel mezzo invece ci vogliono i filtri. Quelli che scegliamo noi. Quelli che si ricorda soltanto ciò che fa più comodo ricordare.

Anche stasera il sole aveva un’aria squisitamente passeggera. Veniva quasi voglia di ignorarne i raggi.

Così mi sono nascosto in uno spritz, giusto dietro la scorza d’arancia e ho atteso pazientemente che tutto finisse.

Quando è arrivato non mi ha nemmeno calcolato. È passato oltre spostando le ombre delle cose un po’ a caso.

Ho sorseggiato. Poi ho giocato con la lingua a girare i cubetti di ghiaccio. Con un rumore meno importante di quello che avrebbe prodotto il whisky di un Bukowski qualsiasi.

Eppure alcune cosa da chiedere al sole le ho ancora, domande che non ho mai trovato il coraggio di fare.

Per esempio, dove è finita Alice?

Con quali demoni ha fatto l’amore?

Con quante perplessità sta patteggiando per i suoi pensieri?

Adesso non c’è più ghiaccio nel mio bicchiere. L’ultimo sorso è andato. Sulle pareti di vetro si è formata una sottile scia trasparente. Quella che se ci guardi attraverso deforma tutto, anche la realtà.

Ed è in questo preciso istante che posso finalmente fare ciò che desideravo. Abbandonarmi qualche minuto allo schienale di una sedia.

Poggiare maleducatamente i piedi sul tavolino. Chiudere gli occhi e scavalcare un immaginario recinto, insieme a qualche pecora distratta.

In questo altrove a tempo determinato il sole non brucia più. Il ginocchio destro tiene. Anche le mie convinzioni sembrano solide. E io ne approfitto per correre su e giù sul bagnasciuga come 20 anni fa.

Solo.

Disinnescando ricordi.

Ai margini di una spiaggia vuota.

Fino a consumare tutto. Anche l’ultima luce del giorno.

Tutto il bello che deve ancora arrivare

7 giugno 2018

È vero. Ho speso tutto in viaggi, parole, brutti pensieri e regole da trasgredire.

Ho lasciato giusto gli spiccioli per la colazione e un litro di prosecco con le bollicine.

Mi sono lasciato ferire ogni volta che qualcuno sentiva il bisogno di farlo.

Ho barcollato. Ho sorriso. Sono caduto. Mi sono rialzato e poi subito lasciato ricadere in terra, per abbracciare lo spigolo successivo.

Ho smesso di spiegare. Ho smesso anche di piangere. Di desiderare. Di raccontare.

Ho smesso di essere ironico e ho lasciato il posto al sarcasmo dei miei personaggi.

Mi sono piegato ogni tanto a stringere mani pensando chiedessero aiuto.

Ma erano mani che volevano soltanto tirarmi giù con loro. Nel baratro dell’insoddisfazione. Nel backstage dell’indifferenza.

Così ho spento e riacceso la speranza per resettare tutto.

È vero. Mi sono giocato ogni cosa. Ho speso anche quello che non ho mai avuto. L’incanto. L’amore ricambiato. I brividi.

La meraviglia di un tramonto. Gli abbracci che riparti da zero. Gli sguardi che ti viene da sorridere.

Ho rubato significati alla mediocrità e centimetri al demone sotto al letto.

Ho giurato e nessuno mi ha creduto. Ho imprecato e nessuno mi ha dato attenzione.

Allora ho gridato e mi sono sbracciato per non sentirmi troppo a lungo solo.

In fondo aveva ragione mia nonna. È proprio nelle giornate storte. Nelle brutte figure. Nelle sconfitte. Nelle ginocchia sbucciate.

E nelle idiozie più epiche che siamo in grado di fare, che si nasconde tutto il bello che deve ancora arrivare.

Il lupo di turno

3 giugno 2018

A volte lasciamo che sia un sentimento solo a definire la connotazione dei personaggi che incontriamo.

È allora che i buoni sono quelli che non ci fanno paura. E ne viene per deduzione che i cattivi sono tutti gli altri.

Il demone sotto al letto è un cattivo, fa sempre ansia il pensiero. Però non esiste. Colpa anche dei film a basso costo di Wes Craven se ogni tanto buttiamo un occhio. Oppure dei fratelli Grimm e del lupo se non ci addentriamo nel bosco.

Quel lupo che non è tanto buono, quanto cattivo, ma soltanto un animale affamato. Un essere che avrebbe voluto e vorrebbe nutrirsi come tutti noi.

Le nostre paure non quantificano la sua cattiveria, bensì definiscono soltanto il nostro ruolo nel contesto. E cioè che magari in quel determinato frangente, la preda siamo noi.

Il lupo non è stupido. Il lupo è astuto e attacca le pecore. Ma mai una pecora a caso. Attacca la più debole. La più lenta. Quindi occhio ad abbassare la guardia.

Abbiamo tutti il nostro lupo alle calcagna. Ed è un bene, perché eliminando il lupo dalla nostra vita rimane solo il nostro sconfinato narcisismo e un progressivo allontanamento dalla realtà.

Senza il lupo di turno perdiamo aggressività. Sviluppiamo convenienti filosofie di vita. Diventiamo attaccabili. Deboli. Inutili.

Il lupo forse è un dono per tutti e non solo un pericolo per i deboli, gli esclusi e le persone sole.

Non temerlo è il modo più facile per non oltrepassare mai i confini di niente. Per non limitare i nostri limiti. Perdere coscienza della nostra forza e delle nostre paure.

Ultimamente mi mancava, il lupo. Mi mancavano i suoi occhi negli occhi dei miei avversari. Nelle strade da affrontare ogni giorno.

Un lupo vero. Affamato. Non un canide attempato e inutilmente compiaciuto di una cattiveria che non ha. Ma una belva dolorosa e necessaria, quindi “opportuna”. Indispensabile nel corso della vita e lungo il viale del tempo.

Mi mancava, dicevo. Ma ora è tornato. Appena in tempo per il pranzo della domenica.


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